lunedì 31 agosto 2020

Covid: soldi e interessi Nato per i test sierologici in Italia

 

Due milioni di test sierologici su base volontaria per il personale docente e amministrativo di tutte le scuole d’Italia. Uno screening di massa senza precedenti nella storia che il governo Conte-Azzolina-Speranza ritiene necessario per “contrastare e contenere l’emergenza COVID-19” ma che solleva perplessità nel mondo scientifico e tra gli stessi operatori scolastici per la non comprovata attendibilità delle indagini e l’incerta protezione dei dati personali sensibili che saranno raccolti e sistematizzati.

L’esecuzione dei test sierologici è stata demandata ai medici generici e ai laboratori delle aziende sanitarie locali. I dati relativi al loro esito sono trasmessi ai Dipartimenti di prevenzione delle ASL che li comunicano poi alla Regione di appartenenza, la quale – a sua volta – li trasmette in forma aggregata all’Istituto Superiore di Sanità (ISS)”, si legge nell’apposita circolare del Ministero della Salute del 7 agosto 2020.

Una procedura complessa e con molteplici attori in campo che rende possibile l’accesso ad una straordinaria mole di dati scientifici e statistici da parte di soggetti terzi con fini e interessi economici (transnazionali e industrie farmaceutiche) o, peggio ancora, militari.

Non farà certo piacere al personale scolastico venire a conoscenza che proprio l’Istituto Superiore di Sanità sta realizzando in questi mesi un progetto di sviluppo dei kit diagnostici rapidi per il dosaggio di anticorpi e antigeni specifici del coronavirus nei fluidi biologici, con un finanziamento dell’agenzia Science for Peace and Security della NATO, l’onnipotente organizzazione militare internazionale del Nord Atlantico.

Anche questo progetto, secondo l’ISS, punta a “contribuire a limitare la diffusione della SARS-CoV-2 fornendo nuovi strumenti per la diagnosi rapida che possono essere utilizzati in contesti su larga scala, grazie ad un approccio multidisciplinare con esperti del settore dell’immunologia, della virologia e della biologia molecolare”.

Alla sua realizzazione collaborano l’equipe di medici del Policlinico Universitario di Tor Vergata diretto dal prof. Massimo Andreoni e il gruppo di ricerca del prof. Gennaro De Libero dell’ospedale universitario di Basilea (Svizzera).

A coordinare il progetto ISS-NATO è stato chiamato il responsabile del reparto d’immunologia dell’Istituto di Sanità, Roberto Nisini, dal 1984 al 1997 ricercatore militare dell’Aeronautica italiana e dal febbraio 2020 responsabile scientifico del programma Real Biodefence per la realizzazione di “vaccini a mRNA inserito in liposomi asimmetrici nella difesa da agenti biologici”. Quest’ultimo progetto è stato avviato grazie a un accordo di collaborazione tra l’ISS e il Ministero della Difesa; approvato dal consiglio d’amministrazione dell’ISS il 19 novembre 2019, avrà una durata di 12 mesi e la spesa di 65.670 euro.

I fluidi biologici analizzati per i test diagnostici saranno il sangue ma anche la saliva e le secrezioni naso-faringee da tampone e il risultato si potrà conoscere in un lasso di tempo variabile da pochi minuti a un’ora”, ha spiegato il dottor Roberto Nisiti il 5 maggio 2020 presentando il progetto dei kit diagnostici finanziato dalla NATO. “Il test sarà strumentale per lo screening iniziale in un triage o in una comunità.

I kit diagnostici consentiranno un rilevamento più rapido dei SARS-CoV-2 rilasciati nei fluidi corporei umani nell’ambiente e l’identificazione sensibile della risposta immunitaria agli antigeni strutturali. Gli aspetti innovativi di questo progetto includono la possibilità di rilevare e misurare sia le immunoglobuline umane G (IgG), A (IgA) e M (IgM) specifiche per componenti strutturali del SARS-CoV-2 nel siero, che gli antigeni virali nei biofluidi”.

Sempre secondo i ricercatori dell’ISS, saranno prodotte proteine strutturali ricombinanti codificate e anticorpi monoclonali (mAb) specificamente in grado di riconoscere queste proteine. “La procedura di immunizzazione che verrà utilizzata per generare anticorpi monoclonali fornirà anche un modello preclinico di immunogenicità di un vaccino anti-COVID-19”, ha aggiunto Nisiti. “L’identificazione di anticorpi anti-virus potrebbe rappresentare un primo passo nello sviluppo di immuno-terapie basate sulla somministrazione di anticorpi per il trattamento di pazienti infetti”.

