martedì 23 giugno 2020

La “valle della gomma”, o l’inferno lombardo

Quando si dice che “solo le imprese creano lavoro”.
Quando gli industriali assicurano che nei loro stabilimenti è assicurata “la tutela della salute”.
Quando ti dicono che la prima cosa da fare è “sostenere le imprese”…
In questo e altri mille casi del bombardamento mediatico quotidiano bisogna leggere inchieste come questa, condividerle, diffonderle, seminare schifo, sconcerto, destabilizzare le coscienze avvelenate dalla “narrazione” mainstream.
C’è tutto quel che serve per conoscere il mondo produttivo dei contoterzisti, che vivono spremendo schiavi e si considerano “l’élite del Paese”, gli “unici che sanno quel che bisogna fare per modernizzare”.
Questo tipo di imprese sono la “base elettorale” di Assolombarda e di Confindustria, quelle che hanno scelto – su spinta dei big locali come Tenaris e Brembo (la famiglia Rocca e Bombassei) – il nuovo presidente Carlo Bonomi. Quello che un giorno sì e l’altro pure tempesta da ogni media sulla necessità di abolire qualsiasi vincolo (normativo, regolamentare, contrattuale, fiscale, ecc) al libero strapotere dell’impresa.
Quello che auspica l’eliminazione del potere legislativo (proprio del Parlamento e, al limite, del governo, che già sarebbe una forzatura anti-democratica) a favore di una “contrattazione pubblico-privato” per arrivare a definire le leggi (per loro natura erga omnes, e quindi di interesse generale, non particolare).
Questo inferno sulla terra è stato attraversato da due ottimi “investigatori”, che hanno poi pubblicato il proprio lavoro su Gli stati generali (niente a che vedere con l’iniziativa di Giuseppe Conte, ovviamente).
L’inchiesta si è conclusa alla fine di febbraio, quando l’epidemia di coronavirus stava dilagando nel territorio preso in esame, a cavallo delle province di Bergamo e Brescia. Quelle dove nulla poteva essere fermato, dove nessuno doveva osare dichiarare una sola “zona rossa” perché questo sarebbe stata una manifestazione di “sentimento anti-industriale e anti-lombardo” (definizione sdoganata perfino da De Bortoli, per dire quanto sia pervasiva la “cultura palancaia” ai vertici dell’establishment).
Ognuno di noi può agevolmente immaginare come l’epidemia sia stata “contenuta” in questo inferno, fatto di lavoro domestico senza limiti e quasi senza salario, che coinvolge soprattutto donne insieme ai loro bambini, mentra cortei di furgoni bianchi girano senza alcun controllo per portare e ritirare la merce.
Ognuno di noi può immaginare quale “distanziamento” ci sia stato, e quanta attenzione nell’uso delle mascherine o dei guanti.
Se la Lombardia può “vantare” le più alte percentuali mondiali di contagiati, ricoverati e morti in proporzione alla popolazione, questo inferno sulla terra ci spiega – in buona misura – il perché.
Un sistema produttivo, infatti, che va ben oltre la “valle della gomma” e pervade tutto il Nord dell’Italia, con più o meno concentrazione di follia da profitto.
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Nella ricca valle della gomma, il lavoro delle donne vale 150 euro al mese

[inchiesta di Antonello Mangano e Stefania Prandi]
«Per la sbavatura, per staccare la guarnizione dallo stampo, bisogna essere veloci. Andavo a farmi dare le scatole dal nostro vicino, ma poi mio marito non ha più voluto. C’era il rischio che i bambini ingoiassero i pezzetti. E i mucchi degli scarti in casa, in mezzo al salotto, facevano un odore terribile. Ho dovuto smettere. Ho anche avuto problemi di salute, mi si infiammava la gola, sono andata dal medico, ho preso delle medicine».
N. sospira, versando il tè alla menta e apparecchiando la tavola con arachidi e datteri. Ha 26 anni, 3 figli piccoli e un quarto in arrivo. Viene dal Marocco, come il marito K., che dice: «Non voglio più la gomma in casa. Abbiamo fatto quel lavoro quando eravamo disperati. Con la crisi, avevo perso il posto in fabbrica e non trovavo altro, per forza dovevamo fare la sbavatura. Lavoravamo tutta la giornata e non arrivavamo nemmeno a 100 euro al mese. Mi davano 27mila strappi per volta e mi dicevano: mi servono per domani pomeriggio. Dovevamo stare svegli di notte per finirli».
La grande sala, in uno dei paesi del Distretto della gomma, tra Bergamo e Brescia, dove si producono guarnizioni per le automobili, è scaldata con una stufa a pellet. I bimbi di N. e K. (i nomi puntati sono necessari per la tutela delle lavoratrici e i lavoratori incontrati. Per lo stesso motivo non viene indicato il comune di residenza) giocano sul divano in stile marocchino che occupa tre pareti.
È molto difficile trovare qualcuno disponibile a parlare, tra le lavoratrici e i lavoratori c’è paura.
Ufficialmente, nella «Rubber valley», come viene chiamata, ci sono oltre 200 aziende, un indotto di 4.500 lavoratori in regola e un fatturato fino a 2 miliardi all’anno. L’export vale 430 milioni ed è diretto prevalentemente in Germania, ma tra le destinazioni c’è anche la Francia.
Gli acquirenti delle guarnizioni sono multinazionali che tra i committenti hanno le più grosse aziende di automobili. Il distretto è nato negli anni Cinquanta, quando nelle stalle si sono cominciate a produrre le prime guarnizioni con macchinari arrangiati.
Con il passare del tempo i capannoni si sono moltiplicati, ingranditi e la produzione si è raffinata, entrando nel novero delle eccellenze italiane. Il territorio è uscito quasi indenne anche dalla grande crisi del 2007, restando tra i più ricchi d’Italia.
Una parte della produzione delle guarnizioni è svolta in fabbrica e viene eseguita in maniera regolare e trasparente. Le fasi sono cinque: la stampa del pezzo, la sbavatura (eliminazione degli sfridi), la rettifica, i forni e infine la cernita. Quest’ultima fase riguarda lo scarto, a occhio, dei pezzi difettosi.

