venerdì 26 febbraio 2021

E nemmeno la divulgazione scientifica si salvò dalla geopolitica

 

Martedì sera ho assistito ad un pezzo del talk che va in onda su La7, #dimartedì. Ad un certo punto, sotto la conduzione del solito Floris, si fronteggiavano sul tema emergenza Covid la biologa e divulgatice Barbara Gavallotti, la nostra compagna di PaP, Marta Collot ed un tale che dicono faccia il direttore del Corriere dello Sport, che ne sparava una più grossa dell’altra.

Marta, ad un certo punto della discussione, ha fatto notare che, nonostante 60 anni di embargo (#Bloqueo = blocco economico imposto dagli USA), Cuba è riuscita a produrre un suo vaccino, mentre noi rincorriamo e subiamo lo strapotere ed il ricatto delle multinazionali, come dimostra anche l’ultima decisione di Astra Zeneca di dimezzare le dosi di vaccino destinate per contratto all’Italia e che, sicuramente, finiranno al mercato nero parallelo.

Marta ha, poi, concluso il suo breve ragionamento affermando che l’unica soluzione a questa impasse che rischia di allungare di anni il piano di vaccinazione, è pubblicizzare (violandoli) i brevetti e riconvertire la produzione nelle fabbriche farmaceutiche adatte  allo scopo, ed ha citato, come esempio, la piccola Cuba che è riuscita a produrre il suo vaccino Soberana, pubblico e gratuito.

A quel punto Marta è stata contraddetta da Barbara Gallavotti che ha affermato “il vaccino cubano Soberana02 è ancora in Fase 1. Il vaccino cubano è solo una speranza di vaccino“.

Qui in Italia non abbiamo neanche la speranza, verrebbe di dire. Ma comunque quell’affermazione è falsa, non è così.

Nonostante le durissime restrizioni economiche causate dall’embargo statunitense, che incidono pesantemente proprio sulle forniture mediche e cliniche, scrivono Ed Augustin e Natalie Kitroeff sul NewYorkTimes (organo ufficiale del partito comunista cubano?), Cuba entrerà, fra pochissimi giorni, nella fase tre della sperimentazione di uno dei quattro vaccini contro il covid-19 attualmente allo studio sull’isola.

Ma prima ancora del NYT, ci aveva pensato Fabrizio Chiodo, immunologo italiano che dal 2014 collabora con l’istituto di vaccini Finlay de L’Havana, dove è anche professore alla Facoltà di Chimica, a farci il punto sugli ottimi risultati raggiunti dall’equipe cubana di cui fa parte.

Il compagno e professore Fabrizio Chiodo, tornato da qualche settimana in Italia, ci ha anche illustrato i motivi che hanno portato l’isola sotto embargo ad avere solo 140 morti su 11 milioni e mezzo di abitanti da inizio pandemia: “a Cuba c’è un sistema medico totalmente pubblico e di qualità, c’è un arsenale biotecnologico di altissimo livello e c’è il più alto numero di medici di famiglia per cittadino.”

Per questo, conclude l’immunologo italiano espert e, prima ancora, la carriera, of course.
E intanto, qui, da noi, siamo già alla terza ondata ed a quasi 100.000 morti, perché il Covid (come gli altri virus) – si sa – se ne frega bellamente della geopolitica e dei vecchi totem novecenteschi, tipo, “l’atlantismo”.o di tecnologie farmaceutiche, “c’è grande fiducia nella scienza e non c’è bisogno di nessun obbligo vaccinale“.

Ero un ammiratore di Barbara Gallavotti ed indubbiamente a lei sono debitore di tantissimi chiarimenti riguardo innumerevoli aspetti della pandemia di covid. Non mi aspettavo che cadesse su una questione così delicata e complessa come quella delle speculazioni e dei brevetti dei vaccini, proprio mentre il nostro paese sta per toccare la tragica cifra di 100.000 morti.

Certo, non aveva mai speso nemmeno una parola per il vaccino russo Sputnik che ha concluso con esito brillante (91,6% di efficacia) la fase 3 della sperimentazione già da alcune settimane ed i cui risultati sono stati pubblicati su The Lancet, prestigiosa rivista scientifica britannica secondo cui, quel vaccino è ‘peer reviewed‘, ovvero, validato da esperti scientifici esterni.

E che importa se l’Agenzia europea per i medicinal e, prima ancora, la carriera, of course.
E intanto, qui, da noi, siamo già alla terza ondata ed a quasi 100.000 morti, perché il Covid (come gli altri virus) – si sa – se ne frega bellamente della geopolitica e dei vecchi totem novecenteschi, tipo, “l’atlantismo”.i (Ema) ha fatto sapere di non aver ancora ricevuto alcuna domanda di autorizzazione per il vaccino russo Sputnik V, “nonostante ci siano articoli che affermano l’opposto”.

Certo i russi sono orgogliosetti, ma in quanto a permalosità pure l’EMA non scherza proprio. Non dovrebbero venir prima la vita e la salute di noi tutti, piuttosto che le scaramucce ed i dispetti tra russi e UE?

E nemmeno una parola, la simpaticissima e bravissima Barbara Gallavotti, ha mai speso sul fatto che mentre a Cuba – come del resto in Cina e Vietnam – i decessi da Covid si contano sulle dita di una mano, mentre nella “più grande democrazia del mondo”, gli Stati Uniti, i morti di Covid sono più di mezzo milione.

Ma cosa contano tutti quei morti davanti agli interessi supremi del “libero mercato” e della “concorrenza”?

Paga o muori: è questo l’imperativo, sacro e irrevocabile, su cui si regge tutto il cucuzzaro che consente ad una risibile minoranza di paperoni di continuare ad arricchirsi selvaggiamente su tutto proprio tutto, salute compresa. E cosa è meglio di una pandemia come quella da Covid19 per spostare ogni attività speculativa su ciò di cui l’umanità ha ora più bisogno, ovvero, gli irrinunciabili vaccini?

D’altronde, atlantismo, europeismo ed una spruzzata di “ambientalismo” sono i cardini del “governo di salute pubblica” del restauratore Draghi (dopo gli sbandamenti a corrente alternata in politica estera, a volte pro-Cina e a volte pro-Russia) e chissà che alla brava Barbara Gallavotti non arrivi una bella chiamata per un bel posto prestigio. Hai visto mai…

Che se poi ti sbilanci, non ti chiamano più a Quark e nemmeno a La7. Oddio…

Prima la scienza? Ma nooo, prima la “geopolitica”. E.e, prima ancora, la carriera, of course.

E intanto, qui, da noi, siamo già alla terza ondata ed a quasi 100.000 morti, perché il Covid (come gli altri virus) – si sa – se ne frega bellamente della geopolitica e dei vecchi totem novecenteschi, tipo, “l’atlantismo”.

giovedì 25 febbraio 2021

Ingiunzione ai big del delivery. I rider devono essere regolarizzati

 

Alle maggiori società di delivery come Just Eat, Glovo Foodinho,  Uber Eats e Deliveroo verranno recapitati i verbali con le sanzioni disposti dalla Procura della Repubblica di Milano che imporranno di trasformare i contratti dei rider da lavoratori autonomi a parasubordinati, cioè co.co.co, con contratto di lavoro coordinato e continuativo.

Ciò significa che almeno 60.000 rider dovranno essere assunti. Non più pagati a cottimo, – che tra l’altro e fino ad ora è vietato dalla legge – ma con un contratto fisso, con tanto di obbligo di visite mediche, formazione e fornitura di attrezzature adeguate.

