giovedì 30 gennaio 2020

Intanto nelle stanze del potere reale…

Mentre la gran parte degli italiani grida al bau bau Salvini, come per 25 anni ha gridato al bau bau Berlusconi, vi dico cosa succede nelle stanze del potere reale, fonte Il Messaggero di ieri.
Cassa Depositi e Prestiti aveva in precedenza deliberato un comitato nomine di 5 membri, di cui 2 indipendenti. Ieri c’è stato il blitz del Ministero del Tesoro, che controlla l’82% della Cassa e ha stabilito un Comitato nomine di 3 membri: il primo, presidente della cassa, espressione delle fondazioni bancarie, il secondo rappresentato dal ministero del Tesoro, il terzo l’amministratore delegato della cassa, che è espressione del ministero del Tesoro. 2 a 1, bingo.
Indovinate chi c’è al Ministero del Tesoro e a quale partito appartiene. Ebbene, il ministero del Tesoro esprimerà la maggioranza del Comitato nomine della Cassa Depositi e Prestiti, il quale sceglierà gli amministratori delegati Snam, Terna e Fincantieri, vale a dire decine di miliardi di investimenti, decine e decine di miliardi di fatturato, centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Il Ministero del Tesoro ha fatto questo blitz a seguito dell’esito delle elezioni in Emilia, comunicando che vuole capitalizzare il risultato. Mi raccomando, andate dietro le sardine, fate il bau bau a Salvini. Il potere, intanto, marcia trionfante.

lunedì 20 gennaio 2020

La scuola di classe (di Boeri e soci)