Sbavatura e cernita sono attività che tipicamente le aziende esternalizzano, spesso nelle case, e che rientrano, in parte, nell’irregolarità.
Per il lavoro a domicilio sono impiegate soprattutto donne immigrate. Non si sa esattamente quante siano perché mancano stime: nemmeno i sindacati, interpellati, hanno un’idea precisa della situazione. Il lavoro della sbavatura è considerato «femminile» perché si ritiene che sia un’attività poco impegnativa che le casalinghe con figli e casa da gestire riescono a fare «nel tempo perso».
In Italia, come scrive Nadia Toffanin in Fabbriche invisibili (Ombre Corte, 2016), il lavoro a domicilio era «considerato marginale all’interno del sistema manifatturiero» e invece «ha resistito al passaggio di tre rivoluzioni industriali, adattandosi ai continui cambiamenti associati alla divisione internazionale del lavoro».
Pietro Allieri, segretario della Filctem-Cgil di Bergamo, racconta: «Mia madre era vedova e noi eravamo tre bambini piccoli. Ogni tanto lei andava a prendere delle lavorazioni di plastica, le portava a casa e ci mettevamo al lavoro la sera. Nel centro di Bergamo era diffusissimo, era un modo per arrotondare. Poi la cosa ha preso ben altra piega. Oggi alcuni pezzi sono pieni di solventi, rilasciano esalazioni. Le migranti lavorano in cucina, mentre fanno da mangiare. Siamo in una condizione di miseria dal punto di vista umano e culturale».
La manodopera locale è stata sostituita con quella immigrata, disposta a lavorare in condizioni estreme con retribuzioni che vanno dai 100 ai 500 euro al mese per una media tra i 10mila e i 12mila pezzi da sbavare al giorno. Il 13,5% della popolazione del Basso Sebino della Bergamasca è di origine straniera, soprattutto senegalese, indiana, albanese, rumena e marocchina. Una parte è confluita nel bacino delle operaie a domicilio.
«Tante mie amiche fanno questo lavoro ma guadagnano poco. Qui, nella nostra via, sono almeno dieci» dice N., tenendo in braccio la bimba più piccola, di 2 anni. Spiega che nessuna delle sue vicine vuole parlare con i giornalisti per paura della reazione dei mariti e di perdere il lavoro. «Ho lavorato per 4 anni con la gomma. Vengono con gli scatoloni pieni di pezzi da sbavare alle 9, alle 12, alle 18 e alle 19. Il furgone carico fa il giro per tutto il giorno. Ti danno un tempo e poi passano a ritirare le guarnizioni. Tanti sacchetti, mamma mia».
Le lavoratrici, gli ambientalisti, i sindacalisti: tutti parlano dei furgoncini bianchi senza marchio che rappresenterebbero una delle evidenze del sistema del cottimo nella zona. La gomma viaggia dalle aziende alle case e, di sera, torna indietro. All’inizio dello scorso dicembre, fermi vicino a una rotonda nella strada da Adrara San Martino a Villongo, in provincia di Bergamo, abbiamo contato decine di furgoni in circa mezz’ora.
Sbavatura e cernita sono le due fasi che vengono esternalizzate, ma non tutte le aziende portano il lavoro a domicilio. Fare la cernita – cioè selezionare i pezzi buoni, scartando quelli imperfetti – in fabbrica, per le lavoratrici, significa guadagnare più o meno 1000 euro al mese. Da casa si prendono 800 euro, se va bene.
Anche in questo caso vengono scelte le donne, ma per un motivo diverso da quello della sbavatura: sono considerate più precise e pazienti, per una mansione che deve essere eseguita sotto una lampada speciale e che «consuma gli occhi».
«D’estate, fuori dalle case popolari oppure dalle villette si trovano famiglie intere che sgranano la gomma e le guarnizioni. Il fenomeno, per quanto oggi poco analizzato, è ancora presente, soprattutto legato al lavoro nero» dicono gli attivisti di Legambiente e Progetto Ecosebino.
Ci sono anche segnalazioni dei condomini per l’odore che arriva da certi appartamenti. Un parroco della zona, che ha chiesto di restare anonimo per timore che i progetti che porta avanti vengano ostacolati dalle amministrazioni locali, dice: «Chi lavora a casa è in buona parte senza contratto, ma non posso dare un dato. Di certo c’è che se sparisse la gomma questo territorio sarebbe in ginocchio, perché negli ultimi 30 anni si è popolato e strutturato grazie a quel comparto. Pagano così poco sia per necessità sia per profitto. Nella filiera il tentativo è di abbattere i costi per essere competitivi, ma c’è anche l’aspetto della comodità: è conveniente avere qualcuno che accetti una cifra bassa in nero».
M. lavora in fabbrica da 17 anni. Guadagna bene anche grazie ai turni di notte. «Quando sento di meritare di più, chiedo l’aumento e lo ottengo. A Villongo ci sono donne che fanno la sbavatura a casa, ne conosco personalmente una che abita qua vicino. Per quella mansione danno pochissimo, quasi niente, una può lavorare il mese intero e prendere sui 200-300 euro oppure anche 150 euro, dipende quanti pezzi fa. Quella paga non va bene per nulla. Per le aziende mandare i pezzi nelle case costa meno che in ditta, ma la gente disoccupata accetta tutto. Il sindacato? Sono là nel loro ufficio, se vuoi vai e li trovi, non è che vengano da te».
Anche K. è senegalese, ma molto più giovane. La sua è una storia di precariato, ma confida in una stabilizzazione. «Ho lavorato con un’azienda che mi ha fatto 5 contratti a tempo indeterminato in 3 anni. Adesso sono in uno dei posti più grandi della zona e credo mi terranno. Per chi è interno le cose vanno bene e ci sono i tedeschi che vengono a controllare con regolarità. In fabbrica mi trovo bene anche se, tra colleghi e capi, c’è chi saluta soltanto i bianchi».
In uno dei paesi del versante bresciano, la casa di un’operaia a cottimo è in cima a una salita ripida, in un ex fienile. Le pareti della cucina-soggiorno sono coperte di muffa e la stanza da letto, nel seminterrato, è stipata di letti e vestiti, ci dormono in cinque. Il cattivo odore è così forte che dopo una ventina di minuti inizia a brucia la gola e gli occhi lacrimano. P. deve accettare qualsiasi lavoro. Ha 4 figli e il marito bloccato in Marocco, per 3 anni non può rientrare. Se va bene con la sbavatura prende 300 euro al mese, a volte 100. Un italiano che le porta il lavoro a casa pretende metà del compenso. Così, se sulla ricevuta c’è scritto 500 euro, lei deve restituirne 250. Soltanto l’affitto del seminterrato le costa 200 euro. È praticamente impossibile far quadrare i conti con i figli minorenni. Vanno tutti a scuola tranne la più grande che ha dovuto abbandonare perché non c’erano soldi per pagare il pullman che la portava avanti e indietro.
F., amica e connazionale di P., che ha tradotto l’intervista dall’arabo, dice: «È un lavoro che impegna tutto il giorno, solo se sei in fabbrica riesci a farlo comodamente. Mio marito lo faceva da casa, per un periodo, e il mio salotto diventava schifoso, puzzava di guarnizioni, c’erano pezzetti di gomma ovunque. Prendeva 100-200 euro al mese. A un certo punto ho detto basta. Io avevo un buon posto e preferivo che tirassimo la cinghia. Spero che Dio non mi metta mai a fare le guarnizioni perché è una cosa orrenda e ingiusta che ha toccato tutte noi quando è arrivata la crisi».

Le persone in condizioni estreme sono il target ideale del lavoro a domicilio. Gualtiero Reccagni, della Cooperativa verso l’altro, vive a contatto con loro: «Andiamo da circa 100 famiglie della zona a portare aiuto, in genere stranieri in condizione di povertà. La metà di loro lavora a casa con la gomma ma non riesce a uscire dall’indigenza”.
In un capannone della zona industriale di Capriolo, Reccagni raccoglie abiti usati e organizza un mercatino dove li rivende a prezzo simbolico alle migranti: «Se non comprassero questi vestiti per pochi centesimi come farebbero?»
Una prova ulteriore della diffusione del lavoro a domicilio arriva dalle operazioni della guardia di finanza e dei carabinieri, che hanno trovato lavoratrici e lavoratori in condizioni di grave sfruttamento.
Nel 2017 sono state scoperte 2 ditte, una di Sarnico e una di Adrara San Martino, in provincia di Bergamo, che sfruttavano il lavoro nelle case. Nel 2018 a Credaro, sempre nella Bergamasca, un giro di lavoro a cottimo per 50 centesimi l’ora. Infine nel 2019, a Mornico al Serio (Bg), una ditta gestita da rumeni accusata di caporalato. Ultimi pezzi di una filiera che inizia molto più in alto ma che termina nelle abitazioni dei migranti.
Confindustria Bergamo, su mandato dell’Associazione produttori di guarnizioni del Sebino, e i sindacati Cgil, Cisl e Uil Bergamo hanno firmato a 19 dicembre 2018 il Protocollo territoriale distretto delle guarnizioni. Per le aziende produttrici è previsto il divieto di subappalto, la filiera deve quindi fermarsi al primo incarico esterno.
Le stesse società committenti dovrebbero chiedere la delega per poter verificare la loro regolarità contributiva, ma possono fare verifiche anche a casa dei lavoratori esterni impiegati.
Secondo i sindacalisti della Cgil Pietro Alleri e Sara Nava però «l’accordo non è partito, non abbiamo avuto nessun riscontro. Che risulti a noi, dopo averlo definito, nessuno di loro lo ha messo in pratica. E se non risulta a noi, vuol dire che non l’hanno applicato. Avremmo dovuto esercitare anche un ruolo di verifica». Secondo la Cisl, invece, l’accordo ha dato dei risultati.

