venerdì 28 febbraio 2020

Germania ferma, si pensa a rompere il “pareggio di bilancio”

La Germania era la locomotiva d’Europa, ma sembra sia incappata su un scambio bloccato, tipo quello del deragliamento di Ospedaletto…
L’ultima brutta notizia era ampiamente attesa: nel quarto trimestre del 2019 il pil tedesco è rimasto fermo su base congiunturale ed è salito dello 0,4% su base tendenziale. Una conferma di tendenze che ormai sono ampiamente leggibili come recessione alle porte. Sul Sole24Ore di oggi Mr. Doom, ossia Nouriel Roubini, l’economista diventato famoso per aver visto con qualche anticipo il “grande botto” del 2008 (non è stato l’unico, ma è stato venduto così…), è come sempre molto drastico. Anche perché, ricorda, “ormai siamo senza rete”.
La “rete”, come dovrebbe esser noto, è stata rappresentata per un decennio dall’azione delle banche centrali (Federal Reserve Usa, Bce, Bank of Japan, Banca Popolare Cinese, Bank oh England), che hanno azzerato i tassi di interesse, elargito liquidità in quantitativi straordinari, comprato titoli e obbligazioni spazzatura.
Era stato lo stesso Mario Draghi, negli ultimi interventi prima di lasciare la presidenza della Bce, ad avvertire che quegli strumenti non erano più efficai né sufficienti. “Il cavallo non beve” è la metafora usata in genere per sintetizzare un’apparente paradosso: l’economia è ferma, la liquidità (necessaria per gli investimenti) non costa nulla (anzi, in molti casi è “negativa”), eppure gli investitori privati nell’economia reale non la usano.
Da una situazione del genere, keynesianamente, se ne esce con investimenti pubblici miranti a promuovere produzione, crescita dei salari e dei consumi. Ossia ad allargare la platea degli operatori economici reali, consumatori in testa, stemperando un po’ la chiarissima “sovrapproduzione” che inchioda da almeno due decenni il mondo capitalistico occidentale.
Ma questa è una bestemmia, nell’Unione Europea disegnata dall’ordoliberismo teutonico. “Il mercato” è solo degli investitori privati, e gli Stati debbono soltanto fare in modo che questi possano agire “senza lacci e lacciuoli”. Anzi, debbono tagliare la spesa pubblica e pratica l’”austerità”…
Il guardiano dell’austerità europea è stato per tutti questi anni proprio la Germania, che ora però rischia di pagare cara lei per prima questa follia che l’ha resa ricca quando imposta agli altri paesi (ha potuto infatti eliminare concorrenti industriali e ridisegnare le filiere produttive europee intorno ai grandi gruppi tedeschi).
E la crisi incipiente genera contraddizioni prima impensabili…
Il ministro delle Finanze tedesco, Olaf Scholz – ex governatore della città-stato di Amburgo e autore della oscena proposta tedesca sul Mes – sta considerando l’ipotesi di sospendere, almeno temporaneamente, il limite al debito pubblico fissato nella Costituzione. E’ l’esatto corrispettivo dell’”obbligo al pareggio di bilancio” inserito praticamente all’unanimità da un Parlamento criminale nella Costituzione italiana, all’art. 81, perché “lo chiede l’Europa”.
Lo scopo immediato di questa sospensione sarebbe quello di permettere ai Länder maggiori margini di spesa, uscendo dal “congelamento” che impedisce di compensare positivamente l’arretramento generale della dinamica economica.
E’ altrettanto ovvio che una misura del genere, fatta dalla Germania, avrebbe due conseguenze immediate: a) un maggiore sostegno pubblico per la maggiore economia europea, con effetti su tutte le filiere collegate (in pratica per tutta l’Unione); b) un sostanziale “via libera” per tutti i Paesi altrettanto bisognosi di finanziare in deficit politiche economiche espansive. Con buona pace dei parametri di Maastricht e dei vincoli di bilancio.
Non sarebbe infatti tollerabile per nessun governo europeo il dover obbligare a ulteriori “sacrifici” le proprie popolazioni mentre il Paese che sta relativamente meglio – la Germania, appunto – fa l’esatto opposto.
Ma Scholz è dell’Spd, ossia della gamba più debole che tiene insieme il governo di Berlino. E dalla Cdu della cancelliera Merkel è arrivato un ruvidissimo Nein: «La Costituzione non è un negozio di artigianato», ha detto Eckhardt Rehberg, rappresentante della Cdu nella commissione Bilancio, secondo cui l’idea equivale a una «dichiarazione di bancarotta del ministro delle Finanze. Non daremo mai il nostro appoggio».
La cosa interessante, al momento, non è se l’idea di Scholz abbia o no la forza di passare nella maggioranza del Bundestag, ma che venga posto il problema in una sede istituzionale tedesca.
Significa, senza dubbio, che l’intero meccanismo di controllo dell’economia e delle dinamiche europee, in funzione ormai da trenta anni (il trattato di Maastricht è del 1992) appare ormai come un “tappo” a qualsiasi possibilità di espansione economica.
E una cosa è che lo dica un redattore di Contropiano, tutt’altra che a farlo sia il ministro dell’economia di Berlino. Pensando a Cottarelli e Fornero, diteglielo piano, con i cardiotonici in mano…
Il convoglio europeo sta deragliando. E non è il solo, in questa congiuntura mondiale.

giovedì 27 febbraio 2020

Coronavirus. Il governo vara decreto restrittivo e annuncia misure economiche. L’Italia verso la recessione