Dietro la sua aura di progressismo e modernità, Tito Boeri nasconde il peggior disprezzo per gli strati sociali più poveri che ha sempre animato la cultura della classe dirigente, quel razzismo selettivo che può rivolgersi a diversi colori della pelle e provenienze geografiche, purché di poveri si tratti.
Così, dopo aver celatamente rivendicato lo sfruttamento dei migranti africani quale strumento per rimpinguare le casse previdenziali, più recentemente Boeri rivolge la sua attenzione agli studenti terroni e alle loro famiglie. Dalle pagine di Repubblica, Boeri si lancia in un’ambiziosa proposta per  “Un’altra scuola per il Sud”.
Il punto di partenza sono i risultati delle famigerate prove INVALSI, test sottoposti agli studenti dei vari ordini scolastici al fine di valutarne le cosiddette ‘competenze’ in Italiano, Matematica e Inglese. L’indagine INVALSI certifica che i punteggi del Sud e delle Isole, nel 2019, siano più bassi di circa il 15% di quelli del Nord. Tali verifiche finiscono per imputare agli studenti e ai docenti gli effetti che qualsiasi contesto socio-economico, in tutta la sua complessità, necessariamente produce sulla formazione delle persone che lo vivono, indipendentemente da meriti e colpe dei singoli.
Non siamo nuovi all’utilizzo delle prove INVALSI come una mannaia sulle sorti e sulle scelte delle classi subalterne e dell’istruzione, banco di prova delle politiche reazionarie: leggendo i risultati di quei test unicamente come il frutto degli sforzi individuali dei soggetti analizzati, e non anche come il precipitato dei contesti sociali in cui quei soggetti studiano e vivono, si giunge facilmente alla conclusione che le scuole meridionali siano meno efficienti di quelle settentrionali.
Nel certificare la distanza tra Nord e Sud, Boeri elenca una serie di ipotesi esplicative: “Qualcuno la attribuisce alla bassa spesa per l’istruzione, insegnanti pagati troppo poco” ma, sostiene l’economista, questo qualcuno sbaglierebbe. A parità di remunerazione, dice Boeri, gli insegnanti del Sud hanno uno stipendio, in termini di potere d’acquisto, ben più alto di quelli del Nord, e dunque si dovrebbe assistere ad un risultato capovolto se davvero gli stipendi degli insegnanti contassero qualcosa in questa storia.
Boeri introduce così nel discorso un suo cavallo di battaglia, le gabbie salariali: dal momento che vivono in regioni caratterizzate da prezzi più bassi, gli insegnanti meridionali dovrebbero essere pagati meno, in termini nominali, per avere il medesimo salario degli insegnanti del Nord in termini reali, cioè al netto delle differenze nei prezzi delle merci su cui quei salari sono spesi. Dimentica, Boeri, che gli insegnanti del Sud pagano già quella cronica carenza nei servizi pubblici essenziali, dalle infrastrutture alla sanità, che impoverisce i meridionali tutti, nonché una disoccupazione di massa che fa pesare spesso interi nuclei familiari su un singolo reddito da lavoro.
E così il primo tassello dei questa “altra scuola per il Sud” che sogna Boeri è la riduzione degli stipendi degli insegnanti meridionali.
Poi Boeri si chiede: sono forse i “divari socio-economici di partenza a spiegare questi enormi differenze negli esiti scolastici”? Meno che mai, è la sua risposta: a parità di situazione economica (cioè confrontando abitanti del Nord e del Sud che hanno il medesimo reddito) i risultati del Sud restano peggiori. Eppure questo risultato non ci stupisce affatto: il divario che si registra persino a parità di situazione economica non può che dipendere da variabili di contesto, che si riflettono negativamente anche sugli studenti di classe sociale più agiata.
Tali variabili di contesto riguardano proprio la maggiore arretratezza economico-sociale del Mezzogiorno, non certo le capacità individuali di chi ha compilato i test INVALSI. Se un contesto territoriale è più povero ed emarginato, anche lo studente proveniente da una famiglia benestante ne risentirà, sotto forma di un livello di insegnamento medio più basso, o di punti di partenza più arretrati nei processi di apprendimento sociali e collettivi, processi da cui tutti gli studenti di una comunità traggono le proprie conoscenze.
Ma Boeri non fa menzione di tutto ciò e, scartate queste due ipotesi, presenta finalmente la sua chiave interpretativa, l’asso nella manica, il frutto di anni e anni di studi di scienza economica: la colpa è delle famiglie. Le famiglie meridionali non darebbero un adeguato valore all’istruzione. La prova? Il divario tra gli studenti meridionali e quelli settentrionali aumenterebbe al crescere dei gradi di istruzione: così, secondo Boeri, quando cresce l’impegno a casa richiesto agli studenti (più si va avanti nel percorso scolastico, più aumenta l’importanza dello studio lontano dai banchi), gli studenti meridionali non verrebbero sufficientemente supportati dalle famiglie e dunque si paleserebbe un maggiore divario Nord-Sud.
