mercoledì 28 ottobre 2020

L’autunno del nostro scontento

 

In moltissime città italiane ci sono state ieri manifestazioni di protesta. In alcuni casi ci sono stati tafferugli, cariche di polizia, lancio di petardi e persino qualche molotov. La composizione sociale di queste manifestazioni è decisamente eterogenea, così come quella politica (in alcuni casi sono state iniziative dei fascisti, ma in quantità di fatto irrilevante).

Insomma, è finita la pace sociale, è cominciato l’autunno del nostro scontento…

A guidare la protesta soprattutto le categorie colpite direttamente dai decreti del governo e dalle delibere regionali (o comunali), e quindi, ristoratori, titolari di bar, palestre, lavoratori dello spettacolo in genere. Spesso con la compresenza di “padroncini” e dipendenti, e questo non può stupire. Nelle piccole imprese di questi settori i titolari lavorano quasi sempre a fianco dei dipendenti, non disponendo dell’organizzazione del lavoro e della scala dimensionale per starsene a casa ad amministrare l’impresa.

Poi, come sempre, ci sono avventurieri e avventurosi, disperati pronti a saccheggiare un negozio di marca (è successo a Torino, contro le vetrine di Gucci) per rivendere poi sul mercato nero; gente delle curve che cerca un’occasione di rivincita con la polizia, addetti abituali all’”economia informale” (non solo al Sud, ma in tutte le periferie metropolitane) ecc.

Una prima notazione: la giornata di lunedì ha spazzato via tutte le cazzate mediatiche sulla “camorra” alla guida delle proteste di Napoli. E dire che stavolta neanche Roberto Saviano, decano dei portavoce di questura, ci era cascato…

Non è “la rivoluzione”, chiaramente, ma una crepa consistente che si va aprendo all’interno del blocco sociale dominante, strutturalmente coeso intorno a pochi grandi gruppi industriali e finanziari, ma con una larghissima compartecipazione di media e piccola borghesia fidelizzata con molte “libertà” a lei concesse (evasione fiscale e contributiva, contratti di lavoro precari o nessun contratto, nessun controllo di sicurezza sul lavoro, ecc).

Ora gli interessi cominciano a divergere. Le grandi imprese ottengono sempre quel che chiedono (nessun blocco della produzione, incentivi, defiscalizzazioni, cassa integrazione anche senza averne diritto, contratti bloccati, licenziamenti liberi da qui a poche settimane, ecc), mentre le piccole imprese del commercio e del turismo vanno sull’orlo del fallimento. In prospettiva anche oltre…

Del resto, un governo imbelle con i più forti, ma “bisognoso” di far vedere che fa qualcosa, oltre che di far capire quanto disastrosa sia la situazione sanitaria, non può che buttarsi sulle attività più “visibili”. In generale quelle del tempo libero…

Chiarissima anche l’origine di questa crepa: le misure decise dal governo e dalle singole regioni sono di fatto inutili al fine di combattere la pandemia. La loro incidenza sul numero dei contagi, anche quando coscienziosamente applicate, è marginale. E lo verificheremo tra quindici giorni, a consuntivo.

Com’è noto, noi siamo favorevoli fin dall’inizio al “metodo cinese”: lockdown severi ma mirati a singoli focolai, tamponi di massa su tutta la popolazione interessata, in modo da identificare i contagiati (anche e soprattutto gli asintomatici) e permettere al resto di continuare a vivere, lavorare, divertirsi.

Questo metodo, ormai è ammesso anche da grandi manager-economisti statunitensi, funziona meglio anche per la salvaguardia dell’economia; mentre il laissez-faire e “contagiatevi pure” provoca stragi di massa e tracrollo economico.

Tutti i governi occidentali, invece, hanno scelto di privilegiare il Pil rispetto alla salute, ottenendo il risultato opposto (non era difficile prevederlo…).

Ora, alla “seconda ondata”, la cosa diventa evidente a tutti. La “prima ondata”, complice anche la novità e la sorpresa, aveva stimolato obbedienza e passività di massa; tutti chiusi, magari a cantare dai balconi, e massima fiducia nel governo.