Il governo ha approvato un decreto d’urgenza con un rapido passaggio parlamentare per far fronte all’epidemia di coronavirus. Tra le misure adottate, alcune hanno un carattere inquietante.
Tra queste ci sono il divieto di allontanamento e quello di accesso al Comune o all’area interessata dall’infezione ma anche la sospensione di manifestazioni, eventi e di ogni forma di riunione in luogo pubblico o privato.
Ci sono poi la sospensione dei servizi educativi dell’infanzia e delle scuole e dei viaggi di istruzione; la sospensione dell’apertura al pubblico dei musei; la sospensione delle procedure concorsuali e delle attività degli uffici pubblici, fatta salva l’erogazione dei servizi essenziali e di pubblica utilità; l’applicazione della quarantena con sorveglianza attiva a chi ha avuto contatti stretti con persone affette dal virus e la previsione dell’obbligo per chi fatto ingresso in Italia da zone a rischio epidemiologico di comunicarlo al Dipartimento di prevenzione dell’azienda sanitaria competente, per l’adozione della misura di permanenza domiciliare fiduciaria con sorveglianza attiva.
Insomma un mix di misure di ragionevole prevenzione ma anche di sospensione dell’agibilità democratica e della vita sociale. Il divieto di riunione e manifestazione quanto e dove verrà esteso o è estendbile?
Ma il governo sta lavorando anche ad un paio di decreti legge di aiuti economici dall’impatto ”importante”. La preoccupazione evidente è quella secondo cui se a causa delle misure di contenimento del coronavirus si ferma il Nord, l’Italia rischia la recessione. A riferirlo al quotidiano economico Milanofinanza.it sono alcune autorevoli fonti della maggioranza.
In pochi giorni le autorità sanitarie hanno identificato quasi 400 casi di coronavirus (Covid-19) principalmente nelle due regioni del Nord più ricche: Lombardia e Veneto. In questo momento, l’Italia sembra essere il paese con il maggior numero di casi al di fuori dell’Asia.
Questo ha portato le autorità italiane ad attuare misure straordinarie in diverse regioni del Nord per limitare il contagio. Scuole, eventi sportivi, raduni pubblici e la maggior parte dei servizi pubblici e degli uffici sono stati sospesi per una settimana e alcune città sono state messe in quarantena. Anche le imprese private sono state colpite, un certo numero ha incoraggiato i dipendenti, lì dove possibile, a lavorare da casa attraverso lo smart working o telelavoro.
Ma gli effetti di questa emergenza potrebbero essere molto pesanti. Secondo l’agenzia di rating Moody’s lo scoppio dell’epidemia pesa sulle “già deboli prospettive di crescita dell’economia italiana e aumenta il rischio che l’Italia scivoli nella recessione”, sottolineando come il rating sul debito del nostro Paese già “incorpora le nostre aspettative di un profilo di crescita debole, anche senza tenere conto dell’impatto del virus”. Per ora comunque nessun abbassamento del rating ma una conferma di quello precednte: “Un ulteriore, ma temporaneo, indebolimento della crescita non cambia quindi sostanzialmente il nostro giudizio” spiega Moody’s.
L’agenzia di rating sottolinea poi come, nonostante le incertezze che permangono su profondità e durata dell’epidemia, “è probabile che si verifichino ricadute negative temporanee su consumi e produzione”.
Data la crescita negativa del pil italiano anche nel quarto trimestre 2019 (-0,3%), il rallentamento globale dell’economia, le misure imposte e l’impatto sociale riguardo al virus che potrebbero non placarsi rapidamente incidendo negativamente sui consumi, l’Italia, è la valutazione niente affatto dissimile di Carlo Capuano, analista di Dbrs Morningstar, potrebbe sperimentare una recessione tecnica (ossia due trimestri consecutivi di crescita negativa).
D’altra parte il già negativo impatto della debolezza della domanda estera è ora accompagnato dal rischio di interruzioni prolungate e diffuse dell’attività economica italiana. L’Italia è altamente esposta al contesto internazionale a causa della sua elevata integrazione con le attività manifatturiere europee (in particolare sulla filiera tedesca) ed ora probabilmente dovrà fare i conti anche un calo del turismo e delle attività economiche legate al commercio e alla ristorazione.
Con l’aumentare del numero di nuovi casi di coronavirus, il governo italiano ha davanti a sè il rognosissimo compito di adottare misure adeguate per ridurre la trasmissione del virus, e al contempo, il rischio di alimentare con esse eventuali timori pubblici potenzialmente eccessivi che frenano ulteriormente la crescita.
“La crescita del pil italiano è stata la più debole in Europa nel 2019 e i dati recenti continuano a indicare una performance modesta prolungata. Il pil si è contratto dello 0,3% su base trimestrale nel quarto trimestre 2019, la peggiore performance dal primo trimestre 2013. Un impatto negativo dello 0,2% non è di buon auspicio per la crescita quest’anno se le esportazioni, il turismo e l’attività economica dovessero anche patire in modo consistente l’impatto del virus”, ha aggiunto l’analista di Dbrs.
Banale, come di consueto, la valutazione del neocommissario europeo agli affari economici Paolo Gentiloni, secondo cui “La sola certezza che abbiamo è che avremo un impatto economico», ammette il commissario all’Economia, Il Coronavirus si farà sentire sui mercati, nazionali e internazionali, e questo a Bruxelles l’intero Commissione europea lo sa bene.
Quello che però nessuno sa, in questo momento, è la portata delle conseguenze. Per questo si corre ai ripari immaginando politiche anti-crisi. “Una stima seria non è possibile” dichiara Gentiloni, ma considerando che la sola Cina rappresenta il 18% del Prodotto interno lordo mondiale, “l’epidemia avrà certamente un impatto notevole sull’economia mondiale e sull’economia europea”.
L’Italia – senza misure shock ma di segno completamente opposto a quello liberista e ai vincoli di bilancio europei – difficilmente potrà sottrarsi alle conseguenze di tutto questo. Sarebbe decisivo un completo rovesciamento dei parametri e delle prioritè, a cominciare dal ripristino di un Servizio Sanitario Nazionale centralizzato e abbondamente finanziato. Per ora hanno preferito blindare la vita sociale del paese e c’è da augurarsi che non ci prendano gusto e non si facciano prendere la mano. Se non hanno risposte da dare, il rischio diventa quello di impedire che qualcuno ponga delle domande.

