mercoledì 28 febbraio 2018

.Ecco perché uscire dall’euro non ci farebbe tornare indietro nella storia

È difficile oggi considerare la sinistra europea come qualcosa di diverso da un cumulo di macerie. Questo è vero in tutta Europa (emblematico il caso della Germania, in cui a un crollo senza precedenti della SPD - che secondo gli ultimi sondaggi riceverebbe oggi appena il 16% dei voti - fa riscontro una Linke incapace di beneficiare di questa situazione, restando intorno al 10%, mentre l’AfD sarebbe diventata addirittura il secondo partito). Ma è soprattutto nel nostro paese che la distruzione della sinistra ha raggiunto livelli semplicemente inimmaginabili soltanto pochi anni fa – per non parlare di quando l’Italia vedeva la presenza del più grande partito comunista d’Occidente.

In molti si sono interrogati sulla genesi di questa situazione, che ovviamente ha più di una causa. Non però quella cara a una vulgata ormai in voga da decenni: quella, cioè, secondo cui i problemi della sinistra italiana nascerebbero da una presunta “incapacità di riformarsi”, e cioè – in concreto - dal rifiuto di far proprie parole d’ordine moderate e di adottare politiche di semplice gestione dell’esistente, abbandonando ogni velleità di trasformazione sociale.

Questa teoria appare platealmente smentita dai fatti: mai la sinistra italiana, nelle sue componenti numericamente più significative, è stata più “compatibile” e arrendevole all’ordine costituito - e mai è stata più vicina a un tracollo elettorale di portata storica. Si sarebbe tentati di essere più drastici, e dire che mai la sinistra è stata più lontana dalla realtà di quanto accada oggi. È una lontananza, però, che non nasce dall’ostinato tener fermo alla propria tradizione e alla propria cultura, ma proprio dall’atteggiamento opposto: dal cedimento totale e incondizionato alle parole d’ordine dell’avversario (un tempo si sarebbe aggiunto “di classe”), dall’assimilazione della sua ideologia, e – conseguentemente – dal perseguimento dei suoi interessi, anziché di quelli dei propri ceti di riferimento.




Con questo abbiamo a che fare quando ascoltiamo “esperti” o politici “di sinistra” affermare che i problemi di competitività delle imprese italiane si possono risolvere smantellando le tutele previste dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, quando li udiamo vantarsi di quello che sono riusciti a privatizzare e ripromettersi di fare ancora di più e meglio al riguardo, o quando li vediamo votare in Parlamento l’innalzamento dell’età pensionabile o lo stravolgimento dell’art. 81 della Costituzione su proposta del “governo dei tecnici” (un governo - varrà la pena di ricordarlo – che, nato per ridurre il debito pubblico, si è rivelato talmente capace da lasciarci con il 13% di debito in più).

Ma cosa accomuna queste concretissime (e sbagliatissime) scelte politiche? Il fatto che esse sono state prescritte dalle autorità europee quali cure per risolvere i problemi del nostro paese. Con il risultato evidente di aggravarli, e in particolare di distruggere capacità produttiva, di raddoppiare il numero dei disoccupati e di impoverire chi un lavoro ancora ce l’ha. Ma non basta riferirsi a Schäuble e alla Troika, né al succedaneo di quest’ultima in Italia, Mario Monti, per intendere l’origine di quelle scelte politiche. Esse sono in effetti perfettamente coerenti con i Trattati europei - di chiara impronta liberista almeno dall’Atto Unico Europeo del 1986 in poi -, e ancor più con l’appartenenza del nostro Paese a una moneta unica entro la quale, grazie all’eliminazione di un meccanismo automatico di riequilibrio tra i differenziali di competitività quale quello rappresentato dai riaggiustamenti del cambio, è divenuta un percorso obbligato la strada della deflazione salariale (in un inseguimento impossibile del paese egemone dell’area, che da decenni fa di un mercantilismo monetario basato sulla “moderazione” salariale la sua bandiera).

Ora, quando si prova a osservare questo, a sinistra ci si trova di fronte a un muro. E non soltanto da parte della cosiddetta “sinistra moderata” (definizione in verità ormai pericolosamente prossima a quella di “fuoco bagnato”), ma anche da parte di molti esponenti della cosiddetta “sinistra radicale”. I quali, pur condividendo a parole la critica alle politiche degli ultimi anni, si fermano un passo prima di affrontare alle radici il problema: ossia di porre in discussione la moneta unica e l’Unione Europea. Anche molti di loro, infatti, invece di prendere atto che l’Unione Europea è irriformabile (e lo è letteralmente, visto che i Trattati possono essere cambiati soltanto all’unanimità), e che la moneta unica è in tutta evidenza quantomeno una parte significativa dei problemi che ci troviamo di fronte, preferiscono fuggire da un lato nel sogno radioso di un’“altra Europa” (senza mai riuscire a definirne né i contorni, né una strada concretamente percorribile per arrivarci), dall’altro in una cupa metafisica. Una metafisica dell’impossibilità (“uscire è impossibile”), dell’angoscia (“uscire sarebbe una catastrofe”) e della regressione (“uscire sarebbe storicamente regressivo”).

Smontare i tre pilastri di questa metafísica rappresenta un’assoluta priorità per chiunque oggi voglia fare un po’ di chiarezza a sinistra. Un libro appena uscito di Domenico Moro, La gabbia dell’euro. Perché uscirne è internazionalista e di sinistra (Imprimatur), ha il grande merito di affrontare con solidi argomenti in particolare la metafisica della regressione. Che nel testo è sintetizzata così: “l’uscita dall’euro” sarebbe “politicamente e storicamente regressiva, perché rappresenterebbe il ritorno alla nazione” (concetto, quest’ultimo, a sua volta, osserva giustamente l’autore, “identificato con quello di nazionalismo”). A questa posizione Moro risponde in maniera molto articolata e convincente, non disdegnando tra le altre cose di operare una lettura critica del Manifesto di Ventotene (uno dei testi più citati e meno letti del XX secolo), nonché di ripercorrere la storia dell’idea di nazione dal Settecento in poi.



Sull’europeismo, la sua tesi di fondo è questa: “l’ideologia europeista è articolazione diretta, in Europa, dell’ideologia cosmopolita, che non va confusa nel modo più assoluto con quella internazionalista”. Ora, siccome questa falsa identificazione è parte importante dell’equivoco per cui l’europeismo sarebbe “progressivo” e “di sinistra”, varrà la pena di citare estesamente le affermazioni dell’autore al riguardo:

“L’internazionalismo, come parte del pensiero socialista del XIX e del XX secolo, non prescinde dall’esistenza delle nazioni e dagli Stati e ha un carattere collettivo e di classe. Infatti, si propone di superare le differenze e le rivalità nazionali e statali mediante la costruzione di una solidarietà e di una unità di intenti economici e politici tra classi subalterne e lavoratori salariati appartenenti a nazionalità differenti, nei confronti del capitale. L’internazionalismo tiene conto dell’esistenza delle nazionalità e sostiene il principio dell’autodeterminazione dei popoli, cioè il diritto alla separazione, come strumento di lotta contro l’oppressione dell’imperialismo e dei regimi autoritari e arretrati. Ma inquadra l’intera questione nazionale all’interno della difesa degli interessi generali del lavoro salariato e delle classi subalterne e lotta contro tutto quanto divida e metta in concorrenza i lavoratori, comprese le differenze nazionali.

Il cosmopolitismo, invece, prescinde dalle nazioni e ha un carattere individualistico. L’individuo si sente cittadino del mondo, invece che legato a una determinata comunità territoriale. Sul piano economico, il cosmopolitismo esprime l’aspetto della mobilità, una delle caratteristiche vitali del capitale, che richiede sia l’esistenza dello Stato territoriale, per le garanzie e le regole che questo può offrire, sia una ampia libertà di movimento al di sopra e attraverso i confini statali. Il cosmopolitismo nasce come ideologia nel periodo illuminista ed è fatto proprio dalla massoneria, organizzazione segreta che nasce con una impostazione universalistica, e in genere dalle élite capitalistiche legate a interessi globali e a reti di relazioni sovranazionali, piuttosto che soltanto a specifiche relazioni territoriali... Il carattere cosmopolita risulta accentuato in particolari momenti storici, ad esempio in quello attuale, quando si afferma la tendenza all’internazionalizzazione dei capitali. Le contemporanee élites transnazionali hanno un carattere marcatamente cosmopolita: studiano nelle stesse Università di prestigio mondiale, frequentano gli stessi circoli e gli stessi think tank internazionali (la Commissione Trilaterale, il Gruppo Bilderberg, l’Aspen Institute), hanno residenze nelle maggiori metropoli europee e statunitensi, ma soprattutto si incontrano nei consigli d’amministrazione di imprese e banche transnazionali. Il cosmopolitismo è alimentato da specifici meccanismi d’integrazione delle élites: gli interlocking directorates, che prevedono la partecipazione contemporanea a consigli d’amministrazione di imprese diverse, e il meccanismo delle “porte girevoli”, che si basa sulla alternanza di incarichi in imprese e banche, nell’amministrazione statale, negli organismi sovrastatali, e nelle istituzioni universitarie.”

Come collocare l’UE e l’Unione monetaria europea in questo contesto? Secondo Moro “l’Unione europea (Ue) e la Unione economica e monetaria (Uem) sono la manifestazione di una fase del capitalismo nella quale l’elemento cosmopolita ha maggiore peso sia rispetto alla fase classica dell’imperialismo territoriale degli anni tra il 1870 e il 1945, sia rispetto alla fase di decolonizzazione e di pre-globalizzazione tra il 1950 e il 1989, anno in cui con la dissoluzione dell’Urss si fa iniziare la cosiddetta globalizzazione, che poi non è altro che l’allargamento a livello mondiale del mercato capitalistico, mediante l’abbattimento o la restrizione delle barriere statali alla libera circolazione di capitale e merci. La Uem, infatti, favorendo e accentuando la fuoriuscita dei meccanismi dell’accumulazione dal perimetro di controllo dello Stato, asseconda lo spostamento del baricentro dell’accumulazione dal livello nazionale al livello sovranazionale.”

È in questa chiave che Moro legge il nesso tra l’unione monetaria e la teoria (e la pratica) del “vincolo esterno”, che ha accompagnato le diverse fasi dell’integrazione europea dell’Italia dagli anni Ottanta in poi: “L’euro è stato lo strumento principale di riorganizzazione dell’accumulazione nella fase capitalistica globale, nelle specifiche e particolari condizioni economiche e politiche dell’Europa occidentale... In Europa continentale, soprattutto in Italia, Spagna e Francia, a causa dei particolari rapporti di forza economici e politici esistenti tra le classi sociali, si è reso necessario far ricorso alla leva del vincolo esterno europeo. Questa leva ha consentito di bypassare parlamenti e sistemi elettorali che, esprimendo interessi variegati, non consentivano la tanto auspicata governabilità, cioè la capacità dei governi di mettere in pratica le controriforme del welfare e dei mercati dei capitali, delle merci e del lavoro, volute dal capitale e imposte per suo conto dalla Bce e dalla Commissione europea”. Ed è per queste ragioni - conclude Moro - che “l’ideologia dominante, cioè l’ideologia dei circoli economici egemoni, oggi non è quella nazionalista, bensì quella cosmopolita”. In effetti, l’ideologia nazionalista “non rappresenta, in questa fase storica, gli interessi di fondo del grande capitale europeo”. Questo, osserva Moro, si può capire considerando che “il concetto di nazione, e quelli di patria e di popolo a esso legati, sono mutati nel corso del processo storico e, in ogni periodo, hanno assunto significati diversi a seconda del punto di vista, cioè dell’orientamento politico e di classe.” Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, “i concetti di nazione e di patria divengono lo strumento ideologico delle potenze europee nuove e vecchie in competizione, in Francia e in Italia così come in Germania, per la creazione di consenso attorno alle politiche imperialiste e infine per la mobilitazione delle masse nella guerra mondiale. Dalla nazione si passa quindi al nazionalismo, cioè a una concezione di superiorità della propria nazione sulle altre. In contemporanea, però, si assiste allo sviluppo del concetto di nazione in senso progressivo, cioè come lotta contro l’oppressione imperialista dei popoli, in Europa e soprattutto nelle colonie.”