L’Associazione produttori di guarnizioni del Sebino non ha risposto alla nostra richiesta di commento.

venerdì 19 giugno 2020

Perché in Lombardia i contagi aumentano

La pubblicazione dei dati sulla pandemia relativi al 15 giugno ha spaventato i cittadini lombardi, poiché su 303 nuovi casi dichiarati ben 259 sono stati in Lombardia, con una percentuale del 85% sul dato nazionale. Ancor più impressionante se si considera che i tamponi effettuati sono stati ancora una volta meno che nei giorni precedenti. In pratica, la percentuale di casi della Lombardia diventa sempre più importante, percentualmente, sul totale nazionale.
Cifre che indurrebbero qualsiasi amministratore regionale di buone intenzioni a dimettersi, e a liberare della sua presenza i dieci milioni di abitanti della Lombardia che sono praticamente ostaggio di una giunta tecnicamente incapace ma che soprattutto non vuole uscire dal solco politico venticinquennale tracciato da Formigoni, Maroni e Fontana. Fatto confermato anche dalla nomina a direttore generale della sanità Lombarda di Marco Trivelli, già manager del periodo formigoniano, in cui il binomio tra Comunione e Liberazione e Sanità lombarda divenne quasi proverbiale arrivando sino a oggi. .
Le cause della disastrosa situazione della Lombardia sono remote e anche più recenti. Su quelle remote siamo già intervenuti più volte: privatizzazioni, distruzione delle strutture territoriali e preventive e, dall’inizio dell’epidemia, troppe attività produttive mai interrotte né dal governo né dalla Regione per far piacere a Confindustria. Queste scelte stanno rendendo il virus endemico in Lombardia e difficile arrivare ai casi “zero”.
Tutto ciò avrebbe sconsigliato una “riapertura” della Lombardia uguale a quella delle altre regioni, ma il potere economico ha avuto ancora il soppravvento sulla salute dei cittadini.
A queste cause se ne aggiungono altre, più recenti, come la non effettuazione dei test sierologici e dei tamponi. Ciò rende impossibile tenere sotto controllo la diffusione del virus e dei nuovi casi e qualunque attività di “tracciamento”. La campagna di test sierologici era partita, ma è stata bloccata dalle Ats poiché, in caso di positività, il cittadino deve sottoporsi al tampone, per il quale mancano i reagenti. Quindi la campagna di screening sierologico è ferma, poiché, come si è già verificato, i positivi dovrebbero restare confinati a casa a tempo indeterminato in attesa del tampone.
Singolare anche il caso di coloro che, avvertiti via SMS di essere stati inclusi nel campione dei 150.000 cittadini a cui sarebbe stato effettuato il test sierologico, non ricevono ulteriori notizie da due settimane. Naturalmente, per chi vuole effettuare privatamente test sierologico e tampone esistono gli immancabili laboratori privati che li offrono a pagamento per cifre che vanno rispettivamente, da 35 a 70€ e da 70 a 110€.
Le ragioni per le quali la Regione Lombardia non ha reagenti per i tamponi sono almeno due. La prima è che, a differenza di altre regioni, non si è pensato a farne una scorta adeguata nei primi momenti dell’epidemia, quando l’assessore Gallera farneticava di “strategie diverse”, poi rivelatesi inesistenti. A ciò consegue che oggi esiste una concorrenza per l’acquisto dei reagenti tra pubblico e privato, che prevale nell’accaparrarsi i reagenti poiché ha maggiore agilità decisionale, mentre la Regione deve passare attraverso la sua Agenzia per gli acquisti “Aria”.
Ma soprattutto, i privati hanno la possibilità di acquistare i reagenti a qualunque prezzo, anche alto, e quindi remunerativo per le case farmaceutiche, scaricando poi il prezzo dell’acquisto sul singolo paziente.
La situazione è complicata dal sistema del “circuito chiuso”, imposto dalle case farmaceutiche in spregio al tanto esaltato “libero mercato” e alla “concorrenza”. Tale sistema prevede che ogni macchina per l’effettuazione dei tamponi possa lavorare solo con i reagenti forniti dalla casa produttrice. Dato che pubblico e privato utilizzano gli stessi macchinari, entrano forzatamente in competizione e le case farmaceutiche scelgono il cliente che paga di più.
Singolare poi il caso della ditta Roche, che ha deciso di non partecipare all’ultimo bando indetto dalla Regione Lombardia, forse ritenendolo poco remunerativo, con il risultato che i laboratori che hanno macchine Roche non possono effettuare tamponi. E’ il capitalismo, ragazzi.
Alla situazione dei tamponi, si aggiunge quella dei test. E’ noto che la regione ha scelto, a inizio aprile, di acquistare senza gara 500.000 test sierologici dalla Diasorin ancor prima che fossero validati, come era previsto, dall’ospedale San Matteo di Pavia, che avrebbe percepito una percentuale dell’1% sul fatturato. Il TAR ha annullato questo accordo e ha inviato gli atti alla Corte dei Conti per un’indagine su un possibile danno erariale.
Da segnalare che dopo l’acquisto di quei 500.000 test, l’agenzia regionale ha indetto una gara per l’acquisto di test sierologici attraverso la quale si è potuto prendere atto che i test Diasorin costano oltre il doppio di quelli prodotti da altre ditte, per cui la Regione avrebbe potuto realizzare un risparmio significativo e realizzare più test. Per la precisione, in quella gara la Diasorin è giunta quinta, quindi altre quattro aziende hanno fatto proposte più convenienti.
Infine, resta misterioso il perché la Regione Lombardia abbia escluso totalmente la possibilità di effettuare i test rapidi, i cosiddetti “pungi dito”. Tali test, che hanno un livello di attendibilità di poco inferiore a quello dei test sierologici da prelievo, sono i più adatti alla mappatura epidemiologica. Inoltre, costano poco e sono facilmente ripetibili, quindi particolarmente adatti allo screening nelle organizzazioni e nelle scuole.
Le altre regioni hanno acquistato a milioni tali test proprio per tenere sotto controllo le scuole e le zone dove si presentano focolai. Non solo, ma secondo Salvatore Cincotti, amministratore delegato della Techogenetics, l’assessore Gallera ha rifiutato anche 20.000 test che tale ditta avrebbe offerto gratuitamente alla regione Lombardia.
In pratica, in Lombardia, in questo momento, l’amministrazione regionale è ferma, non fa test, fa pochissimi tamponi e non fa nulla per la prevenzione. Tutto è affidato alla buona volontà dei singoli cittadini e al loro portafoglio, per chi può permetterselo. Il tutto nella regione più colpita al mondo dal Covid. Peraltro, senza creare allarmismi, il fatto che in Lombardia si continuino a verificare centinaia di casi al giorno, è la migliore incubazione per un’eventuale ripresa violenta della pandemia, rispetto alla quale non ci si sta preparando affatto.
La soluzione politica del problema sarebbe, evidentemente, l’immediato commissariamento della Regione, ma in prospettiva è necessario ripensare a tutto il ”modello Lombardia”, letteralmente cancellando la parola “azienda” da tutto ciò che ha a che vedere con la sanità, ma anche con la scuola e i trasporti. E ritornando, per la sanità, a un modello unico nazionale e non regionale, ponendo una pietra tombale sui progetti di “autonomia differenziata”, cavallo di battaglia della Lega che tuttavia hanno anche trovato il consenso di numerosi esponenti del PD, come un nutrito gruppo di sindaci lombardi capeggiato dal milanese Sala e dal bergamasco Gori o il presidente emiliano Bonaccini.
Vale la pena ricordare che Sala e Gori votarono a favore dell’autonomia differenziata nel referendum regionale indetto dall’allora presidente Maroni.

lunedì 15 giugno 2020

La crisi di ruolo delle banche centrali

E’ a suo modo un paradosso: le banche centrali sono padrone della moneta – la stampano, la controllano, sorvegliano (in teoria) le banche private perché non assumano rischi incontrollabili, ecc. Che siano o no “prestatori di ultima istanza” (praticamente tutte, meno la Bce), non sembrano istituzioni che possano andare in crisi per ragioni economiche.
Il loro ruolo, infatti, è quello di tirar fuori gli altri – gli Stati e le banche – dalla crisi.
Ma quando incontriamo un paradosso, ci spiega la filosofia migliore, significa che stiamo sbattendo contro una contraddizione reale. Qualcosa che insomma non riguarda “il linguaggio” o “il ragionamento”, ma direttamente “le cose”, la realtà materiale… Le parole sbattono le une contro le altre cercando di descrivere le traiettorie dei fenomeni.