mercoledì 26 febbraio 2020

Il Ciclone Bernie Sanders

Dopo Iowa e New Hampshire, Bernie Sanders ha vinto – anzi ha stravinto – le primarie del partito democratico in Nevada lo scorso sabato.
Lo Stato del Sud Est era un banco di prova fondamentale, non tanto per il numero di delegati che avrebbe assegnato – 36 su poco meno di 2000 – alla convention democratica che designerà questa estate lo sfidante di Donald Trump, ma per comprendere i comportamenti elettorali di afro-americani e latinos dopo le performance in due stati “bianchi”; e dunque capire se il trend positivo dei due precedenti exploit sarebbe stato confermato.
Per la cronaca Sanders ha “doppiato” il centrista Joe Biden, ottenendo il 46,8% dei voti totali e 24 delegati, contro il 20,2% dell’ex “numero due” di Obama che manda 9 delegati alla convention, il “centrista” giovane Pete Buttigieg – “Wall Street Pete”, come lo chiamano i sostenitori di Sanders – ottiene il 14,3% dei voti con 3 delegati, mentre in quarta posizione si assesta Elizabeth Warren con poco meno del 10% e nessun delegato.
In sintesi Sanders ha preso più voti dei suoi primi tre diretti sfidanti messi insieme.
Questo sommato ai vari sondaggi che stanno uscendo per singoli Stati e sul dato nazionale dei democratici fanno di lui l’anti-Trump “naturale”.
In primis, bisogna ricordare che Sanders ha vinto dove aveva perso 4 anni fa sfidando Hillary Clinton, ed in seconda battuta che il “vecchio” candidato centrista Joe Biden sembrava favorito per via dell’appeal di cui gode quest’ala del Partito tra gli elettori afro-americani, il cui voto è fondamentale per le primarie nella Carolina del Sud questo sabato, ultima tappa delle primarie prima del “Super Martedì” del 3 marzo, in cui il miliardario Bloomberg scenderà ufficialmente in campo.
Se Biden, secondo i sondaggi, ha riscosso più di un terzo del voto degli afro-americani, Sanders l’ha incalzato di stretta misura: l’uno ha ottenuto il 36% e l’altro il 27%, e complessivamente – come abbiamo visto – è arrivato molto dietro.
***
Ma è tra gli ispano-americani che Sanders ha raccolto un consenso decisivo – più della metà dei voti -, importante per due ordini di motivi.
Uno più strutturale e macro, l’altro più contingente e connesso alle future primarie in California ed in Texas.
Gli ispanici sono la principale minoranza etnica americana. Erano il 18,1% della popolazione statunitense totale il primo luglio del 2017 – secondo l’ufficio di censimento – cioè 58,9 milioni, e raggiungeranno il 19% quest’anno secondo le previsioni, giungendo ad essere più di 62 milioni.
I cambiamenti demografici intercorsi negli Stati Uniti contemporanei hanno fatto aumentare significativamente gli elettori non bianchi, che rappresentano per il Pew Research Center quasi un terzo degli aventi diritto al voto, minacciando di fatto il peso elettorale WASP.
Trump in parte è la risposta a questa “fine di egemonia” dell’elettorato bianco e protestante, in prospettiva; un declino inesorabile di uno dei perni dell’identità “Stelle e Strisce”, che si è strutturata attorno a questo nocciolo duro, e all’assimilazione a tappe successive dell’immigrazione europea e russa, in particolare.
Entra in crisi il “suprematismo bianco”, corollario ideologico principale dell’american way of life, sulla spinta dei profondi cambiamenti demografici, base materiale della sua implosione.
Gli ispanici sono concentrati soprattutto in dieci Stati dell’Unione, alcuni dei quali – California, Texas, New York, Florida e Illinois – rivestono una importanza cruciale per l’esito del voto presidenziale.
Un peso demografico a cui si unisce una maggiore desiderio di partecipazione elettorale, soprattutto tra le fasce giovanili.
In Nevada – dove si è tenuta l’ultima tappa delle primarie democratiche – così come New York, Texas, Illinois, California, New Jersey e Florida, il numero di ispanici di età compresa tra i 18 e 24 anni che si reca alle urne è superiore del 170% a quello dei non ispanici!
In California, che insieme al Texas, sarà uno degli Stati fondamentali nel “super martedì” del 3 marzo di quest’anno – considerato l’alto numero di delegati che lo Stato esprime alla convention – l’elettorato ispanico è cresciuto quattro volte di più rispetto a quello non ispanico.
Le elezioni midterm del 2018 sono state un barometro importante per comprendere i comportamenti elettorali con l’affluenza alle urne degli ispanici che è aumentata drasticamente rispetto a quelle del 2014, passando da 6,7 a 13 milioni.
Riassumendo, gli ispanici crescono demograficamente e sono quasi un quinto della popolazione totale, aumenta la loro partecipazione al voto in alcuni casi in maniera esponenziale; e questo avviene soprattutto nelle fasce giovanili, quei famosi millenials cresciuti con la fine del “sogno americano”, successivo allo scoppio della crisi del 2007-2008.
Sanders ha intercettato il desiderio di riscatto di questa parte della popolazione, più volte al centro della politica razzista di The Orange Man, sbaragliando gli altri competitor democratici con una campagna “porta a porta”, sostenuta in Nevada da due delle maggiori organizzazioni ispaniche: Mijente e Make Road Action, con il loro “inedito” endorsement,  hanno arricchito la già potente macchina da guerra degli attivisti che ha il suo nervo nei DSA, gli agguerriti “socialisti americani”.
Tío Bernie, com’è chiamato affettuosamente dai latinos, ha fatto una campagna di strada (sono state bussate 200.000 porte in 17 giorni) parlando in spagnolo ai diretti interessati attraverso attivisti ispanici; e la lingua è uno dei maggiori vettori identitari di questa componente, in uno Stato dove l’8,5% degli abitanti lo parla.
Solo Texas con il 12%, California con l’11,9% e Florida con il 9,2% hanno più persone che parlano spagnolo nell’Unione.
Gli altri candidati si sono spesi con un marketing elettorale a tratti pietoso quanto lucroso; due candidati, intervistati, non hanno saputo dire nemmeno il nome dell’attuale presidente messicano!
In sintesi, il “socialista” quasi ottantenne parla a questa parte della popolazione con la propria lingua, e viene riconosciuto come colui che gli dà voce, a cominciare da chi quotidianamente svolge attività per il miglioramento di questa comunità, godendo di un riconoscimento e di un radicamento che i flussi di denaro del market politico tipico del centrismo “dem” non possono assicurare. Se poi a questo si somma la crassa ignoranza…
Sanders ha catalizzato più di un terzo delle donazioni totali della comunità statunitense dei latinos – il 36% – pari a 8,3 milioni di dollari, in una campagna di raccolta fondi che si basa su donazioni diffuse di poco meno di 20 dollari a testa, che però gli permette di disporre di una cifra superiore a quella di tutti gli altri candidati democratici – tranne il miliardario Bloomberg, ovvio – senza accettare soldi da nessun amministratore delegato delle maggiori aziende quotate in borsa, la S&P500.
Bisogna ricordare che questo “risveglio” degli ispano-americani è in diretta continuità con ciò che fu negli anni sessanta e settanta il movimento chicano, che i commentatori politici nostrani sembrano ignorare.
Un movimento di classe dai forti connotati culturali anti-“assimilazionisti” ed internazionalisti, quello chicano, che l’altro rivendicava quelle terre che gli Stati Uniti sottrassero al Mexico (Texas, New Mexico, Arizona, Utah, California, parte del Colorado e del Wyoming) a meno di trent’anni dall’indipendenza dalla Spagna del 1821, con il trattato di Guadalupe Hidalgo del 1848, dopo la guerra di conquista del 1846-48.
Bisogna ricordare che il movimento All of Mexico propugnava allora il completamento dell’annessione, spingendosi col pensiero fino al centro-America; ipotesi infine scartata perché i messicani di allora – così come molti yankees pensano attualmente degli ispanici – incomprimibili nel canone bianco-protestante della nazione.
Già la guerra di conquista del Messico aveva visto la diserzione di una componente importante di artiglieri irlandesi, il San Patrizio, che si erano uniti alla resistenza messicana facendo emergere quella discrepanza tra necessità belliche e la capacità di tenuta dei propri ranghi…
E forse agli occhi degli ispano-americani, per la maggior parte di origine messicana, Tío Bernie è mutatis mutandis l’erede di quei “traditori di razza” che furono al heroico battallon de San Patricio cui una discreta produzione artistica ricorda tutt’ora le gesta.
***
Tornando alle primarie in Nevada, bisogna registrare altri fatti significativi.
Il primo è legato al successo di Sanders tra i giovanissimi: 2/3 dei voti degli elettori sotto i trent’anni sono andati a lui. Il secondo è legato alla categoria di coloro che si definiscono “very liberal”, che ha votato in massa per il senatore del Vermont, di fatto rendendo inconsistente l’appeal verso l’altra candidata dell’ala sinistra del partito democratico ed ex consigliera di Obama, E. Warren.
In generale Bernie vince in tutte le categorie d’età tranne che i sessantenni.
Il secondo è la delegittimazione della dirigenza di uno dei più importanti “corpi intermedi” del centrismo democratico, il sindacato dei lavoratori del settore dei casinò che raggruppa 60.000 aderenti – la Culinary Union – e che aveva fatto la guerra alla proposta di Sanders dell’assistenza medica gratuita pubblica per tutti, la medicare for all, definendola disastrosa.
La base – composta da un buon numero di latinos – ha votato contro l’atteggiamento “corporativo” della propria centrale interessata a mantenere una tipologia di assistenza medica privata, che avvantaggia propri iscritti e ne fa un perno della propria strategia, a discapito degli altri settori più vulnerabili dei subalterni.
Il terzo non meno importante è l’annichilimento della campagna diffamatoria dei media mainstream – una vera e propria guerra mediatica – dai toni maccartisti, che ha avuto come punta di lancia il Washington Post, di cui è proprietario il numero uno di Amazon, Jeff Bezos, uno di coloro che più ha spinto alla candidatura il tre volte sindaco di New York, ex repubblicano ed uno degli uomini più ricchi del Pianeta, Michael Bloomberg.
Un socialista quasi ottantenne, senatore in uno degli stati meno importanti per i giochi politici tradizionali statunitensi, sta cambiando radicalmente i connotati della sfida politica per le presidenziali.
Se il ciclone Sanders continuerà vittorioso nella sua corsa, il 3 novembre prossimo i cittadini statunitensi potrebbero essere chiamati a scegliere tra due visioni degli Stati Uniti non semplicemente “in competizione”, ma radicalmente contrapposte. Segno che il grado di maturazione delle contraddizioni politico-sociali complessive negli States è arrivato probabilmente ad un punto di non ritorno.
Un movimento inter-generazionale e multi-razziale, che è alla base della “rivoluzione politica” di Sanders dopo avere sfidato le mille sfumature di neo-liberalismo della politica centrista dei democratici, potrebbe gareggiare contro il più feroce rappresentante dell’imperialismo americano, ultra-reazionario.

martedì 25 febbraio 2020

Affrontiamo l’emergenza con una sanità dimezzata

Nulla come le emergenze vere, quelle che mettono a rischio reale un’intera popolazione, dimostrano l’ottusità criminale di un sistema basato sull’interesse e il profitto privato.
Iniziava così un nostro fortunato – come numero di letture – articolo di qualche giorno fa. Oggi, mentre infuriano le polemiche tra Stato centrale (il governo) e Regioni su di chi siano responsabilità e competenze specifiche nell’affrontamento dell’epidemia da coronavirus, possiamo aggiungere alcuni tasselli ulteriori.