In Europa, dopo la prima guerra mondiale, “il concetto di nazione viene egemonizzato ed esasperato dal fascismo e dal nazismo. L’idea di nazione e di patria riprende linfa soprattutto a seguito dell’invasione nazi-fascista dei Paesi europei, soprattutto dopo l’invasione dell’Urss. Qui il partito comunista fa appello a tutto il popolo per la difesa della patria nella lotta contro l’invasione nazista, che, infatti, verrà definita Grande guerra patriottica. Anche in Occidente la Resistenza è non solo lotta contro il fascismo ma insieme anche lotta contro l’invasore straniero. Di conseguenza, assume, tra le altre connotazioni, quella di guerra patriottica. Le formazioni partigiane italiane, indipendentemente dalla loro coloritura politico-ideologica, scelgono spesso di chiamarsi con nomi che si riferiscono a patrioti risorgimentali: Mazzini, Pellico, Menotti, fratelli Bandiera, ecc. Le stesse formazioni partigiane del Partito comunista italiano, maggioritarie nella Resistenza italiana, fanno frequente richiamo alla tradizione risorgimentale, assumendo ad esempio la denominazione collettiva di brigate Garibaldi.” Dopo la guerra, il PCI di Togliatti come noto svilupperà, soprattutto dopo il 1956, la “via nazionale o italiana al socialismo”. Moro osserva - e con ragione - che “quella fu l’ultima vera strategia che i comunisti si diedero in Italia”.

Tornando a noi, qual è il significato da attribuire oggi alla nazione? Domenico Moro risponde così: “La nazione è un fatto oggettivo, cioè che esiste a tutt’oggi come individualità storica. Tuttavia, essa assume un significato politico e ideologico di segno diverso a seconda di chi ne egemonizza l’interpretazione e del contesto socio-economico storico”. E la situazione attuale è caratterizzata dal fatto che “l’élite capitalistica ha abbandonato il concetto di nazione o, per essere più precisi, l’ha messo in secondo piano e reso subalterno all’autoregolazione del mercato, alle istituzioni sovranazionali. Mentre fino a qualche tempo fa esistevano interessi comuni, tra l’élite economica e i settori subalterni, o almeno la possibilità che si potesse stabilire un patto sociale a livello nazionale, oggi tale patto è stato stracciato proprio da quell’élite sempre più internazionalizzata. In questo modo, la precedente unità della comunità nazionale, per quanto abbia sempre escluso una parte più meno grande dei subalterni, si è profondamente incrinata… Il capitale ha stracciato il patto sociale keynesiano, cioè la base materiale della Costituzione, e oggi i suoi interessi, specie in Italia e negli altri Paesi più penalizzati dall’integrazione europea, si contrappongono oggettivamente agli interessi popolari, cioè a quelli della maggioranza della popolazione. Per il pensiero dominante il concetto stesso di popolo è ora “politicamente scorretto”, fino al punto che dichiarare di perseguirne gli interessi acquista una accezione negativa, diventando populismo”.

Rispetto a tutto questo, l’autore rivendica il valore attuale e il carattere progressivo di un “patriottismo costituzionale, cioè dell’appartenenza a una comunità nazionale condizionata al rispetto e al rilancio della Costituzione. Una Costituzione, però, non stravolta dalle modifiche richieste dall’Europa come è adesso, bensì nel suo impianto originario e soprattutto unita alla critica al capitalismo. Soprattutto ciò che distingue una concezione progressiva e attuale di nazione da una reazionaria e arretrata è la questione del potere. La concezione progressiva, infatti, basandosi sul principio della volontà popolare, si deve porre in prospettiva la questione della conquista del potere da parte delle classi subalterne e, nell’immediato, quella dell’azione per la modifica dei rapporti di forza tra le classi. Proprio per queste ragioni, il recupero della volontà popolare e del patriottismo costituzionale, nel contesto fortemente cosmopolita e internazionalizzato, non può che configurarsi, se vogliamo stare nel concreto e non nelle astrazioni teoriche, in termini nazionali e internazionalisti insieme. Però, solamente il recupero della volontà popolare e il miglioramento dei rapporti di forza a livello nazionale, nelle condizioni specifiche dell’integrazione europea, può porre le fondamenta per lo sviluppo di una politica internazionalista, che sia in grado cioè di costruire una collaborazione e una unità di intenti tra i salariati e i subalterni d’Europa.”

Ma cosa significa in concreto “recupero della sovranità democratica e popolare”? Significa in primo luogo “il ristabilimento di un contesto di lotta in cui i subalterni non siano sconfitti in partenza, mediante la reintroduzione di meccanismi economico-istituzionali che consentano di ridefinire rapporti di forza più favorevoli al lavoro salariato. Questi meccanismi si concretizzano, innanzi tutto, nella ricollocazione al livello statale del controllo sulla valuta, al fine di manovrare sui cambi e di attribuire alla Banca centrale il ruolo di prestatore di ultima istanza e di acquisto dei titoli di Stato.” Da questo punto di vista, osserva Moro, “l’uscita dall’euro... è una condizione certamente non sufficiente ma necessaria, sul piano politico, e non solo sul piano economico, per difendere gli interessi del lavoro salariato e soprattutto per ricostruire una strategia di cambiamento a livello europeo, cioè una strategia internazionalista. È una condicio sine qua non, senza la quale non si può né portare avanti una politica di bilancio pubblico espansiva, né un allargamento dell’intervento pubblico, mediante vere ripubblicizzazioni di banche o di aziende di carattere strategico, né tantomeno difendere efficacemente salari e welfare. All’interno dell’euro si può e si deve lottare per il lavoro, il salario e il welfare, ma non ci sono le condizioni per dispiegare fino in fondo e con efficacia tale lotta.”

Ecco perché, rispondendo al quesito che dà il titolo al libro, Moro afferma che uscire dalla gabbia dell’euro è “di sinistra”. Ma è anche “internazionalista”? La risposta di Moro è affermativa. Essa muove da un’analisi della situazione attuale, in cui “i meccanismi dell’integrazione valutaria creano o approfondiscono le divisioni tra le classi operaie dei singoli Paesi, mettendole in competizione le une contro le altre sul piano salariale e della riduzione del welfare e dividendo i popoli in “cicale” e spreconi, come i greci e gli italiani, e in “formiche” e probi, come i tedeschi. Ben altro, quindi, che lo sviluppo di solidarietà e valori comuni, ben altro che il superamento del nazionalismo e la ricomposizione di classe grazie alla globalizzazione e all’Europa”. Contro tutto questo, “solamente una elaborazione politica che metta al centro la pratica dell’obiettivo del superamento dell’euro e dei trattati europei, collegandola a una critica dei rapporti di produzione, alla crisi del capitale e al neoliberismo, può permettere di rilanciare una politica che sia insieme efficace a livello nazionale e internazionalista a livello europeo, permettendo alla sinistra di ricreare una forza politica che non sia vista come residuale e ormai destinata al cimitero della storia.”

Sarebbe gioco fin troppo facile misurare la distanza che corre tra queste parole e le posizioni di gran parte delle formazioni di sinistra presenti alle elezioni del 4 marzo. Ma è senz’altro più produttivo consegnare queste riflessioni al dopo elezioni. La ripresa di una sinistra politica in Italia non sarà cosa facile né di breve periodo. Essa dovrà ripartire da una riflessione molto seria sulla propria storia, sugli errori compiuti e sulle cose da fare. A questa riflessione difficilmente potranno essere estranei i temi trattati nel libro di Domenico Moro.

martedì 27 febbraio 2018

Balcani: nuova pattumiera d’Europa

La regione balcanica si sta uniformando al modello liberista sotto ogni punto di vista: politico, etnico, culturale, religioso, e perfino paesaggistico: quello di discarica a cielo aperto.

Balcanizzazione è un termine che ha trovato una stabile collocazione nel vocabolario politico internazionale e viene generalmente utilizzato per indicare un processo di disgregazione e smembramento di una struttura politica unitaria.
La regione balcanica non è granché unitaria dal punto di vista geografico, e nella storia, se mai lo è stato, lo era solo per una camicia di forza politica: sia sotto l’impero romano, che sotto quello ottomano, che sotto il regime comunista del maresciallo Tito.
Ora, finalmente, dopo aver ‘liberato’ quelle povere popolazioni mediante ‘bombardamenti umanitari’ operati dalla NATO senza mandato ONU, ci sta pensando la ‘superiore cultura’ liberista dell’occidente a unificarle sotto ogni punto di vista:
politico: con la democrazia rappresentativa (cioè rappresentativa dei padroni occidentali);
etnico: con il melting pot delle migrazioni;
culturale: con l’omologazione mediatica;
religioso: col culto del dio Denaro;
– e perfino ambientale: uniformando il paesaggio secondo il tipico modello di discarica a cielo aperto.
Lo dice Environmental Justice Atlas, finanziato dalla UE: basta mettere a confronto la mappa ecologica prima (1997) e dopo (2017) la ‘cura’ occidentale.