Tra gli indagati ci sono i vertici delle società, tra amministratori delegati, presidenti dei consigli di amministrazione e delegati per la sicurezza e in tema di contratto di lavoro. Le multe sono state comminate per violazione della legge 81, che nei suoi vari articoli prevede obblighi di prevenzione dei rischi, obbligo di visite mediche e protezione individuale e di formazione specifica per le attività: le presunte violazioni hanno portato poi “alla contestazione di una serie di reati contravvenzionali per il totale di 733 milioni“, che possono essere estinti pagando fino ad un quarto della pena massima. Le aziende hanno novanta giorni per adeguarsi, e non incappare in un decreto ingiuntivo.

L’ indagine era partita dalla Procura di Milano e si è via via estesa al resto del paese dove ogni giorno vediamo per le strade migliaia di fattorini,

L’agenzia Agi riferisce che nelle disposizioni dei magistrati viene condannato anche il “meccanismo del ranking“: “Perché non è affatto vero che hanno libertà di decidere quando andare a lavorare, perché chi non può farlo, anche solo per un giorno magari per motivi di salute, viene penalizzato” dall’algoritmo” sostengono i magistrati.

I rider sono cittadini che hanno bisogno di una tutela giuridica” – ha affermato il procuratore capo di Milano, Francesco Greco – “In questa situazione di Covid i rider hanno svolto una funzione essenziale sia per portare da mangiare alle persone, sia per permettere a molte imprese di sopravvivere, con le consegne“.

Ma il magistrato ha anche precisato che “Ci troviamo davanti ad un’organizzazione aziendale che funziona attraverso l’intelligenza artificiale. Non c’è più il caporalato che conoscevamo prima, con il capo-reparto che sorveglia i lavoratori, ma in questo caso è un programma a sorvegliarli. E questo è un problema che ha dei risvolti giuridici. I nuovi tipi di lavoro pongono poi “problemi di competenza territoriale e giurisdizione“.

Su Uber Eats, è stata aperta a Milano anche una indagine di tipo fiscale. Il fascicolo ha l’obiettivo di “verificare se ci sia una stabile organizzazione occulta” che nasconde al Fisco italiano gli introiti delle grandi società di delivery.

I magistrati proveranno a verificare “se si debbano riportare in Italia” le entrate ottenute “attraverso l’attività dei ciclo-fattorini“. Il capo dell’ufficio inquirente milanese ha spiegato che “i pagamenti” da parte dei clienti “sono effettuati online e non sappiamo dove vengono recepiti“.

Nei mesi scorsi sempre da Milano era partito il commissariamento per caporalato verso Uber Italy, la filiale italiana della multinazionale del delivery. Il tribunale aveva disposto l’amministrazione straordinaria, dopo aver scoperto delle ditte di intermediazione che pagavano i fattorini meno di 3 euro a consegna con la compiacenza di una dirigente di Uber. Il processo con rito abbreviato per la parte penale è ancora in corso.

martedì 23 febbraio 2021

Chi assorbirà il grande dissenso popolare al governo Draghi?

 

chi assorbirà il dissenso popolare, già ampio oggi malgrado la martellante pubblicità e che nei prossimi mesi crescerà (come accadde a Monti e tutti i sedicenti governi tecnici)?

Fateci caso: secondo il sondaggio ad avere fiducia in Draghi è il 65% degli italiani; ma alla Camera la fiducia gliel’ha data il 91% dei deputati (535 sì e 56 no).

In altre parole, su questa questione, piuttosto rilevante, più di un quarto dei cittadini (il 26%, ottenuto sottraendo al 35% di italiani antidraghisti il 9% di parlamentari che hanno votato no) non è rappresentato dai partiti che aveva votato.

Cosa farà questa gente fra due anni? I giornalisti e le celebrity già lavorano per indurla all’astensionismo rispolverando (non sanno fare altro) il logoro slogan del “tanto sono tutti uguali”; che nella fattispecie è anche vero, ma non dovrebbe impedire a chi è insoddisfatto di farlo sapere votando contro.

Magari Potere al Popolo, tanto per vedere l’effetto che fa, e la volta dopo, se non avesse funzionato, qualcos’altro, non importa cosa, purché sia davvero altro (non la solita lista civica che ricicla leghisti, piddini e berlusconiani). 

Naturalmente sarebbe meglio se invece nascesse una forza politica credibile e apertamente antiliberista, come un tempo pensavo fosse il M5S (e potrebbe tornare a essere), che però non ambisca al governo a qualsiasi prezzo e non si identifichi con l’intero paese pur avendo ottenuto al massimo il consenso di un terzo degli elettori (adesso ridotto a un sesto se pure).

No, il suo scopo dovrebbe essere dar voce agli scontenti aggregandoli gradualmente e organizzandoli in una forza di opposizione determinata e aggressiva, non succube e non affetta da complessi di inferiorità; traendo vantaggio dagli errori e dalle porcherie che immancabilmente Draghi e i suoi alleati ed eredi commetteranno, e facendosi trovare pronta quando la prossima catastrofica crisi colpirà, e allora cogliere l’occasione, senza scrupoli e senza incertezze, spazzando via questa élite marcia e i suoi servi in un colpo solo e in modo definitivo.

lunedì 22 febbraio 2021

La scommessa economica di Biden e le sfide della UE

 

La crisi del modo di produzione capitalistico è un fatto acclarato. Allo stesso tempo lo è la sempre più aspra competizione che genera tra i tre maggiori blocchi politico-economici: USA, UE e Cina.

Questa crisi è stata aggravata dalle conseguenze particolarmente rilevanti della Pandemia a causa dell’incapacità strutturale di affrontarla da parte di due sistemi sociali come quello statunitense e quello “europeo”.

Se la crisi è un tratto comune a tutti gli attori dell’attuale economia-mondo, differenti sono le risposte che si stanno attuando per superarla.

Va detto subito che la Cina sembra essere la potenza più attrezzata per superare le storture relative a quegli aspetti della propria economia, che aveva in parte mutuato dal modello di sviluppo del capitalismo occidentale.

USA e UE ricorrono invece a formule che sembrano destinate a generare maggiori mali di quelli che si vorrebbero curare, con ricette solo parzialmente di rottura.

Partiamo dalla semplice considerazione del fallimento empirico delle soluzioni proposte dopo la crisi innescata dai mutui “sub-prime”, poco meno di quindici anni fa o, come afferma l’autore dell’articolo che abbiamo qui tradotto:

“Nel decennio successivo a quella crisi, l’economia statunitense, insieme a quasi tutte le altre economie avanzate, non è riuscita a tornare sul percorso della produzione pre-crisi.”

La pandemia poi ha reso evidente che le oligarchie statunitensi ed europee non sono andate oltre alla logica del cane che si mangia la coda.

“Convivere con il virus” per non contrarre ulteriormente l’economia e stare al passo con gli altri competitor, oltre ad una strage di vite umane, non ha minimamente fermato la corsa verso l’abisso di sistemi economici già stressati ma ha senz’altro avviato un ciclo di ristrutturazione su amplissima scala, dai ritmi piuttosto scadenzati in un ampia gamma di settori.

Noi ci troviamo quindi dentro questo ciclo di ristrutturazione del capitale monopolistico per il rilancio dell’economia nella fase post-pandemica, in un passaggio di fase che comunque vada ri-configurerà la società nel suo complesso, compresa quella cosa chiamata politica.

Lo vediamo anche nel nostro ridotto nazionale, dove la crisi politica che ha portato alla fine del Conte-bis ha aperto la strada al commissariamento di fatto del nostro Paese da parte della UE con Draghi, che sarà prima capo dell’esecutivo e poi Presidente della Repubblica, ed tutto il ceto politico costretto ad un aut-aut secco: o mangi questa minestra, o salti dalla finestra.

La fine della transizione politica in USA ed il commissariamento del nostro Paese sono due fenomeni contemporanei ed in parte intrecciati.