La “legislazione concorrente Stato-Regioni”

Questa autentica idiozia è stata infilata a forza (a maggioranza semplice) nella Costituzione nel 2001 da un governo in scadenza, di marca Pd, nella delirante convinzione che questo sarebbe servito a contenere le “spinte federaliste” espresse dalla Lega. Naturalmente avvenne l’opposto, perché un assetto istituzionale “leghista” secerne per sua natura “pensiero leghista”, col suo semplice funzionamento quotidiano.
La lista delle “competenze” su cui la legislazione regionale poteva “concorrere” con quella nazionale è sterminata, ma soprattutto riguarda temi strategici per un sistema-paese che mai e poi mai dovrebbero essere resi “discrezionali”. Si va, infatti, dai rapporti internazionali e con l’Unione europea al commercio con l’estero alla tutela e sicurezza del lavoro; dall’istruzione alle professioni; dalla “ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all’innovazione per i settori produttivi” alla tutela della salute. Ecc.
Non solleviamo qui il problema, caro alla “sinistra astratta”, dei diritti che vengono in questo modo resi diseguali a seconda del territorio in cui si vive e del tipo di maggioranza politica che si crea. E’ un tema importante, certamente, ma di fronte a un’epidemia (per sua natura senza confini) questa “differenziazione” nella gestione della salute pubblica semplicemente non funziona. E siccome in questi casi bisogna preoccuparsi soprattutto dell’efficacia dell’azione di contenimento, è chiaro che lo schema dell’”autonomia differenziata” va contro la possibilità di ottenere un successo rapido.
Non c’è bisogno di essere fini strateghi militari per intuire che di fronte a un “nemico comune” – persino se esagerato fino alla psicosi, come in questo caso – c’è bisogno di una direzione unitaria, mentre le bande locali possono al massimo dare una mano, subordinandosi.
Un pilastro di tutta la “politica” degli ultimi trenta anni si dimostra così di cartapesta. Non solo una “credenza da creduloni”, ma un danno per tutta la popolazione.

La privatizzazione della sanità

Nel corso di questi 30 anni, la sanità pubblica ha subito almeno un doppio attacco. Dall’alto, le “prescrizioni” dell’Unione Europea imponevano tagli progressivamente più ampi alla spesa pubblica in generale. E la sanità, insieme a pensioni ed istruzione (e spese militari… ma queste sembrano sempre intoccabili), costituisce una delle voci di spesa in proporzione maggiore.
Il quarto Rapporto della Fondazione Gimbe sulla Sostenibilità dell’Ssn, presentato in Senato nel giugno dello scorso anno, è impietoso. “Nel periodo 2010-2019 sono stati sottratti al Ssn 37 miliardi e, parallelamente, l’incremento del fabbisogno sanitario nazionale è cresciuto di quasi 9 miliardi“, con una differenza di 28 miliardi e “con una media annua di crescita dello 0,9%, insufficiente anche solo a pareggiare l’inflazione (+1,07%)“.
Il governo era ancora quello gialloverde, con la Lega al comando mediatico. Il DEF 2019 di quel governo, valido tuttora, riduce il rapporto spesa sanitaria/PIL dal 6,6% nel 2019-2020 al 6,5% nel 2021 e 6,4% nel 2022, mentre l’aumento di 8,5 mld in tre anni previsto dalla Legge di Bilancio 2019 è subordinato alle “ardite previsioni di crescita“. E quindi non ci sarà…
Minori risorse, da che mondo è mondo, significano minori prestazioni per la popolazione. E infatti molti ospedali territoriali sono stati chiusi o depotenziati (in alcune regioni, a partire proprio dalla Lombardia, la chiusura di reparti maternità obbliga le gestanti a lunghi viaggi per I controlli pre-parto e a corse disperate, e pericolose, al momento delle doglie; oppure al ricorso sistematico al cesareo, che “valorizza” il team che lo esegue).
I lavoratori della sanità non vedono un adeguamento salariale vero da tempo immemore. I turni di lavoro sono fuori dalle possibilità umane e soprattutto contrari alla sicurezza per i pazienti (medici e infermieri stremati non possono garantire I normali livelli di assistenza).
Peggio ancora. Molte delle risorse destinate alla salute, proprio grazie al meccanismo della “regionalizzazione” o “autonomia differenziata”, vengono dirottate dalla sanità pubblica a quella privata. Come finanziamento diretto o tramite il meccanismo delle “convenzioni” (che coinvolge in pratica gran parte della diagnostica).
Il problema è che questo sistema sempre più privatizzato, utilissimo a chi – i Debenedetti, gli Angelucci (il padrone di quel fogliaccio ignobile di Libero), ecc – vuole realizzare facili “plusvalenze” con le cliniche private, è un suicidio in caso di epidemia.
Il “privato” infatti non vede ragione di essere coinvolto nella tutela della salute pubblica; anzi…
E il “pubblico” si trova ad affrontare “la guerra” da solo, con forze ridotte, richieste moltiplicate, rischi maggiori, soldi in meno.

Il caso della sanità lombarda

Protagonista assoluto della privatizzazione regionalizzata, fino a diventarne l’esempio da replicare in ogni dove, è stato Roberto Formigoni, per ben quattro volte presidente della Lombardia. Poi giustamente arrestato e condannato in via definitiva a 5 anni e 10 mesi di reclusione per corruzione, in concorso con Pierangelo Daccò, Antonio Simone, Umberto Maugeri e Costantino Passerino, poi anche per associazione a delinquere.
I giudici, in un momento di bontà, lo hanno definito capo di un gruppo criminale” responsabile di corruzione sistemica durata 10 anni in cui sono stati sperperati 70 milioni di denaro pubblico. Tutto ai danni della sanità pubblica lombarda, nel frattempo ridisegnata in modo totalmente favorevole al business privato.
Ma sulla situazione attuale della sanità lombarda – per la cui difesa oggi il presidente regionale Fontana (leghista, naturalmente) si infervora di fronte ai banali rilievi di Giuseppe Conte (“c’è stato un focolaio e di lì si è diffusa anche per una gestione di una struttura ospedaliera non del tutto propria secondo i protocolli prudenti che si raccomandano in questi casi, e questo ha contribuito alla diffusione, ovvero da Codogno) – lasciamo volentieri la parola a un sindacalista del settore. Avrete molti dettagli, uno più importante dell’altro. Non stranamente è dell’Usb, non di CgilCislUil…

lunedì 24 febbraio 2020

L’ultima frontiera del profitto: “sterminate le piccole imprese!

Per cambiare il mondo, occorre conoscerlo. Sennò si fanno bei sogni e poi ci si sveglia disarmati.
Dopo tredici anni di crisi globale ci sembra abbastanza evidente che l’Occidente non riesce ad uscirne. Mentre Cina e altri paesi scalano velocemente le posizioni nell’economia globale.
Tanto che ormai possiamo vedere contrapposti almeno due diversi modelli economici. Che non sono “capitalismo” e “socialismo” classicamente (e ideologicamente) intesi, ma più concretamente neoliberismo e economia mista.
Da un lato la prevalenza assoluta delle grandi imprese multinazionali, ovviamente privatissime, libere fino all’arbitrio più totale e in grado di destabilizzare intere macro-aree con una sola decisione; dall’altra una prevalenza del pubblico, programmazione, funzionalizzazione del “privato” – anche di grandi dimensioni – a una logica di crescita “collettiva”.
Ma più della contrapposizione ormai evidente, conta il fatto che qui in Occidente la mancanza più che decennale della “crescita” sta generando processi economici degeneri. Il profitto, infatti, non trovandosi più lo spazio confortevole della “crescita” viene sempre più ricercato nella concentrazione del capitale.
Le grandissime imprese multinazionali – grazie a un sistema finanziario e politico creato su misura per loro (un processo che data ormai oltre 50 anni, per chi ricorda La crisi della democrazia e la teorizzazione ancora acerba dello Stato imperialista delle multinazionali) – assorbono di continuo quelle più piccole, a cominciare dalle maggiori, quelle di dimensioni più simili alle proprie.
E’ di questi giorni un esempio tutto italiano, con Banca Intesa – primo istituto italiano – che ha lanciato un’opa (definita “ostile” dal soggetto interessato) su Ubi Banca (terza banca nazionale), che aveva sua volta assorbito la Popolare di Bergamo e altri istituti minori.
Questi processi non generano nuova ricchezza (come ancora raccontano i Cottarelli,  Fornero, Senaldi, Calenda, ecc), anzi ne cancellano parecchia, perché il profitto viene ottenuto con i “risparmi” dovuti alle famose “sinergie”. In pratica, si chiudono molte filiali, si licenzia buona parte dei dipendenti, si ottengono più clienti (nel caso delle banche ognuno dotato di liquidità, piccola o grande che sia), li si “tratta” sempre di più per via informatica, riducendo al minimo contatti, proteste, ecc.
Lo stesso avviene anche nei gruppi produttive (industrie, ecc), in una spirale di riduzione degli operatori reali a vantaggio di sempre meno oligopolisti. Vengono “invasi” settori prima lasciati volentieri alla spesa pubblica perché poco remunerativi (sanità, pensioni, infrastrutture, trasporti pubblici, ecc), ma ora sfruttabili in chiave eminentemente finanziaria.
Una modificazione della struttura economica che ha inevitabilmente il suo corrispettivo nella politica, con progressiva riduzione della democrazia. Forse non tutti ricordano uno degli editoriali più espliciti del presunto – molto presunto… – “nonno della democrazia italiana”, al secolo Eugenio Scalfari, in difesa dell’oligarchia.
La ricerca di vie di fuga messe in moto da questi processi economici e politici è ciò che sta terremotando in tutto l’Occidente i sistemi politici, con l’emergere di proposte esplicitamente reazionarie, nazionaliste, neofasciste; ma anche, all’opposto, con la rivitalizzazione di un pensiero “socialista”, sia pur vago (Sanders negli Usa, Corbyn in Gran Bretagna, ecc).
La vittoria neoliberista sul movimento operaio era stata pressoché completa, anche se sono sopravvissute ovunque eroiche “sacche di resistenza”. Al punto che il grande capitale multinazionale ha potuto procedere oltre, alla demolizione dei suoi eterni alleati – la piccola e media impresa, il ceto medio professionale, l’artigianato, ecc – che oggi come in passato si ritrovano a dover trovare una nuova visione economica e politica. Che non c’è.
Lo spaesamento deve essere davvero enorme, se l’editoriale di TeleBorsa – a firma del sempre acuto Guido Salerno Aletta – può portare questo titolo…