Alla seconda il gioco non regge più. Per motivi economici e di reddito, perché – oltretutto – il governo ha disposto le chiusure senza preventivamente rassicurare sui “ristori” per le categorie colpite. I governi nazionale e regionali, persino quelli appena eletti con percentuali bulgare, non hanno più credibilità. Comunque ne hanno persa a valanga davanti al montare esponenziale dei bollettini giornalieri sull’andamento del contagio.

Questo incrocio – verifica dell’inutilità delle misure decretate e crollo dei redditi in molte categorie sociali – apre le porte a tutte le follie (“libertà di lavorare in qualsiasi condizione”, “no alla dittatura sanitaria”, ecc), sicuramente pericolose perché irrazionali, della serie “speriamo che io me la cavo” e che tocchi a qualcun altro…

Qui si gioca però la partita a livello di massa. Senza un intervento conflittuale diretto, politico e sindacale, l’”egemonia” del malessere sociale finirebbe fatalmente nelle mani peggiori. Dunque va eliminata in radice qualsiasi tentazione di chiudersi nel guscio aspettare che “passi la nottata”.

Anche perché, nonostante i nuovi disoccupati siano quasi un milione, ancora non si è avuta l’ondata di licenziamenti pretesa dalla Confindustria di Carlo Bonomi. Dunque mancano all’appello delle mobilitazioni fasce sociali di grandi dimensioni e ben più tradizionali nella cultura politica comunista.

Nei tempi eccezionali, quelli che segnano una crisi e la conseguente necessità di un cambio di sistema, i movimenti di piazza non si presentano del resto mai in forma pura. Non ci possiamo insomma attendere il classico movimento operaio, bandiere rosse al vento, unità di classe già data e consolidata…

Quel mondo è stato distrutto nel corso degli ultimi 40 anni (dalla “marcia dei quarantamila” a oggi), la ricostruzione di un blocco sociale per il “passaggio di sistema” è tutta da iniziare.

Ma “il grande freddo” della passività di massa si sta rompendo. Il blocco dominante comincia a sfarinarsi. Le giustificazioni sempre addotte – ancora adesso! – sulla presunta superiorità del modello neoliberista stanno diventando in-credibili.

Occhi aperti, naso al vento, capacità di distinguere tra contorcimenti reazionari e slanci di liberazione, fantasia e flessibilità estrema nelle pratiche, una chiara visione sullo stato del mondo in questa crisi. Sono solo alcune delle “virtù” che sarebbe bene possedere e sviluppare in questo frangente.

martedì 20 ottobre 2020

Il governo della fuffa, chiuso nell’angolo

 

Giorni di riunioni, indiscrezioni fatte filtrare ai media per sondare le reazioni, esitazioni. Per combattere l’aumento dei contagi sembrava si fosse vicino a soluzioni drastiche, o perlomeno di grandi dimensioni e significato.

E invece niente o quasi, fumo a manovella. Ma con un orientamento chiaro, classista, produttivista e soprattutto ipocrita in misura intollerabile. In definitiva: suicida.

Giuseppe Conte si è confermato un galleggiante, privo di un qualunque punto di vista, non tanto “personale” quanto all’altezza della sfida che abbiamo tutti e purtroppo davanti.

Se guardiamo le “misure” illustrate nell’ennesimo Dpcm, la prima parola che balza agli occhi è l’inutilità. DPCM 18 ottobre 2020

Virologi ed epidemiologi, fin dall’inizio, insistono nello spiegare che il virus si diffonde negli assembramenti di persone, soprattutto nei luoghi chiusi e poco arieggiati. Il Dpcm permette alcuni assembramenti e ne vieta, o “sconsiglia” altri. Dunque non serve a un tubo. Al massimo può limare di qualche unità la curva di crescita, non certo arrestarla.

Ma è l’analisi degli assembramenti permessi o vietati a segnare l’impronta ideologica e di classe di questo governo impotente al servizio dei potenti.

Non si menzionano affatto i luoghi di lavoro come potenziali focolai di infezione, nonostante le centinaia di casi segnalati in questi mesi (soprattutto nei nei macelli e negli stabilimenti di trattamento delle carni, oltre che nella logistica). Indirettamente, si ammette che potrebbero essere un problema e infatti si “consiglia” e incentiva lo smart working. Che però, come sappiamo tutti, è possibile solo per le mansioni impiegatizie. E neanche tutte…

Tutte le lavorazioni fisiche vanno infatti necessariamente eseguite, come si dice, “in presenza”.

