giovedì 28 febbraio 2019

La Germania pretende che tutti paghino i debiti: i suoi!

Mentre tutti guardano alle elezioni europee come test per la tenuta dei governi nazionali, c’è qualcuno che prepara le uniche “riforme dei trattati” possibili: quelle volute dalla Germania e accettate dalla Francia.
Visto che il prossimo Parlamento continentale rischia di vedere una minoranza rilevante di deputati “euroscettici” (ce ne sono di veri e di falsi, di estrema destra e di sinistra autentica), l’establishment prepara trincee, forche caudine, trappole in grado – se l’onda cosiddetta “sovranista” (termine semplicemente infame) resterà al di sotto di una certa soglia – di aggirare ostacoli che fin qui non sono esistiti (se non sulla ripartizione dei migranti salvati in mare).
Il primo meccanismo istituzionale da rivedere è il principio dell’unanimità su una serie di materie nel Consiglio europeo. Come spiega Wolfgang Schaeuble, se si vuole arrivare a un bilancio comune bisogna unificare le politiche fiscali nazionali, fin qui caratterizzate dalla competizione nel favorire l’ingresso di capitali. Una concorrenza alla fin fine suicida (Olanda, Irlanda e altri paesi impongono tasse bassissime alle multinazionali) e che alla lunga impedisce all’Unione Europea di fare un passo verso una maggiore integrazione.
In questo modo si elimina pure il “diritto di veto” che alcuni governi potrebbero porre a decisioni sgradite perché dannose per le economie nazionali e dunque per la tenuta della coesione sociale. Un incremento del carattere “forzoso” delle prescrizioni di Bruxelles, che liquida anche la retorica sulla “condivisione” delle scelte.
Ma c’è un capitolo ancora più interessante che riguarda l’annoso ritardo nell’elaborazione di un vera “unione bancaria”. I pilastri fin qui piantati riguardano infatti aspetti rilevanti (la definizione di standard per la valutazione della solidità delle banche, la sorveglianza Bce, ecc), ma non l’assicurazione dei conti correnti.
Il problema è relativamente semplice: se una banca fallisce, con le regole vigenti, i correntisti sanno che i loro soldi saranno restituiti dallo Stato nazionale (non dall’Unione), ma solo fino a 100.000 euro (cifra rispettabile, comunque…).
La Germania è sempre stata indisponibile alla condivisione di questa assicurazione in base al noto slogan “non verseremo un euro dei tedeschi o degli olandesi per quelle cicale mediterranee che spendono tutto in donne e champagne” (Jeroen Dijsselbloem, ex presidente dell’Eurogruppo).
Purtroppo per loro, i tedeschi hanno dovuto scoprire che le banche messe peggio nel continente sono proprio quelle made in Germany. Anzi, addirittura sono sull’orlo del fallimento i due principali giganti del settore, Deutsche Bank e Commerzbank.
Banche che hanno in pancia “prodotti derivati” invendibili per un valore nominale svariate volte superiore al Pil tedesco (la sola Deutsche Bank 48,26 trilioni, ossia migliaia di miliardi di euro) e che potrebbero facilmente saltare in aria alla prossima (sia in senso di “successiva” che di “imminente”) crisi finanziaria globale.
Fatti due conti, il governo tedesco ha capito che la sola assicurazione nazionale sui conti correnti lo costringerebbe a sborsare cifre tali da far dimenticare per sempre la “stabilità di bilancio” del Reich. E dunque, voilà, si cambia idea: adesso sì, effettivamente, è meglio avere un’assicurazione europea, che redistribuisca tra tutti i paesi il costo del risarcimento ai correntisti tedeschi.
Morale: non verseremo mai un euro a favore di italiani, greci, portoghesi spagnoli, ecc, ma – quando ci serve – pretendiamo che tutti gli altri ci diano i soldi per coprire i nostri buchi.
Del resto, è stato proprio un prestigioso istituto di ricerca tedesco a spiegare – soltanto ieri – che i trattati europei, e soprattutto quel trattato che ha istituito la moneta comune, sono geneticamente sbilanciati a favore dei paesi forti. Detto in soldoni: grazie all’euro ogni cittadino italiano, anche se soltanto neonato, dal 1999 al 2017 ad oggi, ha perso reddito  per 73.600 euro. Mentre ogni cittadino tedesco, anche se in fasce o in manicomio, ne ha guadagnati 23.100.
Facendo due conti della serva: una famiglia italiana di quattro persone in questo lasso di tempo ha perso circa 294.400 euro, più o meno 1.360 euro al mese; quanto basta a comprarsi una casa più che confortevole o campare decisamente meglio…
E, in previsione del fallimento dei colossi di Francoforte, si preparano a chiederne ancora. E in contanti.