Il capitalismo finanziario ha deciso: non potendo più crescere per via organica a causa della crisi permanente, bisogna cannibalizzare il segmento più vitale dell’economia, quello altrimenti inafferrabile, anarcoide: le piccole imprese devono sparire.
Il sistema politico esegue, complice.
Le Grandi Imprese, il Grande capitale, hanno un Mondo Perfetto a loro disposizione: è fatto di colossali Fondi di Investimento, di Mercati Finanziari Globali aperti h24, di Rating su misura, di Proxi che suggeriscono ogni mossa, di Grandi Opportunità.
Anche in Europa, tutto è fatto per loro: dagli
acquisti dei bond con il PSPP (Private Sector Purchase Program) della Banca Centrale Europea ai finanziamenti del Piano Juncker, per non parlare del recentissimo Green New Deal della Unione Europea.
Le
Piccole Imprese delle Srl, il Popolo delle Partite Iva, le Banche popolari vanno invece cancellate dal panorama economico e sociale: non sono controllabili politicamente, e non sono neppure ricattabili dal Mercato, perché non sono quotate.
Non sono scalabili dall’esterno, perché i piccoli imprenditori non fanno entrare nessuno nelle loro imprese. Prendono il denaro a prestito dalle banche con oculatezza. I disastri che combinano, poi, sono altrettanto ben congegnati: quando falliscono, lasciano solo debiti. Hanno già spolpato completamente le loro aziende: alle banche ed ai creditori commerciali non rimane assolutamente niente per rivalersi: le locuste, o le termiti, sono nulla al confronto.
Gli Imprenditori singoli, le Piccole e medie Imprese, come le Banche Popolari, non sono gestibili neppure politicamente: sono un mondo di libertà economica e sociale che non risponde a nessuno.

Le Grandi imprese, invece, quando falliscono, sono destinate ad un “nuovo giro”: c’è sempre qualcuno che ci gira intorno, aiutato da altre banche. Uno Straniero che abbocca, il solito Allocco foraggiato, lo trovano sempre.
Guardate che cosa si è fatto in questi anni con le Banche Popolari: la gran parte sono state distrutte, sventrate con gli obblighi di ricapitalizzazione e di quotazione in Borsa. Sono state fatte fallire, per essere inglobate: il Marcio era tutto lì, guarda caso.
E poi, le piccole imprese industriali e commerciali, come i titolari delle Partite Iva, non sprecano mai i loro soldi in laute quanto inutili consulenze, non fanno pubblicità un tanto al kilo; e neppure buttano denari per rinnovare anzitempo gli impianti: tirano al risparmio, all’osso, fino all’ultimo centesimo.
Le
Grandi Imprese, invece, sono attente agli equilibri politici: non possono permettersi di stare all’Opposizione. Si fanno fare le leggi su misura, attraverso la pressione sui giornali, attraverso le lobby delle Associazioni di categoria.
E’ il momento di tirare fuori le unghie ed i denti: le recenti norme sulle crisi delle Srl sono congegnate apposta per
mettere le mani sui patrimoni personali degli imprenditori, mentre le disposizioni sui pagamenti digitali e sulla fatturazione elettronica hanno finalità fiscali pervasive fino all’inverosimile. Le banche ed i commercialisti sono Agenti dell’Erario: la scusa della Evasione Fiscale funziona a meraviglia.
Devono sparire tutte: Srl, Partite Iva, Banche popolari.
Sterminate le piccole imprese!

venerdì 21 febbraio 2020

La sfida degli USA a Huawei

La complessità del mondo – passato dall’illusione che la “globalizzazione” fosse irreversibile alla dura realtà della “competizione” tra macro-aree continentali – è dura da spiegare e, per molto, persino da accettare. Il che implica l’impossibilità di capire e il rifugiarsi in vecchie visioni superate dai fatti.
Accade persino a molti che si considerano “comunisti”, alcuni addirittura “marxisti”, impegnatissimi a ripetere formule verbali il cui contenuto è frattempo cambiato radicalmente. In altre parole: quelle formule sono talmente generali da descrivere quasi tutte le situazioni storiche differenti da oltre un secolo a questa parte. Ma per fare politica rivoluzionaria occorre fare “l’analisi concreta della situazione concreta”, e dunque “vedere” la realtà e la sua attuale relazione con le “categorie”.
Per dare invece un quadro reale della situazione preferiamo proporvi questo lungo articolo publicato su Handelsblatt – l’equivalente tedesco de IlSole24Ore – a proposito della guerra del 5G. Che non è affatto, come narrato dai miserabili media italici, uno scontro tra Usa e Cina, ma un conflitto più complicato in cui l’Unione Europea (che non è “l’Europa””, ma un’istituzione politico-amministrativa sottratta al processo democratico) vorrebbe giocare in proprio come terzo competitor.
Gli appassionati di linguistica troveranno certamente interessante il fatto che in Germania si parli tranquillamente, per esempio, di “sovranità digitale”, in barba ai tabù seminati su questa parola qui in Italia. In fondo “sovranità” significa soltanto “chi detiene il potere esclusivo senza dipendere da nessun altro”. E non ci sembra che una “patria europea sovrana e imperialista” possa essere diversa o migliore – politicamente e socialmente – di una “patria nazionale” iscritta nello stesso modello economico.
Godetevi però questa descrizione delle preoccupazioni “sovraniste” che agitano l’imprenditoria tedesca e francese, pressata dalla invadenza statunitense e dalla superiorità tecnologica cinese. Con i ringraziamenti a Monia Guidi per la segnalazione e la traduzione.
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La sfida degli USA a Huawei