Quello che è entrato in crisi, più precisamente, è (anche) il ruolo delle banche centrali. Di fatto, non riescono più a tirar fuori dai guai i soggetti per la cui protezione sono nate (Stati e banche).
Nelle crisi più recenti (dall’esplosione della net economy, all’alba del 2000, alla crisi dei mutui subprime e post-fallimento di Lehmann Brothers, 2007-2008) c’erano invece riuscite. Ma proprio il modo in cui hanno affrontato e risolto quelle crisi – il quantitative easing, ossia l’immissione di liquidità nel sistema finanziario, in dosi mostruose – ha creato le condizioni per la propria stessa crisi.
Continuano a “stampare denaro” a rotta di collo, comprando titoli di Stato e privati dal valore spesso dubbio (o nullo), eppure non riescono più a far uscire dalla palude l’economia reale. L’espressione è antica, ma sempreverde: l‘acqua c’è, e pure troppa, ma il cavallo non beve.
La ragione è stata molto ben spiegata qualche giorno fa da Maurizio Novelli, gestore di un fondo di investimento svizzero (Lemanik): i dirigenti delle banche centrali, così come la quasi totalità degli “investitori professionali” occidentali (non quelli cinesi, per molte ragioni), si è formato negli ultimi 40 anni nutrendosi di “pensiero unico”, neoliberista e monetarista.
Un’ideologia come altre, ma caratterizzata dal fatto che ogni fenomeno o problema viene ridotto a “già noto”, affrontabile con strumenti ben rodati e formule matematiche adattate alla bisogna. Un’ideologia che, come tutte le altre, funziona benissimo finché le cose vanno bene.
Quando vanno male, e bisogna chiedersi perché?, vanno in loop. Prescrivendo una dose maggiore delle stesse sostanze tossiche che hanno provocato la crisi. Un tossicodipendente, o un medico che lo ha in cura, vi può spiegare il meccanismo molto bene.
Questa teoria non distingue tra liquidità e solvibilità. Chi prende decisioni con questo schema in testa semplicemente “non vede” – non ha gli occhiali giusti – che la liquidità creata in dosi massicce non produce i risultati attesi. Se non per metà (tiene in piedi il sistema finanziario, ma non rianima l’economia reale).
E le due metà sono, com’è ovvio, due facce dello stesso problema. La liquidità non si trasforma infatti in disponibilità di credito per imprese e famiglie (quindi investimenti e consumi), per una ragione così semplice da non richiedere alcuno studio economico elevato. Una banca privata non concede prestiti a chi non può garantire – in misura credibile, salvo catastrofi – la restituzione. Insomma, a chi non è solvibile.
Al contrario, banche e varie altre società finanziarie private possono da vent’anni o quasi fare qualsiasi follia con la quasi certezza che, sull’orlo del baratro, verranno salvate. Dagli Stati, naturalmente; e/o dalle banche centrali. Basta che siano considerate “troppo grandi per fallire” (guardate Deutsche Bank e tremate…).
L’unica eccezione rilevante a questa regola è stato il fallimento di Lehmann Brothers, e le conseguenze ancora vengono ricordate con terrore.
Questa asimmetria tra attività economiche reali, dove il rischio fallimento è la regola, e le attività speculative (dove invece è l’eccezione) è forse una delle prove più chiare dell’impazzimento del sistema capitalistico maturato con la cosiddetta “globalizzazione”.
Non solo, infatti, i tempi di rientro di un investimento finanziario sono enormemente più rapidi (e remunerativi) di qualsiasi investimento industriale, ma per i primi esiste ormai una “garanzia di salvataggio” che non si dà per le seconde.
Il risultato è noto, nei suoi termini generali. Le industrie, ossessionate dai risultati trimestrali per sostenere le proprie quotazioni azionarie in borsa, investono i profitti soprattutto in attività finanziarie (tipico il fenomeno del buyback, l’acquisto di azioni proprie per tenerne su il prezzo o incrementare i profitti). Riducendo invece quelli produttivi.
Il circolo è infernale, più che vizioso. Ma non è “riformabile”, perché nessun “regolatore” (uno Stato o un insieme di Stati in alleanza) ha la forza finanziaria per sostenere l’impatto dell’esplosione di questo generatore di “bolle speculative”.
Così, lentamente, nell’arco di 20 anni, le banche centrali si sono trasformate in “compratori di ultima istanza”. Il contrario della ragione strutturale per cui erano nate (mantenere in equilibrio i tassi di profitto tra attività industriali e attività finanziarie, agendo sulla leva dei tassi di interesse; proteggendo così il buon funzionamento dell’economia nel suo complesso e un certo grado di coesione sociale nonostante la ferocia dello sfruttamento).
Comprando di tutto, di fatto le banche centrali – e massimamente la Bce, unica a non finanziare almeno potenzialmente le spese di uno Stato – concretizzano due movimenti distruttivi.
Per un altro, i continui salvataggi a botte di “iniezioni di liquidità” hanno convinto gli operatori finanziari che questa fosse la nuova normalità: La commistione che si è creata tra Banche Centrali, Asset Managers, Banche e grandi gruppi di Private Equity ha portato alla costruzione di un sistema che crede che il rischio non esista più per chiunque”.
Abbiamo insomma un “sistema” in cui ogni problema finanziario ed economico può e deve essere risolto con i soldi che lo Stato (qualunque Stato) può mettere; ma al tempo stesso quello Stato, banca centrale compresa, deve star lontano dall’economia, non chiedere tasse alle imprese, spendere sempre meno, pagare interessi sul debito il più alti possibile. Garantire tutto a tutti e non chiedere nulla a nessuno.
Troppa grazia, santantonio…
Il problema sociale, e dunque politico, non è che questo sistema alla lunga “non può reggere”. Non ha retto, non sta reggendo, si incarta in una nuova crisi prima ancora di aver finito di lenire i guasti della precedente.
Il problema vero è che non si può riformare. Troppo grandi gli interessi in campo (“troppo grandi per fallire” significa aver esternalizzato il rischio sugli altri attori in campo), troppo interconnesse le relazioni, troppo da perdere per chiunque abbia il potere e la potenza per decidere.
Questo sistema può solo provare a sopravvivere a discapito di tutto (umanità, natura, clima, risorse). Il rovesciamento del ruolo delle banche centrali è uno dei segnali di una rottura in via di maturazione.
Ma una rottura a questo livello, una crisi sistemica, può evolvere in molte direzioni, anche opposte tra loro. E’ un’occasione di cambiamento, o la certezza della barbarie.