Terroni cornuti e mazziati, insomma. Cornuti perché disoccupati, poveri e precari, mazziati perché ignoranti e poco attenti all’istruzione dei figli. Il livello dell’argomentazione, ammettiamolo, è talmente basso da richiedere uno sforzo sovrumano per rimanere nei ranghi di una critica puntuale.
Ma le mazzate di Boeri al Mezzogiorno non finiscono qui. Dopo aver proposto una riduzione degli stipendi degli insegnanti, e dopo aver detto che le famiglie meridionali non badano all’istruzione dei figli, rincara la dose suggerendo che le poche risorse disponibili siano sottratte alla stabilizzazione dei tanti precari della scuola e concentrate in premi per gli insegnanti le cui classi hanno ottenuto i migliori risultati INVALSI.
Una provocazione che non deve essere sottovalutata perché avrebbe un portato materiale consistente: favorire l’introduzione del cottimo – questo è il vero nome dei loro ‘meccanismi premiali’ – in settori dove una simile forma di sfruttamento del lavoro non sembrava neanche immaginabile. Col risultato, infine, di sottrarre ulteriori risorse alle scuole che hanno mostrato i peggiori risultati negli INVALSI: colpire chi rimane indietro, peggiorare la situazione di chi sta peggio.
Occorre sottolineare che nessun dato parla da sé, e Boeri ha semplicemente piegato i dati INVALSI alla sua proposta politica neoliberista, concepita per alimentare lo sfruttamento e le disuguaglianze. Difatti, è lo stesso rapporto INVALSI 2019 a sottolineare che “In tutte le materie testate dall’INVALSI e in tutti i gradi scolari, dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado, è osservabile una correlazione positiva tra indice di status [socio-economico-culturale] e punteggio nelle prove”: migliore è il background sociale, migliori sono i risultati dei test. Inoltre, il retroterra economico-culturale incide anche sulla scelta del percorso scolastico: le famiglie con una situazione economica modesta orientano i figli verso gli istituti tecnico-professionali i quali, nelle prove, mostrano risultati sistematicamente peggiori dei licei.
I dati, insomma, ci restituiscono un Paese sì diviso a metà, ma in cui questa divisione non opera per caratteristiche geografiche, bensì di classe. Un quadro a tinte fosche da cui emergono tutti i tratti della scuola classista del secolo scorso che, forse ingenuamente, pensavamo di esserci lasciati alle spalle: una scuola funzionale a mantenere inalterate le divisioni di classe della società, in cui il figlio del ricco si candida a rimanere ricco e il figlio del povero è condannato a occupare, sempre e per sempre, la stessa casella sociale, la più bassa.
Se poi ci concentriamo sulle differenze territoriali, il rapporto SVIMEZ 2019 fotografa un continuo e drammatico aumento del flusso migratorio universitario dal Sud al Nord Italia che drena risorse al Sud sia direttamente, sia a causa del sistema di finanziamento universitario, che penalizza gli istituti meridionali. Gli atenei del Nord, infatti, attraggono più studenti e dunque più tasse universitarie perché inseriti in territori economicamente più prosperi, maggiormente prossimi ai luoghi dove il lavoro c’è, un enorme vantaggio competitivo rispetto agli atenei delle aree disagiate. Ma un vantaggio competitivo che nulla ha a che fare con la qualità di insegnamento e ricerca.
Paragonare, come fa Boeri, una scuola di via Monte Napoleone a Milano ad una scuola dello Zen di Palermo non solo non ha senso, ma risponde alla precisa volontà di perpetuare le disuguaglianze, scaricandone la colpa sugli stessi soggetti che quelle disuguaglianze tutti i giorni le subiscono. Benché sia travestita da analisi tecnica, quella di Boeri è un’operazione politica perfettamente coerente con la traiettoria imposta da oltre trent’anni al nostro Paese e al suo sistema formativo, una traiettoria fatta di tagli alla spesa pubblica e di smantellamento di quel presidio di democrazia e libertà che è la scuola pubblica.
Faceva scandalo “l’operaio che vuole il figlio dottore”, un tempo, quando si lottava sulle barricate per conquistare il diritto ad un’istruzione pubblica e di massa. Faceva scandalo e spaventava i padroni. Per questo, forse, Boeri prova a convincerci che quel ragazzo non diventerà mai dottore per colpa del padre operaio, della madre meridionale.