mercoledì 27 febbraio 2019

La “correzione europeista”: prelievo forzoso sui conti correnti

L’Unione Europea è in profonda crisi, vicina al bivio che può portare all’esplosione o alla sua definitiva trasformazione in “macchina da guerra” geopolitica, e cerca un colpevole per questa situazione.
Poiché il colpevole, per definizione, è sempre qualcun altro, ecco che l’indice si alza – quasi scontato – nei confronti dell’Italia.
E qui ci troviamo davanti a una doppia versione: a) è sempre stata colpa di questo paese, tra debito pubblico troppo alto e “eccessivi privilegi” per i lavoratori, nonostante diversi governi “europeisti” abbiano dato botte da orbi soltanto ai secondi; b) è colpa del governo in carica, che avrebbe interrotto la sistematica corsa all’innalzamento dell’età pensionabile e alla riduzione del deficit.
Dunque ci vuole (vorrebbe) una “manovra correttiva” che vada a mettere le mani direttamente sui conti correnti di tutti i cittadini con una patrimoniale “imparziale”, come quella di Giuliano Amato che sottrasse a tutti noi il 6×1.000 destinandolo alla riduzione del debito pubblico.
Due bufale “europeiste” che vengono smontate con grande perizia tecnica dall’editoriale di Guido Salermo Aletta su Milano Finanza (abbiamo evidenziato con corsivo e grassetto i passaggi più significativi).
Ci sono troppe cose che non funzionano” è un modo semplice per dire che c’è una crisi di sistema. La Germania, infatti, sta in condizioni simili – se non addirittura peggiori nel settore bancario – e non è entrata tecnicamente in recessione (com l’Italia) solo perché il Pil del quarto trimestre è rimasto positivo di una inezia: +0,08%.
Un sistema che non funziona genera problemi, invece di risolverli. Il modo “tedesco” (ordoliberista) di ridurre il debito pubblico è infatti un attentato alla solidità delle economie, rende impossibile qualsiasi crescita e – in tempi di crisi globale – moltiplica la forza della recessione.
L’allungamento dell’età pensionabile, che a ogni cretino sembra l’uovo di colombo per ridurre la spesa pensionistica, blocca il ricambio generazionale sui posti di lavoro, incentivando l’emigrazione dei nostri ragazzi.
La deflazione salariale che tanto favorisce i profitti delle imprese – lo stesso governo stima il livello medio del salario d’ingresso per gli under 30 intorno agli 850 euro, al di sotto della soglia di sopravvivenza – ha la “piccola controindicazione” di ridurre a pochissimole entrate dell’Inps, che deve e dovrà erogare pensioni.
Gli stessi salari da fame impediscono che la grandezza macroeconomica chiamata “domanda interna” possa restare ai livelli precedenti. E quando, come oggi, le esportazioni si riducono insieme alla deglobalizzazione, i consumi interni non riescono a compensare la caduta. Anzi, l’accentuano.
Ma è tutto il modello dell”austerità europea” ad essere comunque al capolinea. Neanche la Bce di Draghi si salva dal naufragio. I suoi quantitative easing, generosi come quantità e benedetti dall’establishment, non si sono mai trasmessi all’economia reale, che anzi ha visto ridursi il flusso dei crediti verso famiglie e imprese.
Un intero sistema va al collasso, e la classe dirigente – sia italiana che europea, imprenditoriale, finanziaria, politica – si trastulla con la ricerca di un colpevole. Se si guardassero allo specchio avrebbero una risposta certa. Ma per loro inaccettabile. Dovrebbero – loro sì – fare una “manovra correttiva” che li eliminerebbe.
Perciò insistono e insisteranno fino all’esplosione.
Anche “a sinistra”, persino in quella che si considera “estrema” o almeno “radicale”, la cecità sulla dimensione di questo contesto appare pressoché totale, immersa in “tavoli” dove di tutto si ragiona, meno che di realtà.
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Ci vuole una manovra correttiva
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Recessione nel quarto trimestre del 2018, caduta di produzione ed ordini industriali a dicembre, export che cede soprattutto verso le destinazioni extra Ue: per l’Italia è stato un pessimo fine d’anno. Per quello in corso, nessuno trattiene il fiato. Tutti già dottori, al capezzale: c’è già chi ha già invocato una manovra correttiva, subito; chi ha proposto un cambio di strategia a favore degli investimenti, e pure chi ha scorto il cigno nero.
E’ la solita Italia, in grado di contagiare con la sua frenata l’intera economia europea: se sballa il rapporto deficit/pil, visto che non c’è la crescita ipotizzata, lo spread schizza alle stelle e ricomincia la sarabanda sui mercati.
La verità è che si cerca solo l’untore: troppe le situazioni di crisi che si affacciano; dalla Brexit alle elezioni spagnole, dalla guerra commerciale tra Usa e Cina al piombo sotto le ali dell’export del Giappone, dell’Australia e della Corea del Sud. Prendersela con l’Italia è un deja vu.
La battaglia è politica, e sarà sempre più violenta. Ci sono in ballo le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, a fine maggio, e continua senza sosta il cannoneggiamento contro i Sovranisti ed i Populisti che macinano consensi crescenti rispetto ai partiti tradizionali. A Bruxelles gongolano: dopo gli scontri violentissimi sulla manovra proposta dal governo italiano che indossa la maglia giallo-verde, possono apertamente attribuire la recessione dell’Italia alle misure adottate dal governo.
Reddito di cittadinanza e quota 100 sulle pensioni non aiutano la crescita. Sono due misure che hanno messo in discussione, anche se solo in modo minimo, le due riforme strutturali su cui tanto l’Unione europea ha battuto in questi anni: deflazione salariale per assicurare la competitività sull’estero ed allungamento della vita lavorativa per mettere in sicurezza i conti previdenziali.
Senza mai riflettere sul fatto che è vero l’esatto contrario: la vera bomba piazzata sotto i conti previdenziali è la tanto auspicata flessibilità del mercato del lavoro in entrata, con la precarizzazione del lavoro giovanile, e soprattutto la continua svalutazione dei salari. Se si abbatte la massa salariale, i contributi previdenziali si riducono: è questo il vero problema di un sistema a ripartizione.
Guardare solo all’ultima riga del conto economico si sta dimostrando una scelta assolutamente miopie, in un contesto di deglobalizzazione guidato dalla Amministrazione Trump: avendo distrutto la domanda interna falcidiando i salari, ora siamo più esposti che mai ai venti contrari che spirano dall’estero.
In questo momento, ci sarebbe una sola cosa da fare: rispolverare il primo documento di politica economica varato dal governo, l’Aggiornamento al Def 2018 che risale al 27 settembre scorso, che si fondava su una forte ripresa degli investimenti pubblici finanziati in disavanzo, ed il deficit al 2,4% del pil. Sarebbe una decisione anticiclica, ma avrebbe solo il sapore di una ripicca tardiva ed insufficiente, vista la situazione che si è creata. La decelerazione dell’economia è stata più veloce e più forte di quanto non si prevedesse.
Prima di mettere già i numeri di una qualsiasi ipotesi di manovra, correttiva per mantenere i saldi ovvero anticiclica per forzare sulla crescita, serve una operazione verità.
Non è solo il sistema delle previsioni economiche che si sta dimostrando farlocco, assai più degli almanacchi di leopardiana memoria, visto che non ne indovinano una, neppure a preconsuntivo. C’è da mettere in chiaro quali sono le vere cause degli squilibri previdenziali; fare piena luce sulle politiche monetarie cosiddette ultra accomodanti mentre si assiste ad un paurosa contrazione del credito; capire che cosa non funziona minimamente con gli obiettivi di inflazione, che non sono mai stati neppure sfiorati.
Non si tratta solo di fare le pulci ai conti italiani, con il deficit che salirebbe al 3-3,5% del pil, il debito che non scenderebbe affatto, e la crescita che, se va bene, si fermerebbe allo 0,5%. E lasciamo da parte anche le polemiche interne, con la recessione che sarebbe stata determinata dalle preoccupazioni per le politiche del nuovo governo, che sin da luglio avrebbero indotto gli operatori economici e le famiglie e bloccare i investimenti e consumi.
Guardiamo invece alla Germania, che pareva inossidabile. Basta ricordare le previsioni relative alla crescita del suo pil nel 2018, quelle che sono state pubblicate dalla Commissione europea il 21 novembre dello scorso anno e che stimavano ancora un +1,7%, oppure quelle contenute nell’Outlook del Fmi del 9 ottobre, che vaticinavano un entusiasmante +1,9%: il risultato, ben più mogio, è stato appena +1,1%. Dopo un terzo trimestre in contrazione, il quarto ha registrato una crescita dello 0,08%: un grandezza lillipuziana che ha evitato l’ingresso in recessione. Quale virus glallo-verde abbia colpito la Germania non è dato sapere: tutto è stato rigorosamente tenuto coperto. Ora, anche a Berlino il re è nudo.
Neppure i dati dell’inflazione tornano, nonostante il bazooka della Bce abbia immesso ben 2.600 miliardi di euro di nuova liquidità: in Italia, a dicembre scorso, i prezzi al consumo per le famiglie erano cresciuti dell’1% netto rispetto ad un anno prima, e dell’1,8% rispetto a due anni prima. Siamo a meno della metà dell’obiettivo. E non è che a livello europeo i dati siano molto diversi, visto che la media del 2018 è stata dell’1,4%. Anche qui, un altro bel buco nell’acqua.
A dispetto di una politica monetaria della Bce, proclamata ultra accomodante, il credito è addirittura diminuito. Con il Qe, la Banca d’Italia ha messo in portafoglio titoli pubblici per 365 miliardi di euro, ma la liquidità creata in contropartita non è stata immessa in Italia, ma è rimasta all’estero. Si vede perfettamente, infatti, l’aumento delle passività nel sistema Target 2: il saldo di fine dicembre scorso è stato di -482 miliardi di euro, mentre era di soli -192 miliardi nel marzo 2015, data di inizio degli acquisti.
Il credito all’economia italiana cala continuamente, anno dopo anno: a fine 2012, gli impieghi nel settore privato erano stati di 1.660 miliardi di euro. Da allora, un tracollo: secondo l’Abi, gli impieghi che a gennaio 2018 erano stati pari a 1.506 miliardi, a gennaio scorso arrivavano a soli 1.459 miliardi: 47 miliardi in meno, con un deleverage pari al 2,6% del pil in soli 12 mesi. Nello stesso periodo, il credito alle famiglie si è ridotto di 71 miliardi di euro, passando da 1.372 a 1.301 miliardi di euro. Forse, ma neppure forse, questi dati aiutano a capire il blocco degli investimenti e dei consumi molto più delle tante polemiche sulla politica economica del governo. I veri buchi non ci sono solo nel bilancio pubblico, ma anche nel sistema del credito.
A questi dati sull’attività bancaria, che sicuramente hanno avuto un impatto deflattivo dell’economia, dobbiamo aggiungere anche quelli che derivano dal consueto, più che ventennale, drenaggio delle risorse operato con l’avanzo primario della PA, ovvero dalla quota del prelievo fiscale destinata al pagamento di una parte degli interessi sul debito. Nel 2018, è stato pari all’1,8% del pil: mal contati, si tratta di una trentina di miliardi di tasse che non è tornata indietro. L’economia reale ne soffre, e si capisce bene perché.
Ci sono troppe cose che non funzionano, e non sono i bilanci pubblici: abbiamo a che fare con previsioni economiche farlocche; con politiche monetarie accomodanti che però non riescono a conseguire gli obiettivi di inflazione; con una vigilanza bancaria che blocca il credito; con una serie di riforme strutturali in campo salariale e nel mercato del lavoro che stanno demolendo la sostenibilità dei sistemi previdenziali.
Se è vero che finora le elezioni politiche nazionali non sono servite a cambiare le regole europee, come ha sempre proclamato l’ex-ministro delle finanze tedesco Wolfang Shaeuble quando prendeva quasi per la collottola il neo eletto premier greco Alexis Tsipras, che contestava gli accordi assunti dal suo predecessore facendosi forte di un ampio consenso popolare, il rinnovo del Parlamento europeo, a fine maggio, sarà un passaggio cruciale. Andrà molto meglio, o molto peggio, a seconda dei punti di vista: di certo, non ci sarà una via di mezzo.