Per focalizzarci sugli USA, che è l’oggetto dell’articolo qui tradotto, è necessario chiarire  subito che le formule adottate da Biden sono in netta continuità con le politiche fin qui perseguite attraverso indebitamento, immissione di liquidità ed un costo del denaro irrisorio.

Per essere realizzate, il dollaro dovrà essere in grado di conservare la sua rendita di posizione internazionale, scaricando i costi dello sperato rilancio economico USA – che ha importanti aspetti di sviluppo in settori strategici dell’economia – sul resto del mondo, mantenendo inalterata l’appetibilità dei propri mercati finanziari e dei propri differenti titoli pubblici.

Intanto ha proceduto ad una manovra di stimolo economico con dimensioni da New Deal che, se si sommano i provvedimenti presi dalla precedente amministrazione Trump e dell’entrante Biden, ammontano addirittura al 14% del PIL. La differenza sta appunto nell’ordine di grandezza.

Il dibattito economico è acceso, e l’unica paura dei pezzi da Novanta del pensiero economico sembra essere la possibile crescita dell’inflazione. Uno spauracchio per chi ha fin qui sostenuto la deflazione salariale senza se e senza ma e quindi il contenimento del potere d’acquisto delle classi subalterne, surrogato da un maggiore accesso al credito su cui si costruivano i castelli di carta dell’economia finanziaria.

L’Unione Europea sembra seguire a rimorchio, costretta a fare salti in avanti epocali per cercare di reggere la competizione, senza avere però né la rendita di posizione della valuta statunitense, né la sua potenza militare, né tanto meno i livelli di centralizzazione del potere politico. Dispone però comunque di alcuni punti di forza.

Deve adeguarsi ed in fretta ed impedire che le sue fragilità strutturali diventino il ventre molle in cui i competitor affondano i propri artigli.

Riprendiamo il discorso del Financial Times.

“Tra coloro che guardano con invidia oltre l’Atlantico ci sono gli europei, che temono che l’eurozona sarà ancora una volta inferiore agli Stati Uniti in termini di azione politica e risultati. Erik Nielsen, capo economista di UniCredit, afferma che con il sostegno fiscale dell’UE pari a circa la metà di quello degli Stati Uniti, l’Europa è ora ‘congelata dalla paura’, il che probabilmente porterà a ‘altri tre o cinque anni di sotto-performance della crescita europea rispetto agli Stati Uniti'”.

L’UE tutta dovrebbe quindi fare un salto di qualità – whatever it takes, potremmo dire – pena il fatto che le oligarchie europee vengano derubricate ad attori regionali in conflitto con altre potenze regionali (Turchia, Russia e petromonarchie del Golfo) nei suoi tradizionali territori di penetrazione, dal Medio-Oriente all’Africa trans-sahariana passando per i Balcani, ma rinunciando ad assumere un qualche ruolo di leadership globale ed una reale autonomia strategica.

Una potenza periferica a livello sub-regionale, insomma, che i concorrenti si mangiano pezzo dopo pezzo; una specie di Impero Ottomano del XXI Secolo.

“Se continua lungo le linee esistenti e non segue gli Stati Uniti, dice: ‘L’Europa avrà una ripetizione della lenta ripresa dopo la crisi finanziaria'”, afferma Robin Brooks.

Senza comprendere questo “grande gioco” a cui l’aspirante polo imperialista europeo è chiamato in un clima da nuova guerra fredda, è impossibile capire sia 1) le convulsioni di un vecchio ceto politico da rottamare, che 2) l’urgenza della sfida della rappresentanza politica per le classi sociali subalterne ed il ceto medio-impoverito.

Sinceramente, come diceva qualcuno, tutto il resto è noia.

*****

L’enorme scommessa di Biden, le conseguenze economiche dell’“agire in grande”

La strategia di Biden per l’economia statunitense è la più radicale virata dalle precedenti politiche dalle riforme di liberalizzazione del mercato di Ronald Reagan, quarant’anni fa. Con piani per prestiti pubblici e un regime di spesa su una scala mai vista dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’amministrazione sta portando avanti un enorme esperimento fiscale. Il mondo intero sta a guardare.

Se i piani di recupero dal coronavirus di Biden funzioneranno, dimostreranno che è possibile “ricostruire meglio” dopo la pandemia e che le economie avanzate sono state troppo ossessionate dall’inflazione negli ultimi 30 anni. Riporterà i governi al cuore di una gestione economica giorno per giorno.

Se il piano funzionerà, mostrerà che l’inutile timidezza negli ultimi decenni ha fatto sì che milioni di persone siano rimaste disoccupate senza motivo, molte opportunità per migliorare la qualità della vita siano state lasciate cadere e hanno contribuito ad ampliare le disuguaglianze.

Se la strategia fallisce, finirà con un’altissima inflazione, l’instabilità finanziaria, e l’economia tornerà ai livelli degli anni 70.

L’esperimento Usa del 2021 sarà ricordato come uno dei più grandi obiettivi di politica economica dopo la fallita “reflazione” di François Mitterrand, in Francia, nel 1981.

I prestiti e i piani di spesa per 1.9 trilioni di dollari di Biden non sono stati sognati nelle università, ma sono il risultato di un delicato equilibrio politico in un congresso diviso. Qualsiasi nuova cifra di stimolo di molto inferiore a quella prevista, pari al 9 per cento del PIL, rischia di far perdere più voti ai Democratici di quanti ne guadagnerebbero i Repubblicani.

Questo è ciò che si può fare quando c’è una maggioranza sottile come il filo di un rasoio“, afferma il professor Kenneth Rogoff dell’Università di Harvard.

La nuova amministrazione sostiene che il piano di stimolo è un’estensione dell’'”economia ad alta pressione” sostenuta da Janet Yellen nel 2016, quando presiedeva la Federal Reserve, che fu la risposta alla ripresa debole dopo la crisi finanziaria.

L’amministrazione ritiene che questo sia il modo migliore per garantire un pieno recupero dalla crisi del Covid-19, con poche cicatrici durature. Ora, con Yellen come Segretaria al Tesoro, “agire in grande” è il nuovo slogan e l’establishment della politica economica statunitense è d’accordo.

Jay Powell, l’attuale presidente della Fed, ha sottolineato la scorsa settimana la necessità di una politica monetaria “pazientemente accomodante“, segnalando che la banca centrale degli Stati Uniti non è dell’umore giusto per “chiudere il bar” alzando i tassi di interesse prima che la festa inizi.

Aspettative di crescita

I piani hanno lasciato gli analisti economici in imbarazzo. Il FMI e l’OCSE hanno raccomandato una politica fiscale più flessibile per aiutare la ripresa, ma finora non nella scala pianificata dagli Stati Uniti.

Le previsioni apartitiche del Congressional Budget Office, che nelle ultime previsioni includevano solo lo stimolo finale di Trump, si aspettavano già che l’economia statunitense crescesse abbastanza velocemente quest’anno, per riguadagnare il livello di produzione pre-pandemia entro l’estate.

Si prevedeva inoltre che l’economia statunitense recuperasse tutto il terreno perso dalla pandemia di Covid-19 entro il 2025, senza cicatrici permanenti. Se i piani di stimolo dell’ex presidente Donald Trump fossero sufficienti per recuperare il terreno perduto, la domanda è: cosa otterrà uno stimolo aggiuntivo del 9 per cento del reddito nazionale?

Il CBO non ha ancora espresso il suo punto di vista, ma gli accademici e gli economisti del settore privato stanno prendendo sempre più una posizione. Consensus Economics riporta positivamente che i analisti indipendenti hanno aumentato le loro aspettative di crescita economica degli Stati Uniti per il 2021 e il 2022, con giusto un po’ di inflazione aggiuntiva.