Il governo americano alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco annuncia un’offensiva politico-industriale per scacciare la tecnologia di rete cinese dai mercati occidentali. Intanto gli europei perseguono l’autonomia.
Nel dibattito sulla costruzione della rete di telefonia mobile 5G gli USA per lungo tempo si sono limitati a dire no: no a Huawei e ad altri fornitori “altamente rischiosi”, no alla collaborazione con la Cina nella costruzione dell’infrastruttura del futuro digitale. Ma dire no non basta se gli Stati democratici vogliono tenere il passo nel processo di digitalizzazione. Washington lo ha capito.
Alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza gli USA hanno annunciato una offensiva di politica industriale per rafforzare la concorrenzialità dei costruttori di reti occidentali contro la dominatrice del mercato, Huawei.
Gli americani hanno perso il treno dello sviluppo del 5G, come essi stessi ammettono a bassa voce. Adesso vogliono recuperare questo ritardo assieme all’Europa.
La politica tecnologica a Monaco non è mai stata così al centro dell’attenzione come quest’anno. Il dibattito sul 5G è diventato il punto di coagulazione della contrapposizione geopolitica fra gli USA e la rivale emergente Cina. Ciò che gli americano hanno schizzato a Monaco non è altro che una strategia Rollback per l’era digitale.
Durante la guerra fredda è stato battezzato Rollback il tentativo degli USA di far regredire la sfera di influenza sovietica.
L’iniziativa sul 5G degli USA non viene condotta solo dal presidente Donald Trump e dai suoi amici di partito repubblicani, bensì anche dai democratici del Congresso.
Lindsey Graham, uno dei repubblicani più influenti al Senato ha formulato la situazione così: il capo dell’opposizione, Nancy Pelosi e Trump non hanno “niente in comune politicamente”. Però nella questione Huawei i due sono completamente d’accordo.
Infatti le parole di Pelosi a proposito del dibattito sul 5G sono di una causticità che in Europa generalmente viene ascritta solo al governo Trump. Nelle sue affermazioni la decisione a favore o contro la tecnologia Huawei avrebbe il significato di una scelta fra “autoritarismo e democrazia”; America ed Europa, con uno sforzo comune, dovrebbero promuovere una “internazionalizzazione dell’infrastruttura digitale che non rafforzi l’autocrazia”.
Nel porre le nuove fondamenta dell’economia digitale non si dovrebbero fare compromessi – questo è stato il messaggio centrale della delegazione USA.
Sia il ministro degli esteri, Mike Pompeo, che il capo del Pentagono, Mark Esper, hanno messo in chiaro cosa ciò significhi: nessun componente cinese nella rete 5G. “Se non ci riesce di raggiungere l’unità nella questione del 5G, la nostra collaborazione futura ne sarà inficiata – anche quella militare”, ha detto l’ex alto diplomatico statunitense Nicholas Burns all’Handelsblatt. Per il ministro della difesa, Esper, c’è in gioco addirittura il futuro della NATO.
Se non comprendiamo la minaccia e se perciò non facciamo nulla contro di essa” ha detto in un discorso, “questa alla fine potrebbe mettere in pericolo l’alleanza di maggior successo della storia, la NATO”.
Le preoccupazioni americane non sono campate in aria: il presidente della Cina, Xi Jiping, ha annunciato l’obiettivo di acquisire il dominio dello spazio cibernetico. A questo scopo il sostegno alle compagnie tecnologiche cinesi gioca un ruolo importante.
A Monaco hanno ammonito sui rischi anche esperti della sicurezza. Sandra Joyce, dirigente di Fire-Eye, una fornitrice di sistemi di protezione contro attacchi cibernetici, ha detto all’Handelsblatt: “Abbiamo scoperto malware cinesi in programmi di messaggistica di Telecom: hacker cinesi hanno dunque potuto co-leggere dei messaggi”.
Tuttavia Huawei respinge l’accusa di fungere da strumento delle ambizioni di potenza cinese come assurda. La compagnia è assurta a leader di mercato nell’ambito delle tecnologie di rete – anche in Germania.
Le reti di telefonia mobile delle tre grandi fornitrici di servizi di telefonia, Deutsche Telekom, Vodafone e Telefonica, poggiano in maniera decisiva su componenti Huawei. Anche nella costruzione della rete 5G le tre azienda lavorano assieme ai cinesi.

Offensiva in due tempi

L’offensiva tecnologica con la quale gli USA vogliono respingere Huawei consiste di due fasi: in un primo momento Washington aiuterà altri Stati a costruire un’infrastruttura di telecomunicazione che si appoggi solo su “ fornitrici affidabili”. Sono da annoverare fra queste le imprese scandinave Ericsson e Nokia e la compagnia sud-coreana Samsung.
Come strumenti di sostegno per l’acquisizione di tecnologie 5G occidentali Washington vuole usare la Development Finanace Corporation (DFC) e la Export-Improt Banc. I finanziamenti della DFC si rivolgono a paesi in via di sviluppo, i crediti della Export-Import Banc possono essere concessi anche a paesi emergenti e a stati con livelli di reddito medio.
Attraverso questo strumento però devono essere anche sostenute imprese tecnologiche statunitensi, per esempio Cisco, che opera in un segmento parziale del mercato 5G.
Contemporaneamente alcuni senatori dei due partiti hanno presentato un progetto di legge per la creazione di un fondo d’investimento che dovrebbe aiutare gli stati che vogliono costruire una rete 5G senza componenti Huawei.
I cinesi rimproverano agli americani di promuovere le loro tecnologie di rete con crediti a basso costo distorsivi del mercato (tassi dello 0%, scadenza a 20 anni). Gli USA adesso vogliono colmare lo svantaggio competitivo delle aziende occidentali.
Un ingresso diretto degli americani in Ericsson e Nokia, come propugnato poco tempo fa dal ministro della giustizia statunitense, William Barr, non è più in agenda. “Il governo statunitense non entrerà direttamente in Nokia ed Ericsson”, ha detto l’incaricato speciale alle politiche delle telecomunicazioni, Robert Blair, all’Handelsblatt.
Nella seconda fase dell’offensiva 5G americana Washington vuole riconquistare, assieme a compagnie di Software e a fornitrici di hardware, il primato tecnologico nella telefonia mobile. Anche in questo caso gli USA sottolineano di voler collaborare strettamente con imprese europee.
Dietro ciò c’è la convinzione che il 5G raggiungerà il suo pieno potenziale solo fra qualche anno. Solo allora alcune visioni tecnologiche, come auto senza conducente e fabbriche completamente automatizzate, diverranno realtà.
Costruire “un ecosistema di software e hardware poliedrico e basato sui valori” – questo è l’obiettivo degli americani per “la prossima generazione di 5G” e la loro proposta agli europei.
Tuttavia la reazione europea alle avances americane a Monaco è stata contenuta. Riserve contro Huawei in realtà ci sono anche in Europa. Tuttavia la campagna anti-cinese degli USA a Berlino, Bruxelles e Parigi è ritenuta esagerata persino per coloro che sono critici verso Huawei.
La reazione alle aspirazioni di potenza cinese non dovrebbe condurre ad una nuova guerra fredda, è stato detto. Gli europei perciò puntano sul rafforzamento della loro autonomia tecnologica.
Il Ministero degli esteri sta preparando una nuova iniziativa per la seconda metà dell’anno: “Vogliamo porre il tema della sovranità digitale in cima all’agenda del Consiglio dell’Unione europea durante la presidenza tedesca”, è stato affermato a Monaco dalla delegazione tedesca; il mondo digitale fin’ora avrebbe avuto due poli “un modello orientato alla massimizzazione dei profitti nella Silicon Valley e un modello repressivo a Pechino”.
Il Ministero degli esteri chiede: “l’Europa deve offrire un terzo modello suo proprio. Per questo dobbiamo rafforzare il settore tecnologico europeo”.
Sostegno arriva dai Verdi: “ci occorre una strategia europea per le infrastrutture critiche e un percorso europeo autoconsapevole verso l’era digitale”, ha detto all’Handelsblatt la leader dei Verdi, Annalena Baerbock. “Con gli americani ci sono importanti convergenze di interessi, ma noi dovremmo porre nostri standard”.
Il tema 5G è stato discusso anche durante una colazione di politici tedeschi con il presidente francese Emmanuel Macron. Macron ha mostrato la sua approvazione per la fondazione di un consorzio 5G europeo; la cancelliera Angela Merkel, che pure vuole approfondire la cooperazione economica con la Cina, si è aperta lentamente a tale proposito.
La scorsa settimana si è incontrata nel palazzo del cancellierato con i capi di Ericssom e Nokia. Anche Deutsche Telekom è pronta a ridurre la sua dipendenza dalla Cina. “Useremmo molto volentieri le tecnologie di Nokia ed Ericsson” ha detto il presidente di Telekom, Thomas Kremer, all’Handelsblatt. “Ma noi dobbiamo anche guardare da dove ricevono i loro componenti le due aziende, cioè dalla Cina. Perciò dobbiamo fare in modo che anche i componenti vengano costruiti in Europa”.
Gli sforzi per il rafforzamento della sovranità europea, e con ciò per tenere a distanza non solo la Cina, ma anche gli USA, hanno a che fare con il fatto che il governo USA in altri campi della politica economica tratta l’Europa come antagonista.
Così gli americani, venerdì, hanno aumentato i dazi sugli aerei europei dal 10 al 15 percento – e con ciò hanno rafforzato i dubbi da parte europea sul fatto che a loro interessi veramente una genuina cooperazione. “Molta fiducia è andata persa”, si lamentano atlantisti come Burns, “perciò ci risulta così difficile reagire all’ascesa a potenza cinese”.