giovedì 16 gennaio 2020

Putin prepara la strada al proprio futuro politico

Che qualcosa di significativo fosse nell’aria era stato chiaro sin dall’antivigilia. Il fatto che Vladimir Putin avesse anticipato al 15 gennaio il messaggio all’Assemblea Federale, che tradizionalmente rivolgeva un po’ più tardi, aveva messo sull’avviso.
E infatti è arrivata puntuale la stangata: di fronte a deputati, senatori, Governo, presidenti di Corte costituzionale, Corte dei Conti, Procuratore generale e patriarca Kirill, Putin ha elencato una serie di non poco conto di correzioni costituzionali da apportare ai poteri di Duma, Consiglio di Stato, autonomie regionali. Dopo di che, con una rapidità difficilmente scambiabile per “casuale”, sono arrivate le dimissioni dell’intero governo e la candidatura del nuovo Presidente del consiglio da parte di Putin. Tutto questo, tra le 10 e le 15 di mercoledì 15 gennaio.
Passa così, dal puro campo speculativo a quello delle reali manovre di potere, quanto ipotizzato da tempo e messo poi nero su bianco oltre un anno fa, in coincidenza con alcune esternazioni del Presidente della Corte costituzionale, Valerij Zorkin. In sintesi, non una nuova Costituzione, ma alcuni “aggiustamenti” dell’attuale carta eltsiniana, nel quadro di una revisione della ripartizione dei poteri tra i massimi organi statali; un maggior bilanciamento tra esecutivo e legislativo, e anche tra Presidente e governo; più “sintonia” tra potere centrale e regioni: quello che Zorkin aveva definito come “necessità che il governo locale divenga l’anello più basso del potere centrale”.
E, non di poco conto: prevalenza sia della Costituzione, sia di tutta la legislazione russa, sulle norme internazionali. Il potere, scrive oggi ROTFront, sta compiendo “un ulteriore passo verso l’arbitrio. Ora, sarà possibile adottare qualsiasi legge che annulli l’efficacia degli accordi internazionali, in primo luogo i diritti umani e gli interessi dei lavoratori: sarà possibile, ad esempio, annullare l’effetto sul territorio russo delle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro”. Ancora: si potranno ignorare “trattati e norme internazionali che interferiscano con le opportunità della borghesia russa, si potranno introdurre dazi su import e export e sarà molto più facile per i capitalisti russi eludere le sanzioni internazionali”.
Secondo Putin, le modifiche proposte non incidono sui fondamenti della Carta, così da poter essere approvate dal Parlamento con procedura normale. La Russia rimane in ogni caso una Repubblica presidenziale.
Dopo alcuni punti, che sembravano messi apposta per rispondere alle richieste dell’opposizione di sinistra (il KPRF di Gennadij Zjuganov ha da anni al centro della propria politica la parola d’ordine “Dimissioni del governo Medvedev”), in particolare sui problemi sociali più acuti – pauroso calo demografico, sostegno alle famiglie, istruzione, sanità, salario minimo, minimo di sussistenza, ecc. – Putin è venuto al dunque delle variazioni costituzionali, da sottoporre al voto dei cittadini, forse con referendum. Dunque: trasferimento della nomina di Premier e Ministri nelle mani dell’Assemblea federale (Duma e Senato), che oggi può solo dare il proprio consenso alla loro nomina da parte del Presidente.
Se la correzione verrà accolta, saranno i deputati ad avanzare le candidature e il Presidente non potrà respingerle, pur mantenendo il diritto di congedare il Governo. Per quanto riguarda rafforzamento e istituzionalizzazione del Consiglio di stato (sul cui ruolo l’attuale Costituzione tace), non pochi lo vedono quale nuova poltrona, di peso, per Vladimir Putin, allorché nel 2024 dovrà lasciare il Cremlino in mano a una figura presidenziale che sarà ben lontana dai poteri concessigli oggi dalla Costituzione e un Governo controllato dalla Duma.
Per il politologo Aleksej Makarkin, il discorso di Putin significa che la trasmissione di poteri è già iniziata e la prospettata sostanziale limitazione del futuro Presidente potrà togliere “drammaticità” alla questione su chi sostituirà Vladimir Vladimirovič: chiunque sia, sarà una figura che non potrà mettere in ombra gli altri rami della élite .
Così, a tempo di record, Putin ha accolto le dimissioni di Medvedev e dei suoi Ministri e porterà oggi all’esame della Duma la candidatura del nuovo premier, il cinquantaquattrenne attuale capo del Servizio fiscale federale, Mikhail Mišustin. L’art.111 della Costituzione dice che il Premier è nominato dal Presidente con il consenso della Duma di Stato; al comma 4, specifica che, in caso di triplice diniego della Duma sulla candidatura del Premier, il Presidente nomina il Premier, scioglie la Duma e indice le elezioni. Per gli sprovveduti che avessero qualche dubbio, stamattina la Tass precisava che fonti di “Russia Unita” (343 deputati su 450 alla Duma) hanno già confermato che il partito sosterrà la candidatura di Mišustin. Da non credere!
Putin ha già trovato lavoro anche per il dimissionario Medvedev: per lui sarà istituita la nuova figura di vice Presidente del Consiglio di sicurezza.
Resta a vedere se, quanto e in cosa, su quali politiche, il nuovo governo si differenzierà dall’attuale, cui Putin ha chiesto di continuare il lavoro ordinario fino alla formazione del nuovo esecutivo.
La reazione del KPRF è stata affidata a Gennadij Zjuganov: “Insistevamo da tempo per un cambio di rotta e la formazione di un Governo di difesa degli interessi nazionali”. Riferendosi ai punti “sociali” toccati di sfuggita da Putin, Zjuganov ha detto che, “alla fine si sono resi conto che il paese sta morendo; noi appoggeremo una serie di proposte presidenziali. Ho più volte dichiarato che con questo corso non risolveremo nessun compito. È necessario un bilancio di sviluppo, che consenta al paese di avanzare sicuro, di rafforzare la sfera sociale, l’economia, la demografia”. Nel segno della “concordia nazionale”, di cui è da sempre assertore, Zjuganov ha detto: “Spero che, tutti insieme, faremo un passo in avanti”.
Quanto a passi, meno ottimista il suo compagno di partito, membro del Presidium del KPRF, Valerij Raškin che, per quanto riguarda le dimissioni del governo Medvedev, parla di “passo ammortizzatore”: di fronte alla profonda insoddisfazione del popolo, Putin “doveva pur sacrificare qualcosa e qualcuno”.
“La cosa più importante” ha detto stamani il futuro premier Mišustin, incontrandosi coi deputati di “Russia Unita”, è “rimuovere le barriere per il business, ridurre i costi per il business, parlare in modo concreto con il business”. Appunto.
L’ex deputato del KPRF, Ivan Nikitčuk, ha freddamente osservato che Putin, nel discorso del 15 gennaio, “i problemi chiave non li ha nemmeno toccati. Ad esempio, il fatto che giorno per giorno un pugno di oligarchi derubi il nostro paese, ne estragga tutte le ricchezze, creando così miseria di massa, mancanza di diritti, assenza di prospettive e di fiducia nel futuro, selvaggia stratificazione sociale”.
Su questo, attendiamo sfiduciosi.