venerdì 12 giugno 2020

La crisi? Inizierà a settembre. E assomiglia purtroppo al 1929

Stavolta c’è davvero poco da aggiungere. Ci limitiamo a presentare questo articolo, pubblicato da Milano Finanza – notoriamente non un organo bolscevico – perché chiarisce i termini concreti dell’attuale crisi sistemica meglio di quanto non sappiamo fare tanti “marxisti immaginari” che si limitano (quando va bene) a citare Marx senza capirlo.
I punti rilevanti dell’articolo, scritto da Maurizio Novelli, gestore del fondo di investimento svizzero Lemanik Global Strategy, sono stati evidenziati in grassetto o corsivo. E come noterete sono davvero molti.
Naturalmente Novelli non preconizza – anzi teme – che la crisi sistemica possa portare di nuovo a un lungo periodo di intervento dello Stato nell’economia reale, così come avvenuto dopo la crisi del 1929, con l’adozione di politiche keynesiane (politicamente double face, sia in versione nazifascista che democratico-rooseveltiana).
Ma sul piano dell’analisi è perfettamente consapevole che questo sarà l’esito obbligato di un modo di funzionare del “sistema”, nonché del fatto che nessuno dei beneficiari del sistema stesso è in grado (o interessato) a metterne in discussione il funzionamento.
Le sue intenzioni, comunque, non ci riguardano. Quel che è importante è l’illustrazione dei meccanismi alla base della crisi, che ovviamente coincidono con quelli fondamentali del modo di produzione capitalistico e la forma specifica che hanno assunto in questi ultimi 30 anni (quelli della “globalizzazione” e del predominio della finanza speculativa).
In primo luogo, va sottolineato il “segreto” che spiega perché venti anni di “iniezioni di liquidità” non abbiano risolto un solo problema, anzi li abbiano aggravati sul lungo periodo.
Si dice spesso, per esempio con riferimento a Mario Draghi presidente della Bce, che “la liquidità immessa nel sistema non si trasferiva all’economia reale”.
Novelli rivela l’arcano, che è poi una banalità comprensibile per chiunque: si possono dare soldi liquidi alle banche in quantità infinita, ma queste non presteranno un solo euro a chiunque appaia ai loro occhi “non solvibile”, ossia non in grado di restituire il prestito.
E quindi quella liquidità resta nelle banche oppure viene dirottata verso la finanza. Ovviamente speculativa perché “il sottostante” (l’economia reale, fisica) resta evanescente e fragile.
La serie di rovesciamenti che ne consegue è impressionante. Un esempio per tutti: si è costruita una Banca Centrale Europea “indipendente dal potere politico” in modo che non potesse funzionare da “prestatore di ultima istanza”, finanziando monetariamente gli investimenti pubblici e costringendo gli Stati a chiedere prestiti (cari) sui “mercati”.
Il ripetersi delle crisi finanziarie, sempre più grandi nelle dimensioni e vicine nel tempo, ha trasformato le banche centrali in acquirenti di ultima istanza per salvare i “mercati” dal crollo generalizzato. In questo modo il sistema finanziario resta in piedi, l’economia reale no. Producendo quel logoramento della “coesione sociale” che rischia di far implodere per altra via il sistema stesso.
E così via. Se, dopo questa lettura, uno dà uno sguardo per esempio al “Piano Colao”, capisce subito che si tratta della richiesta di una maggiore quantità della stessa droga che ti ha portato al coma. La causa della malattia viene riguardata come l’unica possibile cura…
Dal nostro punto di vista, è palese che questa corsa verso il baratro può essere interrotta solo da una presa di potere dell’”interesse pubblico generale” (quello dei popoli dell’intero pianeta), ossia da una pianificazione e programmazione dell’economia reale – quella che ci fa vivere tutti, producendo quel che serve per progredire conservando ambiente e clima – che releghi “il privato” sullo sfondo, tra le attività minori che non ha senso o utilità centralizzare.
Perché il primo dei “diritti umani”, tanto sbandierati quanto disattesi, è vivere. E questo modo di produzione non è in grado di garantirlo per tutti.
Da leggere, studiare, meditare.