martedì 26 febbraio 2019

Sardegna 2019: numeri elettorali

Non è andata delusa l’attesa di quanti aspettavano l’esito delle regionali sarde di domenica 24 febbraio per verificare l’andamento del “trend” nazionale del voto, dopo il test abruzzese che aveva fornito indicazioni rilevanti.
Prima di tutto va fatto notare come le elezioni regionali mantengano un appeal inferiore a quello delle elezioni politiche facendo registrare, nella generalità dei casi, un calo di partecipazione al voto tra le diverse tornate: segnale importante sotto questo aspetto per quel che riguarda le Europee di maggio. Normalmente le elezioni europee risultano le meno frequentate da elettrici ed elettori, ma nel caso delle prossime consultazioni si verificherà anche la capacità di traino di un turno amministrativo di un certo rilievo e ne constateremo l’effetto.
In Sardegna, a differenza dell’Abruzzo, invece tra i due turni di elezioni regionali (2014 – 2019) si registra un lieve incremento nelle espressioni di voto.
Andando per ordine: nell’occasione delle elezioni politiche del 2018 erano iscritti 1.368.471 elettrici ed elettori e si registrarono 869.000 voti validi; in precedenza nelle elezioni regionali 2014 gli aventi diritto risultavano essere 1.480.322 con  737.305 voti validi per i candidati presidenti e 682.022 voti validi per le liste. Lo scrutinio delle regionali 2019 , sulla base di 1.470.401 iscritte/i nelle liste, ha fatto registrare 759.819 voti validi per i candidati- presidente e 704.943 voti validi per le liste. Nei 5 anni intercorsi fra le due elezioni regionali abbiamo avuto quindi un incremento di 22.514 nell’espressione di suffragi per i candidati – presidenti e di 22.921 per le liste.
Nel 2014 il presidente Pigliaru fu eletto con 312.982 voti pari al 21,14% del totale degli aventi diritto, nel 2019 Solinas è stato eletto presidente con 363.485 voti pari al 24,72%. Un incremento del 3,58%.
Esaminiamo allora l’andamento delle diverse candidature a Presidente.
Come è già stato fatto rilevare Solinas è stato eletto con 363.485 voti: nel 2014 il candidato del centro destra Cappellacci era stato sconfitto con 292.395 voti. L’incremento del candidato di centro destra tra il 2014 e il 2019 è stato dunque di 71.090 voti.
Sul versante del centrosinistra Pigliaru era stato eletto presidente nel 2014 con 312.982 voti: Zedda nel 2019 è stato sconfitto con 250.355 voti, per una flessione di 62.627 voti.
Grande interesse si era dimostrato attorno alla candidatura Desogus presentata dal Movimento 5 stelle, candidatura per la quale non sono possibili raffronti con il 2014 poiché in quell’occasione il Movimento 5 stelle non era presente.
 In questo caso il solo confronto possibile diventa allora quello con il voto delle elezioni politiche 2018. Il 4 marzo 2018 il Movimento 5 stelle (Camera dei deputati) ottenne 369.196 voti. Il 24 febbraio 2019 la candidatura Desogus ne ha avuti 85.046, mentre la lista del M5S ne ha ottenuti 68.461. Un calo rispettivamente di 284.123  e di 300.735 unità.  Una flessione così rilevante che nel caso specifico non può essere attribuita all’astensione: tra il 2018 e il 2019 il calo dei voti validi è stato (raffrontati i voti dei candidati – presidenti) di 109.181 unità. Ne consegue che la perdita dei voti accusata dal Movimento 5 stelle si è diretta verso altri soggetti: in questo caso l’esito delle elezioni sarde dimostra come la volatilità elettorale abbia colpito il Movimento in dimensioni che si potrebbero definire di “smottamento strutturale”.
Per le altre candidature presentate nell’occasione un raffronto può essere eseguito con quella del candidato Pili, presentatosi nel 2014 sostenuto da 3 liste e nel 2019 dalla sola lista “Sardi Liberi” con un calo di 24.673 unità.
Presenti anche le candidature Maninchedda con 25.474 voti, Murgia 13.331 e Lecis con 4.515.
Esaminiamo allora l’andamento delle diverse liste.
Già scritto del M5S in calo rispetto alle politiche  di 300.735 unità. Per fornire un’idea sul piano percentuale, riferendoci al totale degli iscritti nelle liste alle politiche 2018 il M5S aveva ottenuto il 26,97% , percentuale scesa dodici mesi dopo al 4,65%. Un flessione del 22,32%.
L’analisi del campo del centro destra indica per la Lega una flessione tra le politiche 2018 e le regionali 2019 (anche la Lega come il M5S non era presente nelle regionali 2014) da 93.771 voti a 80.068, un meno 13.703 suffragi.
Da considerare però la presenza del Partito Sardo d’Azione (che esprimeva il candidato presidente, poi eletto). Il Psd’az non era presente alle politiche 2018 (le sue candidature erano interne al centro destra) e ha realizzato un notevole incremento tra le regionali 2014 e quelle 2019 passando da 31.886 voti a 69.816 ( più 37.930). Dato che naturalmente altera l’esito delle altre formazioni di centro destra.
Forza Italia registra una rilevante flessione sia rispetto alle Regionali 2014, sia rispetto alle Politiche 2018 passando da 126.327 voti (regionali 2014) a 128.503 ( politiche 2018) fino a 56.450 (regionali 2019), oltre il 50% del proprio elettorato.
Fratelli d’Italia conferma invece la crescita fatta registrare tra le regionali 2014 e le politiche 2018 quando era passato da 19.275 a 34.963 voti sostanzialmente confermati (33.323)  il 24 febbraio 2019. Un indice di consolidamento che si evidenzia in tutte le diverse tornate elettorali di questa fase per questa formazione.
L’UDC sarda cala tra le due elezioni regionali ma nel 2019 cresce rispetto alle politiche 2018: da 51.923 (2014) a 12.584 (2018) a 26.049 (2019).
Il centro destra sardo aveva presentato alle regionali 2014 tre liste locali di sostegno, cresciute a 5 nel 2019: complessivamente i voti sono passati da 69.938 a 99.139 fornendo sicuramente un incremento di rilievo alla candidatura rivelatasi vincente.
C’era molta attesa nel campo del centro sinistra per verificare il dato di tenuta del PD e l’apporto che avrebbero fornito le cinque liste di sostegno alla candidatura Zedda, sindaco di Cagliari eletto a suo tempo al di fuori dalle liste del PD.
Nonostante una rilevante flessione il PD si è affermato con il partito di maggioranza relativa nell’isola raccogliendo 94.818 voti. Nel 2014 erano stati 150.492 poi scesi nel 2018 a 128.884. Il calo tra il 2014 e il 2019 è stato quindi di 55.674 suffragi (si ricorda che tra la candidatura Pigliaru e quella Zedda sono mancati 62.627 voti.). Per fornire un’idea più approfondita del valore assoluto della maggioranza relativa nella misura conseguita dal PD è il caso di ricordare che la percentuale rapportata al totale degli iscritti (e non dei voti validi) è stata del 6,44%, con un indice di frammentazione molto elevato  a dimostrazione di una fragilità congenita del sistema nel suo insieme.
Tra le liste di appoggio della candidatura Zedda sarebbe necessario distinguere tra quelle dichiaratamente di orientamento a sinistra e quelle che più propriamente potevano essere definite come “civiche”.
A sinistra, infatti, possiamo collocare LeU, Campo Progressista e Progetto Comunista: queste tre liste hanno conseguito complessivamente 52.405 voti. Nel 2014 Sel ne aveva avuto 35.376, PRC e Comunisti Italiani (che in questa occasione hanno sostenuto la candidatura Lecis) 13.982, una lista del PSI 9.518, una lista IDV – Verdi 7.551. Difficile eseguire comparazioni se non fornire l’impressione di un ulteriore calo delle liste di sinistra nell’ambito del centrosinistra. Una lista di Cristiani Popolari Socialisti ha ottenuto 9.542 voti, mentre le liste che possono essere definite come più propriamente civiche hanno avuto in totale 55.778.
Nell’insieme rispetto alle Regionali 2014 dove il centro sinistra aveva avuto (come liste) 289.663 voti con il PD che ne rappresentava il 51,95% nel 2019 lo stesso schieramento ha avuto 212.933 voti dei quali il PD ne ha rappresentato il 44,52%. Si può quindi parlare di una flessione complessiva con un sistema di alleanze articolato ma non in grado di affrontare il calo ma soltanto di contribuire a contenerlo.
Da rimarcare ancora come il Partito dei Sardi abbia ottenuto più voti del suo candidato alla presidenza 26.006 contro 25.474, la lista di Autodeterminazione che alle politiche 2018 aveva ottenuto 19.307 voti è scesa a 13.311 ( la candidatura di Andrea Murgia poco sopra con 13.381).
Rifondazione Comunista – Sinistra Sarda si è fermata a 4267 voti (con la candidatura Lecis a 4.515) mentre Potere al Popolo alle Politiche 2018 aveva ottenuto 7.885 suffragi e, ancora, la lista PRC – Comunisti Italiani presente nelle Regionali 2014 all’intero del centrosinistra di Pigliaru ottenne 13.982 voti. Una discesa evidente nell’espressione di voto della sinistra d’alternativa.
I rilievi più evidenti, alla fine, possono essere così riassunti.
1)      Si conferma la minore appetibilità delle elezioni regionali rispetto alle politiche ma in Sardegna tra il 2014 e il 2019 si registra un lievissimo incremento nella partecipazione al voto;
2)      Il centro destra si afferma grazie soprattutto alla forza dei suoi soggetti organizzati. La presenza del Partito Sardo d’Azione impedisce di comprendere meglio la forza di sfondamento potenzialmente rappresentata dalla Lega anche in quelle che un tempo erano considerate “parti bus infidelium”. Forza Italia prosegue nel suo regresso mentre si consolidano i Fratelli d’Italia;
3)      Il centro sinistra offre segni di vitalità anche se, almeno nello specifico delle regionali sarde, il PD appare meno centrale nello schieramento. Si nota nello schieramento di centro sinistra l’assenza di soggetti organizzati ma su questo punto sarà necessario riflettere in  caso di elezioni generali;
4)      Come già scritto all’interno del testo quello del M5S può essere definito, a questo punto uno “smottamento strutturale”. Difficile trovare altra definizione per una perdita, in due regioni come Abruzzo e Sardegna (tutto sommato periferiche) di circa mezzo milione di voti in due tornate elettorali svoltesi a distanza ravvicinata.
5)      Non si sfugge, come già fatto rilevare, ad una impressione di debolezza complessiva dei soggetti che compongono il sistema, non solo in Sardegna, e di riapertura di una fase di transizione e di ricerca di equilibri non ancora definiti. Il calo del M5S contribuisce molto a costruire questa incerta possibilità. Diventa difficile pensare anche ad un ritorno verso il bipolarismo classico centro destra – centro sinistra. E’ il caso comunque di ricordare che le elezioni sarde sono state elezioni locali destinate ad eleggere Presidente e Consiglio di quella Regione. Non va mia dimenticata, insomma, la specificità di ogni turno elettorale.

lunedì 25 febbraio 2019

Giustizia?

Non può non preoccupare la concezione della giustizia che emerge dalle dichiarazioni rilasciate dal segretario della Lega e Ministro dell’Interno dopo aver visitato in carcere un detenuto condannato in via definitiva, dopo i tre gradi di giudizio, per tentato omicidio dopo aver sparato a un ladro che aveva provato a rubargli del gasolio.
Oggi è in discussione al Parlamento una legge che introduce automatismi all’articolo 52 del codice penale sulla difesa legittima e sull’articolo 55 sull’eccesso colposo.
In pratica si cerca di far prevalere costituzionalmente il diritto di proprietà rispetto a quello riguardante la vita umana, un tema di enorme delicatezza anche perché presenta risvolti molto particolari.
 Ad esempio in casi di proteste sindacali con occupazione di proprietà: in quel caso ci sarebbe l’autorizzazione a sparare per difendere – appunto – la proprietà, magari anche da parte di terzi delegati o chiamati a sorvegliarla?
Insomma: la polizia sarebbe autorizzata a sparare su eventuali pacifici occupanti di una qualche azienda che protestano per serrate e/o licenziamenti che magari cercano di utilizzare i macchinari per mandare avanti la produzione?
Il pericolo che si determina, in questo modo, è certamente quello di uno stravolgimento dell’ordinamento giudiziario ma soprattutto di un “rovesciamento etico”: quanto di più significativo come testimonianza dell’“arretramento storico” che si sta verificando non tanto sul piano politico ma su quello – molto più complicato – della convivenza civile e dell’idea stessa di “difesa della proprietà” considerata ormai come un fortino assediato da difendere a colpi di pistola “fai da te”.

venerdì 22 febbraio 2019

La legge sul reddito è sempre più lavoro forzato razzista

Mentre ancora PD e Confindustria polemizzano con i troppi aiuti ai fannulloni che darebbe il reddito di cittadinanza, e con il suo livello “troppo alto” rispetto alle paghe di fame per chi lavora, che evidentemente a loro vanno bene.
Mentre tutto il palazzo politico ed economico condanna un reddito ritenuto “troppo generoso”, Salvini e Di Maio vanno incontro a queste critiche e vanno pure oltre.
Con gli ultimi emendamenti voluti dalla Lega, il reddito accentua la sua caratteristica di reclutamento al lavoro forzato e diventa chiaramente razzista.
Le ore di lavoro obbligatorio raddoppiano, da 8 a 16 settimanali, la Lega modera il suo schiavismo che ne pretendeva 36. Sono circa 70 ore di lavoro mensili per i comuni, che a questo punto potranno seriamente pensare di usare queste persone, per essi LAVORATORI GRATIS, per servizi che prima erano affidati a lavoratori retribuiti, a volte persino con regolari contratti.