Il progetto che abbiamo lanciato nell’ambito dello Science for Peace and Security Programme della NATO è un esempio eccellente degli sforzi di ricerca globale della comunità per combattere il COVID-19”, ha dichiarato Antonio Missiroli, vicesegretario dell’Alleanza Atlantica con delega per le sfide delle emergenze alla sicurezza. 

“Esso rafforza anche l’impegno della NATO per la resilienza e la preparazione civile delle nazioni alleate e partner in tempi di crisi. Anche se i risultati attesi da questo progetto sono estremamente rilevanti per l’odierna situazione mondiale, noi attendiamo con ansia l’impatto che esso avrà a lungo termine in vista di una risposta internazionale contro i virus e i patogeni che si generano in natura o contro quelli creati dall’uomo”.

Anche Philippe Brandt, ambasciatore svizzero in Belgio e capo missione della confederazione elvetica presso il Comando supremo della NATO ha enfatizzato il nuovo progetto di ricerca ISS-NATO. “Per la Svizzera essere associata al Programma Partnership for Peace significa poter condividere le capacità per migliorare la sicurezza in un ambito multilaterale”, ha dichiarato il diplomatico.

“Con alcune università di massimo livello, centri scientifici e una forte relazione tra il settore privato e la ricerca, la Svizzera è ben posizionata per partecipare agli sforzi della comunità internazionale per combattere il COVID-19”. Come dire la privatizzazione della ricerca accademica a fini militari.

Lo Science for Peace and Security Programme è uno dei più importanti programmi di partenariato della NATO a supporto della ricerca scientifica per “affrontare le sfide della sicurezza del 21° secolo”, in particolare nei settori della cyber defence, delle tecnologie avanzate, dell’antiterrorismo, della sicurezza energetica e della “difesa contro agenti chimici, biologici, radiologici e nucleari”.

Il programma SPS sovvenziona progetti pluriennali, seminari di ricerca, corsi di formazione e istituti di studio avanzati, reti di esperti internazionali e scambi di competenze e know-how tra le comunità scientifiche della NATO e dei paesi partner.

Dopo lo scoppio della pandemia da coronavirus, buona parte dei fondi e degli interventi sono stati indirizzati alla ricerca sul COVID-19, con finalità dichiaratamente di ordine strategico-militare. “Abbiamo ricevuto dalla comunità scientifica oltre 40 proposte di studio per individuare le risposte che devono essere assunte contro questa nuova emergenza”, riporta l’ufficio stampa della NATO in un comunicato del 10 luglio scorso.

“Si sta investigando per avere una migliore conoscenza sulla disinformazione che circola sulla pandemia e su come contrastarla; su come assicurare le migliori condizioni sanitarie alle forze armate in caso di pandemia; su come rafforzare l’uso della tecnologia per addestrare i leader militari durante gli interventi in pandemia; sulle lezioni apprese dal COVID-19 per i sistemi di difesa nazionali; sulla dimensione etica del supporto militare alle attività sanitarie in pandemia”.

Sarebbero oltre 6.000 gli scienziati coinvolti dall’Alleanza Atlantica nei programmi sul coronavirus, a cui si aggiungono pure i ricercatori del Centre for Maritime Research and Experimentation (CMRE) di La Spezia, centro d’eccellenza NATO per la realizzazione e sperimentazione di nuovi sistemi d’arma navali e subacquei.

giovedì 20 agosto 2020

Tutto il potere ai mercati, dunque a Draghi

 

Dietro il discorso di Draghi al meeting di Cielle c’è una realtà che va conosciuta e capita per bene, altrimenti si fanno chiacchiere sulla base di “sentito dire” o, peggio ancora, del “mi piace/non mi piace”.

Molti editorialisti si sono concentrati sull’ennesima “innovazione lessicale” dell’ex governatore di Banda d’Italia e Bce (e anche ex vice-presidente di Goldman Sachs, a voler essere un po’ informati): la distinzione tra “debito buono”, impiegato per investimenti e formazione, e “debito cattivo” finalizzato a “sussidi”.

Sembra un’ovvietà, come molte altre innovazioni lessicali. Ma il contesto finanziario occidentale in cui questa distinzione viene ricordata le conferisce un significato concreto, anche politicamente rilevante: i mercati compreranno di preferenza i titoli di Stato emessi da quei Paesi che faranno debito del primo tipo, e puniranno quelli che sussidiano le fasce deboli della popolazione impoverite o azzerate dalla crisi.