lunedì 26 febbraio 2018

Terremoto, ricostruzione flop: fine lavori solo in 50 case. Il fact checking

Zero in Abruzzo, 2 in Umbria a Norcia, 12 nel Lazio e 36 nelle Marche. Un anno e mezzo dopo il terremoto, nei 138 comuni del cratere sono appena 50 le case private che erano state lievemente danneggiate dalle scosse e sono tornate abitabili. Basta sommare le liquidazioni a saldo, a chiusura dei lavori, per edifici che avevano danni lievi (fonte: Regioni e Protezione civile). I numeri sono impietosi, se pensiamo alla cornice. Nelle Marche – cuore del sisma – i sopralluoghi sono stati 106mila. Alcuni doppi, certo, ma il quadro di grandezza della devastazione è questo. L’emergenza è finita, aveva dichiarato a fine gennaio il premier Gentiloni, provocando l’ira dei comitati. Ieri il governo ha deciso una proroga di sei mesi e ha stanziato altri 570 milioni. Lo stato d’emergenza doveva concludersi a febbraio, arriverà ad agosto. Saranno garantiti fra l’altro gli sfollati i contributi sull’affitto e il conto degli hotel.
CASETTE - Consegne sempre al 68%. I comitati: misure fuori norma
Sono il tormento dell’ultimo anno. Casette o Sae, soluzioni abitative d’emergenza. Arrivate con il contagocce, accompagnate da furiose polemiche per lentezza e problemi, tetti-boiler-infiltrazioni-costi. Non solo: dalle parti di Muccia il comitato ‘La terra trema noi no’ ha preso le misure delle stanze e ha scoperto che sono fuorilegge. Sì, restano sotto i 14 metri quadri stabiliti proprio dal commissario De Micheli nel decreto salva Peppina che doveva risolvere
il problema delle casette abusive ma ha messo nei guai 1.200 famiglie, 'accampate' tra camper e roulotte. Nei conti di Francesco Pastorella e Francesca Mileto, coordinatori dei comitati centro Italia, in 2.500 aspettano ancora una Sae. Nell’ultimo riepilogo disponibile (fonte Protezione Civile, al 19 febbraio) risultano consegnati 2.577 alloggi su 3.846, il 68%. In Abruzzo non sono arrivati neanche alla metà, 144 su 298, comunque un recupero sorprendente dall’unica casetta di ottobre. Nelle Marche siamo a 1.120 su 1.963 (58%). Umbria e Lazio avevano chiesto 740 e 823 casette e ne hanno consegnate ai sindaci 740 e 732. Nemesi della storia: la Regione di Zingaretti per dare un tetto agli sfollati ha chiesto ospitalità anche a Silvio Berlusconi. Nelle case del dopo 2009 all’Aquila vivono ancora 87 terremotati (altri 19 sono in trasferta negli alberghi marchigiani).
PICCOLI COMUNI - I sindaci: tutto fermo, mancano gli studi. Se c'è rischio bisogna spostare i borghi
"L’inizio, il 24 agosto 2017...". Veramente sindaco era il 2016... Si corregge Mauro Falcucci, una passione per il suo paese, Castelsantangelo Sul Nera, piccolo gioiello marchigiano. Fa quasi paura mettere a fuoco che dalle prime scosse sono trascorsi 18 mesi. E per la ricostruzione? Il commissario ha appena puntato 104 milioni di euro sul dissesto del Maceratese. Falcucci sospira: "Veramente io non posso neanche muovere i professionisti. Siamo fermi, aspettiamo il piano d’assetto idrogeologico. Il Nera è un affluente del Tevere, così con Ussita e Visso ricadevamo in quell’Autorità di bacino. Che dal febbraio dell’anno scorso è stata assorbita nell’Autorità di distretto dell’Appennino centrale. Il piano è in fase di revisione, se l’hanno concluso nessuno ce l’ha detto. Senza, non possiamo ricostruire. E serve anche la microzonazione, ci dice come reagisce il territorio alle amplificazioni sismiche. Se si supera una certa soglia, bisogna spostarsi". Roberto Di Girolamo, ingegnere, aggiunge «la perimetrazione, essenziale come gli altri perché ci dice come ricostruire". Castelsantangelo è stato il primo a consegnarla, mesi fa. Vantaggio inutile, oggi. Il sindaco è diretto: "Il nostro destino? Lo vorrei sapere anch’io".
MACERIE - Quasi il 70% ancora da rimuovere. E nelle Marche brevettano piastrelle
Qualche politico subito dopo le scosse aveva regalato sogni: sgombreremo le macerie in poche settimane. Peccato che oggi quasi il 70% sia sempre lì, in attesa delle demolizioni ma non solo. Appena 728mila tonnellate quelle smaltite su 2,3 milioni stimate. Se provi a chiedere le ragioni della lentezza, i tecnici rispondono che la procedura è complessa e gli sfollati devono recuperare i ricordi, seppelliti dalle rovine. Sarà. Le Marche – terremotate in 85 comuni, le macerie sono in 53 – hanno rimosso 325mila tonnellate su 1 milione; il Lazio 350mila su 1 milione e cento (due stime da rivedere al ribasso, assicurano gli ingegneri). L’Umbria certifica di essere a metà strada, 50mila tonnellate ripulite su 100mila. Invece l’Abruzzo è solo agli inizi, 3.264 tonnellate su 160mila. Hanno tolto l’amianto o poco più, anche perché il sito per lo stoccaggio a Capitignano non è ancora completato. In questa catena infinita, c’è chi si è fatto venire qualche idea. Nelle Marche, sfruttando una delibera della Regione che prevede un riciclo virtuoso, sono state brevettate piastrelle e mattoni. Maria Maranò di Legambiente è certa che sia la strada «per evitare l’aumento di discariche e cave». Sicuramente con calma.

venerdì 23 febbraio 2018

INQUINAMENTO ELETTROMAGNETICO

Non bisogna essere spaventati dall’inquinamento elettromagnetico, detto anche elettrosmog: è un prezzo che si paga al progresso e all’innovazione tecnologica. Ma non bisogna neanche stare con le mani in alto, e bastano pochi gesti importanti per autoproteggersi.
Antenne, smartphone, televisori, radio, computer sono i maggiori responsabili di questo cambiamento. Sono tutti elettrodomestici presenti nelle nostre case che producono onde a radiofrequenze di una bassa potenza, che si sospetta possano provocare disturbi nel caso di un’esposizione continua e duratura nel tempo.

INQUINAMENTO ELETTROMAGNETICO COS’È

I campi elettromagnetici si propagano sotto forma di onde elettromagnetiche, per le quali la frequenza, che viene misurata in Hertz è il parametro di riferimento. Su questa base, il Ministero dell’Ambiente ha suddiviso l’inquinamento elettromagnetico (o elettrosmog) sulla base della frequenza:
  • Inquinamento elettromagnetico generato da campi a bassa frequenza (0 Hz – 10 kHz), in cui rientrano gli elettrodotti che emettono campi elettromagnetici a 50 Hz
  • Inquinamento elettromagnetico generato da campi ad alta frequenza (10 kHz – 300 GHz), in cui rientrano gli impianti radio – TV e di telefonia mobile.
Una distinzione importante per capire le diverse caratteristiche dei campi, così come quelle di interazione con il corpo umano.

INQUINAMENTO ELETTROMAGNETICO CONSEGUENZE

“I campi elettromagnetici interagiscono con le cariche presenti nel corpo umano, esercitando forze su di esse, e quindi provocano sempre in qualche misura una risposta, che può tradursi in un effetto biologico. Questo non implica necessariamente un effetto di danno alla salute (o effetto sanitario)” sostiene l’Istituto Superiore di Sanità.
“Non bisogna essere allarmisti, l’inquinamento elettromagnetico esiste, ma al momento non ci sono evidenze scientifiche sulla sua nocività – ammonisce Sergio Ferraris, direttore della rivista QualEnergia –. L’equivoco nasce dal fatto che, spesso, l’elettrosmog viene paragonato all’inquinamento radioattivo, ma dal punto di vista fisico si tratta di tutt’altra dinamica. Le onde elettromagnetiche sono energia allo stato puro (al pari dei fotoni non possiedono massa), mentre le sostanze radioattive hanno una massa determinata e emissione energetiche concentrate e puntuale. Se vengono ingerite o se si è in prossimità di una particella radioattiva si verifica un effetto locale molto potente perché è come se ingerissi un radioemettitore. Cosa che invece non accade con i telefonini”.

INQUINAMENTO ELETTROMAGNETICO EFFETTI SULLA SALUTE

Gli effetti biologici e sanitari di un’esposizione all’elettrosmog dipendono dunque dalla frequenza dei campi magnetici che li inducono. “Gli unici effetti sanitari accertati sono di natura acuta (e cioè immediati) e si verificano solo al di sopra di determinati livelli (soglie) di esposizione” continua l’ISS. E proprio su questi effetti si basano i limiti di esposizione raccomandati dalle più autorevoli organizzazioni internazionali.
“Tra l’altro l’Italia – continua Sergio Ferraris – è uno dei Paesi con le norme più restrittive al mondo relative all’inquinamento elettromagnetico. Eppure non ci è vietato usare i telefonini”.

INQUINAMENTO ELETTROMAGNETICO COME DIFENDERSI

“Bisogna agire seguendo un approccio razionale, senza lasciarsi spaventare. Questo nella consapevolezza che bisogna comunque proteggersi e quindi evitare un’esposizione prolungata alle onde elettromagnetiche o una vicinanza eccessiva a loro” conclude Ferraris.
Ecco, dunque, secondo il direttore di QualEnergia, come possiamo difenderci:
  • Se potete, non fate installare l’antenna per la telefonia cellulare sul vostro tetto o sui tetti vicini
  • Evitate di andare ad abitare vicino a linee elettriche ad alta tensione o ripetitori delle onde radio-TV
  • Se si hanno dei dubbi sulla salubrità di impianti per la telefonia ad alta potenza e frequenza installate nei pressi della propria abitazione, interpellare l’Arpa che è obbligata a fare controlli sul rispetto delle leggi italiane
  • Usare gli auricolari quando si parla al cellulare
  • Spegnere il wi-fi in casa di notte e tutti i dispositivi che ce l’hanno (o allontanarli dal letto dove dormite)
  • Mettete in alto l’antenna del Wi-fi (2,5 metri altezza), così sarete già a un metro di distanza dalle onde
  • Acquistate sempre apparecchi elettrici a norma
  • Riducete al minimo i tempi di esposizione a un’apparecchiatura elettronica

UN LIBRO CHE AIUTA A PROTEGGERSI DALL’ELETTROSMOG

Un libro molto utile per essere informati a 360 gradi sull’elettrosmog, e anche per raccogliere suggerimenti preziosi per proteggersi, è stato scritto da Carl de Miranda e si intitola Guida pratica per ridurre le onde elettromagnetiche (edizioni Il Punto d’incontro). Nel testo viene ricostruita una nostra giornata normale, dalle 7 del mattino fino a quando andiamo a letto, con tutti i momenti nei quali entriamo in contatto con onde elettromagnetiche. E non sono pochi. Inoltre, particolari accorgimenti vengono indicati per i soggetti più esposti ai rischi dell’elettrosmog: i bambini, le persone anziane o malate, i soggetti elettrosensibili (tra il 2 e il 6 per cento della popolazione). Accorgimenti talvolta semplici, ma molto utili per la nostra salute.

giovedì 22 febbraio 2018

Le tasse sono per la gente comune, non per i miliardari

Leona Helmsley, moglie del miliardario Harry Helmsley (condannato per evasione fiscale) ha dichiarato con orgoglio che “le tasse sono per le persone normali”. E la verità è che la ragione non le manca. Da lungo tempo vediamo come anno dopo anno vengono alla luce nuove fughe di notizie, che dimostrano che le élite economiche e politiche del mondo si considerano una “nuova aristocrazia globale”, che gode del privilegio di essere esentata dal pagamento delle tasse.

Nel frattempo, i lavoratori e i piccoli imprenditori contribuiscono con le loro tasse e sopperiscono anche alla parte che altri non hanno pagato. Aumenta la disuguaglianza nel mondo e l’austerità si insedia nelle politiche pubbliche con i tagli alla nostra educazione, alla nostra salute, in definitiva ai  nostri diritti.