Alle 70 ore di lavoro obbligatorio alle dipendenze dei comuni chi usufruirà del reddito dovrà aggiungere le ore, altrettanto obbligatorie, di partecipazione alle attività dei centri di formazione ed impiego. Stimando in circa 30 ore mensili questo impegno, chi avrà il reddito dovrà LAVORARE – perché questo è LAVORO – per 100 ore al mese.
“Ma riceverà il reddito in cambio…”, diranno i nemici dei fannulloni! Bene: secondo le stime dello stesso governo, il valore medio mensile del reddito elargito per persona sarà di 390 euro. Quindi chi lo percepirà avrà una retribuzione oraria di fatto pari a 3,90 euro. E naturalmente dovrà accollarsi tutte le spese di trasporto, mensa, servizi vari, nessuno dei quali è previsto per i percettori di reddito che lavorano. È schiavismo di Stato. Al quale si aggiunge il caporalato di Stato, visto che è stato confermato l’obbligo di emigrazione, fino a oltre 1000 chilometri, per lavorare, pena la perdita del sussidio.
A questa legge di ferocia ottocentesca manca solo la prigione per i poveri, ma c’è anche questa, mascherata da norme contro “i furbi”.
Infine, il reddito diventa ora un provvedimento chiaramente discriminatorio e razzista perché, ancora una volta accogliendo un emendamento della Lega, il reddito viene assegnato come la mensa per bambini nelle scuole di Lodi. Chi non ha la cittadinanza italiana, pur essendo residente ed in regola con ogni legge italiana, dovrà presentare i certificati di reddito del suo paese. Un vergognoso e incostituzionale “Comma 22”, che dimostra solo l’ideologia razzista e persecutoria verso i migranti non solo di Salvini, ma di tutto il governo, compresi i poltronisti cinquestelle di Di Maio ed i tecnici legati a Mattarella.
Così, dopo essere stato il solo grande paese europeo a non a aver nessun reddito per i disoccupati, ora l’Italia introduce il provvedimento più schiavista e razzista possibile, peggiore anche del WORKFARE in vigore in Gran Bretagna, la cui crudeltà burocratica e poliziesca abbiamo visto denunciata nei film di Ken Loach.
Nel nome del ritorno dello stato sociale si fa una legge che contribuirà a distruggerlo, nel nome della solidarietà si varano misure schiaviste contro i poveri, nel nome dell’aiuto si violano i più elementari principi dell’umanità.

giovedì 21 febbraio 2019

Londra e New York hub mondiali della nuova Cina

Radio Cina Internazionale dà notizia stamane che Londra è diventata il centro finanziario mondiale del renmimbi, la moneta cinese. E’ un percorso che è iniziato alla metà dello scorso anno.
Attualmente gli scambi giornalieri del renmimbi superano i 70 miliardi di dollari e alla fine dello scorso anno ha superato il valore degli scambi tra sterlina ed euro. Ciò fa la City londinese il più grande centro commerciale offshore della valuta cinese, ad esclusione della Cina. Secondo i dati SWIT, il 36% degli scambi mondiali in renmimbi ha avuto come base Londra, contro il 6% di Parigi e Singapore.
Nell’interscambio commerciale Gran Bretagna-Cina il renmimbi  è stato utilizzato per il 20% del totale degli scambi e attualmente supera la cifra di 250 miliardi di yuan.
George Osborne, ex ministro del Tesoro britannico, aveva previsto che la guida londinese nel mercato offshore del renmimbi avrebbe portato miliardi di sterline nelle casse britanniche, e ciò è puntualmente accaduto. Londra dunque è la sede hub dell’internazionalizzazione della divisa cinese che, secondo i regolatori, con la forza delle sua economia e con le immense riserve valutarie porterà ad un processo  di diffusione del renmimbi a più larga scala.
In aggiunta a ciò, la City londinese sarebbe l’hub della valuta cinese nel processo di riforma ed apertura dell’economia cinese e hub finanziario-monetario della Via della Seta. Il ruolo i Londra come hub finanziario mondiale dell’economia cinese era stato peraltro previsto dal grande e compianto Gianfranco Bellini nel suo capolavoro La bolla del dollaro.
E dopo Londra, New York: stanotte la Reuters ha pubblicato un’esclusiva in cui si afferma che sarebbe stato raggiunto un accordo Usa-Cina su un memorandum d’intesa, i cui termini verranno affrontati successivamente. Qui interessa sapere che tra i 6 punti d’accordo vi è la liberalizzazione cinese dei servizi finanziari con banche e istituzioni finanziarie americane, che avranno campo libero in Cina. 
Come avevamo previsto, Londra e New York  diventano hub finanziari del processo di riforma e apertura cinese, e ciò inciderà sugli equilibri globali poiché nella competizione mondiale vincerà chi gestirà il risparmio cinese. Guai a dare per morta Londra con la Brexit, come sembrano fare Bruxelles e Francoforte. Stanno affilando le armi e bisogna ricordare che loro hanno il Commonwelth. Londra e New York gestiranno il risparmio cinese.
A questo punto bisognerà capire che spazio di manovra avrà la Cina nel mondo, soprattutto lungo la via della seta. A loro la finanza, alla Cina la produzione?

mercoledì 20 febbraio 2019

Renzi, Salvini, Di Maio… “una faccia, una razza

Due bombe in solo giorno terremotano il poco che era rimasto della “politica” in Italia.
Il voto sulla piattaforma Rousseau, come ampiamente previsto, ha salvato Salvini dal possibile giudizio del Tribunale dei ministri per il blocco della nave militare Diciotti, con a bordo 177 naufraghi raccolti in mare. Dopo i salti mortali sulla formulazione del quesito – che aveva imbarazzato pure l’anziano guru genovese – e l’opacità connaturata a una “piattaforma”gestita da un privato che è anche “azionista di riferimento” del M5S, nessuno pensava davvero a un risultato diverso. E ingigantirà, prevedibilmente, la frana elettorale del movimento.

L’arresto (ai domiciliari) dei genitori di Matteo Renzi, per una bassa vicenda di fatture false e bancarotta fraudolenta, getta se non altro uno squarcio sul “brodo di coltura” che ha prodotto le “facce nuove” della recente politica italiana.
I Renzi, infatti, non sembrano affatto diversi dai Di Maio o Di Battista, anche loro alle prese con genitori “piccoli imprenditori” intenti a far crescere i loro non immensi profitti con i classici trucchetti del lavoro nero e qualche altra banalità. Cose che sarebbero considerate con maggiore magnanimità, anche da parte nostra (che pure contro il lavoro nero conduciamo battaglie da decenni), se questi figli non avessero costruito carriere politiche gridando contro “i privilegiati” che hanno una pensione normale, oppure sopravvivono occupando case o infine arraggiandosi negli infiniti modi che la vita metropolitana consente.
Insomma, i figli della piccolissima borghesia “che si arrangia”, reclutati come cagnetti da guardia del grande capitale “che si arrangia” e individua come nemico su cui scaricare il malessere sociale sugli ultimi della fila, i poverissimi, quelli che “si arrangiano” a loro volta per assenza di alternative legali (che invece non mancherebbero a piccole e grandi imprese).
Odiamo i forcaioli e i manettari, ma è difficile non capire che il salvataggio di Salvini era un obbligo politico per i Cinque Stelle. Così come non è difficile capire che il testacoda di Salvini in una notte (dal “voglio essere processato” al “chiedo l’immunità”) è stato motivato dalla consulenza di qualche avvocato di grido (nel governo e nella Lega siede Giulia Buongiorno, divenuta famosa come salvatrice di Giulio Andreotti nel processo di Palermo). E, dunque, non è difficile capire neanche che quell’inchiesta per cui il Tribunale dei ministri ha chiesto l’”autorizzazione a procedere” – che oggi sarà respinta dalla Giunta presieduta da Maurizio Gasparri (una garanzia, diciamolo…) – non era in fondo così “manifestamente infondata”.
Non può del resto sfuggire che le argomentazioni usate dai due Mattei – Salvini e Renzi – sono molto simili, e raccontante in linguaggio tipicamente berlusconiano:
Renzi: “Voglio che sia chiaro a tutti che io non mollo di un solo centimetro. La politica non è un vezzo personale ma un dovere morale. Se qualcuno pensa che si possa utilizzare la strategia giudiziaria per eliminare un avversario dalla competizione politica sappia che sta sbagliando persona. Non ho mai avuto così tanta voglia come stasera di combattere per un Paese diverso e per una giustizia giusta.”
Salvini: “che ci sia qualche magistrato con chiare ed evidenti simpatie politiche non svelo il mistero di Fatima”. In particolare, il vicepresidente del Consiglio se la prende con Magistratura Democratica, che “sposa la campagna pro-immigrazione insieme, tra gli altri, a: Ong, Arci, Potere al Popolo, Rifondazione comunista e coop varie (compresa la Baobab Experience dove si erano rifugiati gli sbarcati della Diciotti). Poi quello accusato di ledere l’autonomia dei magistrati sono io”.
Non siamo manettari né giustizialisti, e abbiamo visto nella storia dell’Italia del dopoguerra magistrati politicizzati di ogni tendenza: quelli del “porto delle nebbie” romano, in cui morivano le inchieste sul potere e sui fascisti (per chi ricorda il giudice Alibrandi…), quelli che hanno indagato e quelli che hanno insabbiato su Piazza Fontana, quelli “in prima linea” contro le avanguardie politiche negli anni ‘70, quelli secondo cui Pinelli era morto volando dalla finestra della questura di Milano per un “malore attivo” (Gerardo D’Ambrosio, poi parlamentare col Pci-Pds-Ds), quelli di “Mani Pulite”, poi diventato un format per i golpe suave in America Latina.
Insomma: non ci fidiamo affatto dell'”imparzialità” della magistratura italiana.