Decadenza tecnologica

Che gli USA finora non abbiano sviluppato alcuna alternativa tecnologica a Huawei, e che perciò puntino sul know-how europeo, si spiega con la decadenza della loro produzione di apparecchiature per le telecomunicazioni.
Alla fine degli anni ‘90 imprese come Lucent, Motorola e la canadese Nortel erano le più innovative e le prime sul mercato. Tutte e tre attualmente sono scomparse. Lucent si è dapprima fusa con la francese Alcatel e poi è stata venduta a Nokia. Anche l’attività di Motorola nelle infrastrutture per le telecomunicazioni è finita alla compagnia finlandese, che inoltre ha acquisito il comparto Siemens corrispondente. Nortel nel 2009 ha addirittura dovuto dichiarare fallimento e ha venduto il comparto di telefonia mobile a Ericsson.
Corresponsabile della decadenza delle produttrici americane di apparecchiature per le telecomunicazioni è stata la liberalizzazione del mercato statunitense a metà degli anni ‘90. Questo ha messo sotto pressione i guadagni delle principali aziende sul mercato, cosicché compagnie come Lucent hanno cercato la loro salvezza in Cina.
Là al momento dell’ingresso nel mercato hanno dovuto rivelare il loro know-how tecnologico. Di ciò si è avvantaggiata non da ultima l’impresa Huawei.

mercoledì 19 febbraio 2020

Il governo Conte è al lavoro per affossare il salario minimo

Cgil, Cisl, Uil e Confindustria lo hanno sempre detto, non vogliono una legge sul salario minimo e soprattutto non vogliono che la legge stabilisca una soglia minima di salario al di sotto della quale non sia legale scendere. Per loro il minimo salariale lo deve stabilire la contrattazione e pazienza se poi oggi questo minimo è talmente basso che l’INPS ha calcolato in più di 5 milioni i lavoratori poveri di questo paese.
Tutti i partiti di governo sono accodati con Cgil, Cisl, Uil e Confindustria con la sola eccezione dei Cinque Stelle che da alcuni mesi difendono una proposta di legge, a firma della ministra del Lavoro Nunzia Catalfo, che fissa a 9 euro la soglia minima di salario orario. Ora però gli alleati di governo, Zingaretti, Renzi e Fratoianni, sarebbero riusciti ad eliminare la cifra e a sterilizzare la proposta di legge in una innocua e sostanzialmente inutile proposta che si limita a dire che i minimi salariali sono quelli dei CCNL firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi.
Sui giornali compaiono le ipotesi più diverse che sarebbero allo studio per neutralizzare quella soglia che, secondo il presidente dell’INPS Pasquale Tridico, favorirebbe diversi milioni di lavoratori visto che i 10 CCNL più utilizzati in Italia (che coprono più del 50% dei lavoratori dipendenti) hanno i minimi tabellari al di sotto dei 9 euro.
Due sono le strade che la maggioranza sembra voler intraprendere: o eliminare ogni riferimento a una soglia, facendo perdere di senso alla norma, oppure stabilire una soglia così bassa da renderla sostanzialmente inefficace e potenzialmente pericolosa in vista dei prossimi rinnovi contrattuali. Da qui i riferimenti al 70% del salario mediano o altre ipotesi ancora più fantasiose che porterebbero comunque il minimo a scendere, cambiando di segno alla legge.
La tesi sostenuta a gran voce da Cgil, Cisl e Uil, secondo cui una legge sul salario minimo può mettere a repentaglio la contrattazione, acquista infatti un senso quando la soglia viene stabilita ad un livello tale da renderla appetibile per le associazioni datoriali, senza alcun effetto di innalzamento sul livello delle retribuzioni. I 9 euro sono ancora una soglia efficace perché produrrebbero una spinta verso l’alto a tutto il resto dei salari: se si scendesse più in basso ogni effetto positivo sarebbe compromesso.
Il paradosso è che questa operazione sia tutta nelle mani di quella che è oggi la sinistra italiana, dai sindacati confederali al Pd a LeU ai renziani. Sono loro che si stanno battendo con forza perché i salari non aumentino. E i Cinque Stelle sembrano ormai aver accettato quello che la casta politica e quella sindacale stanno imponendo, contro i lavoratori.