L’evasione e l’elusione fiscale non sono casi isolati o congiunturali, ma sono intimamente legati a un fenomeno strutturale del capitalismo liquido del nostro tempo, e sono intimamente legati all’offensiva neoliberale che sta investendo le nostre economie da decenni. Lo stesso Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia, ha dichiarato al Parlamento Europeo che siamo soggetti a un ingiusto regime fiscale globale e che dietro i paradisi fiscali si nasconde un settore  basato sulla segretezza che crea una “economia globale ombra”. Un’economia globale che ha il suo epicentro amministrativo nel forum economico di Davos, che è si è tenuto qualche settimana fa nel primo e più importante paradiso fiscale del mondo, la Svizzera. Elite mondiali che rifiutano di pagare le tasse e concentrano sempre più ricchezza in poche mani.

I paradisi fiscali sono tra i principali responsabili dell’estrema disuguaglianza nella concentrazione della ricchezza, poiché consentono alle grandi multinazionali e alle grandi fortune di non pagare la giusta parte di tasse che spetta loro. In effetti, tutti gli studi dimostrano come non ci sia mai stato così tanto denaro nei paradisi fiscali come ora.

Secondo l’economista Gabriel Zucman, ci sono circa 7,6 trilioni di dollari di fortune personali nascoste in luoghi come la Svizzera, il Lussemburgo e Singapore. Ciò significa che le statistiche sulla disuguaglianza sottostimano seriamente il vero grado di concentrazione della ricchezza, poiché non includono il denaro nascosto in queste giurisdizioni opache o nei paradisi fiscali.

Nel mondo, oltre 600 miliardi (la metà del PIL spagnolo) sono redistribuiti artificiosamente ogni anno dalle multinazionali verso i paradisi fiscali. Tutte le società tranne una, Aena, dell’indice Ibex 35  “attualmente hanno una presenza in territori considerati paradisi fiscali, senza che tali sedi siano direttamente collegate all’esercizio della loro attività principale“, sottolinea Oxfam. Una prassi che corrisponde a una macchinazione diffusa da parte delle multinazionali, per evitare di pagare le tasse massimizzando i propri profitti a scapito dei nostri diritti.

La nuova riforma fiscale di Donald Trump, fatta su misura per miliardari e multinazionali, ha abbassato le imposte societarie alle grandi multinazionali dal 35% al ​​20%, offrendo la possibilità di rimpatriare i profitti con una tassa dell’ 8% per le attività illiquide e i profitti reinvestiti e del 15,5% per le attività liquide.

Come risultato del “condono fiscale” di Trump per i grandi capitali, Apple prevede di rimpatriare circa 250 miliardi di dollari di profitti che teneva nascosti in paesi terzi, in cambio di 38 miliardi di dollari di tasse da pagare, risparmiando più di 49,5 miliardi di dollari di imposta. Quasi nello stesso momento in cui Apple affermava in un comunicato che “un pagamento di queste dimensioni potrebbe essere il più grande del suo genere mai fatto“, che in realtà ha coinciso con una delle più grandi truffe fiscali mai realizzate, querelava Attac Francia per le sue azioni di denuncia e critica delle pratiche di evasione fiscale effettuate dal colosso americano.

Panama è non solo uno dei più famosi paradisi fiscali del mondo, ma anche un caso paradigmatico della connessione tra le élite politiche e i facilitatori dell’evasione fiscale, un elemento essenziale perché la rete dell’evasione funzioni. Ramón Fonseca, mentre cogestiva lo studio con Jürgen Mossack, investito da una fuga di notizie conosciuta come “Panama Papers” e che lavorava con criminali e evasori di ogni tipo per i loro business off-shore, è stato un leader politico del principale partito del paese, che ha fornito consulenze o ha persino contribuito a redigere leggi a Panama. Un vero pirata offshore con lettera di corsa.

Nonostante gli scandali come la fuga di notizie dei Panama Papers, abbiamo visto come il governo spagnolo, che sa come restituire un favore, non solo non ha incluso Panama nella lista spagnola dei paradisi fiscali. Ma negli ultimi mesi ha insistito per tirarlo fuori dalla lista nera europea. L’elenco delle giurisdizioni terze che non cooperano in materia fiscale, ufficialmente chiamato la lista nera, intendeva essere la prima lista di paradisi fiscali comuni per tutta la UE, in sostituzione delle liste nazionali che avevano alcuni Stati, ma in realtà è nata già ferita a morte, dato che omette di menzionare o segnalare qualsiasi nascondiglio fiscale europeo. Una lista che più che nera è diventata la candeggina dei paradisi fiscali dei governi europei.

Stiamo assistendo ad una vera e propria rivolta dei privilegiati, in cui miliardari e multinazionali rifiutano di pagare le tasse praticando un vero e proprio terrorismo fiscale, con l’appoggio complice dei governi e dei partiti principali, mentre denunciano o minacciano chi denuncia la loro pratiche di appropriazione indebita delle finanze pubbliche. È per questo che la lotta contro l’evasione fiscale diventa ora più che mai una contestazione dell’ordine mondiale neoliberista imperante, una messa in discussione dell’accaparramento di tutte le risorse del pianeta da parte della minoranza dell’Un per cento. Una battaglia che non possiamo permetterci di perdere.

mercoledì 21 febbraio 2018

Embraco. Saltata la trattativa. La multinazionale delocalizzerà in Slovacchia

La proprietà della Embraco (in mano alla multinazionale Whirlpool), ha detto no all’ipotesi di mettere in cassa integrazione i circa 500 lavoratori dello stabilimento piemontese di Riva di Chieri. Si è chiusa così la trattativa al ministero dello Sviluppo Economico. Un atteggiamento che ha fatto saltare i nervi addirittura al ministro Carlo Calenda secondo cui “Si conferma un atteggiamento di totale irresponsabilità. Non ricevo più questa gente e neanche i loro consulenti italiani che sono peggio di loro”. “Ora attiveremo un percorso con Invitalia per cercare una soluzione al più presto” ha detto il ministro. Invitalia è l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti esteri e lo sviluppo d’impresa, gestita dal Ministero dell’Economia
L’Embraco, gruppo brasiliano, che fa parte della multinazionae statunitense Whirlpool, ha avanzato la proposta di mettere i lavoratori in part time fino a novembre, ma nel frattempo si prepara a smantellare gli impianti e a delocalizzarli in Slovacchia.
La Whirlpool, nel 2014 aveva rilevato il gruppo marchigiano Indesit dalla famiglia Merloni battendo la concorrenza di una azienda cinese, la Hayer. La multinazionale statunitense aveva già minacciato più volte migliaia di esuberi (2.060 in tutto), prima di prendere l’impegno formale a non licenziare nessuno fino al 2018. Un anno entro il quale la multinazionale statunitense aveva previsto di spendere 514 milioni, cifra inserita nel budget previsionale (220 milioni di euro spesi da inizio 2015 a inizio 2017). Impegno che però, per quanto riguarda la fornitura di beni intermedi, ha lasciato fuori la controllata Embraco e i 500 lavoratori che producono compressori. Da qui la decisione di delocalizzare in Slovacchia, uno dei paesi a bassi salari in cui il regime fiscale favorevole agli investimenti delle multinazionali mostra tutti i profili di dumping fiscale e dumping salariale.
Lo stesso Calenda ha confermato che domani sarà a Bruxelles per incontrare la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager proprio sulla vicenda Embraco e sul regime di agevolazioni fiscali applicato dalla Slovacchia alle imprese straniere.

martedì 20 febbraio 2018

La Germania rischia di tornare al voto

Nonostante la gran pubblicità che si è avuta in Italia della sua candidatura, Martin Schulz non ha mai convinto del tutto né i tedeschi, né il suo partito.
L’epopea di Schulz come leader politico dell’SPD e candidato alla guida del governo della Germania Federale è stata un fallimento totale. Presentatosi come una concreta alternativa alla Cancelliera Angela Merkel nel marzo del 2017, l’erosione di consensi subita sia dall’SPD che dalla CCD/CDU ha indotto la leadership dei socialdemocratici a giungere a un nuovo accordo con i cristianodemocratici per un quarto governo a guida Merkel.
Se l’accordo raggiunto dai due partiti dovesse tenere si tratterebbe del terzo governo di Grande Coalizione in Germania. Un’ipotesi che ha fatto storcere il naso a molti all’interno dello stesso partito socialdemocratico, confermato dal voto del 21 gennaio, dove la linea favorevole a una nuova Groko è passata con una differenza poco ampia di voti, 362 a 279 delegati.
Entro marzo l’SPD dovrebbe tenere un’assemblea plenaria, nella quale tutti i membri sono chiamati a sottoscrivere l’accordo tra socialdemocratici e l’Unione, ma lo farà senza Schulz. L’ex Presidente del Parlamento Europeo ha dato le dimissioni in settimana, dopo il caso relativo alla carica di Ministro degli Esteri. Schulz aveva promesso in campagna elettorale di non voler fare nessun accordo con la Merkel e di non voler occupare il ruolo di Ministero degli Esteri.
Ciò ha provocato diverse critiche da parte del suo stesso partito, ai quali si è aggiunto anche Sigmar Gabriel, padre putativo di Schulz, ex leader dell’SPD e Ministro degli Esteri nel governo uscente. Così oltre alla grana GroKo per l’SPD si aggiunge anche la questione della leadership, con il congresso fissato per la fine del prossimo Aprile.
Andrea Nahles, donna forte dell’SPD era già pronta per assumere la carica di presidente ad interim, ma in questo momento le critiche verso l’attuale leadership “blairiana” all’interno del partito è forte e non sono da escludere sorprese.
In questo momento storico anche in Germania le posizioni tipiche della sinistra europeista non riscaldano il cuore degli elettori tedeschi, che delusi dalle politiche immigratorie e troppo europeiste della Merkel si sono rivolti alle destre liberali e populiste come quelle dell’FDP e dell’AFD, rosicchiando milioni di voti ai partiti del governo uscente.
La Merkel dopo il fallimento delle trattative per la coalizione “Jamaika” proprio con i liberali dell’FDP e le incertezze dell’SPD starebbe pensando a un governo di minoranza. L’alternativa più concreta però potrebbe essere quella del ritorno al voto dopo 5 mesi di trattative.
Una prospettiva che potrebbe molto indebolire la posizione della Merkel, non solo in Germania ma anche in chiave UE, dove la Cancelliera in caso di debacle del PD potrebbe perdere una grossa sponda europeista.