La crisi? Inizierà a settembre. E assomiglia purtroppo al 1929

Maurizio Novelli, Lemanik – Milano Finanza
La fine del lockdown può certamente indurre a pensare che la crisi sia ormai in fase di superamento e da qui in avanti possiamo iniziare a scontare una ripresa dell’attività economica ed un ritorno alla normalità.
Ma in realtà, la crisi inizia adesso.
Più passa il tempo e più emerge chiara la sensazione che il settore finanziario non sembra aver capito l’impatto e le implicazioni di lungo periodo di questi eventi né di quello che accadrà all’economia reale.
Sebbene le analisi di consenso si concentrino in prevalenza sui rischi di ricadute dovute a possibili ritorni del contagio, è molto più importante pensare alle conseguenze economiche che ci attendono senza ulteriori ipotesi.
Ipotizzare altri danni provenienti dai rischi di un ritorno dei contagi non credo sia un esercizio utile, anche perché se dovesse accadere, tutti siamo consapevoli di quello che potrebbe accadere. È molto più interessante invece cercare di capire cosa ci si puo’ attendere, dando per scontato che il problema pandemico sia risolto, e ipotizzando quindi uno scenario “virus free”.
L’economia mondiale è arrivata all’appuntamento con il Covid 19 nella peggiore delle situazioni possibili, con alta vulnerabilità al debito e alla leva finanziaria speculativa, e la pandemia ha avuto un effetto catalizzatore su tutta una serie di problemi che ormai erano evidenti da tempo.
Le bolle speculative su credito e equity che circolavano nel sistema attendevano una miccia per esplodere e la crisi finanziaria sarebbe arrivata comunque, anche solo per una semplice recessione. Se si continua ad insistere nell’attribuire a un virus, e cioè a un fattore esterno, il motivo della crisi che ci attende, si continua a negare l’evidenza di un modello finanziario ed economico che funziona solo con eccesso di leva, compressione dei redditi, ampio debito speculativo e pochi investimenti nell’economia reale, un modello che  non è sostenibile.
E’ del tutto illusorio continuare a sostenere che la forza di un economia dipende solo da quanto debito è in grado di fare, senza tenere conto della qualità di questo debito e, soprattutto, di come venga utilizzato e  se produca a termine un miglioramento dei redditi reali.
Se il debito cresce decisamente più del reddito che lo deve sostenere, è ovvio che questo modello condanna a crisi inevitabili sempre più sistemiche i cui postumi compromettono la tenuta del sistema finanziario e poi di quello capitalistico.
Negli ultimi dieci anni tutti hanno fatto tantissimo debito solo per sostenere consumi che i redditi reali non consentivano di fare, in particolare in USA, Canada, UK e Australia, e per fare finanza speculativa.
Per gli economisti della consensus view è del tutto logico accettare che il 30% dei consumi negli Stati Uniti possano dipendere solo dalla crescita del debito e non dalla crescita dei redditi, e che la finanza possa fare leva sull’economia senza limiti e senza controlli, grazie a regulators che si compiacciono nel vedere i mercati salire senza fine e la propensione al rischio esplodere in continue bolle speculative.
Ma come sottolineato più volte, il problema non è se un sistema economico e finanziario possono avere una crisi, ma se la crisi il sistema è in grado di reggerla e di superarne il danno in tempi accettabili. Reggere una crisi significa non rischiare di implodere tutte le volte che se ne affronta una (come accade ormai dal 2002).
Se poi i tempi di recupero non sono accettabili per chi ha subito il danno (imprese e lavoratori) il sistema non regge sia da un punto di vista economico che sociale e si apre una fase di instabilità di lungo periodo.
I mercati finanziari ripongono grande fiducia nelle Banche Centrali per risolvere le crisi con operazioni basate su iniezioni di liquidità (Quantitative Easing) e per questo motivo si spingono ad eccessi speculativi destabilizzanti, nella convinzione che il rischio di sistema non esiste e la liquidità è la soluzione di tutto.
Ma le cose non sono così semplici come si vuole far credere. Questo modo di pensare e di operare, con il supporto complice dei regulators, fa confondere la differenza che esiste tra liquidità e solvibilità.
La liquidità può essere infinita ma non è detto che chi ne dispone la indirizzi verso coloro che ne hanno bisogno, se costoro non sono in grado di restituirla perché non solvibili. Chi di voi presterebbe soldi a chi è a rischio di fallire?
La solvibilità di un sistema dipende esclusivamente dalla propensione al rischio di chi fornisce credito (Banche, Fondi d’Investimento e investitori) e molta della liquidità che circola nel sistema dipende dunque solo dalla propensione al rischio di banche ed investitori e potrebbe dunque non trasformarsi in credito per chi ne ha bisogno.
Non è un caso che tutte le volte che la massa monetaria  M2 esplode in concomitanza con le crisi, il credito all’economia si contrae.
La crisi che stiamo subendo avrà un pesante impatto sulla propensione al rischio e quindi sulla circolazione della liquidità immessa nel sistema. Se tutta la liquidità immessa con il QE non si trasforma in credito in tempi brevi, il sistema subirà un credit crunch anche in una fase di espansione dei bilanci delle Banche Centrali.
La crisi non finisce dunque con la fine del lockdown ma inizia quando cominciano a manifestarsi gli eventi di credito (i fallimenti) e quindi comincia adesso. Gli eventi di credito infatti incidono sulla propensione al rischio di chi dovrebbe dare credito al sistema. In media le recessioni negli Stati Uniti durano circa 13 mesi, ma nel 2008 sono stati 18, e potrebbero essere 13/18 mesi lunghissimi per il potenziale squilibrio tra liquidità e solvibilità.
L’economia americana evidenziava a fine 2019 una dimensione di credito speculativo ad alto rischio di insolvenza di 5.200 miliardi di dollari (il 25% del PIL) già solo in caso di normale recessione.
I recenti downgrading subiti da molte società hanno fatto recentemente salire tale importo a oltre 6 trilioni di dollari (+20% in un solo mese e ora il 30% del PIL). Nel 2008, che tutti ricordano come una crisi poco divertente, tale percentuale era al 12%.
Le Teorie Monetariste, molto in voga nelle Banche Centrali ma poco aggiornate per navigare in una economia dove comandano debito e finanza (Debt Driven Economy), non distinguono tra liquidità e solvibilità, perché danno per scontato che chi ha liquidità non ha una propensione al rischio ed è pronto a prestare soldi al sistema in qualsiasi condizione esso sia.
Credo proprio che ora ci attendano tempi che metteranno in evidenza questa differenza, anche se sono abbastanza certo che, sempre gli economisti della consensus view continueranno a rimanere ancorati alle loro teorie.
In questi ultimi due mesi, solo negli Stati Uniti, sono fallite  1.600 aziende al giorno (!) nonostante la liquidità immessa nel sistema sia al record di sempre (Fonte: USA Census Bureau/ Deutsche Bank Ec. Research).
Il credito al consumo per il consumatore americano si è contratto pesantemente, cioè le Banche sono passate dall’erogare 15/20 miliardi di dollari al mese a togliere 12 miliardi dal settore del credito al consumo (i consumi rappresentano il 75% del Pil Usa a fine 2019).
Nessuno vuole fare pi ù credito ai disoccupati che aumentano in modo esplosivo dato che le banche, che hanno ricevuto la liquidità dalla FED, hanno iniziato a pensare che chi rimane senza lavoro non può pagare le rate e quindi non è più solvibile come prima (ecco un primo esempio della differenza tra liquidità e solvibilità).
A Wall Street potrebbero obiettare che i sussidi alla disoccupazione erogati a pioggia risolveranno il problema, ma credo che chi vive di sussidi non abbia come priorità il rimborso del debito e quindi i default sono destinati a salire inesorabilmente.
A questo punto, data la forte correlazione esistente tra il credito al consumo e i consumi, e tra i consumi e i profitti delle società quotate, è probabile che possa verificarsi una corporate crisi di solvibilità delle aziende indotta da una crisi di liquidità dei credito al consumo, come ben evidenziato da Rana Foroohar sul Financial Times del 10 maggio (Gambling on US equities is becoming more difficult).
Non mi ricordo di aver mai assistito a un aumento del credito in una fase di aumento dei fallimenti, sebbene nelle fasi di crisi la liquidità immessa nel sistema dalla banca centrale aumenti, ma ovviamente non si trasformi in credito (punto critico delle Teorie Monetariste che utilizziamo per gestire la nostra economia).
Occorre quindi distinguere tra liquidità, credito e solvibilità perché non sono la stessa cosa, come invece Wall Street vuole far credere ad una massa di investitori accecati dalla semplicità (solo apparente) di come funziona l’economia monetaria.
Un altro plateale esempio della differenza tra liquidità e solvibilità è il fallimento Lehman Brothers, avvenuto nel settembre 2008, con il QE della FED in piena operatività e con la crisi finanziaria in corso già da nove mesi. Con tutta la liquidità che circolava nel sistema, Lehman non avrebbe dovuto fallire… ma anche in questo caso la liquidità non si era trasformata in credito per alcuni e molti intermediari, tra cui Lehman, sono falliti in pieno QE.
Il recente fallimento della Hertz (autonoleggio) è avvenuto in concomitanza con l’acquisto da parte della FED di corporates Bonds che rientravano nel piano Secondary Market Corporate Credit Facilities e ora la FED è creditore nel fallimento Hertz che, appunto grazie a tale piano, non avrebbe dovuto fallire.
Ma allora a cosa servono questi interventi se poi i default avvengono comunque? Servono a mantenere i soldi degli investitori nel sistema, facendo credere che la liquidità e la solvibilità siano la stessa cosa.
Questo meccanismo psicologico induce a non vendere e in questo modo sono gli stessi investitori che, mantenendo la loro liquidità investita, sostengono un sistema che diversamente andrebbe in default in un colpo solo.
In pratica la strategia consiste nel cercare di mantenere il più possibile tutti investiti, perché la vostra liquidità è molto maggiore di quella della FED e in realtà non è la liquidità della FED che sostiene il sistema, ma la vostra.
Gli interventi della FED dal 2008 ad oggi si misurano in 7 mila miliardi di dollari ma lo stock di attività finanziarie in circolazione solo sul mercato Usa è pari a circa 120 mila miliardi (5,5 volte il PIL).
È del tutto evidente che la massa d’urto delle Banche Centrali è minima rispetto alla dimensione del mercato e quindi la liquidità vera che circola nel sistema è prevalentemente fornita sempre dal mercato e quindi da investitori, banche e fondi d’investimento e dalla loro propensione al rischio.
Le politiche delle Banche Centrali dal 2008 in poi hanno trasformato i portfolio managers in meri cacciatori di rendimento, inducendoli a trasformare l’attività di investimento in una mera selezione di attività finanziarie che producessero alti rendimenti senza rischio apparente, nella convinzione che le Banche Centrali avrebbero prevenuto qualsiasi crisi.
Questo meccanismo ha spostato nettamente al rialzo la propensione al rischio del sistema e ha fatto esplodere il credito speculativo, consentendo l’emissione di circa 19 mila miliardi di dollari di obbligazioni da parte di emittenti che, con i loro ricavi, non riuscivano neppure a pagare gli interessi passivi sul debito emesso neanche in una fase di espansione dell’economia.
Se ora molte di queste emissioni faranno default, non si potrà certo attribuire la colpa a un virus, ma piuttosto a un sistema totalmente fuori controllo. A questo punto la Banca Centrale Usa si è trasformata da prestatore di ultima istanza a compratore di ultima istanza, per indurre appunto il sistema a non vendere e rimanere investito: ma ciò non impedisce comunque i fallimenti.
In un sistema dove tutti hanno comprato, nessuno poteva infatti vendere e la FED si è vista costretta ad entrare in un mercato finanziario che funziona solo quando sale, mentre quando scende salta per aria.
Così ecco le Banche Centrali acquistare Corporate Bonds, High Yields e via dicendo, per salvare un sistema che esse stesse hanno costruito sulla base di politiche monetarie che non conoscono ormai un limite. Ma la parte più rilevante degli interventi, come sempre, è fatta per Wall Street e non per Main Street, che con questa crisi evidenzia già ora 36 milioni di disoccupati che avranno aiuti certamente meno importanti di quelli erogati ad un sistema finanziario sciagurato.
Sebbene gli operatori dei mercati finanziari siano contenti e felici di essere salvati e il sistema stesso, nel breve periodo, sembri beneficiarne, si trascura l’impatto di lungo termine di questo modo gestire l’economia e la finanza.
Sapete perché c’è in circolazione una massa di credito a rischio di default come mai prima nella storia? Perché il collocamento di Leverage Loans, MBS, ABS, CMBS, CLO e High Yield di tutti i tipi produce enormi profitti per Wall Street che accumula commissioni fino al 4%-5% (società di rating incluse) per organizzare, cartolarizzare, collocare e poi gestire questi strumenti che vengono distribuiti ad investitori alla ricerca di rendimenti.
Il rendimento per l’investitore finale è nettamente ridimensionato dalle ricche commissioni degli intermediari che diffondono poi il rischio nel sistema attraverso una intensa attività di distribuzione e commercializzazione del rischio, senza alcuna vigilanza reale su dove questi rischi vanno a finire.
La socializzazione del capitale di rischio, ovvero soldi facili per fare finanza speculativa ma non per fare investimenti, e la compressione della sua remunerazione, che ne è una conseguenza, hanno compromesso la redditività di un capitale che chiede sempre di essere salvato dai rischi che si prende, mentre gli imprenditori dell’economia reale molto spesso non godono dello stesso privilegio.
Se poi si viene costretti a operare su mercati che funzionano solo sul buy side (quando salgono) e non funzionano più sul sell side (quando scendono), vuol dire che ci stiamo addentrando sul terreno del sequestro velato del capitale.
In sostanza, puoi solo comprare ma non potrai mai vendere, perché quando vorrai vendere, lo potrai fare solo con perdite inaccettabili. Ecco quindi che, i capitali investiti che attualmente sono in perdita, rimangono congelati in attesa di tempi migliori, con ovvie conseguenze per la remunerazione nel lungo termine del capitale investito.
Oggi il trading on line da parte di investitori al dettaglio è il più importante competitor della PlayStation. Infatti, i brokers americani non fanno più pagare neppure le commissioni di intermediazione perché i profitti maggiori vengono fatti finanziando i clienti per fare leva 2 o 3 o 5 volte sul capitale investito (se ti indebiti giochi gratis).
Un recente sondaggio fatto negli Stati Uniti evidenzia che i recenti sussidi erogati ai privati cittadini dal governo USA sono stati utilizzati, dai percettori compresi tra le fasce di reddito di 35 mila-100 mila dollari, per i seguenti scopi: 1) accumulare risparmio, 2) utilizzo per spese correnti, 3) trading on line (Fonte: Yodlee Data Analytics).
Se qualcuno vuole cercare dei paragoni con il 1929, ha ampio materiale a disposizione.
Il risultato fallimentare di questo modello economico e finanziario è evidente e i recenti interventi delle Banche Centrali stanno dimostrando che la socializzazione della finanza come strumento per produrre ricchezza non funziona.
La finanza populista di Donald Trump, che utilizza l’andamento dell’indice di borsa per scopi elettorali, non ha prodotto benessere per gli Stati Uniti e solo politiche economiche che rimetteranno al primo posto il reddito da lavoro produrranno la svolta.
L’aumento dei redditi è indispensabile per sostenere un debito non più sostenibile con l’emissione di altro debito, una sorta di schema Ponzi come nel 2008, quando il sistema è ripartito con lo stesso modello fallimentare che ne aveva procurato il collasso, per poi produrne un altro.
La crisi indotta dal Coronavirus apre una epocale fase di trasformazione dell’economia che produrrà alta instabilità fino a quando non si troverà un modello migliore per gestire la crescita.
A questo punto si dovrebbe prendere semplicemente atto che l’esasperazione del modello basato sui profitti generati da un eccesso di leva finanziaria e da una finanza fuori controllo ha fallito e ha prodotto il risultato opposto: la nazionalizzazione del sistema causata da eccessi di speculazione finanziaria, esattamente quello che è accaduto dopo la crisi del 1929.
Credo che una grande fonte di ispirazione per gestire questa crisi si potrebbe trovare nella rivisitazione delle politiche del New Deal, dando ormai per scontato che la presenza dello stato nell’economia è inevitabilmente destinata a crescere, la tassazione salirà ovunque e la globalizzazione è ormai sotto attacco da tempo.
Anche le tendenze geopolitiche sembrano accentuare questi fenomeni perché la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti è in realtà uno scontro geopolitico destinato a proseguire e ad accentuarsi, creando ulteriori problemi all’economia mondiale.
L’ultimo baluardo di difesa di questo modello economico fallimentare rimane la forza del dollaro, proprio quando invece il mondo avrebbe bisogno di un dollaro debole, perché è  la principale divisa di finanziamento a livello globale. Se il dollaro scende, il costo del debito per chi si è indebitato in dollari scende.
Ma mentre prima della crisi Trump invocava un dollaro debole, ora si accorge che la forza della moneta  garantisce un flusso di capitali vitale per il colossale debito americano (pubblico e privato), finanziato in modo pronunciato dal risparmio estero.
Europa, Giappone e Cina riversano fiumi di denaro sugli asset americani per sostenere un modello finanziario ormai in crisi. Proprio la forza del dollaro nasconde la fragilità del sistema: senza i capitali esteri l’America sarebbe praticamente in default, avendo un debito estero pari al 45% del PIL.
Per ridurre questa dipendenza dai capitali esteri, gli americani dovrebbero aumentare il risparmio interno e ridurre il debito, accettando un lungo periodo di aggiustamento degli squilibri cumulati in questi ultimi dieci anni e una bassa crescita economica. Poiché questa scelta è, al momento, inaccettabile, ecco la FED intervenire per puntellare il sistema e sperare che tutto torni come prima.
Purtroppo, i tempi per riparare il sistema non ci sono e già oggi i futures sui FED Funds a scadenza dicembre 2020 e Marzo 2021 prezzano tassi negativi sulla divisa di riserva mondiale, nonostante la FED continui ad affermare che per il dollaro i tassi negativi non possono esistere.
Probabilmente una parte del mercato è riuscita a sfuggire alla sovietizzazione e preannuncia l’arrivo del cedimento dell’ultimo tassello che produrrà una totale ristrutturazione del sistema economico e finanziario mondiale.
La cosiddetta fase 2, il dopo lockdown, per l’economia internazionale non è neppure cominciata e la parte più facile per gestire la crisi (ovvero stampare moneta) è già finita. Mentre i mercati finanziari hanno già scontato una rapida e facile ripresa, emerge in modo sempre più evidente che la ripresa sarà lenta e deludente. Sperare che questa volta tutto sarà risolto stampando moneta è pura arroganza finanziaria. Difendere a oltranza un modello di crescita che non produce più ricchezza (se non per pochi) ma solo debiti (per molti) sarà probabilmente l’errore fatale.