martedì 14 gennaio 2020

Green Deal: l’austerità non può salvare il pianeta

Tra i botti di fine anno ha fatto molto rumore la dichiarazione della nuova presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, riguardo il lancio del Green Deal europeo. Un annuncio accompagnato da entusiastici commenti della stessa presidente che ha definito questo accordo – che dovrebbe portare l’Unione Europea ad abbattere l’impatto ambientale delle attività umane fino a zero nel 2050 – come “il nostro uomo sulla Luna”, in quanto l’Unione Europea sarebbe la prima ad approvare un processo di transizione ecologica che riguarda tutti i settori produttivi.
Un accordo, già paragonato da molti speranzosi commentatori al famoso New Deal di Roosvelt che fece risollevare gli Stati Uniti dopo la grande depressione del 1929, che, in sintesi, ambisce al rilancio dell’economia attraverso un nuovo paradigma di crescita che punta sulla sostenibilità ambientale.
Nonostante le oggettive difficoltà di riuscire in tale impresa per via delle profonde differenze nel sistema produttivo dei Paesi membri dell’Unione Europea, come già evidenziato nella riunione del Consiglio Europeo del 12 dicembre scorso, le premesse sembrerebbero, comunque, positive.
Tuttavia, ascoltando con più attenzione la von der Leyen, appare chiaro come il Green Deal sia del tutto insufficiente a perseguire gli obiettivi preposti, dal punto di vista sia della transizione ecologica e sia della crescita economica. Vediamo perché.
La necessità di una svolta nella politica energetica, a livello mondiale, è stata avvertita già diversi anni fa. Nel dicembre 2015 l’adozione dell’Accordo di Parigi, all’interno della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ha portato 196 Stati ad impegnarsi a ridurre drasticamente l’emissione di gas serra al fine di contenere l’aumento delle temperature e mitigare il cambiamento climatico.
A tal proposito, le Nazioni Unite e l’Agenzia Internazionale dell’Energia (un’organizzazione internazionale creata in seno all’OCSE nel 1974) hanno affermato che, al fine di raggiungere i target proposti, sono necessarie grandi quantità di investimenti verdi in tutto il mondo e che, tuttavia, il loro attuale livello è insufficiente. In particolare, secondo gli studi dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, soltanto nel settore dell’energia, per la transizione verso modi di produzione in grado di mitigare l’aumento delle temperature, sarebbe necessario investire circa 3.500 miliardi di dollari annui entro il 2050 (circa 3.200 miliardi di euro), più o meno il doppio dell’attuale livello di investimenti.
Per quanto riguarda l’Unione Europea, il Green Deal dovrebbe prevedere la mobilitazione di 100 miliardi di euro spalmati sui prossimi 7 anni (circa 14 miliardi l’anno) per finanziare quello che è stato definito il “Just Transition Mechanism” con il nobile obiettivo di “non lasciare indietro nessuno”, come ha detto la stessa von der Leyen.
Ora, stando a quanto dichiarato dall’Agenzia Internazionale dell’Energia, i 100 miliardi messi a disposizione dalla Commissione Europea non sono sufficienti per attivare un piano di sviluppo volto ad azzerare le emissioni. Infatti, l’Unione Europea negli ultimi 5 anni ha rappresentato circa il 15/16% del PIL mondiale. Ciò significa che per dare un suo contributo effettivo alla transizione green, l’Unione Europea dovrebbe prendersi la responsabilità di investire almeno il 15/16% dei circa 3.200 miliardi di euro annui richiesti dall’Agenzia Internazionale dell’Energia.
Ossia, i Paesi membri dovrebbero spendere circa 500 miliardi di euro annui soltanto per i miglioramenti nel settore dell’energia. Una cifra di molto superiore ai circa 14 miliardi annui attualmente previsti dalla Commissione Europea per interventi ‘green’ in tutti i settori.
Ma non finisce qui. È ancora più importante, infatti, evidenziare come i 100 miliardi promessi dalla Commissione Europea, oltre a essere insufficienti, non siano il risultato di un ampliamento del budget dell’Unione Europea. Tradotto in altre parole, gli Stati membri non avranno a disposizione un’ulteriore quantità di risorse finanziarie per poter avviare la transizione energetica. Tale fondo infatti verrà creato prelevando risorse da altri Fondi, come il Fondo Sociale Europeo (FSE) e il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR), e dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI).
Gli stessi Stati membri, ai quali sarà chiesto di contribuire, dovranno trovare le risorse rispettando sempre il Patto di Stabilità, ossia ottemperando sempre all’austerità fiscale imposta dall’Unione Europea. Infatti, la von der Leyen ha espressamente negato la possibilità che gli investimenti green potessero essere scorporati dal computo dei deficit pubblici nazionali, ancor prima che venisse annunciato l’accordo.
La giustificazione di tale posizione, per la von der Leyen, sarebbe nel fatto che gli Stati potrebbero essere tentati di spendere di più con la scusa di un ambientalismo di facciata, aggiungendo peraltro – e ciò rende il tutto ancora più irritante – che ci sono già sufficienti spazi di manovra nel Patto di Stabilità a favore degli investimenti pubblici.
Tale dichiarazione, tra l’altro, ignora la preoccupazione mostrata dalla stessa BEI, riportata nella relazione annuale sugli investimenti 2018/2019. Nelle parti d’Europa che sono particolarmente colpite dall’austerità, gli investimenti nelle infrastrutture pubbliche sono in uno stato terribile. La relazione annuale sugli investimenti 2018-2019 della BEI cita: “Il calo degli investimenti infrastrutturali complessivi nell’ultimo decennio è imputabile per circa l’80% al settore della pubblica amministrazione. Il calo degli investimenti infrastrutturali da parte della pubblica amministrazione è stato più pronunciato nei paesi interessati da condizioni macroeconomiche avverse e da vincoli di bilancio più stringenti”.
Dove dovrebbero trovare i soldi gli Stati per aumentare gli investimenti in infrastrutture pubbliche ed effettuare la conversione energetica? Per l’Unione Europea la risposta sarebbe semplice, nonché duplice. La prima strada da percorrere, la più gradita a Bruxelles, è ridurre la spesa pubblica in altre voci.
Ciò significa continuare in quell’opera di demolizione del welfare sociale, attraverso tagli ai servizi e alle stesse infrastrutture pubbliche, che osserviamo giorno dopo giorno, con la chiusura di ospedali e scuole, il crollo dei ponti e così via.
La seconda possibilità riguarda, invece, il recupero delle risorse attraverso un aumento delle tasse, come ha fatto nel 2018 il presidente francese Macron con l’imposta diretta sul diesel, che ha dato origine alle proteste dei gilet gialli.
In entrambi i casi ciò si traduce in un peggioramento delle condizioni di vita delle classi sociali più povere. Insomma, ci rimettono sempre i più deboli. Meno male che la von der Leyen non vuole lasciare indietro nessuno con il “Just Transition Mechanism”…
L’Unione Europea, lo sappiamo, è stata architettata come un poderoso strumento istituzionale per imporre riforme e politiche economiche gradite ai padroni. Negli ultimi anni, però, è aumentata, tra i cittadini dei Paesi membri, la consapevolezza del fatto che il processo di integrazione va solo ed esclusivamente nella direzione di austerità, precarietà e contenimento salariale.
Ciò ha portato, un po’ dovunque nell’Unione Europea, allo sfaldamento dei consensi per l’apparato europeo e alla crescita dei cosiddetti ‘populismi’. Per cercare di riguadagnare consenso, senza, naturalmente, modificare di una virgola lo status quo, le istituzioni europee hanno individuato un campo, quello ambientale, in cui mostrare sprazzi di innocuo progressismo e illuminata lungimiranza: la questione ambientale, che, oltre a essere indubbiamente un problema reale, è anche estremamente alla moda, soprattutto tra i giovani.
Basta, però, poco, come abbiamo visto, per disvelare la natura di questa apparente svolta. Ancora una volta, siamo di fronte a una cortina fumogena che serve a continuare a impartire austerità, ma con le margherite tra i capelli (questo sì che è ambientalismo di facciata!).
Soltanto attraverso la rottura con le politiche di austerità, è possibile realizzare un piano di investimenti in grado di permettere la transizione energetica e al contempo stimolare la crescita macroeconomica dei Paesi membri.