lunedì 19 febbraio 2018

2.000 euro di tasse a famiglia nel 2017

Ammontano a 47 miliardi di euro le imposte e tasse locali, regionali e comunali, pagate dai contribuenti nel 2017: Imu-Tasi in testa che hanno generato un gettito per Comuni e lo Stato centrale per 20,7 miliardi di euro, 17,1 miliardi di euro i comuni e 3,6 miliardi di euro lo Stato centrale. È quanto emerge da un’analisi del Servizio politiche territoriali della Uil sul gettito fiscale totale e medio pro-capite di una famiglia-tipo (composta da 4 persone con reddito complessivo di 44 mila euro, reddito Isee 17.812 euro con una casa di proprietà e un altro immobile).
A seguire il gettito delle addizionali regionali Irpef a 12,4 miliardi, mentre per l’Irpef comunale sono stati incassati 4,8 miliardi di euro e per la Tassa Rifiuti 9,1 miliardi di euro. In media nel 2017 una famiglia-tipo ha pagato 2.066 euro di tasse locali, spiega Guglielmo Loy, segretario confederale Uil.
In particolare, per l’Imu-Tasi per immobili diversi dalla prima casa, l’esborso medio è stato di 814 euro; per le addizionali regionali Irpef mediamente l’esborso è stato di 726 euro; per le addizionali comunali Irpef 224 euro; per la Tari 302 euro. A Roma, la famiglia oggetto del campione ha pagato 3.028 euro; a Torino 2.993 euro; a Genova 2.778 euro; ad Alessandria 2.724 euro; a Napoli 2.684 euro; a Salerno 2.676 euro; a Benevento 2.650 euro; a Pisa 2.684 euro; a Biella 2.692 euro; a Milano 2.571 euro. Cifre più contenute a Oristano (1.368 euro); a Gorizia (1.394 euro); a Bolzano (1.464 euro); a Sassari (1.528 euro); a Macerata (1.546 euro).
A livello di singole tasse per l’Imu-Tasi a Roma si sono pagati 1.563 euro medi; a Milano 1.333 euro; a Torino 1.321 euro; a Bologna 1.277 euro; a Genova 1.232 euro. Per l’Irpef regionale, in Piemonte, la famiglia campione ha pagato 1.041 euro; in Campania 893 euro; in Molise 878 euro; in Liguria 855 euro; nel Lazio, in Abruzzo, Calabria e Sicilia 761 euro. È Roma la città dove si paga l’Irpef comunale più alta con 396 euro, mentre in 51 Città, tra cui Bologna, Ancona, Campobasso, Genova, Napoli, Palermo, Perugia, Reggio Calabria, Torino e Venezia si pagano 352 euro. Per la Tariffa Rifiuti ad Agrigento il costo medio nel 2017 è stato di 474 euro a famiglia; a Pisa 473 euro; a Benevento 470 euro; a Siracusa 466 euro; a Salerno 462 euro.
Negli ultimi due anni la pressione fiscale a livello locale è diminuita grazie all’eliminazione dell’Imu-Tasi sulla prima casa, mentre le altre imposte sono rimaste stabili grazie all’auspicato blocco delle aliquote. "Bisogna approfittare - commenta Loy - del blocco degli aumenti delle aliquote per riprendere il cammino interrotto e completare il quadro della finanza locale, nell’ambito più complessivo del riordino fiscale nazionale. In particolare, per le addizionali regionali e comunali Irpef è indispensabile rivedere il principio e la base imponibile trasformandole da imposta a sovraimposta, cioè calcolando l’importo per Regioni e Comuni sull’Irpef dovuta e non sull’intero imponibile fiscale".

venerdì 16 febbraio 2018

In Germania mezzi pubblici gratis contro lo smog: esperimento in cinque città

Permettere ai cittadini di usufruire gratuitamente dei trasporti pubblici per ridurre al minimo l'inquinamento atmosferico dovuto alle auto. La Germania, per evitare il deferimento alla Corte di Giustizia europea per superamento dei limiti di inquinanti, darà il via a una sperimentazione in cinque città, tra le quali l'ex capitale dell'ovest, Bonn, e i centri industriali di Essen e Mannheim. Una proposta che ha anche lo scopo di lasciarsi alle spalle lo scandalo del 'dieselgate', che ha scosso l'industria dell'auto tedesca, e che è contenuta in una lettera inviata da tre ministri di Berlino, inclusa la responsabile dell'ambiente Barbara Hendricks, al commissario europeo all'Ambiente, il maltese Karmenu Vella.
"Stiamo prendendo in considerazione trasporti pubblici gratuiti per ridurre il numero di auto private", si legge nella missiva, "combattere con efficacia l'inquinamento atmosferico senza ulteriori inutili ritardi è la priorità più elevata della Germania". L'esperimento partirà "entro la fine dell'anno". La Germania è uno degli otto stati europei - insieme a Francia, Italia e Spagna - che non ha riportato entro il termine del 30 gennaio le emissioni di diossido di azoto e polveri sottili nei limiti previsti dagli standard comunitari, violazione che può costare salate sanzioni economiche. Il commissario Vella ha concesso a essi più tempo a patto che sottoponessero un piano convincente per ridurre l'inquinamento. Il piano tedesco - sottolinea il Guardian  - prevede inoltre requisiti ancora più rigidi per le emissioni di bus e taxi, la creazione di zone a basse emissioni e sostegno al car sharing.

giovedì 15 febbraio 2018

Armi nucleari: la nuova dottrina del Pentagono

La nuova dottrina, resa nota venerdì in un documento del Pentagono denominato Nuclear Posture Review, nasce espressamente per contrastare la Russia e archivia le politiche dell’era Obama che miravano alla riduzione dell’arsenale nucleare Usa ed al suo ruolo nella pianificazione della Difesa Usa.
Nella nota introduttiva, il segretario alla Difesa Jim Mattis ha dichiarato che si tratta di una risposta all’incremento delle capacità militari russe e alle strategie messe in campo da Mosca.
Secondo il Pentagono, le armi nucleari presenti nell’arsenale americano sono troppo potenti, troppo per essere utilizzate negli attuali scenari, rendendole un deterrente non più credibile; di qui la necessità di sviluppare nuovi ordigni giudicati dai militari Usa realmente impiegabili, ricreando la deterrenza.
Il fatto è che le armi a “basso” potenziale, sia pur con una potenza inferiore ai 20 chilotoni, sono pur sempre devastanti; anche se definite “tattiche” nel linguaggio militare, hanno una capacità distruttiva pari a quelle sganciate su Hiroshima e Nagasaky. Quello che è mostruoso, è che adesso il Pentagono ipotizza di poter usare sul campo simili armi nucleari.
Al momento, gli Usa hanno già un enorme arsenale atomico/all’idrogeno, circa 7mila ordigni, 150 dei quali, del tipo B-61, stoccate in vari Paesi europei pronte all’uso (per la cronaca, buona parte di esse sono in Italia); per esse è prevista la riconfigurazione per depotenziarle e renderle teoricamente impiegabili.
Per tornare alla nuova dottrina del Pentagono, Greg Weawer, dello Stato Maggiore dell’Esercito, ha esplicitamente dichiarato che i vertici militari vogliono armi nucleari da poter impiegare in una guerra contro la Russia; ordigni che non siano “l’arma totale”, giudicata controproducente, ma da poter usare realmente anche se capaci di immani distruzioni.
L’Npr è il primo aggiornamento della strategia nucleare Usa dal 2010 e delinea con chiarezza le ambizioni del Pentagono, assecondate dal presidente Trump che già nella campagna elettorale aveva promesso di espandere e rafforzare l’arsenale nucleare degli Stati Uniti.
Barry Blechman, co-fondatore dello Stimson Center, un think tank anti nucleare con sede a Washington, ha avvertito che gli Usa sono alla vigilia di una nuova era di proliferazione nucleare. Oltre allo sviluppo di nuovi armi nucleari, gli Usa intendono aggiornare l’intera propria “triade nucleare”: nuova flotta di bombardieri a lungo raggio, nuovi missili e potenziamento della flotta sottomarina.
Un affare colossale per la lobby militare industriale, che per giustificarlo continua ad agitare il pericolo russo. C’è soprattutto questo diluvio di miliardi dietro il rinfocolare di tensioni con Mosca, l’eterno “nemico” a Est che giustifica stanziamenti stratosferici e potere a industrie della Difesa e militari.
Che poi le nuove dottrine strategiche elaborate per raggiungere l’obiettivo prevedano la concreta possibilità di un olocausto nucleare, o comunque di una guerra di dimensioni inaudite poco importa. Business as usual.

mercoledì 14 febbraio 2018

Erdogan minaccia Eni e tiene in scacco l’Italia

Pochi giorni fa il colosso petrolifero nazionale Eni ha annunciato (citiamo qui una sua nota stampa ufficiale) la scoperta di un importante giacimento di gas “nel Blocco 6, nell’Offshore di Cipro, attraverso il pozzo Calypso 1. Il pozzo, perforato in 2.074 metri di profondità d’acqua e a una profondità totale di 3.827 metri, ha incontrato una estesa colonna mineralizzata a gas metano in rocce di età Miocenica e Cretacica. La sequenza Cretacica ha ottime proprietà di reservoir. Sul pozzo è stata eseguita una intensa e dettagliata campagna di campionamento sui fluidi e sulle rocce. Calypso 1 è una promettente scoperta a gas e conferma l’estensione del tema di ricerca di Zohr nelle acque economiche esclusive di Cipro. (…) Eni è l’Operatore del Blocco 6 con una quota del 50% e Total è partner con il restante 50%. Eni è presente a Cipro dal 2013 e detiene interessi in sei licenze situate nell’acque economiche esclusive della repubblica (nei Blocchi 2, 3, 6, 8, 9 e 11), cinque in qualità di operatore”.
Contemporaneamente, sempre da un’altra nota stampa, apprendiamo che “Eni ha firmato con la Repubblica del Libano due contratti di Esplorazione e Produzione per i blocchi 4 e 9, situati nelle acque profonde dell’offshore del Libano. I blocchi sono stati assegnati nell’ambito della prima gara competitiva internazionale lanciata dalle autorità libanesi per blocchi nell’offshore del paese. La firma di questi nuovi contratti apre la strada all’esplorazione delle acque libanesi e rafforza ulteriormente la presenza di Eni nel Mediterraneo Orientale, dove la società già opera con attività di esplorazione e produzione nell’offshore dell’Egitto e con attività di esplorazione nell’offshore di Cipro. Eni detiene un interesse partecipativo del 40% in entrambi i Blocchi. Total è Operatore con una quota del 40% mentre l’altro partner nel consorzio è Novatek con il 20%”.
Le due notizie, molto sensibili se soppesate dal punto di vista dei rapporti fra il nostro paese e il Medio Oriente (non dimentichiamoci, poi, che quella di Eni è una politica estera e diplomatica parallela a quella della Farnesina, a cui spesso ma non sempre ha fatto anche da apripista, ma di cui comunque è stata ogni volta un contraltare) giungono nel pieno della polemica sui presunti depistaggi attuati dalla compagnia petrolifera nazionale in sede giudiziaria, e in merito ai quali ha ribadito la propria estraneità. Non senza dimenticare, poi, il sempreverde caso Regeni.
Insomma, come spesso e volentieri avviene, pare che siano in parecchi a volere la pelle dell’Eni. Adesso, infatti, ci si è messa pure la Turchia. La marina militare turca ha bloccato nel Mediterraneo orientale la nave perforatrice italiana Saipem 12000, diretta verso Cipro per trivellare proprio quel giacimento concesso all’Eni in licenza da Cipro e conteso dalla Turchia. La nave è bloccata a sud-est dell’isola a 50 chilometri dal luogo previsto per le esplorazioni di idrocarburi, nel Blocco 3 concesso da Cipro nelle acque di sua “zona economica esclusiva”. Il governo di Ankara ha giustificato il sequestro della nave-piattaforma col fatto che quei giacimenti nel mare cipriota sono rivendicati dalla Turchia, e che le attività petrolifere si svolgerebbero in una zona di delicate manovre militari. Infatti sarebbero stati sequestrati dalla marina turca anche alcuni mercantili. Ma tutti sanno come Erdogan da tempo stia esercitando grosse pressioni su Cipro affinché condivida i suoi giacimenti con la repubblica turco-cipriota del nord, direttamente soggetta al controllo di Ankara.
I rapporti fra Eni ed Erdogan non sono buoni già da tempo. Quando Erdogan è venuto a Roma, alla cena con gli imprenditori italiani presso l’Hotel Excelsior l’Eni era proprio uno dei grandi nomi che mancavano. Erdogan non aveva fatto mistero di certe ruggini ed aveva detto di essere contrario ad attività dell’Eni “nel Mediterraneo orientale. I lavori del gas naturale in quella regione rappresentano una minaccia per Cipro nord e per noi”. L’aumento delle attività dell’Eni a Cipro infastidisce la Turchia: la compagnia fondata da Enrico Mattei, infatti, è presente nell’isola dal 2013 e detiene interessi in sei licenze da essa concesse nelle acque economiche di sua esclusiva (Blocchi 2, 3, 6, 8, 9 e 11), di cui cinque in qualità di operatore.
Una cosa è certa: “sparando” addosso all’Eni, Erdogan ha individuato un nuovo modo per tenere sotto scacco l’Italia, soprattutto ora che si profila la possibilità che a Palazzo Chigi possa insediarsi un nuovo governo con orientamenti molto meno compiacenti verso la Turchia rispetto a quello uscente di Gentiloni. Anche questo potrebbe avere un’influenza, e neppure troppo marginale, sulla scelta del nuovo governo che guiderà l’Italia.