Però questo potere fatti di piccolissima borghesia che “si arrangia” – nella vita, in politica e nei processi – fa veramente orrore.

martedì 19 febbraio 2019

Regioni, il “buco nero” del sistema istituzionale italiano

Il sistema politico italiano attraversa una fase di vera e propria “crisi verticale”, caratterizzata dall’assenza di rappresentatività complessiva dei soggetti che lo compongono e dalla presenza di fortissime tensioni autoritarie collocate ben oltre il concetto di “democrazia esecutiva e/ o illiberale” oggi in auge in diverse parti d’Europa.
La testimonianza migliore di questa difficoltà è rappresentata dalla presenza italiana come quella della Lega nell’attrezzarsi di un’alleanza di estrema destra in vista delle elezioni di maggio per il Parlamento di Strasburgo.
 Nel frattempo è scoppiato il caso della cosiddetta “autonomia differenziata” richiesta da alcune regioni italiane, governate sia dalla stessa Lega sia dal PD.
Un altro segnale di contraddizione stridente e di crisi.
La settimana appena trascorsa è stata caratterizzata da un forte dibattito su questo tema: al momento i tre disegni di legge che avrebbero dovuto recepire la bozza d’intesa nel merito sono stati bloccati, a causa di forti divisioni all’interno della compagine di governo.
Nel corso della discussione si è posto però il problema della natura costituzionale del provvedimento. Chi scrive ha cercato nei giorni scorsi di affrontare questo punto delicatissimo attraverso un minimo di ricostruzione storica partendo dall’esplicitazione del concetto di “decentramento amministrativo“ così come elaborato nel corso dei lavori dell’Assemblea Costituente.
Adesso però è il caso di affrontare più direttamente il punto politico, partendo proprio da una valutazione della già richiamata gravissima crisi istituzionale che sta presentandosi all’interno del sistema politico italiano, sia sul fronte – appunto – dell’assetto interno, sia della politica estera.
 In questo secondo caso, quello relativo alla politica estera, ci troviamo addirittura in una situazione di “supplenza” esercitata dallo stesso Presidente della Repubblica (tema da affrontare anche perché ci troviamo di fronte all’ennesimo tornante di una trasformazione di ruolo del Presidente della Repubblica rispetto a quello previsto dai dettami della Carta Costituzionale).
All’interno di questo quadro di grandissima difficoltà si distingue un vero e proprio “buco nero” rappresentato dal fallimento dell’ipotesi di decentramento dello Stato imperniato sull’Ente Regione che oggi è affrontato esattamente alla rovescia rispetto a ciò che servirebbe proprio dalle Regioni economicamente e socialmente più forti.
 E’ già stato ricordato come la nascita delle Regioni, prevista nella Costituzione e poi fortemente richiesta dalle sinistre, in particolare nella fase del primo centrosinistra negli anni’60, e fortemente ritardata dalla DC per timore che il Partito Comunista dimostrasse, in quel modo, la propria capacità di governo fu realizzata soltanto all’inizio degli anni’70 (diversa ovviamente la storia delle Regioni a Statuto Speciale): le prime elezioni per i Consigli Regionali si svolsero, infatti, il 7 Giugno del 1970.
Gli elementi portanti della crisi attuale sono sorti, principalmente, nel corso della legislatura 1996-2001 con il centrosinistra al governo del Paese, attraverso l’adozione di due provvedimenti rivelatisi del tutto esiziali: l’elezione diretta del Presidente (da allora denominato da una stampa di basso profilo come Governatore) e il cedimento alle istanze “storiche” della Lega Nord attraverso la modifica (tecnicamente sbagliata e approvata dalla sola maggioranza) del titolo V della Costituzione realizzando così una sorta di né carne, né pesce tra decentramento e devolution.
La forte spinta che la Lega Nord aveva portato fin dalla fine degli anni’80 prima sul terreno della “secessione” e dell’indipendenza e poi della “devolution” aveva così portato la sinistra, in particolare quella ex-PCI, a tradire la propria solida tradizione autonomistica che pure, negli anni’70 del XX secolo, alla guida delle più grandi città aveva dato prova di “buon governo”.
Una fase di vero e proprio cedimento e subalternità culturale chiusasi con l’affrettato cambiamento del titolo V della Costituzione (2001), preceduto appunto dalla modifica del sistema elettorale.
 L’elezione diretta del Presidente della Regione e la modifica del titolo V della Costituzione hanno rappresentato gli elementi portanti di un fenomeno di tipo degenerativo che oggi si presenta in tutta la sua gravità: quello della trasformazione dell’Ente Regione dalla funzione legislativa e di coordinamento amministrativo a soggetto esclusivamente adibito a compiti di nomina e di spesa.
L’elezione diretta del Presidente di Regione ha, infatti, finalizzato per intero l’attività dell’Ente al progetto di rielezione dell’uscente oppure di un suo delfino favorendo l’elargizione a pioggia delle risorse, distribuendo le nomine per vie neppure partitiche ma di corrente o di “cerchio magico”, esaltando la logica di scambio all’interno stesso dell’Ente.
Hanno poi fatto registrare un fallimento clamoroso quei comparti affidati per intero alla gestione regionale: in particolare la sanità e i trasporti e adesso si starebbe cercando di far passare la competenza esclusiva su di un altro pezzo fondamentale come quello dell’istruzione pubblica.
Si è elevato alla massima potenza il deficit, i servizi sono paurosamente calati di qualità, il clientelismo (in particolare nella sanità) è stato elevato vieppiù a sistema.
Fattori non esclusivamente legati alla conduzione delle Regioni hanno inoltre determinato un ulteriore allargamento delle disuguaglianze sociali in diverse parti del Paese ed è questo un punto d’intervento politico completamente trascurato e che si sta pensando di risolvere, per quanto riguarda la situazione del Sud, con un rilancio in grande stile dell’assistenzialismo.
Le Regioni sono assolutamente da ripensare in quanto Enti. Un ripensamento che non può certo verificarsi sul piano semplicisticamente propagandistico della cosiddetta “autonomia differenziata”.