Ellen Zentner, economista capo di Morgan Stanley, sostiene che l’economia ad alta pressione aumenterà la produzione statunitense entro la fine del prossimo anno di quasi il 3% al di sopra del livello che aveva stabilito prima della crisi del coronavirus. Presume che la Fed non cercherà di frenare i rapidi tassi di crescita.

Il contrasto con la crisi finanziaria del 2008-2009 è sorprendente. Nel decennio successivo a quella crisi, l’economia statunitense, insieme a quasi tutte le altre economie avanzate, non è riuscita a tornare sul percorso della produzione pre-crisi.

Nelle stanze dell’accademia, la vasta scala dell’esperimento statunitense è vista molto più controversa e ha creato cambiamenti nelle alleanze all’interno della professione economica, che pochi avrebbero potuto prevedere anche un mese fa.

Non c’è da stupirsi che Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, abbia sostenuto il piano Biden, sostenendo che c’erano solo prove deboli per la teoria secondo cui i bassi tassi di disoccupazione aumentano i salari e quindi l’inflazione. Questa visione, ha detto, era “per lo più sbagliata“, portando la politica a essere eccessivamente “vincolata dalla paura di una ripetizione degli anni ’70“.

Ma il suo sostegno al piano Biden è eguagliato quasi altrettanto pienamente da Rogoff, diventato famoso durante la crisi finanziaria globale per aver avvertito dei pericoli degli alti livelli di debito pubblico. Dice “oggi siamo in un mondo diverso“, con tassi di interesse molto più bassi e una politica fortemente partigiana.

Sono molto solidale con quello che sta facendo Biden“, aggiunge Rogoff, anche se c’era un costo a lungo termine per il debito pubblico aggiuntivo e un rischio di maggiore inflazione. “Sì, c’è qualche rischio di instabilità economica lungo la strada, ma ora abbiamo instabilità politica“.

Voci scettiche

Tra coloro che guardano con invidia oltre l’Atlantico ci sono gli europei, che temono che l’eurozona sarà ancora una volta inferiore agli Stati Uniti in termini di azione politica e risultati.

Erik Nielsen, capo economista di UniCredit, afferma che con il sostegno fiscale dell’UE pari a circa la metà di quello degli Stati Uniti, l’Europa è ora “congelata dalla paura“, il che probabilmente porterà a “altri tre o cinque anni di sotto-performance della crescita europea rispetto agli Stati Uniti”.

Dall’altra parte della discussione sono allineati diversi economisti, che finora sono stati i più accesi sostenitori del prestito e della spesa pubblica. Larry Summers, ex segretario al Tesoro che è stato uno dei principali consiglieri economici di Barack Obama all’indomani della crisi finanziaria, ha trascorso gran parte dell’ultimo decennio a mettere in guardia sulla “stagnazione secolare“, l’opinione che le economie avanzate fossero bloccate in un stallo semi-permanente  e avessero dunque bisogno di più stimoli.

Ma ora che lo stimolo è sulle carte, ha avvertito che ci si è spinti troppo oltre e si rischia di innescare “pressioni inflazionistiche di un tipo che non vediamo da una generazione“, che limiterebbero anche lo “spazio per investimenti pubblici profondamente importanti“.

Olivier Blanchard, ex capo economista del FMI, che ha acceso il dibattito sugli stimoli fiscali globali nel 2019 con il suo discorso presidenziale all’American Economics Association, accetta di essere noto per essere a favore di un debito pubblico più elevato. Tuttavia, avverte che il programma di Biden “da 1,9 trilioni di dollari potrebbe surriscaldare l’economia in modo così grave da essere controproducente“.

Alcuni economisti temono che queste voci scettiche dissuaderanno l’Europa dall’adottare lo stimolo fiscale che ritengono necessario per riprendersi completamente dalla pandemia.

Adam Posen, capo del Peterson Institute for International Economics, teme che i “conservatori” del fisco in Europa coglieranno qualsiasi aumento dell’inflazione o segnali di spreco nel programma. “La fornitura di buoni risultati non genera la stessa ondata di un avvertimento prudente“, afferma. “Non vorrei che [il piano Biden] si facesse una cattiva reputazione all’estero“.

I sostenitori del piano, soprattutto quelli che lo guardano da una prospettiva internazionale, hanno lavorato duramente per giustificare la portata dello stimolo fiscale.

Il nucleo dell’argomento per “diventare grandi” è la prova vista nell’ultimo decennio, che i paesi hanno molto più spazio per la crescita economica e la disoccupazione più bassa prima che ci sia qualsiasi pressione inflazionistica.

Negli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione è sceso al 3,5 per cento all’inizio del 2020 prima della pandemia, il minimo degli ultimi 50 anni, senza alcun segno di aumento dell’inflazione.

La Banca centrale europea ha lottato per mantenere l’inflazione vicino al suo obiettivo del 2%, portando molti a pensare che ci sia stato uno stimolo fiscale insufficiente. Ciò suggerisce che gli economisti e i responsabili politici hanno costantemente sottovalutato l’output gap, il concetto economico che stima il grado in cui le economie funzionano al di sotto di un livello che manterrebbe l’inflazione stabile.

Robin Brooks, capo economista presso l’Institute of International Finance, che rappresenta le più grandi istituzioni finanziarie del mondo, ha condotto una campagna su ciò che chiama gli “output gap senza senso“, specialmente nell’Europa meridionale, stimati dall’FMI e da altri.

Secondo lui, c’è sempre stato più spazio per politiche fiscali espansive senza inflazione e le stime sul basso output gap hanno impedito la crescita e la prosperità, minando ulteriormente le finanze pubbliche dei paesi.

I divari in uscita sono un fattore chiave per stabilire se e quanto surriscaldamento dell’economia potremmo ottenere“, afferma. Sebbene ritenga che il dibattito negli Stati Uniti sul surriscaldamento sia appropriato, l’Europa può permettersi molti più stimoli senza inflazione. Se continua lungo le linee esistenti e non segue gli Stati Uniti, dice: “L’Europa avrà una ripetizione della lenta ripresa dopo la crisi finanziaria“.

Oltre alla possibilità di più ampi output gap, un altro argomento in favore di un grande finanziamento in deficit è che la spesa pubblica, in particolare per i progetti di investimento, può essa stessa aumentare la velocità delle economie prima che generino inflazione.

Se il piano Biden dimostrerà di aver generato tassi di crescita futuri più alti e più “verdi”, quello sarebbe il Santo Graal dell’intervento del governo, afferma Mariana Mazzucato, professoressa di economia all’University College di Londra. Se è fatto bene, dice, “ci sono enormi vantaggi disponibili“.

Non stai solo inondando il sistema di liquidità, ma stai raggiungendo l’economia reale e creando una base industriale più forte“, afferma. “Questo è il tipo di cose che vogliamo vedere: espandere la capacità e prevenire l’inflazione“.

Gli argomenti a favore del piano di stimolo Biden non sono contestati dalla maggior parte di coloro che hanno espresso preoccupazione, ma considerano la sua dimensione fino al 14 per cento del prodotto interno lordo, comprendendo anche lo stimolo previsto da Trump a dicembre, semplicemente ingiustificata; e che potrebbe minare l’argomento per l’utilizzo della politica fiscale per aiutare le economie a riprendersi dalla pandemia.

Jason Furman, ex presidente del consiglio dei consulenti economici di Obama, afferma che la nuova amministrazione è del tutto giustificata nel cercare di testare il livello dell’output gap e un livello potenziale del PIL che non generi inflazione. “L’idea di testare il potenziale anno dopo anno, gettando legna nel fuoco, è incredibilmente avvincente, ma non è la stessa cosa che spendere oltre il 10% del PIL in un anno“, afferma.