L’ipocrisia classista emerge anche quando si affronta il tema delle “attività sportive”. Vengono di fatto vietate tutte le attività dilettantistiche e amatoriali, mentre restano consentite quelle professionali, sia per gli “sport di contatto” che per tutti gli altri.

In pratica, il governo tutela lo sport come spettacolo da guardare, preferibilmente a pagamento (restano intatti i limiti di accesso negli stadi a 1.000 persone e 200 negli ambienti chiusi); mentre boccia quello “partecipativo”, che facilita un maggior grado di benessere sociale.

Non solo. Cede anche i propri poteri di coordinamento in materia sanitaria, lì dove permette che i “protocolli emanati dalle Federazioni Sportive nazionali” facciano testo a dispetto dei protocolli stabiliti dal ministero della salute. Insomma: decide la Federcalcio et similia

Ma in generale la logica che muove questo esecutivo – così come gli altri in tutto l’Occidente – è quella di limitare il “tempo libero” e facilitare al massimo quello da passare al lavoro. Secondo il vecchio detto: produci, consuma, crepa.

Va in questo senso il sostanziale “coprifuoco” a partire dalle ore 21 (come nella Francia di Macron) per “strade e piazze nei centri urbani [….] dove si possono creare situazioni di assembramento”. Sono ovviamente vietate “le sagre e le fiere di comunità”, mentre restano consentite “le manifestazioni fieristiche di carattere nazionale e internazionale”, ossia quelle dove si fa business “vero” e pesante.

Esplicita è l’intenzione di impedire di preferenza le manifestazioni e le riunioni politiche di ogni tipo, a partire da “le attività convegnistiche o congressuali, ad eccezioni di quelle che si svolgono con modalità a distanza”. Di fatto, anche se si dovessero rispettare tutte le misure di distanziamento e protezione, non ci si potrebbe riunire “in presenza”. Ognuno, secondo questo governo, dovrebbe restare isolato a casa sua e senza possibilità di incidere politicamente sul corso delle cose…

Il lungo capitolo riservato alla scuola è indicativo della nullità politica – ossia dell’incapacità di assumersi una responsabilità seria. In pratica, si dice che le scuole e le università “dovrebbero” restare aperte, ma debbono prevedere forme di didattica a distanza. In ogni caso la decisione vie delegata ai singoli territori; alle Regioni, ma anche ai Comuni, in modo che qualsiasi decisione contestata a livello locale non possa essere ricondotta a una specifica decisione del governo.

Cervellotico – è il meno che si possa dire – la regolamentazione degli esercizi commerciali tipo ristorazione, bar, ecc. Possono restare aperti “fino alle 24” se fanno servizio al tavolo (max 6 persone per tavolo), in luoghi presumibilmente chiusi per motivi stagionali. Ma devono chiudere alle 18 se fanno solo servizio al banco… Gli altri dettagli sono ancora più arzigogolati e privi di senso (rispetto all’obbiettivo di contenere la pandemia).

Anche qui, come per la scuola, ogni decisione finale – potenzialmente impopolare, vista l’assenza di una logica coerente – viene scaricata sui poteri locali. Sollevando peraltro l’immediata protesta di quelli più deboli, ossia I Comuni.

A noi – ha spiegato Decaro, presidente dell’Anci (l’associazione dei Comuni, ndr) e sindaco di Bari – è sembrato uno scaricabarile: ci assumiamo la responsabilità, ma non si possono fare riunioni in cui non viene detto niente e poi il governo, che evidentemente non ha la forza per imporre un coprifuoco, fa un finto coprifuoco e dice che adesso decidono i sindaci quali sono le aree e le piazze. E chi controllerà? A noi è sembrato un modo per spostare la responsabilità agli occhi dell’opinione pubblica sui sindaci”.

Ma è soprattutto sui mezzi di trasporto pubblico che si nota l’indifferenza dell’esecutivo nei confronti della contagiosità: non una parola. Dunque resta tutto com’è, con il “permesso” di intasare bus, metro e treni regionali “fino all’80%” della capienza, ma senza alcun possibile controllo per far rispettare questa già assurda percentuale.