lunedì 18 febbraio 2019

Bologna. Laurea ad honorem a Draghi, ma gli studenti lo contestano

Venerdì 22 Febbraio il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi verrà insignito della Laurea ad Honorem in giurisprudenza per la difesa dei Trattati Europei.
Crediamo ci sia poco di onorevole nella carriera di Draghi: dopo aver iniziato la sua carriera nel mondo accademico e aver avuto importanti ruoli istituzionali al ministero del Tesoro, nella migliore tradizione delle “porte girevoli” tra pubblico e privato Draghi passa direttamente ai vertici di Goldman Sachs (una delle più grandi banche d’affari del mondo) come responsabile per le strategie europee. La stessa Goldman Sachs che consigliava al governo greco manovre finanziarie azzardate che hanno contribuito alla fragilità dei conti pubblici dello stato ellenico. Diviene quindi Governatore di Bankitalia per poi approdare alla Banca Centrale Europea (BCE).
Draghi è il teorico della tecnocrazia contrapposta all’espressione della volontà popolare. In un’intervista poco prima delle elezioni italiane del 2013 ha dichiarato che il vincitore non sarebbe stato importante tanto le riforme andavano avanti con il “pilota automatico”. Solo poche settimane fa rivendicava il diritto della BCE di ignorare le critiche dei governi eletti. La retorica del pilota automatico e di tutte le policy della BCE vengono presentati come ineluttabili in quanto espressione di teoria economica scientifica e certa, ma sotto la finzione della oggettività si nasconde una precisa scelta politica.
L’esempio più lampante di questo è rappresentato dalle decisioni di Draghi nelle vicende dell’estate 2015 nel corso della crisi del debito greco. La BCE nel momento più caldo della contrattazione fra la Troika e il governo greco ha ridotto l’accesso per le banche greche alla liquidità della BCE. Dietro queste espressioni tecniche si cela la portata del colpo di grazia alla traballante economia greca che l’ha condotta sull’orlo del collasso. Nonostante questa situazione il popolo greco ha coraggiosamente rifiutato le misure previste nel memorandum con il voto al referendum, voto poi rovesciato dal governo Tsipras che si è piegato alle minacce della Troika.
Draghi è stato in questi anni uno degli alfieri dell’austerità che l’Unione Europea ha “consigliato” ai governi complici del continente. Vi era la sua firma, accanto a quella del suo predecessore Trichet, sulla lettera mandata al governo Berlusconi nell’estate del 2011 in cui si pretendevano le cosiddette riforme strutturali, testualmente: tagli alla spesa pubblica (comprendente un meccanismo automatico di riduzione del deficit), privatizzazioni di larga scala, liberalizzazione dei servizi pubblici, superamento della contrattazione collettiva, flessibilizzazione (=precarizzazione) del mercato del lavoro, riduzione degli stipendi nel pubblico impiego e blocco del turnover, tagli alle pensioni.
La lettera arrivata addirittura a proporre una riforma costituzionale per rendere più stringenti le regole di bilancio, cosa effettivamente accaduta con la modifica all’articolo 81 della costituzione nell’aprile 2012. In generale la maggior parte di queste riforme anti-popolari e reazionarie sono state implementate dal governo Monti e dai governi PD che l’hanno seguito, e la parabola della contrattazione con Bruxelles di questo inverno ha dimostrato, non sorprendentemente, che anche il governo attuale intende proseguire supino nel loro attuamento.
Queste manovre sono state imposte non soltanto all’Italia, ma a tutta l’Eurozona, in particolare ai paesi del mediterraneo (i cosiddetti PIGS) con l’attiva complicità della BCE a guida Draghi. Questa infatti ha abdicato al suo ruolo di prestatore di ultima istanza e garanzia finale della stabilità dei debiti pubblici, tenendo i paesi sul filo del rasoio dell’attacco dei mercati. Draghi ha recentemente dichiarato che un paese perde “naturalmente” sovranità quando il debito pubblico è troppo alto, in quanto la sua sorte finisce nelle mani dei mercati. Ma questo è falso, in quanto una Banca Centrale (come la BCE) non ha alcun limite (tranne le regole che essa stessa si da) nell’acquisto di titoli di stato, il che abbassa il tasso di interesse (e quindi lo spread) e sottrae lo stato ai capricci dei mercati.
L’esempio principe in questo caso è il decisamente non socialista Giappone, con un debito pubblico pari a quasi il 200% del Pil (rispetto al 131% dell’Italia), oppure, in termini assoluti, a circa 10.000 miliardi (rispetto ai 2.500 miliardi dell’Italia), che però paga tassi di interesse bassissimi e non è mai considerato a rischio fallimento, proprio per l’impegno della sua Banca Centrale a coprire il debito.
La ragione per cui la BCE non si comporta allo stesso modo è puramente politica: mantenere un arma di ricatto nei confronti dei paesi europei ed implementare la ristrutturazione macro-regionale neoliberista che vuole essere l’Unione Europea.
Non il baluardo di pace e prosperità che ci trasmette la propaganda europeista, ma un macroblocco in grado di essere competitivo sul mercato internazionale (essere competitivi=vendere merci a prezzo minore= abbassare i salari), fondato su una netta distinzione fra un Centro a guida tedesca, fondato su un modello neo-mercantilista e che produce merci ad alto valore aggiunto, che detiene il potere politico reale, ed una Periferia (paesi mediterranei ma anche est-europa) a cui viene affidato il ruolo di colonia interna di fatto: questa polarizzazione si può vedere nelle migrazioni di massa verso il centro europa (ogni anno più di 150.000 italiani emigrano, in buona parte verso nord, sul piano di concentrazione di capitale (con interi blocchi produttivi dei paesi periferici in crisi acquistati in blocco dal capitale centrale) e sul piano commerciale (dove i paesi del Sud e dell’Est fungono da porto di sbocco per le merci prodotte, almeno per l’ultima parte, al Nord).
È in funzione di questo progetto che i trattati europei (che comprendono vincoli economici apparentemente arbitrari, come il limite del 3% del rapporto deficit/pil) sono stati stipulati, ed è per la difesa di questi trattati che Mario Draghi riceverà la sua laurea honoris causa.
Una laurea, si può dire, meritata se motivata in questo modo, ma che di “onorevole” non ha proprio niente.

venerdì 15 febbraio 2019

CORROTTI E CORRUTTORI

Ci risiamo. Nell’indice sulla percezione della corruzione del 2018, pubblicato qualche giorno fa da Transparency International, ci troviamo al numero 114 su 180 iscritti (si parla del Niger,ndr). Due punti persi rispetto all’anno precedente quando abitavamo la casella numero 112. Inezie, se paragonati alla Somalia, prima in ordine inverso, o ad altri Paesi in via di corruzione. Quanto all’Italia, pur facendo parte del continente ‘meno corrotto’, secondo la stessa agenzia, è classificata comunque tra i 13 Paesi più corrotti dell’Europa. Ad ognuno le sue corruzioni.
Qui da noi anch’esse sono di sabbia, si spostano a piacimento dalla polizia alla dogana e hanno tendenza ad accumularsi nella politica. Nulla di nuovo, insomma, sotto il sole del Sahel e di quello che splende altrove. I grandi corrotti non cercateli qui. La stessa Transparency è figlia del sistema che la genera. Cercateli invece tra gli azionisti delle banche, nelle direzioni delle multinazionali e in coloro che, in tutta impunità, orientano le grandi scelte politiche del sistema-mondo. Sono ben vestiti, hanno uno stile di vita incompatibile con gli altri umani e per certo hanno le mani pulite. Sono loro i grandi corruttori che viaggiano in tutta impunità.
Quelli di cui si parla nei rapporti sulla Trasparenza sono i piccoli corrotti, quelli che, per intenderci, usano le carriole o alle dogane fanno la cresta sui documenti e le merci. Pesci piccoli, che poi nelle foto di propaganda appaiono con soldi da mano a mano, Euro o franchi CFA, come va di moda da queste parti. Qui nel Niger, abbiamo persino una commisione statale che si prefigge di sconfiggere o almeno ridurre la corruzione nel Paese. Per pudore non dissimulato l’hanno chiamata Halcia. Alta autorità contro la corruzione e le infrazioni assimilate. La Commissione sta bene e il suo ruolo è del tutto simbolico: non gode di nessun potere giuridico. Essendo un’emanazione dello Stato, si guarderà bene dal segnalare ciò che potrebbe nuocere alla sua sempiterna sopravvivenza. Voluta per ridurre la corruzione, resta da chiedersi chi veglia, ora, su questa commissione e allora il tutto diventa una spirale senza fine. Perchè i corruttori organizzano le Grandi Frontiere del Mondo futuro. Queste ultime includono d’ufficio i ricchi, che possono pagarsi la cittadinanza del Nord. Ai più poveri, quelli a cui è vietato procacciarsi il visto d’ingresso, rimangono i canotti o al meglio le prigioni. Ad ognuno il suo.
Le frontiere europee sono insuperabili solo per chi viaggia sui canotti
‘Il Sole 24 ore’, giornale della Confindustria, menzionava qualche giorno fa che “nell’ultimo decennio sono stati almeno 133 mila gli oligarchi dell’ex Unione Sovietica, i milionari cinesi e arabi, i ricchi uomini d’affari turchi, libanesi, brasiliani, venezuelani e sudafricani, che hanno acquistato a mani basse la cittadinanza o la residenza in un Paese dell’Unione europea in cambio di soldi”. Detto da questo giornale, dev’essere vero. Corruttori e corrotti camminano assieme e riproducono il sistema solo a condizione di avere discepoli o almeno indiretti tifosi. Sono coloro che, tirano o pensano di trarre, un qualche beneficio dai misfatti delle categorie citate e che, per semplificare, possiamo chiamare ‘corruttibili’. Cittadini comuni che votano, si informano, seguono l’attualità quanto basta e attendono che arrivi il loro turno per mettersi in vista.
Nel frattempo, raccattano le briciole e le ossa che corruttori e corrotti si degnano di buttare sotto il tavolo alla fine del banchetto. I corruttibili applaudono a buffoni, cortigiani e mercenari perchè riducano la politica a spettacolo, l’economia a rapina naturalizzata e l’umana dignità a opzione da congressi. Sono gli spettatori indifferenti o i cittadini occasionali che compongono la base di coloro che permettono alla ‘banalità del male’ di installarsi in modo durevole nella storia. Fortuna che nella sabbia che tutto circonda, spuntano, grazie al vento, resistenze anonime che, per esempio, fanno memoria dei tre studenti uccisi in questo giorno, nel lontano 1990. Qui molti li chiamano martiri, e forse solo da questi ultimi si riorganizza l’ultima resistenza, quella di sabbia.

giovedì 14 febbraio 2019

Torino tra militarizzazione, sgomberi e sceriffi

L’operazione di sgombero dell’Asilo occupato del 7 febbraio si è caratterizzata per la sproporzione tra il numero di attivisti e solidali e le forze di polizia impiegate, molto simile ad un’operazione militare con la quale si vanno ad occupare strategicamente i punti nevralgici della città. Un assedio tipico di chi è certo di avere partit facile, sicuramente volto ad impedire che l’operazione potesse sfuggire di mano, ma è evidente l’intenzione di dare visibilità mediatica all’evento per terrorizzare i cittadini e guadagnare consensi dagli istinti più reazionari ora in quota Salvini.
Che la questura avesse in mente un atto di guerra, un assalto in pompa magna, non c’è alcun dubbio; specie se si pensa alle parole del questore Messina, che dopo il corteo di sabato 9 ha parlato di “prigionieri” e non di semplici arrestati a proposito dei fermati. Allo stesso modo non c’è alcun dubbio sul fatto che, a livello mediatico e di visibilità all’interno del quartiere Aurora, questa guerra è volta a separare nettamente la popolazione dagli occupanti dell’Asilo. Tutta la retorica che i giornali mettono in piedi sulla “violenza” e la “devastazione” che la città avrebbe subito è indirizzata a quest’ultimo tipo di operazione; e c’è da chiedersi perché la polizia punti a vincere anche da questo punto di vista.
E’ sempre il questore che si stupisce della solidarietà mostrata dalla piazza da quelle componenti, come i NoTav torinesi, che non sono legate all’ambiente anarchico ma che hanno composto un corteo di almeno mille persone. Il vicesindaco Montanari, da parte sua, ha affermato che l’Askatasuna, il Gabrio e la Cavallerizza non sono paragonabili all’Asilo, in quanto svolgono una funzione sociale che questa occupazione invece non avrebbe svolto.
Tutto ciò, però, dopo che la sindaca Appendino aveva affermato che “l’operazione di pubblica sicurezza” sarebbe stata un “intervento più volte richiesto nel corso degli anni e lungamente atteso da Città e residenti di Aurora, un quartiere che chiede semplicemente un po’ di normalità”. Una normalità che, in quello stesso quartiere, proprio la fame speculativa di banche, imprese immobiliari e multinazionali – come la Lavazza – da anni stanno puntando alla “riqualificazione”, come piace a questa amministrazione comunale in continuità con le precedenti; cioè a gentrificare il quartiere sfrattando centinaia di famiglie migranti – tante delle quali negli anni si sono rivolte  anche all’Asilo per evitare di finire in mezzo alla strada – cacciando i poveri sempre più lontani dal centro e dai posti da “riqualificare”.
Raramente abbiamo condiviso le prospettive e le modalità di lotta dell’Asilo, ma sappiamo bene che esse nascono, soprattutto in quel quartiere, su problemi reali che la Sindaca ha dimostrato di voler risolvere semplicemente con la militarizzazione e con la repressione di quegli spazi.
Non si stupiscano quindi Questura, Sindaca e Consiglieri, che vari spazi, realtà politiche cittadine e tanti compagni abbiano manifestato in solidarietà con l’Asilo. Perché sappiamo bene che il trattamento riservato a questo spazio è solo un anticipazione di come si gestiranno i conflitti sociali che la politica, nazionale e cittadina, non è in grado e ne mostra alcuna volontà di gestire in maniera diversa.
Addirittura la Sindaca Appendino ha parlato di qualcuno che avrebbe “sporcato i valori dell’antifascismo e dell’antirazzimo”; parole veramente difficili da ascoltare da parte di chi governa assieme ad una forza di governo come la Lega (un cui cui consigliere ha invocato “un po’ di scuola Diaz” per i manifestanti) e che ha approvato cose come il “pacchetto sicurezza” nei confronti dei migranti, o che non ha in alcun modo tentato di opporsi alle derive xenofobe del suo alleato di governo, spesso anzi tentando di cavalcarle.
Non prestiamo quindi il fianco a chi cerca di aprire fratture tra manifestanti “buoni” e “cattivi”, soprattutto a chi sempre di più cerca di indossare la giacca della polizia per gestire le contraddizioni sociali e politiche di questo paese.