Pochi si preoccuperebbero di un aumento dell’inflazione al 3% o anche temporaneamente un po’ più alto, aggiunge, ma la Fed dovrebbe reagire se si verificasse un periodo di inflazione prolungato.

Un pericolo citato da molti economisti è che se l’inflazione si radica in un’economia può essere difficile e dolorosa da sradicare, con le banche centrali che devono aumentare i tassi di interesse e causare recessione e disoccupazione per riportarla al ribasso.

Se Krugman ha ragione sul fatto che il legame tra disoccupazione e inflazione si è indebolito, c’è il timore che qualsiasi azione della banca centrale per abbassare l’inflazione richiederà molta più disoccupazione rispetto agli anni ’80 e ’90 per abbatterla.

Scarsamente mirato

Mentre un po’ di inflazione è certamente visto come un vantaggio della riforma, perché contribuisce a ingrassare le ruote di un’economia moderna, c’è anche un dibattito sul fatto se l’inflazione sia, in ogni caso, in procinto di aumentare.

Manoj Pradhan, fondatore di Talking Heads Macroeconomics, è preoccupato che le dinamiche inflazionistiche a breve termine del piano Biden si combinino con pressioni al rialzo a lungo termine sui prezzi che proverranno da una popolazione che invecchia, consuma di più e produce di meno.

Anche prima [che Biden annunciasse il suo piano], gli Stati Uniti sembravano comunque un paese con inflazione“, dice Pradhan. E ciò che accade negli Stati Uniti tende ad essere esportato, aggiunge. “La politica fiscale ha guidato lo stimolo e se l’inflazione diventa accettabile negli Stati Uniti, dà il via libera al resto del mondo“.

Economisti di tutte le convinzioni temono anche che il piano Biden, con la sua forte enfasi sull’invio di assegni alle famiglie, sia scarsamente mirato e non così focalizzato sul miglioramento del potenziale di crescita futura come vorrebbero.

Randall Kroszner, ex governatore della Federal Reserve e ora vice decano della business school dell’Università di Chicago, dice che il pesante stimolo fiscale in risposta alla pandemia è appropriato, ma il debito creato ha un costo.

Deve essere ripagato dalle generazioni future, quindi è molto importante assicurarsi che ci sia un ritorno a quella spesa“, dice.

Se ciò non fosse già abbastanza difficile, altri avvertono che l’Europa non può semplicemente imitare ciò che l’America sta facendo, in parte perché non ha lo stesso accesso ai finanziamenti, in parte perché c’è più scetticismo sul fatto che sia possibile semplicemente “ricostruire meglio” attraverso prestiti e spesa.

Robert Chote, il capo dell’Ufficio per la responsabilità di bilancio del Regno Unito, recentemente scomparso, affermava che le prospettive per la politica fiscale al di fuori degli Stati Uniti si concentreranno probabilmente meno sul dibattito sugli stimoli e più “sulla gravità di qualsiasi sfregio a lungo termine dell’economia – che è difficile da stimare con una certa sicurezza”.

Aggiunge che le finanze pubbliche sono più complicate del solo pensare agli stimoli. I governi, ad esempio, dovrebbero presto considerare di aumentare le tasse, soprattutto se “sentono il bisogno di spendere una quota permanentemente maggiore del reddito nazionale per l’assistenza sanitaria e sociale dopo la pandemia rispetto a prima, per costruire più resilienza nel sistema“. Queste questioni di finanza pubblica strutturale non scompariranno facilmente una volta che le economie si saranno riprese.

Per ora, tuttavia, tutti gli occhi sono puntati sull’enorme numero di stimoli provenienti dagli Stati Uniti. Il nuovo governo ha in programma di fare prestiti e spendere e Yellen ha invitato il resto del G7 a seguire l’esempio. Come dice Rogoff, è probabile che l’esperimento sia globale. “Se va male per gli Stati Uniti, va male per tutti.

giovedì 18 febbraio 2021

L’urlo dei borghesucci che rischiano l’eliminazione

 

L’incarico a Mario Draghi ha sparigliato le carte della politica italiana, costringendo tutti a un riposizionamento complicato e rapidissimo. L’idea di fondo era semplice e drastica: mettiamo un pezzo da novanta, capace di fare da interfaccia con tutti quei poteri sovranazionali che ci dettano la linea, e azzeriamo la vecchia classe politica, incapace di pensare prima di aprire bocca.

In fondo Draghi è uno dei principali “pensatori” del capitalismo multinazionale, in grado di essere ascoltato con attenzione e rispetto a Washington, Bruxelles e Berlino, mentre “i politici” da quelle parti sollevano soltanto sorrisetti di compatimento.

Per essere ancora più espliciti, facciamo una maggioranza “totale”, da cui teniamo fuori – con il loro consenso – soltanto i fascisti al seguito della Meloni e casomai Fratoianni senza più colleghi. L’”opposizione” formalmente resta, ma tutti i partiti “seri” stanno dentro il solco “europeista”, pro-austerità e a favore della ristrutturazione economico-sociale del Paese.

Il funzionamento del piano è però concretamente un po’ più complicato. Per quanto esclusi dai ministeri-chiave per la gestione del Recovery Fund, quei partiti inutili debbono comunque disegnarsi una ragion d’essere che tenga insieme il voto per Draghi e la differenza rispetto ai “colleghi”. E dunque sono obbligati ad usare i ministeri che hanno avuto come rampa di lancio per un protagonismo di secondo piano, su questioni ritenute a Palazzo Chigi “non essenziali”.

Il caso degli impianti invernali diventa “dirompente” – sui media di regime, non certo nella realtà del Paese – solo a causa di quella necessità di “distinguersi” pur stando in un governo di secondo livello, con zero possibilità decisionali.

Il problema è però che questo strepitio di cornacchie rischia – a breve termine – di far percepire questo esecutivo come “il solito” governo da trent’anni a questa parte.

E dunque pone l’”angosciante quesito” se Draghi faccia bene a tacere o se non sarebbe meglio una sua “precisazione” su quello o altri problemi che già si vano delineando. Se, per dare consigli di comunicazione a Draghi, sono arrivati a scomodare persino Casalino (sfruttando la sua ansia di promuovere un “libro di memorie”), si vede che il problema dev’essere davvero “grave”. Cioè risibile.

Delle istituzioni serie si usa dire che “parlano attraverso gli atti”, ossia che il loro pensiero va derivato dalle decisioni che prendono. Al massimo, visto che siamo nella società della comunicazione, si possono fare delle conferenze stampa di accompagnamento delle decisioni, in cui sgomberare il campo dagli equivoci (pochi) e dalle incomprensioni (molte, stante il basso livello del giornalista medio). Ma prima si lavora, poi si parla.

Dunque Draghi parlerà intanto domani e giovedì, ripetendo due volte il discorso con cui chiederà al Parlamento la fiducia. Le indiscrezioni del mainstream più “draghista” (Repubblica e Corriere, naturalmente) danno per assodato un discorso “breve”.

Giustamente, più vengono tenute coperte le carte, meno problemi si sollevano. In fondo, quali “riforme” andranno messe in cantiere, e che di tipo, secondo quanto “ci chiede l’Europa” anche con le condizionalità del Recovery Fund, sono note a tutto il circuito mediatico e partitico. Meglio dare soltanto “i titoli”, senza dilungarsi nei dettagli. Perché tanto l’approvazione parlamentare, su quei temi, va data ormai a scatola chiusa. In quella materia, questi ridicoli partitucoli, non possono e debbono dire più niente.

Tacendo e facendo, insomma, Draghi e la sua squad di tecnici evitano di diventare come gli altri componenti dell’esecutivo, avanzi di nomenklatura riesumata col manuale Cencelli.