Il ridicolo è stato però infinitamente superato dalla ministra apposita – De Micheli – arrivata a sostenere, in un’intervista con Lucia Annunziata, che “in base a studi internazionali” i trasporti pieni “non sono fattore di contagio”. Che virus fantasioso, se ci incontriamo al bar fa un balzo, se stiamo sull’autobus dorme…

Tutte queste critiche, ripetiamo, partono dalla constatazione dell’inutilità di questo Dpcm rispetto all’obbiettivo di arrestare la diffusione del contagio. Per farlo, abbiamo scritto spesso, bisognerebbe avviare una massiccia campagna di tamponi su tutta la popolazione e in un breve lasso di tempo, in modo da identificare i contagiati (a cominciare dagli asintomatici, che non avvertono nessuna necessità di farsi controllare). Così come si è fatto, per esempio, a Qingbao o, qui da noi, a Vò Euganeo, all’inizio dell’epidemia.

Ma sappiamo anche che per farlo occorre una sanità pubblica in condizioni radicalmente diverse da quella dissanguata da 30 anni di tagli di spesa e mancate assunzioni.

Le politiche neoliberiste si scontrano dunque praticamente con la realtà dei fatti: con quelle politiche è impossibile combattere le pandemie. Lo dimostrano ancora più chiaramente paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, oggi “in competizione” con paesi del terzo mondo quando a numero di contagiati e morti.

Quindi, il galleggiante Conte può ripetere un milione di volte di non voler sentir parlare di nuovo lockdown generalizzato perché “l’Italia non si può permettere un altro blocco della produzione” (che in realtà era stato molto parziale).

Ma quel che ha combinato fin dal primo momento – in balia dei diktat di Confindustria e dei “poteri concorrenti” dei presidenti di regione, in maggioranza fedeli alle follie fascioleghiste – lì appare dover arrivare. Perché in questo modo la curva dei contagi non potrà che continuare a correre.

Lo dice quasi apertamente Walter Ricciardi, consulente del ministro della Salute Roberto Speranza: In alcune regioni ormai è troppo tardi perché fronteggiano una crescita esponenziale del contagio. Non possono più basarsi sul tracing, devono fare chiusure. Altrove però il tracciamento va potenziato: c’è la prospettiva di una terza ondata”.

Per Ricciardi nelle regioni più in difficoltà “vanno fatte chiusure mirate, con precisione chirurgica. In questa fase non ha senso muoversi a livello regionale ma metropolitano, provinciale, comunale. Non è più il momento di lockdown generalizzati. Ma i governatori devono assumersi le loro responsabilità. Ad alto rischio ora ci sono Milano e Napoli ma anche Roma, tra un po’, potrebbe essere nella stessa situazione”.

Ci dispiace averlo previsto, ma purtroppo era abbastanza semplice. Se ti metti in testa di “difendere il Pil” a scapito della vita e della salute dell’intera popolazione, alla fine ti ritrovi con il Pil che crolla insieme alla salute di tutti.

P.s. Per gli scettici:

Il risultato è facilmente prevedibile: il virus arriverà ovunque, magari un po’ più lentamente grazie allo stop alle manifestazioni pubbliche della movida (ma chi potrà mai limitare quelle private?), e anche il Pil subirà egualmente colpi durissimi.

Chi ha voluto la botte piena e la moglie ubriaca resterà quindi dolorosamente deluso dal calo del Pil. Ma il prezzo del dolore, in massima parte, sarà sulle spalle della popolazione che lavora, tra periodi di malattia, quarantene, ricoveri, morti, perdite di salario o anche del posto

martedì 6 ottobre 2020

Trump tuona contro la Cina. L’Argentina guarda a Pechino

 

Insomma, pare proprio che mentre Trump continua ad alimentare la nuova guerra fredda contro la Cina, parte di quello che una volta era “il cortile di casa” degli Usa sembra andare in una direzione opposta.

Non si tratta solo delle ribelli Cuba e Venezuela, adesso è un paese grande come l’Argentina a individuare in Pechino le possibili soluzioni per la propria e pluridecennale crisi debitoria e finanziaria.

L’agenzia Nova riporta che la prima e significativa novità è che la Banca centrale argentina (Bcra) ha annunciato l’imminente via libera all’acquisto della moneta cinese “yuan” per effettuare transazioni commerciali in Cina e per alcuni contratti di tipo future. Gli argentini non potranno acquistare fisicamente lo “yuan”, non potranno aprire conti correnti nella divisa cinese e le operazioni saranno lecite solo per alcuni mesi, il tempo di chiudere la stagione della raccolta, e attendere il dollaro che gli esportatori (principalmente di soia) immetteranno nel sistema finanziario locale.