giovedì 11 giugno 2020

La “turistificazione” del Patrimonio Culturale nel Piano Colao

Come presentare “la causa di” tutti i problemi come “la soluzione a” tutti i problemi

Circa due mesi dopo l’annuncio da parte del premier Conte della sua costituzione, la task force guidata da Vittorio Colao ha partorito il suo piano di 56 pagine, diviso in 6 aree di azione (Impresa e Lavoro; Infrastrutture e Ambiente; Turismo, Arte e Cultura; PA alleata di cittadini e imprese; Istruzione, Ricerca e Competenze; Individui e Famiglia) con il programma di ricostruzione, ripartenza e rinascita dell’Italia dopo la pandemia di Covid-19.
Al di là dell’assordante silenzio sul tema della sanità (è bene ricordare che lockdown e relativa crisi economica sono stati causati dall’emergenza sanitaria, conseguenza a sua volta di decennali tagli e privatizzazioni), nei 6 punti del Piano Colao ne appare uno, già nel titolo, più inquietante degli altri “Turismo, Arte e Cultura, brand del Paese”: 5 paginette di cui oltre 4 dedicate al turismo.
Ancora una volta “Arte e Cultura” vengono relegati ad accessorio del turismo, a brand del paese, cioè a retorico marchio di fabbrica, segno distintivo ed esclusivo per la pubblicità e il marketing, “vero DNA del Paese e fonte primaria di attrattività turistica dell’Italia”.
Sotto la voce “Arte e Cultura” anche il più sprovveduto dei lettori si aspetterebbe di leggere ricette e risorse (sia finanziarie che umane) per il patrimonio culturale (musei, biblioteche, archivi, aree e parchi archeologici, dimore storiche, etc.) e per le attività culturali (teatro, cinema, mostre, rassegne, eventi d’arte, etc.). Nulla di tutto ciò.
Nelle poche righe dedicate al tema “Arte e Cultura” si parla di:
-Attrazione di capitali privati attraverso “la creazione di un piano integrato per rafforzare la dotazione dedicata ad Arte e Cultura” ovvero “incentivi fiscali e strumenti di promozione internazionale per sollecitare donazioni e sponsorizzazioni” (praticamente si vuol rafforzare l’Art Bonus, un incentivo fiscale introdotto nel 2014 con la legge sulle “Disposizioni urgenti per la tutela del patrimonio culturale, lo sviluppo della cultura e il rilancio del turismo” che consente attualmente un credito di imposta, pari al 65% dell’importo donato, a chi effettua erogazioni liberali a sostegno del patrimonio culturale pubblico italiano, con cui sono stati raccolti negli ultimi anni oltre 400 milioni, confluiti verso progetti e interventi relativi ai principali attrattori culturali del Paese, lasciando a secco il patrimonio meno “famoso” e meno turistico) e “fondi di impact-investing”, ovvero investimenti in cui gli investitori hanno l’obiettivo di realizzare un impatto sociale e raggiungere un rendimento di mercato; anche in questo caso il mercato non potrà che prediligere i grandi attrattori turistici a discapito dei piccoli;
-Riforma modelli di gestione enti artistici e culturali per permettere un pieno sfruttamento del potenziale del paese e maggior libertà e creatività specifica nelle forme di fruizione eliminando i “vincoli gestionali attuali (ad es. codice appalti, scadenze concessioni) e favorire iniziative di sviluppo pubblico-privato” e sviluppando “nuovi sistemi di incentivi per le aziende titolari di concessioni al fine di premiare le gestioni virtuose”;
Potenziamento competenze museali per integrare “l’offerta artistica e culturale esistente (ad es. musei) con percorsi formativi universitari o di formazione specialistica”;
Potenziamento competenze di artigianato specialistico con “percorsi di formazione universitaria, creando un archivio digitale delle competenze specifiche e incentivando lo sviluppo di progetti imprenditoriali”.