martedì 13 febbraio 2018

Fisco: anche nel 2018 cinque mesi di lavoro per pagare tutte le tasse

Nonotante un lieve calo della pressione fiscale, anche quest’anno saranno necessari 5 mesi di lavoro al contribuente italiano, prima di ‘pagare’ tutte le tasse del’anno, Irpef, Imu, Tasi, accise, Iva, Tari e quant’altro.
Solo da 2 giugno, il cosiddetto “tax freedom day”, gli italiani inizieranno a guadagnare in maniera netta per se stessi e le loro famiglie. È quanto segnala la Cgia di Mestre, evidenziando tuttavia una flessione della pressione fiscale dello 0,5% rispetto al 2017.
Per stimare il ‘giorno di liberazione fiscale’ nel 2018 la Cgia ha preso in esame la previsione del Pil nazionale di quest’anno e l’ha suddiviso per 365 giorni, ottenendo così un dato medio giornaliero; quindi ha considerato le previsioni di gettito dei contributi previdenziali, delle imposte e delle tasse che i percettori di reddito verseranno nel 2018 e le ha rapportate al Pil giornaliero.
“Al netto di eventuali manovre correttive – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi dell’Associazione artigiani e piccole imprese Paolo Zabeo – quest’anno la pressione fiscale è destinata a scendere di mezzo punto percentuale rispetto al dato medio del 2017, per attestarsi, al lordo dell’effetto del bonus Renzi, al 42,1 per cento. Una discesa ancora troppo lenta e quasi impercettibile che, per l’anno in corso, è ascrivibile, in particolar modo, alla crescita del PIL e solo in minima parte alla diminuzione delle tasse”.
“Al netto delle strepitose promesse elettorali annunciate in queste ultime settimane da una buona parte dei big politici – conclude Paolo Zabeo – entro la fine di quest’anno chi sarà chiamato a governare il Paese dovrà recuperare quasi 12,5 miliardi di euro per sterilizzare l’ennesima clausola di salvaguardia, altrimenti dal 1° gennaio 2019 l’aliquota Iva del 10 per cento salirà all’11,5 e quella attualmente al 22 si alzerà al 24,2 per cento”.
Nel 2016 (ultimo anno in cui è possibile effettuare una comparazione con i paesi Ue) i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 2 giugno (154 giorni lavorativi), vale a dire 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro e 9 se, invece, il confronto è realizzato con la media dei 28 Paesi che compongono l’Unione europea.

lunedì 12 febbraio 2018

L'incredibile riduzione della popolazione italiana

Pubblichiamo questo studio anche se non ne condividiamo il tono apocalittico da prossima fine della civiltà. Ci pare però che evidenzi un problema reale che il dibattito politico tende invece ad eludere. In realtà i processi in corso sono estremamente importanti e tali da creare non pochi problemi. Sarebbe il caso che ci si interrogasse su due questioni di primaria importanza: 1. Le immigrazioni sono necessarie, perché non è possibile che  l’Italia si riduca ad una popolazione di 27 milioni di abitanti di qui al 2080; 2. Per contro, una significativa alterazione dell’equilibrio tra popolazione autoctona e immigrata comporterà problemi di ogni tipo. Il tema su cui lavorare è allora: cosa fare perché questo massiccio (e inevitabile) afflusso di migranti non sconvolga identità e tradizioni, ma costituisca invece un’occasione di arricchimento, sociale e culturale? (ossin)
 
Nonostante i dati ufficiali mostrino che la popolazione italiana è cresciuta fino al 2015 e, secondo una proiezione d ’Eurostat, si stabilizzerà nei prossimi decenni, pure il numero di cittadini autoctoni si riduce a ritmi serrati: ogni anno di un quarto di milione, e questa tendenza va accelerandosi. Ciò vuol dire che la prevista crescita demografica potrà realizzarsi solo grazie a migrazioni di massa provenienti dall’Africa e dall’Asia centrale. Attualmente la maggior parte degli immigrati, in Italia, proviene dalla Romania, ma è un dato che va anch’esso riducendosi rapidamente. Saranno sempre minori le migrazioni provenienti da altri paesi europei, perché tutte le nazioni europee sono in drammatico declino demografico e perché la prolungata crisi economica che ha interessato l’Italia non la rende più meta privilegiata per i cittadini di altri Stati europei.
 
Se le previsioni ufficiali di Eurostat sono corrette, allora tra 60 anni o, tenuto conto del ritmo attuale delle migrazioni anche prima, il 50% degli abitanti dell’Italia sarà di origine Africana o asiatica. Le cifre calcolate dal nostro gruppo di ricerca demografica non sono isolate e trovano conferma nelle statistiche dei governi. Dunque, non solo le autorità italiane ed europee ne sono pienamente coscienti, ma esse sembrano perseguire un programma di ripopolamento su scala così monumentale da surclassare l’esperienza svedese di migrazione di massa.
 
Il tasso di fertilità italiano (di donne indigene e naturalizzate), vale a dire il numero di bambini per donna, è di 1,34, che è molto inferiore al livello di sostituzione che dovrebbe essere di 2,1. Lo stesso vale per tutto il continente europeo. Sotto questo profilo, l’Europa assomiglia al Giappone. La differenza sta nel fatto che, se le autorità giapponesi prevedono una riduzione della popolazione di un 60% entro la fine del secolo, i governi europei prevedono invece una crescita demografica. Perché questo? La risposta è semplice. I dirigenti europei hanno deciso di reintegrare le loro nazioni con gli immigrati, mentre i loro omologhi giapponesi no. Le autorità di Tokyo non vogliono rimpiazzare il loro popolo con gli stranieri, sapendo bene che, nel lungo periodo, una tale decisione significherebbe che il Giappone continuerebbe a esistere solo di nome.
 
Per comprendere meglio lo sviluppo demografico in Europa, l’equipe di Gefira ha sviluppato un software di simulazione della popolazione chiamato Cerberus 2.0. Il programma è alimentato da milioni di documenti forniti da Eurostat e dalle agenzie statistiche nazionali di diversi Stati europei. Per l’Italia, Cerberus 2.0 ha avviato la simulazione col livello di popolazione del 1985, che è il primo anno per il quale è disponibile un database completo sui tassi di mortalità e fertilità. Per calcolare la popolazione degli anni successivi, Cerberus 2.0 ha aumentato l’età di tutti i gruppi. Il programma utilizza i tassi di fertilità e mortalità specifici per età per ogni anno. Il numero di neonati può essere calcolato dal tasso di fertilità specifico per età, moltiplicato per il numero di donne in ciascun anno. Il programma può determinare con molta precisione quanti neonati ci sono e quante persone muoiono in ogni gruppo di età. La previsione demografica senza migrazioni è quella più precisa e ci lascia pochi dubbi sulla sorte della nazione italiana.
 
A partire dall’anno 1985, Cerberus 2.0 ha calcolato che, nel 2016 l’Italia avrebbe dovuto avere 55 milioni di abitanti. Tuttavia, secondo l’ISTAT, l’Istituto nazionale italiano di statistica, erano invece 60 milioni, ciò perché 5 milioni erano immigrati. Questo dato è confermato dall’Istat ed era stato previsto dal nostro software.
 
Per le previsioni oltre il 2016, Cerberus 2.0 utilizza i tassi di fertilità e mortalità a partire dal 2016. Questa simulazione fornisce una stima molto precisa della futura popolazione italiana.
  
Senza un radicale cambiamento di atteggiamento nei confronti della vita familiare e della riproduzione nella società occidentale, i tassi di fertilità degli Europei indigeni non cresceranno. In alcuni paesi europei, un numero relativamente alto di figli per famiglia è dovuto soprattutto agli immigrati di prima generazione. Per esempio, il tasso globale di fertilità (autoctoni e immigrati) nei Paesi Bassi è di 1,67, mentre il tasso di fertilità delle sole donne autoctone è di 1,5.
 
La speranza di vita non cambierà in modo significativo. Il tasso di mortalità delle persone che hanno meno di 65 anni è così basso nei paesi occidentali, che ulteriori miglioramenti sono a stento possibili. La speranza di vita delle persone anziane può aumentare un po’, ma questo non influenzerà in alcun modo la crescita della popolazione. La fertilità cessa di solito all’età di 55 anni. I demografi conoscono con precisione il futuro delle popolazioni autoctone dell’ovest, e però c’è poco o niente di dibattito accademico sulla loro estinzione imminente.
 
C’è un gran gruppo di specialisti di scienze sociali che si aggrappa alla credenza (è questa la parola giusta) che gli immigrati del Marocco, del Congo o dello Zimbabwe assorbiranno la cultura italiana e si fonderanno nella nazione italiana. La risposta comune alle critiche sulle politiche di immigrazione è che « i problemi spariranno dopo la seconda generazione » o che « sarà come negli Stati Uniti » dove ci sono degli italo-statunitensi, dei sino-statunitensi, degli afro-statunitensi e così di seguito. In altri termini, nel corso di una o due generazioni, i nuovi Italiani neri si comporteranno come italiani, e nessuna differenza sarà percepibile, a parte il colore scuro della pelle. Opinioni diverse, pur basate su prove tangibili, vengono considerate razziste e trattate di conseguenza. La discussione nella « buona società » si concentra sulle dimensioni e sulla velocità delle migrazioni e l’integrazione dei nuovi giunti. Come al tempo di Galileo, i credenti hanno la meglio su coloro che si attengono alla osservazione e ai fatti. Gli Stati Uniti del futuro non assomigliano agli Stati Uniti del passato: gli Stati Uniti attuali stanno già cambiando. E poi I problemi non « spariranno dopo due generazioni ».
 