Ma si tratta comunque di un’importante apertura all’export cinese e un segnale che le manovre per diminuire la domanda di dollari, causa della costante svalutazione del peso, potranno sempre più spingere Buenos Aires a oriente.

La Cina da tempo ha superato il Brasile come principale partner strategico dell’Argentina. Il quotidiano argentino Pagina 12, rivela di partnership tra Pechino e Buenos Aires nella costruzione o sviluppo di centrali idroelettriche o nucleari, porti, impianti idrici, linee di trasmissione elettriche, ma anche treni, parchi eolici, idrovie e investimenti  sul ricco giacimento petrolifero di “Vaca Muerta”.

Sono in corso negoziati per portare anche l’Argentina nel versante Pacifico della Belt and Road Iniziative (Nuova via della seta).

Il Presidente argentino Fernandez, dopo una lunga conversazione telefonica con Xi Jin Ping ha confermato l’intenzione di recarsi a Pechino entro la fine dell’anno con una delegazione di industriali al seguito.

La Cina ha chiesto a Fernandez di promuovere una maggiore integrazione degli investimenti cinesi all’interno del Mercosud (il Mercato comune del sud cui appartengono Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay) e della Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (Celac, organismo che riunisce tutte le Americhe ma senza Usa e Canada).  Una prospettiva che sicuramente viene vista con grande timore ed ostilità a Washington.

Deposto con le elezioni l’uomo degli amerikani, Vincenzo Macrì, l’Argentina di Fernandez non fiancheggia la Casa Bianca nella sua aggressione contro il Venezuela, si è schierata a fianco del Messico per una soluzione politica che passi per il negoziato interno ed ha criticato le sanzioni Usa contro il Venezuela. Non solo.

Al contrario di Washington, non sostiene neanche la presidente golpista ed “ad interim” della Bolivia, Jeanine Anez, ritenendo non legittima la destituzione di Evo Morales, l’ex presidente della Bolivia oggi esiliato a Buenos Aires.

 Insomma, quello che era el patio trasero degli yankee continua a cercare in ogni modo di diventare la “Nuestra America” giocando questa volta di sponda con la Cina.

venerdì 2 ottobre 2020

Usa: il prezzo della menzogna

 

La scorsa settimana, alla Conferenza sulla storia americana della Casa Bianca, il Presidente Donald Trump ha denunciato il modo in cui “la sinistra ha deformato, distorto e contaminato la storia americana con inganni, falsità e bugie”, attaccando Howard Zinn, la teoria critica razziale, e il 1619 Project del New York Times (di cui sono stato contributore).

Il presidente ha enfatizzato la necessità di “un’educazione patriottica” nelle nostre scuole, sottovalutando la centralità della schiavitù, o comunque ogni tipo di oppressione, nella fondazione dell’America.

La nostra missione è di difendere l’eredità della fondazione dell’America, la virtù degli eroi americani e la nobiltà dell’identità americana”, Trump ha detto all’evento. “Dobbiamo cancellare la fitta ragnatela di bugie nelle nostre scuole ed insegnare ai nostri ragazzi la magnifica verità sul nostro paese. Vogliamo che i nostri figli e le nostre figlie sappiano che sono cittadini della più eccezionale nazione della storia del mondo”.

Le nostre storie tendono a discutere la schiavitù americana così imparzialmente”, scrive W. E. B. Du Bois nel suo libro del 1935, Black Reconstruction in America, “i”.

Ascoltando Trump, potremmo pensare che un esame rigoroso della schiavitù e le sue implicazioni siano una parte fondamentale delle lezioni di storia in America. Invece, recenti statistiche dimostrano che i giovani americani hanno enormi lacune nel capire la storia della schiavitù nel nostro paese.

Secondo un report del 2018 del Southern Poverty Law Center, solo l’8% degli studenti dell’ultimo anno di liceo sa che la schiavitù è stato il punto focale della Guerra Civile. Due terzi degli studenti non sapeva neanche che un emendamento costituzionale fu necessario per abolire formalmente la schiavitù.