Con la ricetta Colao torna tutto come prima e peggio di prima.

La task force è risultata sorda e impermeabile all’ampio e variegato dibattito, alle numerose e interessanti discussioni che si sono registrate da diverse settimane su questi temi, solo parzialmente riassunti nella relazione del Consiglio Superiore del Ministero dei Beni Culturali e del Turismo (consultabile qui).
Ha ascoltato esclusivamente il mondo delle grandi imprese del settore. Nessuna visione strategica. Nessuna idea innovativa. Non si prevede un euro di investimento pubblico per i beni e le attività culturali. Nulla si dice sulla assoluta necessità di implementare le risorse umane e assumere nuove leve, con le dovute competenze, nella pubblica amministrazione, sotto organico da anni, con il rischio paventato (che si fa sempre più reale) di non vedere riaprire al pubblico e ai cittadini molti luoghi della cultura (musei, archivi, biblioteche, etc.).
Ancora una volta, in linea con le politiche più recenti, il Patrimonio Culturale è relegato ad accessorio del turismo, succube delle logiche mercantili e, dunque, delle crisi fisiologiche del mercato (mancano i turisti, mancano gli introiti, dunque cerchiamo di attrare turisti e ritroviamo gli introiti: ne abbiamo parlato qui a proposito di crisi post Covid-19).
Quindi la cultura si conferma come brand nazionale, quale asset da spremere e sfruttare per ricavare soldi e per fare affari privati attraverso la gestione dei luoghi più redditizi, svincolando quanto più le imprese dalle norme del Codice degli appalti.
Un tuffo indietro negli anni Ottanta e nel mito dei giacimenti culturali, ove la “valorizzazione”, da creazione di valore aggiunto in senso culturale ed economico, diviene mero “sfruttamento” (s– privativo e frutto) nella sua accezione negativa, appunto, di levare tutti i frutti: la parte più preziosa dell’albero, con dentro i semi a cui è affidato il futuro.
Il tutto in antitesi al concetto di “eredità culturale” sancito nella Convezione di Faro, di eredità come patrimonio materiale e immateriale di cui prendersi cura collettivamente per consegnarlo alle generazioni future. Un prendere senza dare, come lo sfruttamento del lavoro dei tanti precari della cultura, invisibili alla task force, che più di tutti hanno accusato il contraccolpo della crisi, o dei tanti volontari che, senza dignità, hanno mantenuto in piedi un sistema al collasso e al quale si chiederà ancora una volta di immolarsi.
Senza accorgersi, infine, che il sistema è collassato nel lockdown proprio a causa di queste scellerate politiche degli ultimi decenni, che oggi si vuole replicare e incentivare, in un circolo vizioso senza uscita. Non può che venir in mente di parafrasare il grottesco Homer Simpson con il suo paradossale brindisi dedicato all’alcool: «alla “turistificazione” della Cultura, “la causa di” e “la soluzione a” tutti i problemi!»
 * Luigi Di Gioia opera da oltre venti anni nel settore della gestione e valorizzazione dei beni culturali con cooperative e aziende private, associazioni e enti del Terzo settore e a stretto contatto con gli Enti pubblici, occupandosi anche di formazione ed educazione al patrimonio culturale con Istituti scolastici ed Enti di formazione. Ha conseguito diversi titoli accademici e formativi, tra cui una laurea magistrale in “Management dei Beni Culturali” presso l’Università di Macerata, una laurea in “Conservazione dei Beni Culturali” presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, un diploma universitario in “Operatore dei Beni culturali” presso l’Università di Bari, un master del FSE attuato dalla Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento Sant’Anna di Pisa presso il Pastis di Brindisi in “Turismo e Beni Culturali”.

venerdì 5 giugno 2020

La Cina vara una riforma sanitaria “all’italiana”; quella originaria

Ci siamo. Evidentemente doveva esserci Covid 19 per imparare la lezione.
Dopo i primi errori, riconosciuti dal governo, la Cina ha messo su un impressionante apparato per fermare l’epidemia. Ora va all’attacco.
La notizia la riporta il People’Daily del 5 giugno. Il 2 giugno Xi Jinping ha tenuto un discorso: la sanità è la priorità numero uno dell’apparato pubblico, coinvolgendo addirittura le stesse Forze Armate, non solo per prevenire l’epidemia, ma per creare un sistema sanitario pubblico all’avanguardia, centro focale della rinascita cinese.
Esso è visto come il fulcro dell’obiettivo di creare una società prospera nella nuova era, una precondizione dello sviluppo socio economico.
Non solo politica sanitaria, ma politica sociale sanitaria, dove la prevenzione acquista un ruolo fondamentale. A tal proposito Xi ha dichiarato che bisogna proteggere le vite e la salute del popolo ” a tutti i costi“.
Ci hanno messo un po’ di anni, ma i cinesi quando prendono una decisione sono risoluti, efficaci ed efficienti, mettono in moto un apparato formidabile.
Ora chi ci segue sa che sanità, pensioni, aumenti salariali, edilizia pubblica, trasporti sono parte integrante del salario sociale globale di classe. Per 11 anni il governo ha puntato maggiormente sugli aumenti salariali, tant’è che un operaio a Shanfghai ormai guadagna 1.000 euro.
Ma, essendo il sistema sanitario un po’ arretrato, rispetto, ad esempio a quello italiano, questi denari ingrossavano il tasso di risparmio in vista di spese sanitarie e pensioni.
Un mese fa le pensioni sono state aumentate. Ora tocca alla sanità.
Il tasso di risparmio in Cina è al 41,3%. Il Governo, alle prese con la guerra fredda con gli Usa, i quali stanno mettendo in piedi un cordone sanitario contro la Cina, non vuole dipendere in futuro dalle esportazioni, ma punta sul mercato domestico e sui consumi interni. Avendo un tasso di investimento del 40%, la strategia è puntare sulla diminuzione del tasso di risparmio, del relativo tasso di investimento e aumentare maggiormente il “tasso di consumo”.
Si avrebbe cioè lo scenario che si prospettò in Italia allorquando ci furono politiche abitative pubbliche e Tina Anselmi mise su il sistema sanitario pubblico.
Va da sè che, come in Italia, ciò implica formare e assumere milioni di infermieri, medici, Oss e personale amministrativo nella sanità, riuscendo a combattere la disoccupazione che sta aumentando anche in Cina a causa del crollo del commercio mondiale.
Un giorno il nostro Paese dovrà rendere onore a Tina Anselmi, la partigiana che fece grande il nostro Paese con la riforma sanitaria. E’ probabile che i cinesi l’abbiano studiata.