Non è una nostra interpretazione maligna, ma una semplice constatazione che possiamo trovare anche in autorevoli editoriali di testate specializzate in finanza (il sempre preciso Guido Salerno Aletta…).

I termini strutturali del problema sono questi:

a) gli Stati, nell’epoca neoliberista del capitalismo occidentale, sono stati privati del potere di “stampare moneta”, trasformando le banche centrali in istituzioni “indipendenti” dal potere politico. L’Italia in questo è stata all’avanguardia, visto che già nel 1981, il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta (il maestro di Prodi e tanti altri), decretò la separazione tra il suo ministero e la Banca d’Italia. Di fatto, quest’ultima non poteva più partecipare alle aste di collocamento dei titoli di Stato, e quindi il nuovo debito pubblico (o il rifinanziamento di quello vecchio) poteva essere finanziato solo dai “mercati”. I quali pretendevano una remunerazione maggiore, facendo scendere il prezzo di quei titoli e aumentando perciò la spesa pubblica in interessi. La motivazione va ricordata: siccome i governi d’allora “spendevano troppo”, si disse che in questo modo sarebbero stati costretti ad essere più “austeri”, a limitare la spesa. Piccola nota: allora il rapporto debito/Pil era intorno al 60%…

b) ma gli Stati, oltre alle normali spese istituzionali (amministrazione pubblica, esercito, polizie, sanità, istruzione, welfare, ecc), in caso di crisi debbono comunque garantire una rilevante copertura delle perdite generate dal settore privato. E’ avvenuto nel 2008-2009, sta accadendo ora su scala mondiale. Per fare questo, non potendo “stampare moneta”, debbono indebitarsi chiedendo prestiti ai “mercati”. Ossia ai grandi investitori professionali, come banche d’affari, assicurazioni, fondi di investimento, ecc.

c) la moneta, in caso di crisi, viene creata dal nulla dalle banche centrali (Federal Reserve, Bce, Bank of England, ecc), ma non può essere girata agli Stati. Solo i grandi investitori professionali possono ottenerla, “vendendo” a prezzo intero alle banche centrali i titoli in loro possesso (di Stato o privati, come azioni, prodotti derivati, ecc) che a causa della crisi non valgono più nulla. Con il quantitive easing delle banche centrali, in altre parole, si “salva il sistema finanziario privato” ossia gli investitori professionali – sostituendo carta straccia con nuova moneta creata dal nulla.

d) con quella moneta “i mercati” comprano il nuovo debito pubblico che gli Stati (o addirittura l’Unione Europea, per la prima volta con il solo Recovery Fund) sono costretti ad emettere per salvare il sistema delle imprese a rischio fallimento.

e) ma il debito fatto dagli Stati dovrà essere ripagato. E poiché gli Stati, in epoca neoliberista, non possono più far conto su un sistema di imprese pubbliche che genera profitti, quel debito dovrà essere “onorato” spremendo le rispettive popolazioni. Cosa che si può fare solo aumentando le tasse, vendendo patrimonio pubblico (imprese, immobili, terreni, monumenti, ecc) e/o tagliando la spesa pubblica “improduttiva”; ossia sanità, istruzione, pensioni, assegni sociali, edilizia pubblica, ecc. E’ la storia degli ultimi 40 anni…

Dov’è la novità?

Con la pandemia da Covid-19 la scala di intervento richiesta agli Stati diventa tale che non si può più “agire col bisturi” sulla spesa pubblica, tagliando qualcosina qui, un po’ di più lì, rinviando questo o anticipando quello. Ora serve la scure.

Perché tutto il poco che c’è dev’essere dato al sistema delle imprese, per definizione descritto come l’unico che può “creare ricchezza, lavoro, occupazione” (non è vero e proprio la storia dell’economia mista italiana lo dimostra, ma con l’ideologia neoliberista non si discute).

E qui torniamo alla distinzione di Draghi tra debito buono e debito cattivo. La spesa per sostenere il sistema privato è “buona”, quella per i servizi o i “sussidi” alla popolazione è “cattiva”.

A deciderlo non è né una teoria macroeconomica, né un’istituzione politica superiore. Sono soltanto i mercati, che comprano già ora e compreranno titoli degli Stati a seconda di come questi spendono i propri soldi. Quelli che pensano anche in qualche misura (pur minima) alla popolazione saranno “schifati”, dunque sarà lasciato salire lo spread, avranno un voto sempre più basso dalle agenzie di rating (poche, tutte statunitensi e controllate dagli “investitori professionali”). Fino al disastro economico e sociale.