mercoledì 8 gennaio 2020

LA LEGA E LA RAI

Occuparsi di politica italiana, in questi giorni, o addirittura di Rai, può giustamente esser visto come un perdere tempo in bazzeccole inutili. Però anche queste sono rivelatrici del tempo che stiamo vivendo. Un po’ come il cinema dei “telefoni bianchi”, tutto mossette e romanticismi, mentre nel mondo reale si gonfiavano gli arsenali e si correva verso la Seconda guerra mondiale.
La storiella di Rula Jebreal, prima invitata a intrattenere nel festival di Sanremo e poi “respinta” su pressing della Lega e del protofascista Maurizio Gasparri (!), sembrava una classica roba da Repubblica: molto scandalo per una poco equa spartizione dei posti intorno allo spettacolo più ripetitivo della tv italica.
E in effetti è finita proprio in questo modo, con il classico “compromesso” tra l’ala Rai che fa riferimento all’”azionista di riferimento” Salvini e quella che fa lo stesso con in mente il Pd. Invece di tre serate una sola, e tutti soddisfatti.
Non c’è diversità sostanziale tra i due schieramenti, tranne che per la retorica dominante nel rispettivo “discorso pubblico”: ferocemente reazionario nel primo caso, “fuffoso” nel secondo.
Ma alla fine un accordo si trova. Sempre.
Questo intervento di Marco Ferri, tra i più noti creativi italiani, segnala giustamente questa distanza, ma anche quanto sia breve…
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Solo l’intervento del dg Salini salva in extremis la Rai dal peggio di sé.
Non amo il Festival di Sanremo, è un programmone televisivo, non più un festival della canzone italiana. Si giocano partite incrociate tra discografici, inserzionisti pubblicitari, indici d’ascolto. Per tenerlo su di audience ogni anno ha bisogno di trovare qualcosa che lo renda attuale. 
Credo sia stato Pippo Baudo a inventare la formula magica del collegamento con l’attualità, magari anche con finti scoop, che facessero rimbalzare la notorietà sulla stampa e di conseguenza rimpallare nel dibattito pubblico. Ebbe l’ardire di definire il festival “nazional-popolare”, che se lo avesse sentito Gramsci lo avrebbe fulminato con una delle sue righe taglienti sui Quaderni. Baudo, invece di suicidò da solo. E passò i guai che passò per riuscire a tornare in Rai. 
Che ancora oggi siano in molti ad assistere alle serate televisive del Festival è uno di quei fenomeni residuali della tv generalista. Come dire: finché dura fa verdura. Il Festival è una pietanza per l’Auditel.
Non ho nessuna stima per Amadeus. Anzi, non l’avevo, finché non ha avuto l’idea di invitare al Festival Rula Jebreal a parlare di violenza sulle donne. Come diceva Margherite Yourcenar, “nessuno è così pazzo da non avere almeno un moggio di saggezza”. Parlo per me, ovviamente. Non è che adesso io abbia cambiato opinione su di lui. Però non posso non riconoscergli che l’idea di coinvogere Rula Jebreal sul tema era una buona idea, che avrebbe avuto successo.
Per quanto provi simpatia per lei e le cose che spesso le ho sentito dire, non ho una particolare predilizione per il lavoro di Rula Jebreal: mi dà un poco fastidio il giornalismo che “surfa” tra la sensazione e l’intrattenimento. Avremmo bisogno di informazione, genuina e nutriente, ma questa è un’altra storia.
Rula Jebreal è stata prima ingaggiata poi le è stato chiesto di essere lei a fare un passo indietro. Lanciare il sasso per poi nascondere la mano è roba da piccoli gerarchi. Uno può dire: mi scusi, abbiamo cambiato idea sulla conduzione. Ogni giorno, in tutto il mondo, si fanno o non si perfezionano contratti di consulenza o collaborazione. Ma quella richiesta è stato un atto di violenza, gratuita e vigliacca. Ha fatto bene, dunque, a rendere pubblica la cosa, con un intervista a Gad Lerner che appare oggi su Repubblica. C’è un passaggio che mi ha gelato il sangue, quando dice del suicidio di sua madre, dopo una violenza sessuale. Ecco, la violenza, appunto.
Secondo Rula Jebreal, tutto sarebbe partito dalla direttrice di Rai Uno, braccio violento della Lega di Salvini. Come sia possibile avergli permesso di sequestrare il servizio pubblico e trasformarlo in servizio privato, strumento della sua macchina propagandistica è una delle schifezze del nostro sistema politico e del ruolo che esercita sul sistema radiotelevisivo italiano. La Rai non è mai stato un luogo salubre, ma siamo arrivati a livelli tali che si preferiscono i flop piuttosto che mollare la presa del potere politico sui palinsesti. 
Alla fine, è dovuto intervenire il direttore generale Salini – con un compromesso che ha rimesso in gioco Rula Jebreal – a mettere pace tra Amadeus, che c’aveva messo la faccia, e Teresa De Santis, il cui zelo leghista avrebbe fatto fare una figura penosa al servizio pubblico.
Ma è solo un pannicello caldo. Mi pare sia giunto il momento di tirare una riga e smetterla di subire o peggio di far finta di niente. Bisogna prendere atto che nel servizio pubblico radiotelevisivo italiano si vìola il principio della libertà di parola e di pensiero. Che si fa propaganda e non informazione. Che al pluralismo si è sostituita la calcolatrice del servilismo. “In Rai non si censura nessuno”, dice Salini come a timbrare l’esatto contrario.
E a confermare che questa situazione ha complicità smaccate: cosa fa la Commissione parlamentare di vigilanza? Il presidente e i membri del cda della Rai? Il sindacato dei giornalisti? I comitati di redazione? I funzionari e i dipendenti Rai? E per arrivare fino in fondo al sistema: cosa fanno gli inserzionisti pubblicitari? Investono budget nella tv generalista, cioè per tutti, o foraggiano una linea editoriale che applica la “conventio ad excludendum” nei confronti dei nuovi italiani, degli immigrati, dei gay, degli ambientalisti, del gender gap, della violenza di genere, dei giovani senza una prospettiva credibile, e più in generale di coloro e sono tanti, molti di più degli hater manovrati dalla Bestia salviniana, insomma, di tutti coloro che hanno del mondo una visione aperta, dialogante, plurale, e che per questo ripudiano il fascismo, il razzismo, il sessismo, l’antisemitismo, l’omofobia, l’islamofobia, la xenofobia, il militarismo?
Se la Rai è diventato il braccio violento della Lega di Salvini e Teresa De Santis invece che la direttrice della rete ammiraglia del servizio pubblico fa la buttafuori di viale Mazzini è solo perché glielo stiamo facendo fare. Non c’è arroganza del potere senza la vile compiacenza di chi tace e acconsente.

martedì 7 gennaio 2020

Le disuguaglianze volute e create. I tanti Sud della Ue

Il vero segreto del Potere sta nel rendere non comprensibili, grazie ai tecnicismi e ai linguaggi specialistici, meccanismi certamente complessi ma non proprio sconosciuti.
Le distorsioni nei redditi, tra aree salariali (a livello europeo ma anche sul fronte “nazionale”), tra sistemi fiscali, ecc, sono volute. Ossia create progettualmente per raggiungere quei risultati che abbiamo davanti agli occhi.
I pennivendoli mainstream – sul format creato da Repubblica e Corriere – dànno la responsabilità di queste distorsioni a chi ne è vittima (interi strati sociali, lo “spirito meridionale”, oppure l’amministrazione pubblica che proprio in quanto pubblica sarebbe “geneticamente inefficiente”, ecc).
E’ esattamente lo stesso gioco che fa la propaganda neofascista di Salvini & co., tranne che per il target retorico usato: qui sarebbero “gli immigrati” – e non (più tanto) “i meridionali” la causa dell’impoverimento dei salariati (“concorrenza sleale”, perché disponibili a qualsiasi prezzo) o della crisi del paese.
A spazzar via questa doppia spazzatura mentale provvede questa analisi dell’ottimo Guido Salerno Aletta, apparsa sulle colonne di Milano Finanza, che riprende il filo rosso delle modificazioni strutturali imposte attraverso i Trattati europei a partire da quello di Maastricht.
Altrimenti diventa inspiegabile perché nessun governo osi fare alcunché per cambiare un trend che può essere riassunto davvero in poche parole: “Da noi si chiudono le fabbriche che riaprono dove i costi del lavoro, fiscali e della protezione sociale sono infimi, mentre gli investimenti sono spesati direttamente dall’Unione: un deflusso inarrestabile, ormai da decenni”.
L’Unione, insomma, finanzia le delocalizzazioni e ogni paese che perde industrie per questa ragione  – in un afflato suicida che non trova spiegazione razionale, a parte l’ansia di profitto privato – contribuisce a finanziare questa fuga dopo aver finanziato magari “l’afflusso di capitali stranieri”, tra defiscalizzazioni, decontribuzione e altre “magie”.