mercoledì 13 febbraio 2019

Bernard-Henri Lévy: il “ragazzo immagine” di un’Europa fasulla

Il pensatore francese Bernard-Henri Lévy è recentemente salito alla ribalta come “ragazzo immagine” nella difesa dell'”Europa” contro l’avanzata dei partiti nazionalisti-populisti così temuti dall’establishment. Ma è più probabile che il coinvolgimento di Lévy finisca per costituire un vantaggio per i nazionalisti. Nella sua lunga carriera, buona parte della quale passata sui media, come noto filosofo parigino, Lévy è stato un fondamentale artefice degli atteggiamenti culturali che hanno portato ai guai attuali della Francia.


Una strategia politica più saggia, per quanto poco onesta, per i partiti neoliberisti merkelisti e macronisti sarebbe di smussare le loro caratteristiche ideologiche e presentare i loro candidati come dei comuni, ordinari patrioti di centro-sinistra o di centro-destra. È quello che sta tentando Macron, con discreto successo, nella sua stessa battaglia contro i gilet jaunes. Oggi appare in TV con una bandiera nazionale ben in vista al suo fianco, e cerca di conquistare il pubblico con lusinghieri riferimenti patriottici all’”eccezionalità” della Francia.


Ma ecco che arriva Lévy, che con una dichiarazione pubblica sottoscritta da 30 scrittori e intellettuali getta il guanto ideologico sulle prossime elezioni. “L’idea di Europa è in pericolo“, recitano Lévy e i suoi co-firmatari. È sotto attacco da parte di “falsi profeti ubriachi di risentimento e in delirio davanti all’opportunità di cogliere le luci della ribalta“. Le elezioni del Parlamento europeo di maggio, affermano Lévy e i suoi firmatari, “rischiano di essere le più disastrose mai viste“. Chiamano gli europei a “una nuova battaglia per la civiltà“. “Suonano l’allarme” senza indugio contro “questi incendiari dell’anima e dello spirito che vogliono fare un falò delle nostre libertà“. Ma a Lévy non basta una semplice lettera pubblica. Promette un tour in decine di città europee a partire da marzo. A 70 anni si propone di diventare il paladino continentale della resistenza ai partiti euroscettici.


Invero, la sua coerenza merita rispetto. Bernard-Henri Lévy, o BHL come lo chiamano in Francia, è da sempre stato acerrimo nemico del nazionalismo francese. Ne L’Ideologie francaise, il libro del 1981 che cementò la sua fama come il più telegenico dei “Nuovi filosofi” francesi e fece di lui un brillante personaggio nel mondo degli intellettuali da piccolo schermo, BHL ha dato un energico impulso di nazional-popolarità a un’idea che è diventata il cliché preferito di ogni antifa o casseur desideroso di soffocare la libertà di parola nel mondo accademico occidentale: chiunque abbia un’idea che non condividi è letteralmente Hitler.



Nel suo libro, BHL sostiene che non c’era bisogno di sconfiggere i nazisti nel 1940 perché la Francia diventasse fascista, dato che i precursori del regime di Vichy erano già ovunque nella vita intellettuale francese. Essi sono parte integrante, come proclama il titolo, de “L’ideologia francese”. Si tratta della distorta semplificazione di una tesi avanzata in altri modi da storici seri – secondo cui il disprezzo per la democrazia parlamentare, l’ostilità al capitalismo borghese, l’antisemitismo, tutti elementi insiti in Vichy, non erano certo esclusiva dei tedeschi. Ma BHL spinge il ragionamento ai suoi limiti estremi, includendovi praticamente qualsiasi scrittore francese di fama e sensibilità patriottica. Maurice Barrès, cha ha celebrato in letteratura il popolo francese nato da sangue e suolo comuni: bollato come un precursore di Vichy. Il cristiano socialista Charles Péguy, anche lui precursore di Vichy. Al partito comunista francese BHL non rimprovera di essere eccessivamente stalinista, ma di essere troppo francese. Nella narrazione di BHL, ogni scrittore francese che abbia mai celebrato il popolo francese diviene un predecessore del nazional-socialismo.


In una feroce critica dell’opera, Eric Zémmour conclude: “Amare la Francia è di destra ed estrema destra; l’estrema destra è Vichy; Vichy è la retata di Vel d’Hiv; Vel ‘d’Hiv, è la Shoa. QED, amore per la Francia = sterminio di ebrei“. Il libro è stato un successo e ha venduto bene, nonostante le feroci critiche alla sua eccessiva semplificazione da parte di alcuni (come Raymond Aron) che pure erano vicini a Lévy e generalmente favorevoli nei confronti dei Nuovi Filosofi come gruppo. Il lavoro di Lévy è stato strumentale all’avvio di una guerra culturale nella quale il ministro degli interni francese non riesce ad espellere un immigrato clandestino senza essere bloccato da attivisti per i diritti umani benpensanti che lo paragonano a Hitler. Questa, ovviamente, è l’era in cui oggi viviamo.


La carriera di BHL non si è fermata qui: è diventato un energico attivista appassionato di diritti umani, anche se in modo selettivo. Esistono filmati dove appare sulle barricate di Maidan, o a convincere il suo amico presidente Nicolas Sarkozy che la Francia aveva il dovere aiutare i ribelli che cercavano di rovesciare il Moammar Gheddafi in Libia. Tuttavia, secondo BHL non tutte le vittime dei diritti umani meritano la stessa attenzione, e alcuni nazionalismi basati sul sangue e sul suolo sono più accettabili di altri. Col passare degli anni Levy ha sviluppato un grande attaccamento per Israele. Oggi è diventato un apologeta per qualunque cosa il governo israeliano abbia voglia di infliggere ai palestinesi, a Gaza o altrove. Come dice Zémmour, notando il contrasto tra gli interventi di Lévy sui media riguardo la Francia e Israele, “BHL ha preso l’abitudine di interpretare un doppio ruolo, Zola a Parigi e Barrès a Gerusalemme“.


E adesso, questo anziano e facoltoso filosofo sarà il volto pubblico più importante della campagna per salvare l’Europa dai partiti euroscettici. Il dibattito elettorale promette di essere avvincente e senza precedenti. I partiti di destra e nazionalisti hanno, in generale, una visione articolata dell’Europa – il loro nazionalismo, in quanto tale, è diretto non contro gli altri europei, ma contro l’immigrazione di massa extra-europea. I loro punti di vista sono più o meno quelli sostenuti da Charles de Gaulle: che un’Europa degli stati nazione è più propensa a mantenere e promuovere gli aspetti creativi della civiltà europea rispetto a un’Europa dominata da burocrati che hanno elevato la libertà di movimento e diritti umani universali al rango di una pseudo-religione. Ma, nella pratica, sono molti i punti su cui occorre ancora lavorare.


Un altro gruppo di intellettuali europei [chiamato The True Europe, che include nomi come Philippe Bénéton e Roger Scruton, N.d.T.], che mira a preservare l’identità europea a fronte della globalizzazione e delle pressioni migratorie, ha pubblicato un proprio manifesto. La sottigliezza e profondità in esso espresse sono in netto contrasto con la dichiarazione redatta da BHL e dai suoi amici. Ne hanno discusso commentatori come Robert Merry, ma nel complesso ha attirato molta meno attenzione da parte dei media rispetto a BHL. I suoi autori sostengono una tesi difficile da riassumere, ma uno dei suoi punti chiave è che esiste un’Europa storica, forgiata culturalmente dal cristianesimo e politicamente dall’ascesa di stati nazione in opposizione all’imperialismo centralizzatore. Questa Europa è l’unica casa possibile dei popoli europei, e non può essere sostituita dalla falsa Europa di una UE che continua ad espandere i suoi poteri in maniera incontrollata, di un’immigrazione di massa senza assimilazione e di una cultura accademica dominata dal rimorso per qualsiasi aspetto del suo passato.

martedì 12 febbraio 2019

Un referendum sui Trattati europei e via l’art.81. Adesso se ne discuta in Parlamento e nel paese

Nelle prossime settimane alla Presidenza della Camera dei Deputati, verranno consegnate le firme a sostegno delle due proposte di legge che chiedono la possibilità di sottoporre a referendum l’adesione dell’Italia ai Trattati europei e l’abrogazione dell’art.81 introdotto arbitrariamente in Costituzione dal governo Monti (con l’appoggio di tutti i partiti presenti allora in parlamento) nel 2012.
La due proposte di legge su cui la Piattaforma Eurostop e l’Unione Sindacale di Base hanno raccolte le firme nei mesi scorsi, verranno accompagnate da una presentazione politica che ne mette in evidenza il valore politico. I promotori chiedono adesso che se ne discuta in Parlamento ma soprattutto che la popolazione venga messa in grado di poterne discutere e decidere.