Questo però non cancella i rischi. Dal punto di vista della “comunicazione oggettiva”, ministri che si randellano reciprocamente in pubblico – nello stile da osteria abituale da quelle parti – finiscono per restituire l’idea che non molto sia cambiato rispetto a prima di Draghi.

I “risultati” delle decisioni strategiche si vedranno a lungo termine – non certo da qui all’estate – e con tutta probabilità saranno alquanto impopolari; mentre su tutte le questioni immediate, come la gestione della pandemia e la campagna vaccinale, il caos resta la cifra fondamentale.

Ma se il “protagonismo elettorale” dei partitucoli dovesse prendere il sopravvento – e con le amministrative nelle prime cinque città italiane non è affatto da escludere – diventerà poi alquanto difficile far risaltare “i risultati” ascrivibili allo stesso Draghi.

E si potrebbe arrivare a capire che “gestire i mercati”, fondati su attese razionali di profitto, è più semplice che controllare le dinamiche e gli interessi sparsi di un Paese senza più baricentro.

Non va infatti dimenticato che quegli orrendi partitucoli – tutti, dal Pd alla Lega, dai Cinque Stelle ai berluscones (chi l’avrebbe mai detto, al governo insieme) – rappresentano frazioni diverse della borghesia “nazionale”, quelle senza proiezione e visione internazionale.

Quelle che hanno fin qui annacquato le scelte miranti alla “ristrutturazione” economico-sociale, spezzettandosi e ricomponendosi cento volte in diverse configurazioni politiche. Alcune di quelle frazioni, nella ristrutturazione, dovranno essere semi-eliminate. E lo sanno. E urlano “fate fuori lui, non me!“.

O pensate che quella prevalenza di “settentrionali” nel governo sia soltanto un caso curioso?

giovedì 11 febbraio 2021

Un arco incostituzionale per Draghi. I rischi del pensiero unico in economia

 

Con il Governo dell’economista Mario Draghi, l’Italia è definitivamente entrata nella fase di completa cessione della sovranità popolare e nazionale, proseguendo la lunga fase di controllo commissariale da parte delle potenze forti dell’Unione Europea nell’interesse della borghesia transnazionale, quale anima pulsante del polo imperialista europeo.

Ciò avviene in nome della prevalenza della scienza economica intesa come scienza del modo di produzione capitalistico orientato al profitto e allo sviluppo compatibile solo con le esigenze di fare impresa nel mercato dei capitali, senza dare alcuna risposta positiva ai pressanti problemi dell’economia: sviluppo qualitativo in grado di soddisfare i bisogni dei lavoratori, degli sfruttati, dei disoccupati, dei migranti.

Se l’insieme delle forze politiche parlamentari che daranno vita al governo Draghi, creando di fatto un arco di forze “incostituzionali” in quanto non rispettano i dettami della Costituzione italiana, si presentano come forze di speranza e di ripresa economica, noi economisti dobbiamo chiederci come intendono realizzare l’applicazione di una scienza economica e sociale del pensiero unico: cioè un potere assoluto di “macelleria sociale”.

Lo sviluppo di strumenti e metodologie, quantitative e qualitative, è stato uno dei punti di forza della scienza economica; e sin dalla sua creazione nel 19° secolo.

Una delle direzioni dei dibattiti storici è stata quella di rifiutare o accettare la neutralità della valutazione degli strumenti convenzionali della macro e microeconomia e di altre aree della scienza economica; Inoltre, si è discusso se questi strumenti potessero essere l’unico modo oggettivo per ottenere risultati veramente scientifici nella ricerca economica.

Le scienze economiche sono un fenomeno relativamente recente, almeno rispetto ad altre discipline scientifiche, ma sono riuscite ad affermarsi come il principale strumento di misurazione della realtà sociale e come mezzo fondamentale di controllo e gestione della società stessa.

La rivendicazione scientifica di questa disciplina, in senso lato come politica economica internazionale, è, rigorosamente e indiscutibilmente, una questione politica, l’impianto di una visione ideologica. Oggi, più che mai, possiamo vederlo: il fallimento del modello dominante neoliberista e capitalista, in generale, è davanti agli occhi di tutti, evidenziandone la gravità.

Un modello economico-culturale che avrebbe dovuto garantire la prosperità generale e il miglioramento delle condizioni di vita ha generato il contrario, una crisi globale, una crisi di civiltà.

Come abbiamo già avuto modo di sottolineare in vari lavori, il ciclo economico in cui ci troviamo è iniziato più di quarant’anni fa, quando la crisi della sovrapproduzione ha dato luogo ad una grande e ancora irrisolta crisi dell’accumulazione capitalistica. Fino ad oggi, solo grazie all’analisi di Marx è possibile comprendere e valutare criticamente il funzionamento e le contraddizioni del sistema capitalista e, quindi, del suo modo di produzione.

È chiaro che l’economia politica marxista (o meglio la critica dell’economia politica) è scienza e ideologia critica allo stesso tempo. La critica non può avere per oggetto la trasformazione della scienza in potere assoluto; per Marx, la critica del pensiero che lo ha preceduto ha portato a un pensiero di sintesi.

Da questo punto di vista, tali bisogni non hanno alcun giudizio di valore soggettivo, poiché sono le condizioni soggettive da cui derivano i giudizi di valore, l’ideologia e le dottrine politiche.

Ci sono stati molti tentativi di separare gli elementi puramente oggettivi dell’economia da quelli che implicano un giudizio di valore. Siamo d’accordo che, ai fini della teoria e dell’analisi, i due sono inestricabilmente legati. Come accennato in precedenza, una delle caratteristiche della scienza della modernità è la creazione di rappresentazioni idealizzate della realtà che possono portare a concetti non empirici, cioè non realizzabili nella realtà.

Il fatto che il criterio di ricerca del modello assuma un giudizio di valore negli studi economici non significa che il processo di ricerca ei suoi risultati non siano scientifici, ma l’uso dell’economia pura non dovrebbe essere al di fuori della soluzione immediata e dell’interesse totale dei lavoratori, disoccupati, migranti e tutti gli sfruttati. L’essenza degli studi sull’economia politica è capire cosa c’è dietro questi modelli economici, rivelando i veri rapporti sociali di produzione.

Infine, è importante sottolineare che l’area di vera e conflittuale opposizione al Governo Draghi, da tredici anni proponiamo un progetto Euro-Mediterraneo, l’ALBA che porta al distacco del soffocamento dell’euro, dei banchieri, del debito, della speculazione, per creare uno spazio per i popoli del Mediterraneo che guardi all’ALBA latinoamericana, sia in una prospettiva socialista di transizione, sia in un’economia.

Con la costituzione di una propria banca, con una propria moneta, con una solidarietà e una cooperazione basata non su vantaggi comparativi e assoluti, ma su vantaggi complementari tra i diversi paesi. Questa idea è ora all’ordine del giorno non solo in Italia ma anche in Spagna, Francia e Portogallo.

Alba, quindi, per una futura umanità che non debba più essere sottoposta al Governo dell’economia che domina la realtà politica degli interessi degli sfruttati che, con le forze politiche e sindacali di classe, si oppongono al Governo Draghi, combattere la barbarie e l’oppressione dell’imperialismo e del liberalismo.

mercoledì 10 febbraio 2021

“Cosa farà Draghi?” L’ha già spiegato, basta leggere

 

Ogni giorno ha la sua pena, anche nel lavoro giornalistico. Quella di oggi è districarsi nel reticolo delle infinite supposizioni su “cosa farà Draghi”. Come avvertiva ieri il nostro giornale, il modo migliore di non capirci nulla è cercare di indovinare seguendo il chiacchiericcio dei talk show, da 30 esperti di gossip politico ma a digiuno dei fondamentali. Sia della politica che dell’economia.