L’impedimento a fermare questo deflusso che impoverisce la maggioranza della popolazione, costringe di nuovo intere generazioni sulla via dell’emigrazione (e la prima regione italiana, per numero di giovani emigranti all’estero, è – guarda un po’! – la Lombardia), svuota territori e compromette radicalmente la riproduzione demografica stessa, ha una ragione e un sistema di comando.
E se la ragione è visibile a molti (l’ansia di profitto non riesce a nascondersi più di tanto…), il “sistema di comando” è invece ben mascherato sotto belle frasi prese a prestito dal “manifesto di Ventotene” per realizzare il quasi esatto opposto.
Si veda la descrizione spietata del meccanismo di funzionamento dei fondi europei per “la solidarietà”: “dal FESR affluiscono all’Italia solo una parte dei soldi nostri, delle risorse che vengono versate dagli Italiani con le loro tasse, e che vengono indirizzate dalla Unione per finalità che non solo non sono contrattabili, ma che, per essere erogate, richiedono un ulteriore cofinanziamento da parte nostra: ci ridanno indietro solo una parte dei nostri soldi, e pure a condizione che ce ne mettiamo ancora degli altri”.
E altrettanto spietata è la diagnosi sui “mali del Mezzogiorno”, spaventosamente aggravati proprio da interventi che fingono volerli curare: “il Sud paga con le imposte per un sistema di solidarietà e di protezione sociale di cui beneficiano sia gli immigrati che lavorano regolarmente nelle imprese, sia quelli che comunque hanno titolo alle diverse forme di accoglienza a carico della spesa pubblica. Il costo della protezione sociale degli immigrati va dunque posto interamente a carico della Unione europea a favore del Mezzogiorno, che si vede per questa via doppiamente penalizzato”.
Il razzismo salviniano è qui doppiamente sbugiardato, ma anche il finto “buonismo” del Pd. Lavoratori, disoccupati, pensionati, immigrati, giovani costretti all’emigrazione… tutti sono macinati dentro uno stesso meccanismo che amplia a dismisura del disuguaglianze tra “alto e basso”. Ma allo stesso tempo ognuna di queste figure sociali (entro cui peraltro ogni individuo passa e si può riconoscere solo temporaneamente, perché è facilissimo passare da occupato a disoccupato o emigrante) viene sollecitata a indicare il simile come “il nemico”.
Impietoso, infine, anche il ritratto delle Regioni (e torna a proposito, visto che tra un paio di settimane si vota in Emilia Romagna e in Calabria, teoricamente ai poli opposti nella classifica del benessere).
Una volta reso inabile – tramite i trattati – lo Stato centrale come “attore economico”, quel minimo di ruolo “distributivo” è infatti passato proprio alle Regioni. Che però non hanno alcuna autonomia finanziaria, e infatti “vanno al rimorchio di Bruxelles, abbagliate come sono dalla possibilità di contrattare a livello locale la distribuzione delle risorse europee. Accettano qualsiasi priorità, qualunque criterio: sono soldi che arrivano”.

venerdì 3 gennaio 2020

LE BANCHE

Il mondo è dei banchieri, si dice ed è vero. Ma non del tutto. O almeno non dappertutto.
Mettiamo in fila tre notizie. La prima riguarda l’Italia e una storia ormai “stagionata”: il crack di Banca Etruria – l’istituto dove Licio Gelli aveva aperto il conto per le iscrizioni alla Loggia P2.
La novità sta nel rinvio a giudizio, davanti al giudice monocratico del tribunale di Arezzo per bancarotta colposa, di Pierluigi Boschi e altri tredici ex dirigenti e consiglieri dell’ultimo cda dell’istituto di credito prima del fallimento. Secondo l’accusa tutti costoro non avrebbero vigilato su consulenze ritenute “inutili e ripetitive”. In pratica delle elargizioni senza alcun corrispettivo, mascherate come incarichi con parcelle per 4,5 milioni di euro affidati a Mediobanca e Bain e agli studi legali Zoppini di Roma e Grande Stevens di Torino (il cui titolare, Franzo, è stato famoso come “l’avvocato dell’Avvocato”, ossia di Gianni Agnelli).
Un reato minore, per il padre dell’ex ministra iper-renziana Maria Elena, dopo esser stato prosciolto per ben due volte, che non comporta particolari rischi (massimo della pena due anni e mezzo, ma col beneficio della condizionale e della “non menzione” al casellario giudiziario; ossia con la fedina penale che resta “pulita”).
Il caso di Banca Etruria è diventato famoso – oltre che per l’evidente collegamento politico con il “giglio magico” e per l’iperattivismo della ex ministra nel cercare qualche “salvatore” – per le migliaia di normali correntisti che sono rimasti truffati dopo esser stati “convinti” ad acquistare “obbligazioni secondarie” emesse dalla stessa banca, invendibili sul mercato e di valore zero al momento del fallimento.
Per tutto questo, insomma, non pagherà nessuno,
Effettivamente, dunque, si può dire che “il mondo è dei banchieri”. Qui da noi.