Nell’Unione Europea non siamo di fronte a un “deficit di democrazia”, come da decenni si sostiene, siamo in presenza di una costruzione oligarchica e tecnocratica, che ha esautorato le prerogative dei parlamenti, svilito la rappresentanza politica, reso impotente il voto dei cittadini.
A differenza dell’Italia, in molti paesi membri dell’UE i cittadini possono votare sui Trattati UE, e quando l’hanno fatto si sono pronunciati contro le proposte avanzate dai capi di Stato e di governo riuniti nel Consiglio Europeo: basta ricordare il voto con cui i cittadini francesi e olandesi, nel 2005, affossarono il Trattato istitutivo della Costituzione, per questo sostituito successivamente dal Trattato di Lisbona.
Con questa proposta di legge costituzionale si propone di far svolgere un referendum di indirizzo sui Trattati dell’UE, del Fiscal Compact e del MES, in modo da superare le strettoie dell’art. 75 Cost., che esclude la possibilità di sottoporre a referendum abrogativo i trattati internazionali.
La proposta di indire un referendum di indirizzo per far pronunciare i cittadini italiani sui Trattati UE, sul Fiscal Compact e sul MES riprende il precedente del 1989, quando, in occasioni delle elezioni del Parlamento Europeo, venne sottoposto un quesito sull’opportunità di affidare al Parlamento Europeo il compito di elaborare un progetto di Costituzione europea.
Relativamente all’art.81 arbitrariamente introdotto nel 2012 in Costituzione, occorre sottolineare che la legge costituzionale 1/ 2012 ha introdotto nella Carta costituzionale il principio del pareggio di bilancio (“equilibrio tra le entrate e le spese”). Si tratta di una modifica costituzionale infausta, frutto del peggior revisionismo costituzionale. I vincoli costituzionalmente imposti all’azione di pubblici poteri e i limiti alle finanze pubbliche non hanno tenuto in nessun debito conto la necessità di assicurare i diritti fondamentali delle persone. Sono questi valori costituzionalmente incomprimibili, declinati nel testo della nostra costituzioni come diritti “inviolabili”, che la Repubblica deve in ogni caso riconoscere e garantire (ex articolo 2 della nostra Costituzione).
D’altronde, neppure vincoli europei possono legittimare la scelta compiuta nel 2012 dal revisore costituzionale italiano. Vero è, infatti, che in sede europea si sono prodotti una serie di documenti (Trattati, regolamenti, raccomandazioni, lettere) tutti indirizzati a perseguire la politica del “rigore” che si è dimostrata fallimentare. Molte sono state inoltre le sollecitazioni rivolte ai singoli Stati affinché adottino normative restrittive delle spese e limitative dei diritti (di quelli sociali in specie). Alcuni vincoli sono stati introdotti direttamente nella normativa europea o in quella collaterale (Patto Euro plus e Six Pack entrambi del 2011, Fiscal compact – “Trattato di stabilità – del 2012, Two Pack del 2013), però nessuno di questi atti ha “imposto” una modifica costituzionale ai Paesi soggetti alla normativa europea.

Lo stesso Fiscal compact – al quale, in base alla retorica dominante, si imputa la scelta di modificare la Costituzione introducendo il principio di pareggio – ha obbligato sì a introdurre principi di equilibrio dei conti “tramite disposizioni vincolanti e di natura permanente”, ma con una semplice indicazione di “preferenza” per il livello costituzionale (art. 3, comma 2 del Fiscal compact). La scelta dunque di “costituzionalizzare il principio del pareggio di bilancio”, come sopra già ricordato, ricade pienamente nella responsabilità politica del Parlamento italiano. Ciò comporta il gravissimo effetto di rendere immodificabili le politiche del rigore anche nell’ipotesi – auspicabile e da perseguire politicamente – di un ravvedimento a livello europeo

lunedì 11 febbraio 2019

Il grandioso crollo dell’austerità europea

Piovono conferme, non avevamo capito male. Il “documento Altmaier” è la dichiarazione di fallimento del modello economico che è stato imposto con la forza alla Germania e a tutta l’Unione Europea negli ultimi venti anni. E l’annuncio, ancora imbarazzato e senza una chiara strategia, di una inversione di rotta.
Non basta infatti rendersi conto di aver sbagliato tutto, se l’universo concettuale con cui si ragiona è ancora quello che ha prodotto il disastro. Ne abbiamo una dimostrazione nel demenziale “dibattito politico” italiano, dominato da “esperti” che ripetono le antiche sciocchezze sull’austerità necessaria e i “soldi che non ci sono”, incaricati di combattere degli autentici idioti che sentono suonare le campane ma non sanno da dove (Lega e Cinque Stelle).
L’errore, infatti, non è dipeso da un cattivo uso della ragione, ma dalla assoluta prevalenza di interessi materiali: in specifico quella delle multinazionali dell’industria manifatturiera classica e della finanza speculativa. Un’accoppiata che ha impedito di affrontare sul serio le sfide dell’innovazione tecnologica (pur riempiendosene la bocca ad ogni cerimonia ufficiale), ha depresso violentemente il mercato interno europeo (il primo del mondo, quando ancora i salari non erano stati violentemente compressi), e soprattutto distrutto il sistema dell’istruzione (in Italia siamo arrivati addiritura a sentire ministri dire “con la cultura non si mangia”…).
La borghesia multinazionale europea, grazie al dominio della Germania, si è crogiolata nel vantaggio accumulato nei decenni precedenti (grazie a quel “modello sociale europeo” imposto dal conflitto sociale e dalla presenza dell’Urss), mentre gli Stati Uniti delocalizzavano la produzione e i giganti asiatici cominciavano appena a tirarsi fuori dal sottosviluppo.
L’America è a pezzi e si è inventata un Trump per tentare di riprendere almeno il controllo delle sue filiere tradizionali (di qui, tra l’altro, la catena di golpe in America Latina e l’assalto al Venezuela, principale riserva strategica petrolifera del pianeta). La Cina è diventata la locomotiva del mondo e ora punta ad esserne anche il principale mercato per i consumi.
L’Europa è ferma, inchiodata agli ormai problematici profitti di un ristretto gruppo di imprese multinazionali con scarse prospettive di sviluppo nelle nuove condizioni. E senza gli strumenti che potrebbero consentire di invertire rapidamente la marcia, a partire dall’”economia della conoscenza” e dall’intervento dello Stato nell’economia (di cui è andato smarrito, di divieto in divieto, persino il know how di base).
Si fa avanti perciò un’idea pericolosa di “competizione globale” che minaccia sfracelli sociali peggiori e crisi finale anche delle apparenze della democrazia.

Oltre gli articoli già proposti sul tema, di cui forniamo i link a fondo pagina, vi proponiamo l’editoriale di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza, che inchioda l’establishment “europeo ed europeista” alle sue responsabilità. E alla sua satolla miopia…

venerdì 8 febbraio 2019

Reddito di cittadinanza troppo alto? No, sono i salari ad essere troppo bassi!

Il reddito di cittadinanza è troppo alto: “potrebbe scoraggiare i giovani dal cercare lavoro”. Confindustria, per bocca di Pierangelo Albini – direttore dell’area Lavoro e Welfare dell’organizzazione che rappresenta le imprese -, pone l’accento su quello che considera un rischio insito nel provvedimento di sostegno al reddito che sarà operativo dal 6 marzo.
Secondo Albini, che si è espresso nel corso di una audizione in Commissione Lavoro al Senato, il reddito di cittadinanza potrebbe insomma essere più un problema che una soluzione: la cifra di 780 euro al mese potrebbe secondo lui rappresentare un disincentivo, più che uno stimolo, alla ricerca del lavoro. Sopratutto per gli under 30.
Perché sotto i 30 anni lo stipendio, facendo una media statistica, si aggira intorno agli 830 euro netti al mese. Se senza lavorare posso averne 780, perché dovrei lavorare per averne solo 50 in più?
Questo il “ragionamento” di Confindustria, che è anche la fotografia di come funziona il mercato del lavoro in Italia.
Senza vergogna.

Perché il problema – che si dovrebbe porre in primis la politica, ma anche una classe imprenditoriale responsabile e non concentrata solo sul proprio profitto nel brevissimo termine – non dovrebbe essere che il reddito di cittadinanza è troppo altro.
Il problema è che i salari sono troppo bassi.
Sempre nel corso dell’audizione, Albini ha specificato meglio alcuni dati sugli stipendi “under 30”: 910 euro al nord, che scendono a 700 al sud.
Cifre che sono distanti anni luce dal costo della vita, e che – tra l’altro – riguardano non solo gli under 30, ma un numero altissimo di lavoratori di età superiore.
Anche Tito Boeri – presidente dell’Inps – aveva espresso un ragionamento simile: quasi il 45% dei dipendenti privati del Sud ha “redditi da lavoro netti inferiori a quelli garantiti dal Rdc a un individuo che dichiari di avere un reddito uguale a zero”. Quindi un reddito di cittadinanza “così alto” farebbe passare la voglia di andare a cercarsi un lavoro che ti fa guadagnare meno soldi.
Completamente assente, anche in questo caso, un ragionamento sul livello – inaccettabilmente basso – degli stipendi.
Perché se un intervento a sostegno del reddito supera il livello del reddito stessi, l’evidenza è solo una, semplicissima da comprendere anche per chi non insegna alla Bocconi: i salari sono troppo bassi, al di sotto del livello della sopravvivenza.