I titoli di oggi, sui quotidiani mainstream, rendono bene l’idea. Il Corriere della Sera prova a fare la sua anticipazione, garantendo di avere “fonti” ben addentro al giro di consultazioni (banalmente: le delegazioni entrate ieri e qualche portavoce in vena di “narrazioni”): “Draghi, i cinque punti per il rilancio”.

Quelli di Fiat-Repubblica, che lavorano esattamente nello stesso modo, fa una sintesi numerica diversa: “Draghi, subito tre riforme per rispondere all’Europa”. Si vede che a Molinari sta a cuore ricordare la dipendenza assoluta di questo esecutivo da Bruxelles. Non a torto, del resto…

L’altrettanto Fiat-La Stampa riduce a soltanto due i nodi centrali, “Istruzione e fisco, l’agenda Draghi”.

Il Giornale è sulla stessa linea, con un più sobrio “Il piano di Draghi”. Mentre l’altrettanto destrorso Libero prova a interpretare l’oggi con gli occhiali di ieri, o di “ricondurre l’ignoto al noto”, buttandola sull’orgia politica cui sono abituati gli italici: “Draghi assediato dai postulanti. Vince chi leccherà di più”.

Un po’ più furbo, almeno, Il Foglio, che avverte come stia cambiando lo scenario; “Lo show di un reset chiamato Draghi”. Un reset, un ricominciare da capo, da altre basi.

Il cul de sac grillino è ben sintetizzato infine da Il Fatto Quotidiano, che già piange per la constatazione che le manette non saranno più il criterio base per definire bene e male: “Torni la prescrizione, aboliamo Bonafede”. Che è forse l’unica buona notizia della nuova era…

La domanda “cosa farà Draghi”, nel concreto, resta come si vede inevasa. O perlomeno la risposta viene annegata in qualche dettaglio, senza respiro e senza visione. Come del resto sono da sempre la piccola classe politica italiana e l’ancor più infima “classe giornalistica” che l’accompagna ogni giorno.

Per questo, alla fine di questo articolo, vi proponiamo la traduzione dell’intervista data da Mario Draghi al ben più serio Financial Times quasi un anno fa (il 25 marzo). In quel momento “il monarca” che dovrà governarci per i prossimi otto anni – salvo sorprese di cui la Storia è sempre ricca – era un privato cittadino, ed espone “quel che va fatto” in tutta Europa (di conseguenza, anche in Italia, con le dovute differenze).

Come si può leggere da soli, è un programma molto impegnativo e sicuramente al di sopra del livello del dibattito nelle redazioni italiche.

Non è un programma classicamente “lacrime e sangue”, come magari in quei giorni passava per la testa al “collega” Jens Weidmann, alla guida della Bundebank tedesca.

La logica è molto più selettiva. Ciò che è morto – settori produttivi, imprese zombie, e lavoratori al seguito – va abbandonato a se stesso. Ma va soprattutto fatto “debito pubblico buono” per sostenere le imprese dei settori innovativi. Che hanno il pregio di assicurare sviluppo e ottimi profitti, anche se con il difetto di occupare relativamente poco personale.

Non manca la preoccupazione per la coesione sociale, perché ci si rende conto che masse sterminate di disoccupati – specie in paesi come l’Italia, con importanti “imprese illegali” come mafia, camorra, ‘ndrangheta – possono diventare un problema difficile da gestire.

Per quello, come detto in altre occasioni, secondo lui si deve andare – dunque si andrà, una volta varato l’esecutivo – verso il “modello tedesco”, quello disegnato dalle leggi Hartz IV. Niente sussidi, ma “piccolo salario” per mini-job da accettare obbligatoriamente. Pena la fame assoluta.

Ma sarebbe riduttivo comunque anche limitarsi a indicare il prossimo governo Draghi come una tecnocrazia che farà gli interessi delle imprese (non tutte, come detto) e precarizzerà ulteriormente il mercato del lavoro.

L’ex presidente della Bce ha dimostrato diverse volte di essere in grado di tirar fuori diversi conigli dal suo cappello (primo fra tutti il quantitative easing che “ha salvato l’euro”, alla faccia dell’opposizione di Weidmann e Schaeuble), e quindi è salutare attendersi qualche “sorpresa”. Abbiamo a che fare con un “pragmatico”, non con un ideologo…

Quello che proprio non bisogna attendersi è “qualcosa di keynesiano”. Ossia delle politiche di sostegno alla domanda, che implicano una capacità di spesa – e dunque reddito disponibile – per le classi popolari.

La logica strategica che Draghi descrive nella sua intervista a FT, infatti, è una logica di ristrutturazione del modello produttivo e sociale su scala europea. La parte che toccherà all’Italia, e alle sue varie classi, è stata pensata in quel quadro.

E’ un progetto strategico che cala dall’alto, che cerca ovviamente “complici” a livello nazionale (sia tra le imprese che nella “politica”), ma che non è “mediabile”. Ciò che resta dei partiti dopo il loro definitivo fallimento nel corrispondere a quel compito non è in condizioni di “contrattare” nulla. Perché l’unica alternativa che potrebbero opporre – far fallire il governo Draghi, facendogli mancare la maggioranza pressoché unanime del Parlamento – sarebbe una catastrofe organizzata dai “mercati”: spread a 600 punti in pochi giorni, fuga di capitali, sanzioni da Bruxelles, impossibilità di finanziarsi, ecc.

Per capire ancora meglio la qualità e la dimensione del “quadro strategico” cui Draghi & co. vanno collaborando è bene riguardarsi un’altra intervista, quella al ministro dell’economia francese Bruno Le Maire, che definisce l’insieme come un progetto di Impero europeo.

Sembra scontato – ma non lo è per chi si abbevera ai talk show – che la “provincia italiana”, per quanto indispensabile, viste le dimensioni economiche, di know how e di popolazione, non sarà il “cuore pensate” dell’Impero in costruzione. E neanche lo sarà per i suoi “sudditi”.

Anche questo lo spiega chiaramente un economista “non ortodosso” di alto livello come Yanis Varoufakis, che con Draghi ha incorociato più volte il ferro nei pochi mesi incui è stato ministro dell’economia per la Grecia. In un’intervista a Radio Popolare (un’emittente ormai di “area Pd”) ha probabilmente shokkato la redazione con giudizi assai poco lusinghieri sul nuovo premier.

Draghi è al servizio dell’ordine finanziario, penso che ogni democratico in Italia debba opporsi al suo governo”. Un giudizio fondato su atti, non una critica ideologia, perché Ricordo bene quando Draghi (all’epoca presidente della Bce, ndr) fu decisivo nella chiusura dei bancomat in Grecia, così da impedire che il popolo greco decidesse liberamente nel referendum in cui si decideva la posizione da tenere nei confronti di Bruxelles”.

Varoufakis riconosce che è “tecnicamente molto capace”, pronto ad adattarsi alle circostanze avverse: ha mostrato grandi capacità di capire cosa va bene e cosa no nella logica del servizio all’ordine finanziario e all’establishment”.

Ma proprio per questo è il premier ideale per l’Italia, se quello che voi veramente volete è implementare le politiche di Bruxelles e Berlino”.

Non confortante neanche il suo giudizio sul Recovery Fund, agiograficamente descritto dai media come un nuovo “piano Marshall”: “Non è altro che un pacchetto di debiti”, finalizzati a finanziare quella maxi-ristrutturazione continentale di cui sopra.

In sintesi, “Indubbiamente Draghi è intelligente e molto competente, molto bravo a raggiungere i suoi obiettivi. La grande tragedia del popolo italiano è che i suoi obiettivi sono nemici degli interessi della grande maggioranza degli italiani”.