La Francia, che attualmente è alla terza generazione di immigrati del Terzo Mondo, si trova da dieci anni a dover fronteggiare rivolte etniche, e il presidente Sarkozy definì i manifestanti maghrebini « canaglie ». Conflitti di questo tipo non possono mai trovare soluzione. Gli scontri di cultura tra cattolici e le comunità di immigrati protestanti negli Stati Uniti non erano rari, ma non sono mai degenerate in manifestazioni regolari di terrorismo islamico, come quelle che vediamo oggi in Europa. Gli immigrati negli Stati Uniti non hanno mai beneficiato di un sistema di protezione sociale equivalente a quello che abbiamo qui in Europa. Mark Faber, un investiture svizzero, è stato rimosso da molte funzioni pubbliche, per avere osservato che, se fossero stati gli Africani a fondare gli Stati Uniti, essi assomiglierebbero all’Africa. Per quanto l’osservazione sembri lapalissiana alle persone comuni, l’investitore è stato costretto a scusarsi con la comunità politicamente corretta, dei professori universitari e dei giornalisti. Chiunque pensi che le migrazioni di massa provenienti dall’Africa cambieranno il volto e l’anima della nazione viene etichettato come razzista.
 
Con zero immigrazione e il tasso attuale di nascita, Cerberus 2.0 prevede che nel 2080 la popolazione italiana autoctona si sarà ridotta a circa 27 milioni di persone e, nel 2100, si ridurrà di un altro 60% e sarà di 20 milioni, vale a dire gli stessi risultati che le statistiche giapponesi prevedono per il Giappone. Certamente i di mutamento radicale delle società occidentali. Ma lo sono davvero ?
 
Nonostante questi dati, il governo italiano ed Eurostat prevedono che, nel 2080, vi saranno da 53 a 60 milioni di abitanti in Italia. Questo può avvenire solo se alla popolazione autoctona si aggiungeranno da 25 a 30 milioni di immigrati di prima generazione e i loro discendenti dall’Africa e dall’Asia. Anche se l’immigrazione non accelerasse, gli Italiani saranno minoranza nel 2080. Se si considerano I tassi migratori degli ultimi cinque anni, questo risultato potrebbe raggiungersi anche prima.
 
Mentre il grande pubblico non è consapevole della sorte che lo attende, i decisori politici conoscono le cifre. ONG tedesche, spagnole, norvegesi, irlandesi e olandesi, oltre alla marina europea, hanno trasportato dal 2014 il numero impressionante di 600 000 migranti non occidentali dalla Libia verso l’Italia. Ciò è avvenuto con la complicità delle attuali autorità italiane. Il grande ricambio non è un caso e non si fermerà. E’ un programma ben concepito, e subdolo, nel quale i nativi europei non hanno voce in capitolo.
 

venerdì 9 febbraio 2018

Sardegna in crisi fa come la Grecia: vende i suoi “gioielli”

Come fatto dalla Grecia in piena crisi economica, la Sardegna ha deciso di vendere ai privati alcuni immobili inutilizzati con l’obiettivo di trasformarli in nuove attività e riattivare l’economia della regione. Si tratta di beni che rischiano di essere abbandonati perché:
“considerati non funzionalmente utilizzabili per i servizi dell’Amministrazione regionale, degli enti strumentali, delle agenzie e delle società in house che non siano destinati agli enti locali territoriali, ovvero che non rivestano interesse ambientale o culturale”
Da qui l’idea di metterli in vendita attraverso bandi pubblici. Sono alberghi, immobili nei centri di cittadine, pascoli e altre strutture. Un esempio è quello di Porto Cervo, dove viene offerto un locale commerciale in centro a un costo di partenza di 3,1 milioni di euro. Nella provincia di Nuoro, a Tonara, si può acquistare l’ex hotel Il Noccioleto, a Fertilia, in provincia di Alghero l’Hotel Esit per 2.576.25 euro.
L’assessore regionale Cristiano Erriu ha detto che si sta cercando di rendere produttivo un patrimonio che altrimenti sarebbe inutilizzato:
“attraverso una serie di iniziative in cui si unisca l’intervento dei privati con misure come l’Art bonus o mediante altri strumenti disponibili. Attualmente si partirà con la seconda fase relativa alla dismissione dei fari costieri e inoltre con la rete dei cammini e il recupero degli edifici abbandonati”
Proprio in questi giorni un’altra iniziativa del genere proposta dal Comune di Ollolai in Barbagia sta suscitando molte attenzioni. Alcuni edifici storici della cittadina sono stati messi in vendita alla cifra di un euro, con l’impegno che il futuro proprietario li possa riportare in vita e ristrutturare. Richieste di informazioni sono arrivate da tutto il mondo.

giovedì 8 febbraio 2018

A settantatré anni dal diritto di voto qual è la condizione femminile in Italia?

Per gli appassionati di storia e di politica nostrane, il 1 febbraio è una data tutt’altro che ordinaria. Già, perché diversamente da quello che credono in molti, è esattamente in questo giorno di 73 anni fa che le donne acquistano, nel nostro Paese, il diritto di voto. Prima, quindi, del più famoso e ricordato referendum del 2 giugno dell’anno dopo. Il 1946.
Siamo nel 1945. Il secondo conflitto mondiale, seppur ormai deciso e a un passo dall’epilogo, non è ancora concluso, così come la resistenza partigiana. E con la guerra di liberazione ancora in corso, l’Italia getta le basi della sua futura vita democratica, allargando a tutti i cittadini il diritto a scegliersi i propri rappresentanti in Parlamento, e instaurando di fatto il suffragio universale, già adottato negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in diversi paesi del Nord Europa e dell’America Latina.
Accade, allora, che il Governo Bonomi III, formato da Democrazia Cristiana, Partito comunista, Partito liberale e Partito democratico del Lavoro, vara il Decreto legislativo n° 23/1945 che estende alle donne il diritto di voto. È il 1° febbraio, e il giorno dopo è pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Il provvedimento nasceva su proposta dei leader dei due maggiori partiti: il comunista Palmiro Togliatti, vicepresidente del Consiglio dei Ministri, e il democristiano Alcide De Gasperi, ministro degli Esteri.
Per le urne, però, le donne devono attendere un anno, e accade in ben due occasioni. Le elezioni amministrative tra marzo e aprile, e il 2 giugno, dove tra l’altro è eletta anche l’Assemblea costituente. Passano altri 12 mesi, e acquistano un altro piccolo grande tassello verso l’uguaglianza con gli uomini. Il 1947 è l’anno della Costituzione, e in modo particolare dell’articolo 3 (“‘Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge…”) e 51 (“Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza…”). Chi se la ricorda la faccia della 25enne Teresa Mattei, la partigiana Chicchi, ebrea toscana, filosofa, per di più incinta, che indossava l’abito della mamma ed era in prima fila quando il presidente della Costituente Umberto Terracini consegna il testo della neonata Costituzione?
A parte l’amarcord storico, però, e gli altri diritti via via conquistati con fatica e grandi battaglie dei movimenti femministi o pseudo tali, c’è da chiedersi 73 anni dopo se l’effettiva uguaglianza sia ormai data per certa (onestamente, però, fa riflettere sentire ancora parlare di “quote rosa” nelle più disparate e cocciute leggi elettorali, più un contentino che altro), o è soltanto un fatto di mere parole incise sia pur sulla legge fondamentale dello Stato in una società per molti versi ancora basata sul maschilismo. E in cui ancora nessuna donna è mai diventata né presidente del Consiglio – quanto ci è andata vicino Nilde Iotti 30 anni fa – né presidente della Repubblica, e ve ne sono soltanto tre a formare la Corte Costituzionale, dove ve ne sono state soltanto cinque in totale. Ancora meno, tre, hanno guidato la Camera dei deputati. Nessuna ha mai guidato un’Authority, o un (serio) organismo economico.
Per capire, tutto, quindi, si parte proprio dall’articolo 51 della Costituzione, e dalla (non) effettiva attuazione. E dalla storia, nostra amica sempre. Le rappresentanti del gentil sesso nell’Assemblea costituente sono 21, che si riducono a cinque nella Commissione dei 75 che redige la Carta. Teresa Mattei, certo, ma poi Nilde Iotti, Maria Federici, Teresa Noce, Lina Merlin – quella della legge sulle case chiuse, per intenderci.
Eppure, fino al 1963 i principi costituzionali sono inattuati, anche perché le donne non possono accedere alla Magistratura. Un cambio deciso si ha nel 2003, quando l’articolo 51 è modificato introducendo il principio di parità formale. Anche qui, però, è solo la carta che parla, perché per l’altra parità, quella sostanziale, si è ancora alla disperata ricerca.
Nel Belpaese, infatti, c’è uno strano fenomeno. Quando si tratta di posti di comando che contano e che magari servono davvero e fanno rima con potere, i volti femminili evaporano. Ne troviamo tante in Parlamento (la legislatura che si è chiusa a dicembre contava 286 donne su 945, quasi il 30 per cento degli eletti, cifra che sale al 40 per quello europeo), molte anche nei Consigli regionali, seppur variegate diversamente, più della metà in Magistratura, ma c’è ancora qualcosa che non va. Sindaci donna sono 1.000 su oltre 8 mila Comuni, incommentabile il dato delle grandi città (e meno male che Roma e Torino hanno rotto il tabù nel 2016), soltanto due sono governatori di Regione, zero alle segreterie di un grande partito. E le senatrici a vita? Grazie a Liliana Segre, reduce di Auschwitz, e nominata il 18 gennaio, sono salite a quattro dal 1948.
Uscendo dalla politica le cose vanno certamente meglio, ma continuano le disparità tra i sessi nel mondo del Lavoro: tra i quadri dirigenziali la differenza tra uomini e donne si attesta nel 2017 attorno agli 11 mila euro lordi l’anno. Anche sul piano dei diritti nel mondo del lavoro la differenza tra i sessi si nota. Si attesta attorno al 25,2% il numero di lavoratrici sovraistruite, contro il 22,1% degli uomini. Anche nella precarietà le lavoratrici risultano svantaggiate: il 21,1% delle donne lavoratrici svolge un lavoro precario, contro il 18,1%. Tuttavia l’occupazione femminile durante la crisi ha tenuto meglio rispetto a quella maschile: Dal 2007 al 2016 le lavoratrici sono aumentate dal 46,9 al 48,1%, mentre il numero di lavoratori di sesso maschile è diminuito dal 70,7 al 66,5%.

mercoledì 7 febbraio 2018

La UE impone una legislazione antisindacale alla Grecia

Seguendo le istruzioni della Commissione Europea, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale, lunedì 15 gennaio il governo greco è riuscito a fare approvare la legislazione più antisindacale d’Europa.

La mossa è stata richiesta, assieme ad altre misure draconiane, come condizione per l’ultima tranche di quello che viene definito il “salvataggio” [bailout, NdT] della Grecia, ma che in realtà è solo il salvataggio delle istituzioni finanziarie europee, che hanno incautamente spinto i greci a indebitarsi.

Il punto fondamentale richiesto dal governo di Syriza era che le azioni sindacali dovessero essere approvate con il voto favorevole di almeno la metà più uno del numero totale dei membri dei sindacati nel luogo di lavoro [mentre prima la soglia era di un terzo, NdT], e a prescindere dall’effettiva partecipazione al voto. Questo provvedimento è ancora peggiore di quelli previsti dall’accordo sindacale Trade Union Act entrato in vigore nel Regno Unito nel marzo 2016.