lunedì 17 febbraio 2020

L’effetto coronavirus sulla crisi senza fine

Le conseguenze economiche dell’emergenza sanitaria del Coronavirus configurano l’aggravamento di una crisi di cui si fatica ancora a definire i contorni.
In un ciclo economico mondiale “stagnante”, segnato pesantemente da una mancata ripresa reale dopo il suo scoppio nel 2007/8, l’epidemia sta mostrando il peso della Cina nell’economia globale e la fragilità di un sistema-mondo per quello che è e non per come si narra.
Un ecosistema economico fortemente interdipendente ed altamente interconnesso dai flussi delle materie prime che alimentano le capacità produttive della Repubblica Popolare, da una filiera produttiva internazionalizzata che nella Cina alcuni attori ormai indispensabili, da una catena logistica che sta andando letteralmente in tilt e di cui il collasso del settore dei trasporti marittimi è per ora la prima e principale manifestazione, oltre che da una finanziarizzazione trasversale, mette a nudo le criticità in conseguenza della prevenzione di questa emergenza sanitaria.
Le fessure apertesi in questi potrebbero trasformarsi in vistose crepe di un sistema che dimostra di avere i piedi d’argilla.
La Cina è il maggiore importatore di materie prime. Prima in assoluto rispetto al consumo di petrolio (un 15% in meno è stato sbarcato nella Repubblica Popolare nei primi 12 giorni di febbraio rispetto all’anno scorso) ed in grado di assorbire oltre la metà dell’offerta mondiale di ferro, fondamentale per la produzione di acciaio (28,2 milioni di tonnellate rispetto ai 33,4 dello stesso periodo dell’anno scorso), rame e carbone.
Come riporta Sissi Bellomo in un articolo del Sole 24 Ore di sabato: «C’è però una coda di 66 navi che attende di scaricare altro ferro: una sosta forzata che oggi può costare oltre 100mila dollari al giorno di “demurrage” secondo Reuters, una somma spaventosa se si considera il basso livello dei noli»
Perché il motore cinese della catena logistica mondiale ha rallentato, e dunque si ha un effetto “a catena” sia a monte che a valle, che rischia di inceppare un modo di produzione e distribuzione delle merci che ha fatto della velocità del trasporto uno suoi tratti salienti, Facendo tra l’altro “sballare” il complesso sistema di DDD (Data Driver Development) che, da vantaggio competitivo strategico, rischia di tramutarsi nel suo esatto contrario, viste le incertezze che, sommandosi, arrivano a un punto di rottura significativo.
Le merci restano “tracciate”, ma i flussi non sono più prevedibili; l’analisi costi/benefici, formulata all’interno del paradigma dell’ottimistica prevedibilità di un guadagno, esce dunque dal campo della strategia economica e diventa pura “speranza” rispetto alla situazione concreta.
Allo stesso tempo dalla Cina arriva l’80% degli smartphone prodotti al mondo, circa metà dei computer e delle televisioni.
Più di un quarto della produzione mondiale di automobili avviene in Cina – era appena il 7% ai tempi della Sars nel 2003 – e l’8% dell’esportazioni delle componenti automobilistiche, molte delle quali arrivano proprio da Wuhan.
E proprio questa “mancanza” di componenti dalla Cina ha costretto per esempio lo stabilimento di FCA di Kragujevac in Serbia a riprogrammare lo stop della fabbrica dove si produce la Fiat 500 L.
Mancano all’appello componenti del sistema audio e altri parti elettroniche che hanno imposto un fermo alla produzione ed un mancato “riavvio” programmato per questo martedì, in una situazione già di contrazione del mercato per uno stabilimento che l’altro anno ha prodotto 40 mila vetture.
Il ceo di FCA Mike Manley aveva già annunciato che uno stabilimento sarebbe stato impattato rispetto dalla mancanza di componenti da parte dei quattro fornitori cinesi della casa automobilistica, come è poi è accaduto.
Ma questo non potrebbe che essere un anticipo di una situazione più estesa.
L’Italia è fortemente esposta in questo campo perché acquista dalla Repubblica popolare circa un miliardo di euro l’anno di componenti, anche perché la Cina è il quarto paese per valore di importazioni dopo Germania, Francia e Polonia.
I riverberi di questa situazione stanno interessando quindi anche il nostro sistema-paese, che trovava tra l’altro nell’esportazione verso la Cina una boccata d’ossigeno rispetto alla situazione attuale, in cui non sono stati ancora raggiunti i livelli pre-crisi di dodici anni fa, e fortemente minata dalla “crescita zero” dell’economia tedesca, così come da un processo di deindustrializzazione e perdita di settori strategici che interessa da un trentennio il nostro Paese.
Un altro tassello negativo in un puzzle non certamente idilliaco.
L’interscambio con la Cina è di poco sotto i 13 miliardi per le esportazioni, e poco sopra i 30 per ciò che riguarda le importazioni per ciò pertiene il comparto manifatturiero.
Incominciano ad uscire ora le prime stime sulle possibili perdite.
Come riporta IlSole 24 Ore di sabato, in un report di Luca Orlando: «Dalla Camera di commercio di Milano-Monza-Lodi arriva l’ipotesi di un arretramento a doppia cifra del nostro export per il primo trimestre: per la sola Lombardia i mancati incassi sarebbero di 300 milioni di euro, un calo di oltre il 30%, che su base nazionale si tradurrebbe in un salasso di 900 milioni di euro, in parte probabilmente persi (soprattutto nell’area di prodotti di consumo), in parte differiti».
Una situazione di criticità, il cui peso pensiamo la classe imprenditoriale farà ricadere sui lavoratori e a cui, quindi, le organizzazioni sindacali di classe e il mondo della rappresentanza politica delle classi subalterne devono necessariamente cominciare ad interessarsi.
Tra gli effetti delle contro-sanzioni russe, il mancato sviluppo delle relazioni economiche con l’Iran e i possibili dazi statunitensi contro l’Unione Europea e l’Italia), rischiamo di uscire con le ossa rotte. Proprio nel mentre, tra l’altro “cediamo” sempre più pezzi importanti di comparti strategici.

Il rallentamento del trasporto merci globale

Veniamo al trasporto marittimo, che è la principale modalità di trasporto delle merci mondiali, posseduto da un pugno di multinazionali del mare.
I rendimenti delle tre principali categorie di navi per il trasporto marittimo stanno conoscendo delle cifre preoccupanti.
La situazione del settore dei “carichi secchi”, per le navi capaci di trasportare 170-180 mila tonnellate, quello delle Vlcc (le super-petroliere da 2 milioni di barili) e del traffico container, sta diventando drammatica.
Il Baltic Capesize Index, creato nel 1999 per misurare i rendimenti della prima tipologia di navi, è per la prima volta negativo nella sua storia: -282 questa settimana.
Il costo dei noli per questo tipo di imbarcazioni è precipitato dai 18.375 dollari in media di dicembre agli attuali 2.532 attuali, e se si considera che il costo d’esercizio si aggira sui 7.000 dollari al giorno, si capisce che la perdita netta quotidiana è pesantissima; il margine di guadagno per gli operatori è passato da oltre 10 mila dollari al giorno (alla fine dello scorso anno) ad un saldo negativo che supera i 4 mila dollari al giorno.
Certamente per ora le “perdite” sono parzialmente compensate dai picchi dello scorso anno, con un costo medio dei noli che aveva quasi raggiunto il picco dei 40 mila dollari al giorno in settembre, ma investe solo per incassare i dividendi non sta senz’altro festeggiando. Se poi si aggiunge l’esposizione bancaria crescente, la cosa rischia di diventare piuttosto seria, sia per i debitori che per gli istituti che prestano loro denaro.
Per ciò che concerne le super-petroliere il discorso è analogo. L’affitto di queste imbarcazioni è sceso dai 50.000 dollari al giorno dello scorso anno, per la rotta Medio Oriente–Cina e ritorno, agli attuali 6.500; e le previsioni per le mega navi-cisterna non sembrano rosee.
Il settore del container è altrettanto impattato, considerando che sette dei dieci maggiori porti mondiali per la loro movimentazione sono in Cina e che tre dei maggiori porti fuori dalla Repubblica Popolare (Singapore, Honk Hong e Busan in Corea del sud) devono le loro fortune all’economia cinese.
Le misure per ridurre il contagio hanno impattato fortemente gli scali cinesi che, secondo lo Shangai International Shipping Institute lavorano con una capacità ridotta del 20-50% rispetto alla media.
A questo si somma un rallentamento di tutta la catena logistica cinese “a monte” dei porti, che si sta ingolfando per la saturazione dei magazzini portuali.
Un duro colpo per la supply chain globale e forse l’annuncio di un altro crack che vien dal mare…
Altri settori dello shipping fortemente toccati sono quello delle navi metaniere, con il prezzo del GNL in Asia minore che è crollato a 3$/MMbtu, mentre bisogna registrare lo “strano” fenomeno di navi al largo che non possono giungere a destinazione, pur stivando questo gas – particolarmente costoso e pericoloso da conservare – in quelli che a tutti gli effetti stanno diventando magazzini galleggianti. Con la possibilità che a lungo andare possa evaporare, così come i profitti di chi ci ha investito; in questo caso soprattutto il Qatar.
Anche la cantieristica navale ha subito un forte rallentamento. Circa 200 navi in costruzione o in riparazione nel paese asiatico conoscono un forte ritardo nella consegna. C’è da ricordare che una nave non è più solo un vettore di trasporto, ma anche un veicolo di investimento per una economia fortemente legata alla finanza ed al capitale speculativo, che ha promosso il gigantismo navale come strategia concorrenziale ammazza-mercato, garantendo fin qui lauti guadagni finanziari.

L’ennesimo “cigno nero” non è più un’ipotesi

Non sappiamo se siamo di fronte ad “il cigno nero”, e quali saranno le capacità di reazione a una crisi cui nessuno è immune, a cominciare dagli States.
La Cina è ancora tra i maggiori acquirenti – dopo l’eurozona – del debito pubblico nord-americano, e la recente tregua commerciale tra i due Paesi prevedeva l’acquisto di ingenti quantità di merci americane da parte della Cina; dalle materie prime energetiche ai prodotti alimentari, passando per l’industria manifatturiera. Il che avrebbe garantito uno sbocco di mercato certo agli USA per ambiti vitali della loro economia, spianando in parte la strada per la rielezione di Trump alla Casa Bianca.
Non sappiamo a questo punto se gli accordi potranno essere rispettati…
Allo stesso tempo le inter-connessioni dell’industria nord-americana con la Cina non sono poche e la “guerra fredda digitale” le ha abbondantemente portate allo scoperto, evidenziando i possibili effetti traumatici su entrambe le sponde del Pacifico.
Un nuovo notevole scossone, quello che sta attraversando l’economia-mondo. La quale non sembra disporre di reali strumenti di governance globale, vista la feroce competizione inter-imperialistica e la concorrenza tra grandi player economici globali.
La forza di un virus? No. Più che altro l’estrema debolezza di un sistema già prima “imballato”