E “la grande maggioranza” di un popolo, com’è noto, è fatta di lavoratori, pensionati, disoccupati, precari, studenti, ecc.

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“Siamo in guerra contro il coronavirus, dobbiamo agire di conseguenza”

25 marzo 2020

La pandemia del coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Oggi molti temono per la loro vita o piangono i loro cari scomparsi. Le misure varate dai governi per impedire il collasso delle strutture sanitarie sono state coraggiose e necessarie, e meritano tutto il nostro sostegno.

Ma queste azioni sono accompagnate da un costo economico elevatissimo, e inevitabile. E se molti temono la perdita della vita, molti di più dovranno affrontare la perdita dei mezzi di sostentamento.

L’economia lancia segnali preoccupanti giorno dopo giorno. Le aziende di ogni settore devono far fronte alla perdita di introiti, e molte di esse stanno già riducendo la loro operatività e licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile.

La sfida che ci si pone davanti è come intervenire con la necessaria forza e rapidità per impedire che la recessione si trasformi in una depressione duratura, resa ancor più grave da un’infinità di fallimenti che causeranno danni irreversibili.

È ormai chiaro che la nostra reazione porterà un ulteriore aumento importante del debito pubblico.

La perdita di reddito a cui va incontro il settore privato, e l’indebitamento necessario per colmare il divario, dovrà prima o poi essere assorbita, interamente o in parte, dal bilancio dello Stato e quindi dai cittadini .

Livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e dovranno essere accompagnati dalla cancellazione del debito privato.

Il ruolo appropriato dello Stato sta nel mettere in campo il suo bilancio per proteggere i cittadini e l’economia contro scossoni di cui il settore privato non ha alcuna colpa, e che non è in grado di assorbire.

Tutti gli stati hanno fatto ricorso a questa strategia nell’affrontare le emergenze nazionali. Le guerre, il più significativo precedente della crisi in atto, si finanziavano attingendo al debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e in Germania solo una quota fra il 6 e il 15% delle spese militari in termini reali fu finanziata dalle tasse, mentre nell’Impero austro-ungarico, in Russia e in Francia, i costi correnti del conflitto non furono finanziati affatto dalle entrate fiscali.

Ma inevitabilmente, in tutti i paesi, la base fiscale venne drammaticamente indebolita dai danni provocati dalla guerra e dall’arruolamento. Oggi, ciò è causato dalle sofferenze umane per la pandemia e dalla chiusura forzosa delle attività economiche.

La questione chiave non è il se, ma come lo Stato debba utilizzare al meglio il suo bilancio. La priorità non è solo fornire un reddito di base a tutti coloro che hanno perso il lavoro, ma innanzitutto tutelare i lavoratori dalla perdita del lavoro.

Se non agiremo in questo senso, usciremo da questa crisi con tassi e capacità di occupazione ridotti, mentre famiglie e aziende riusciranno a fatica a rimettere in sesto i loro bilanci e a ricostruire il loro attivo netto.

Il sostegno all’occupazione e alla disoccupazione e il posticipo delle imposte rappresentano passi importanti che sono già stati introdotti da molti governi. Ma per proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un periodo di grave perdita di reddito è indispensabile introdurre un sostegno immediato alla liquidità.

Questo è essenziale per consentire a tutte le aziende di coprire i loro costi operativi durante la crisi, che si tratti di multinazionali o di piccole e medie imprese, oppure di imprenditori autonomi.

Molti governi hanno già introdotto misure idonee a incanalare la liquidità verso le aziende in difficoltà. Tuttavia, si rende necessario un approccio su scala assai più vasta.

Pur disponendo i diversi paesi europei di strutture industriali e finanziarie proprie, l’unica strada efficace per raggiungere ogni piega dell’economia è quella di mobilitare in ogni modo l’intero sistema finanziario:

il mercato obbligazionario, soprattutto per le società finanziarie più grandi, e per tutti gli altri le reti bancarie, e in alcuni paesi anche il sistema postale. Ma questo intervento va fatto immediatamente, evitando le lungaggini burocratiche. Le banche, in particolare, raggiungono ogni angolo del sistema economico e sono in grado di creare liquidità all’istante, concedendo scoperti oppure agevolando le aperture di credito.

Le banche devono prestare rapidamente a costo zero alle aziende disponibili a salvaguardare i posti di lavoro. E poiché in questo modo esse si trasformano in vettori degli interventi pubblici, il capitale necessario per portare a termine il loro compito sarà fornito dal governo, sotto forma di garanzie di stato su prestiti e scoperti aggiuntivi.

Regolamenti e normative collaterali non dovranno ostacolare in nessun modo la creazione delle opportunità necessarie a questo scopo nei bilanci bancari. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrà essere calcolato sul rischio creditizio dell’azienda che le riceve, ma dovrà essere pari a zero, a prescindere dal costo del finanziamento del governo che le emette.“<span style=”font-family: Liberation Serif, serif;”><span style=”font-size: large;”><b>

Le aziende, dal canto loro, non preleveranno questa liquidità di sostegno semplicemente perché i prestiti sono a buon mercato. In alcuni casi, pensiamo alle aziende con ordini inevasi, le perdite potrebbero essere recuperabili e a quel punto le aziende saranno in grado di ripianare i debiti. In altri settori, questo probabilmente non sarà possibile.

Tali aziende forse saranno in grado di assorbire la crisi per un breve periodo di tempo e indebitarsi ulteriormente per mantenere salvi i posti di lavoro. Tuttavia, le perdite accumulate potrebbero mettere a repentaglio la loro capacità di successivi investimenti. E se la pandemia e la chiusura delle attività economiche dovessero protrarsi, queste aziende resterebbero attive, realisticamente, solo se i debiti contratti per mantenere i livelli occupazionali durante quel periodo verranno alla fine cancellati.

O i governi risarciranno i debitori per le spese sostenute, oppure questi debitori falliranno, e la garanzia verrà onorata dal governo. Se si riuscirà a contenere il “rischio morale”, la prima soluzione è quella migliore per l’economia. La seconda appare meno onerosa per i conti dello stato.

In entrambi i casi, tuttavia, il governo sarà costretto ad assorbire una larga quota della perdita di reddito causato dalla chiusura delle attività economiche, se si vorrà proteggere occupazione e capacità produttiva.

I livelli di debito pubblico dovranno essere incrementati.

Ma l’alternativa – la distruzione permanente della capacità produttiva, e pertanto della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e, in ultima analisi, per la fiducia nel governo.

Dobbiamo inoltre ricordare che in base ai tassi di interesse presenti e probabilmente futuri, l’aumento previsto del debito pubblico non andrà a sommarsi ai suoi costi di gestione.

Per alcuni aspetti, l’Europa è ben attrezzata per affrontare questo shock fuori del comune, in quanto dispone di una struttura finanziaria capillare, capace di convogliare finanziamenti verso ogni angolo dell’economia, a seconda delle necessità.

L’Europa dispone inoltre di un forte settore pubblico, in grado di coordinare una rapida risposta a livello normativo e la rapidità sarà assolutamente cruciale per garantire l’efficacia delle sue azioni.

Davanti a circostanze imprevedibili, per affrontare questa crisi occorre un cambio di mentalità, come accade in tempo di guerra. Gli sconvolgimenti che stiamo affrontando non sono ciclici. La perdita di reddito non è colpa di coloro che ne sono vittima. E il costo dell’esitazione potrebbe essere fatale. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni Venti ci sia di avvertimento.

La velocità del tracollo dei bilanci delle aziende private, provocate da una chiusura economica al contempo doverosa e inevitabile, dovrà essere contrastata con pari celerità dal dispiegamento degli interventi del governo, dalla mobilitazione delle banche e, in quanto europei, dal sostegno reciproco per quella che è innegabilmente una causa comune.