Seconda notizia, sempre italiana: il crack della Popolare di Bari, controllata e diretta dalla famiglia Jacobini, che occupava tutti i ruoli dirigenti (presidente, vice, direttore generale, vice, ecc) di una banca anch’essa guidata consapevolmente verso il fallimento.
Scrive il Corriere della Sera nell’articolo “Popolare di Bari, la girandola di ville e immobili degli Jacobini”, a firma di Federico Fubini: “In quel maggio 2016 il più giovane dei figli del banchiere Jacobini, il rampollo considerato più abile nelle operazioni finanziarie, deve compierne una delicata: trasferisce sette immobili in un fondo patrimoniale intestato a se stesso e alla moglie Amalia Alicino, che ha sposato cinque anni prima. L’intenzione dichiarata è di «far fronte ai bisogni della famiglia». La natura dei beni è sicuramente in grado di garantire il futuro di questo ramo degli Jacobini. I primi quattro immobili costituiscono un complesso di circa duemila metri quadri nella splendida cornice di Polignano a Mare. C’è poi la parte di Gianluca della nuda proprietà di un appartamento in un quartiere elegante di Bari che il padre aveva comprato vent’anni prima intestandolo ai figli; e la proprietà pro-quota di un altro appartamento di sette vani non lontano dall’ateneo cittadino.
Che cosa c’è di strano o illegale? Nulla, secondo la legge. “Costituire un fondo patrimoniale per Gianluca Jacobini è un’operazione legittima per cercare di proteggere i beni di una famiglia, anche se a volte le giovani coppie ci pensano al momento di sposarsi e non anni dopo. Ma stavolta l’atto notarile cade in un momento particolare. Due settimane prima l’assemblea della Popolare di Bari si era rivelata la più dolorosa nella storia della banca: il bilancio approvato riporta per il 2015 una perdita molto pesante, 295 milioni, mentre i requisiti patrimoniali subiscono un’erosione di circa l’uno per cento. Per la prima volta la crisi inizia a farsi conclamata. Soprattutto, l’assemblea era stata il primo innesco del panico fra i quasi 70 mila azionisti della Popolare di Bari: delibera la riduzione da 9,53 a 7,5 euro del titolo della banca, dopo che nei due anni precedenti la banca aveva piazzato azioni alla clientela per 330 milioni. Migliaia di piccoli risparmiatori che cercavano di vendere le proprie quote, senza riuscirci, iniziano a capire che rischiano di perdere molto, o tutto. Proprio nella prima metà del 2016 la Banca d’Italia chiede alla Bari di indagare sulle operazioni “baciate” (prestiti concessi in contropartita di sottoscrizioni azionarie) e da giugno la vigilanza avvierà una nuova ispezione il cui esito sarebbe stato «parzialmente sfavorevole».
Qui il meccanismo della truffa è molto simile a quello usato da Etruria: titoli non commerciabili venduti a clienti inconsapevoli (e non ben informati sui rischi), mentre i dirigenti della banca “si tutelano” da possibili richieste di risarcimento trasferendo le proprie (ricchissime) proprietà immobiliari in un “fondo patrimoniale” formalmente sganciato dalla famiglia stessa.
L’esperto Fubini capisce benissimo il senso e infatti scrive: “il risultato di fatto dell’operazione è che il banchiere rafforza le proprie difese contro eventuali azioni di responsabilità e richieste di risarcimenti – fondate o no, lo diranno i giudici — anche con le mosse successive. Nell’autunno 2018 la Consob sanziona infatti venti dirigenti della Bari, fra cui Gianluca Jacobini, per come hanno piazzato a clienti spesso ignari e impreparati dei titoli oggi di fatto azzerati. Il 2018 della banca si chiuderà con la perdita-monstre di 430 milioni. E il 4 gennaio 2019 l’uomo che in quel momento era ancora condirettore della Bari, presieduta da suo padre, ottiene dallo stesso istituto un mutuo ipotecario trentennale da 300 mila euro garantito dalla favolosa residenza di Polignano a Mare già messa nel fondo patrimoniale. La tenuta di conseguenza diventa ancora più difficile da aggredire con azioni risarcitorie”.
Insomma: anche se la magistratura dovesse infine processare gli Jacobini e condannarli, ai clienti truffati non verrà da loro restituito neanche un centesimo, perché si sono messi al sicuro molto prima che la situazione della banca precipitasse ufficialmente.
Anche in questo caso, dunque, si può dire che “il mondo è dei banchieri”. Qui da noi.

La terza notizia è simile, ma con esito molto diverso. Scrive sempre il Corriere della Sera: il banchiereJiang Xiyun, è stato condannato a morte dal tribunale, con una ‘grazia’ temporanea di due anni, per aver incassato illecitamente una somma superiore ai 100 milioni di dollari.
Cosa ha fatto, concretamente? “L’ex banchiere è stato ritenuto colpevole di aver trasferito 754 milioni di yuan (108 milioni di dollari) in azioni della Hengfeng sui suoi conti personali in un periodo che va dal 2008 al 2013. Avrebbe inoltre incassato mazzette per altri 60 milioni di yuan insieme a un altro manager della stessa banca”.
Le leggi cinesi sono ovviamente molto diverse da quelle italiane, ma il caso concreto non è molto differente. Un banchiere bastardo si carica sul conto personale somme che avrebbero dovuto restare nelle casse della Hengfeng Bank, compromettendone la funzionalità – insieme ad altre operazioni “spericolate” – fino al punto da dover essere salvata dallo Stato.
L’esito finale è però decisamente opposto: in Italia i banchieri “felloni” quasi sempre riescono ad evitare la galera e addirittura cercano di non rimetterci nemmeno un soldo proprio, in Cina vengono condannati a morte.
Come i nostri lettori sanno, siamo decisamente contrari alla pena di morte e persino all’”ergastolo ostativo” (che comunque non è mai stato comminato a nessun banchiere). Però l’impunita dei banchieri ci sembra decisamente inaccettabile.
La diversità di “sistema sociale”, oltre che giuridico, tra mondo occidentale e Cina emerge qui con notevole nettezza. Nonostante un per molti versi utopico tentativo di “utilizzare il capitalismo per creare la ricchezza su cui edificare il ‘socialismo con caratteristiche cinesi’”, che prevede un ruolo importante per le attività delle banche private, il mondo non è lì dei banchieri.
O perlomeno non lo è al punto da garantire loro l’impunità totale. Anzi…
Inutile castellarci sopra lunghi ragionamenti sulle “società di transizione”. Ci sembra sufficiente, per ora, sapere che c’è una certa differenza. E pure abbastanza importante.
P.s. Per chi si dovesse commuovere anzitempo per la sorte del banchiere condannato a morte, riportiamo la precisazione fornita dallo stesso Corriere: “secondo il diritto cinese una condanna a morte con un periodo di “grazia” può essere trasformata in una condanna a vita se la persona colpita dimostra, nel frattempo, una buona condotta”.
Resterà vivo, insomma, ma sconterà l’ergastolo.