Di fatto, “i mercati” commissariano le politiche dei governi, subordinandoli

Detta così, però, i colpevoli sarebbero presto individuati anche dalle popolazioni meno avvedute (con dei rappresentanti politici non tutti completamente venduti). Serve una strategia di comunicazione che “distragga” l’attenzione pubblica, dirottandola verso altri nemici.

Sappiamo per esperienza che oltre 30 anni di “politiche per favorire i giovani” hanno creato semplicemente un mercato del lavoro senza più diritti, con salari bassi, pensioni sempre più tardive e assegni da fame; una sanità semi-privatizzata (quando va bene), un’istruzione ridotta a quiz Invalsi, analfabetismo funzionale e ripresa dell’emigrazione, ecc.

I “giovani” degli anni ‘90, quelli che dovevano beneficiare di quelle politiche, stanno ora avvicinandosi alla pensione come al patibolo. E per quelli giovani oggi andrà ancora peggio.

Ma proprio su questo tasto, per quanto logorato, torna a battere uno dei portavoce più autorevoli dei “mercati”, Mario Draghi.

Che vuol dire? Che le risorse esistenti – la spesa pubblica ordinaria – andranno spostate dal welfare ad altri obbiettivi, genericamente definiti “per la crescita e dunque per i giovani”.

Significa che le pensioni in essere dovranno essere ridotte, come avvenuto in Grecia dal 2015 in poi. Che tutto dovrà essere destinato a supportare le imprese (azzerando contributi previdenziali e imposte varie, costruendo infrastrutture che servono solo a chi le mette in piedi con i soldi pubblici, come il Tav in Valsusa o addirittura il “tunnel dello Stretto”, ecc).

Aspettiamoci quindi un ritorno alla grande del “conflitto generazionale”, con i giovani incitati a scagliarsi contro “i privilegi degli anziani” (padri e nonni che li mantengono, spesso, con le loro pensioni e salari decenti strappati a morsi in un’altra epoca).

Questo è chiamato a fare Draghi. Con l’appoggio integrale di tutte le “forze politiche” presenti in Parlamento.

La novità, insomma, sta nel fatto che il capitale finanziario, ossia “i mercati”, pretende il controllo diretto delle istituzioni politiche.

In nome della “democrazia”, naturalmente…

lunedì 3 agosto 2020

Italia e Ue mandanti di assassini e torture

La guardia costiera libica ha massacrato a colpi di mitraglia un gruppo di migranti su un barcone, che faceva di tutto per sfuggirle. Perché in Libia tutti i fuggitivi erano attesi dai lager, dove esseri umani a migliaia vengono torturati, stuprati, trattati e venduti come schiavi.
Sono gli effetti degli accordi appena rinnovati tra Italia e Libia, approvati con voto quasi unanime dal Parlamento.
Sono gli effetti di una UE che usa Italia Grecia e Spagna come guardie di frontiera, con questi paesi che poi delocalizzano in Africa i compiti dello sterminio.
Sono gli effetti di un sistema neocoloniale che spende per interventi militari in Africa miliardi che potrebbero essere impiegati in veri aiuti.
Sono gli effetti del saccheggio multinazionale delle risorse di un intero continente.
Sono gli effetti di un sistema politico dove infami mascalzoni fanno le loro fortune sulla paura dell’invasione da parte di poveri disperati, che poi vengono stipati in settecento dove c’é posto per cinquanta e vergogna se provano a fuggire. E poi ci sono quelli che per paura di perdere voti a favore dei mascalzoni li copiano e fanno come e peggio di loro.
Sono gli effetti di un paese che da trent’anni viene diseducato alla solidarietà e abituato alla ferocia. Non pensate che sia vero l’ignobile slogan prima gli italiani. Esso serve solo a farci accettare il massacro degli altri come inevitabile, in modo che si sappia accettare quello in casa nostra se fosse necessario.
Ci si abitua all’indifferenza verso la mostruosità, come gli onesti cittadini di Mauthausen.
Ci vogliono rendere complici e partecipi dell’orrore, questa è la colpa più grave di tutti i governi e di tutti i partiti di governo, che hanno fatto dell’Italia e della UE i mandanti dei crimini.
Sono sacrosante ogni ribellione, ogni violazione, nel nome dell’umanità, di questa legalità assassina. E se qualcuno chiede, come è solito fare chi accetta tutto, quali siano le alternative, la risposta è prima di tutto una: non guardare dall’altra parte. E poi smetterla di pagare assassini.
PS: questa foto è stata pubblicata a gennaio dall’Avvenire e documenta la tortura ad una donna eritrea.