Sorprendentemente (o forse no) il Trade Union Congress [la federazione sindacale britannica, NdT] non ha speso una sola parola su tutto questo, mentre continua a spargere allarmismo sugli effetti che la Brexit dovrebbe avere sui diritti dei lavoratori. Mentre il Trade Union Congress continua con le sue chiacchiere, l’Unione Europea sta stringendo le viti sul più basilare di tutti i diritti dei lavoratori, il diritto di sciopero, e sta usando la Grecia come banco di prova per le politiche che vorrebbe attuare in tutti i paesi membri.
Senza il diritto di intraprendere azioni di sciopero, i lavoratori non hanno alcuna protezione tranne quella del tribunale, e i tribunali dei capitalisti tendono decisamente a favorire gli imprenditori.

La Corte Europea di Giustizia ha decretato (nel caso Laval, 18 dicembre 2007) che gli imprenditori hanno il diritto di importare lavoratori da paesi UE a basso salario verso paesi UE ad alto salario, pagandogli il salario del più economico dei due paesi, indipendentemente da qualsiasi accordo di contrattazione collettiva presente nel paese a salari maggiori. Ha decretato inoltre (nel caso Viking, 11 dicembre 2007) l’illegalità di qualsiasi politica industriale tesa a impedire l’esternalizzazione verso i paesi a basso costo.

Nel caso Alamo-Herron (18 luglio 2013), in cui alcuni membri del sindacato Unison erano stati trasferiti fuori dalle amministrazioni locali, ha decretato che indipendentemente da ciò che dicesse il loro contratto, i benefici contrattati collettivamente a favore dei lavoratori degli enti locali potevano essere ignorati dai loro nuovi datori di lavoro. “Questo caso è un attacco spaventoso alla contrattazione collettiva ed è almeno altrettanto grave dei casi Laval e Viking”, ha scritto John Hendy, il celebre avvocato del lavoro britannico.

Hendy ha poi aggiunto che “la UE è diventata un disastro per i diritti collettivi dei lavoratori e dei loro sindacati”.

Come abbiamo già detto, organizzazioni sindacali forti sostenute da efficaci politiche industriali quando necessarie sono l’unico modo per garantire e difendere i progressi sui posti di lavoro. La UE si limita a mormorare sui “diritti”, e nel frattempo aggredisce alla base e con determinazione le organizzazioni dei lavoratori.

Non una sola riga del Trade Union Act introdotto dal governo Cameron, o ancora peggio della White Paper che l’ha preceduta, era contraria alla legge della UE. Prima la Gran Bretagna esce dalla UE, meglio sarà per i membri delle organizzazioni sindacali (sebbene alcuni cosiddetti leader dispiaccia essere cacciati fuori dal ricco treno di Bruxelles). Almeno poi potremmo vedercela direttamente coi nostri imprenditori.

martedì 6 febbraio 2018

Perché le proposte di Emma Bonino finirebbero per distruggere economia e diritti sociali

La Bonino sta imperversando su tutti i canali Tv, con il suo europeismo del capitale. Ecco la mia risposta alle sue proposte.
Nell’intervista rilasciata al Sole24ore il 1 febbraio Emma Bonino spiega le misure contenute nel suo programma elettorale, che dovrebbero condurre alla riduzione del debito pubblico in percentuale sul Pil. La Bonino propone un inasprimento dell’austerity del Fiscal compact e una ulteriore riduzione fiscale per le imprese, compensata con l’aumento dell’Iva. Tali misure iperliberiste, però, sono state già sperimentate e hanno sortito esiti devastanti. Si tratta di misure, infatti, che non solo spostano ricchezza dai poveri ai ricchi, ma hanno un effetto depressivo sulla produzione (e sull’occupazione), portando non alla diminuzione bensì all’aumento del debito pubblico.
La prima proposta, per ridurre addirittura di 22 punti percentuali il debito, è di bloccare “la spesa pubblica primaria nominale” al livello del 2017 per 5 anni.
Che cos’è la spesa pubblica primaria?
È la spesa pubblica al netto della spesa per interessi sul debito pubblico, cioè si tratta della spesa per far funzionare la macchina statale e distribuire servizi sociali e contributi alle famiglie. Che si tratti di spesa nominale vuol dire che non si considera l’aumento dovuto all’inflazione. In pratica, se blocco la mia spesa ai 100 euro del 2017, nel 2022 continuerò a spendere 100 euro, anche se con quella somma potrò comprare meno beni e servizi, perché nel frattempo il prezzo di acquisto è aumentato. È abbastanza semplice capire che, sebbene l’inflazione sia bassa, Bonino propone di diminuire l’importo reale della spesa, che già oggi è insufficiente a garantire adeguati servizi a tutti i cittadini, ad esempio nella sanità, nell’istruzione, nei trasporti, eccetera.
Ma c’è un’altra questione importante: la crescita del debito non dipende dalla spesa primaria.
Il debito complessivo è sempre cresciuto, anche negli ultimi anni, a causa non della spesa sociale, rimasta inferiore o uguale ai livelli medi europei (nel 2016 il 45,4% sul Pil in Italia e nella Uem), ma della spesa per interessi (4% in Italia contro 1,8% nella Uem), cioè quella per ripagare i creditori, tra cui le banche e gli istituti finanziari internazionali con cui l’Italia si è indebitata. Infatti, il deficit comprensivo delle spese per gli interessi è nel 2016 del 2,5% sul Pil (superiore a quello medio Uem senza Italia, che è dell’1,5%), mentre a livello primario (senza interessi) non c’è deficit bensì abbiamo addirittura un surplus dell’1,5% (superiore a quello medio della Uem senza Italia che è dello 0,5%). Quindi, senza considerare gli interessi, l’Italia è un Paese che è più “virtuoso” di gran parte dell’Europa, per usare il concetto cui hanno voluto abituarci le stesse forze neoliberiste che sbandierano la necessità del “vincolo esterno”. Lo stesso raddoppio sul Pil del debito pubblico tra 1981 e 1992 è stato dovuto in parte minore a elusione e evasione fiscale (nonché alla riduzione della progressività dell’imposizione fiscale) e in gran parte all’aumento della spesa per interessi, dovuta proprio alle misure neoliberiste che, antesignane della creazione della indipendente Banca centrale europea, separarono il Tesoro dalla Banca d’Italia, liberando quest’ultima dall’obbligo di acquistare titoli di stato. Infine, se ci ritroviamo con un debito più alto, è anche perché il ministero del Tesoro ha fatto delle scelte sbagliate sui mercati finanziari con i derivati, che avrebbero dovuto garantire tassi d’interesse favorevoli e che invece si sono rivelate dannose, traducendosi, secondo il Sole24ore, in una perdita tra 2006 e 2016 di 24 miliardi, e aumentando il deficit, solo nel 2016, dello 0,3% del Pil .
Quindi, abbiamo visto che ridurre la spesa primaria sarebbe inutile alla riduzione del debito in assoluto. Aggiungiamo che sarebbe addirittura controproducente, se lo scopo è la riduzione del debito in percentuale del Pil, come pretende di fare la Bonino. In primo luogo, la riduzione della spesa pubblica, in un contesto di ripresa ancora fiacca e con la maggior parte dei nuovi lavoratori a termine e sottoccupati, riduce la domanda aggregata. La riduzione della domanda aggregata, come si sa, ha un effetto depressivo sulla crescita del Pil. Inoltre, non bisogna dimenticare che il Pil è composto anche da quanto prodotto e, quindi, speso dalla Pubblica Amministrazione. Se riduciamo la spesa pubblica, riduciamo quanto prodotto dalla PA e dunque il Pil. Insomma, anche ammesso che a prezzo di grandi sacrifici per i più poveri e i lavoratori salariati, si riesca a ridurre l’importo assoluto della spesa, il debito crescerebbe. Questo perché il debito, secondo i criteri europei, è calcolato in percentuale sul Pil. Quindi se il denominatore (il Pil) cala o non cresce adeguatamente, il debito in percentuale sale.
L’altra proposta della Bonino, cioè la riduzione delle imposte alle imprese (Ires) e la loro sostituzione con l’aumento dell’Iva peggiora ancora la situazione.
Infatti, l’aumento dell’Iva avrebbe i seguenti effetti diretti: aumenterebbe i prezzi e ridurrebbe in proporzione il reddito della massa dei lavoratori, visto che si tratta di una imposta per definizione regressiva, cioè che, pesando ugualmente sul miliardario e sul commesso di negozio, redistribuisce il reddito nazionale dai poveri ai ricchi. In una parola aggiungerebbe un ulteriore incentivo a ridurre la domanda aggregata, soprattutto di beni di consumo e di massa, piuttosto che di beni di lusso, che hanno un impatto minore sulla crescita del Pil.
La conseguenza sarebbe la riduzione ancora di più marcata del Pil, cioè del denominatore, che condurrebbe all’aumento del debito in percentuale sul Pil. Inoltre, visto che l’Iva è tra tutte le imposte quella maggiormente elusa e il cui gettito dipende dal livello della domanda e degli acquisti, specie se questi si riducono o non crescono adeguatamente, avremo un’altra conseguenza negativa: non si potrebbe compensare la perdita di gettito, dovuta alla riduzione delle imposte alle imprese, e le entrate diminuirebbero. Senza contare che il gettito fiscale derivante dalle imprese è già stato pesantemente abbassato, grazie alla riduzione dell’Ires al 24% nel 2016 e agli iper e superammortamenti che riducono la base imponibile e che sono previsti da Industria 4.0. Così, il debito assoluto salirebbe e, rapportato a un Pil che invece si sarebbe ridotto per le ragioni dette, si tradurrebbe in un forte aumento del debito in percentuale. Del resto è quello che è sempre accaduto. Il governo di Mario Monti, che avrebbe dovuto salvarci dalla bancarotta (imminente solo nella fantasia di alcuni) e che adottò le politiche più restrittive a livello di bilancio degli ultimi 70 anni, vide un aumento del debito di ben 12,5 punti, dal 116,5% del 2011 al 129,0% del 2013, molto più che nel triennio berlusconiano precedente e molto più che nel triennio successivo.
Figuriamoci, quindi, se è possibile, con le proposte della Bonino, ridurre il debito pubblico di 22 punti in cinque anni, dal 132% al di sotto del 110%. Quella della Bonino è una posizione vecchia, che non ha nulla a che vedere con l’economia, ma piuttosto con il fondamentalismo ideologico neoliberista. La verità è che le misure di austerità, cui i Paesi europei sono stati forzati dalle istituzioni europee, hanno ampiamente dimostrato il loro fallimento, dal punto di vista della democrazia e dell’economia. Se si vuole evitare una ulteriore macelleria sociale e si vuole ridurre il debito c’è solo un modo: aumentare gli investimenti pubblici e la domanda di servizi collettivi, facendo sì che cresca il denominatore, cioè il Pil. Ma per fare questo bisogna combattere contro i vincoli al debito e al deficit imposti dei trattati europei e contro il contesto economico-finanziario che ne impone il rispetto, cioè l’integrazione monetaria, che comporta il controllo sulle finanze dei singoli stati da parte della Bce. Non è un caso che la Bonino rivolga, sempre nella stessa intervista, un apprezzamento a Junker per aver ricordato che l’euro è la moneta cui tutti gli stati europei devono aderire.