Quel che mi ha affascinato di più del discorso di Trump è stata la scelta di centrarlo tutto sull’”indottrinamento”. È stato strano realizzare che riportare una narrazione più ampia di quel che fu la schiavitù, e dell’orrore che portò, potrebbe essere considerato indottrinamento, specialmente se le storie che si raccontano sull’America sono imbevute in una mitologia uni-dimensionale dell’eccezionalismo.

Proviamo troppo spesso a cambiare deliberatamente i fatti della Storia che la Storia potrebbe essere una lettura interessante per gli Americani”, scrisse Du Bois in Black Reconstruction.

Du Bois scriveva in un momento in cui la narrativa della schiavitù come “accordo amichevole e benevolente fra schiavista e schiavo” finì per dominare la memoria collettiva americana di quel periodo storico. Molti americani vedevano la schiavitù come un accordo con cui i Neri erano felici di servire i loro padroni bianchi, che a loro volta li servivano con una bontà paterna e gentile.

Questa narrativa fu propagata dallo storico della Columbia University Ulrich Bonnell Phillips, che, con il suo libro del 1918 American Negro Slavery, formalizzò come gli americani bianchi vedevano tale istituzione. “In generale”, scrisse Phillips, “le piantagioni erano le migliori scuole mai inventate per l’addestramento di massa di tutta quella popolazione inerte e riluttante, la maggior parte della quale è rappresentata dai negri americani”.

All’università, Phillips studiò sotto lo storico William A. Dunning, che diede il nome alla Dunning School – non una vera e propria istituzione, ma un movimento intellettuale razzista. L’eredità della Dunning School intende fortificare nella coscienza pubblica americana l’idea secondo cui, dopo la Guerra Civile, i Neri si sono dimostrati, tramite le elezioni e il suffragio, incapaci di partecipare alla democrazia.

Come posto dallo storico Eric Foner, “Alla base della dottrina Phillips vi era l’idea che la schiavitù non fosse davvero un’istituzione inumana basata sulla tortura psicologica e fisica, e che il suo ruolo nella crescita dell’economia americana fu minima.”

Per insegnare la vera storia della schiavitù non serve distorcere, omettere o dire bugie riguardo quel che è accaduto in questo paese; serve semplicemente un’esplorazione dei documenti con fonti primarie per capire il senso di quel che è stato e di quel che ci ha lasciato.

Tutto quel che gli insegnanti devono fare, per insegnare ai ragazzi quel che fu la tratta transatlantica ,è fargli spendere tempo con le memorie di chi l’ha vissuta sulla propria pelle. “Sono stato messo sotto i ponti, e lì recevetti un saluto nelle mie narici come mai avevo provato in vita mia, tanto che, piangendo per l’asprezza della puzza, mi sentii talmente male che non riuscììii a mangiare,” scrisse l’ex schiavo Olaudah Equiano nella sua autobiografia del 1789. “La vicinanza di spazio, il calore del clima, a cui va aggiunto il numero di persone nella nave, che era così affollata che a malapena si riusciva ad avere spazio per se stessi, ci hanno quasi soffocato. Sudavamo tanto e non riuscivamo a respirare per via della puzza orribile, il che causò nausea negli schiavi, per cui tanti poi morivano.

Un insegnante non ha bisogno di dire bugie sul fatto che la Confederazione fosse fondata su principi di tortura intergenerazionale e lavoro coatto quando i Confederati dicevano nelle loro dichiarazioni di secessione:

I popoli degli stati schiavisti sono legati assieme dalla stessa necessità e determinazione di preservare la schiavitù africana”, diceva quella della Louisiana.

La nostra posizione è accuratamente identificata con l’istituzione della schiavitù – il più grande interesse materiale al mondo”, dichiarava quella del Mississippi.

L’elezione del sig. Lincoln non può che essere considerata una solenne dichiarazione, dalla maggioranza del popolo del Nord, di ostilità al Sud, le sue proprietà e istituzioni”, affermava quella dell’Alabama, “consegnando i propri cittadini ad assassini, e le sue mogli e figlie alla violazione e alla contaminazione, per gratificare la brama di Africani mezzo civilizzati.

La servitù della razza africana, come esiste in questi stati”, dice quella del Texas, “è mutualmente benefica per essere legati e liberi, ed è autorizzata abbondantemente e giustificata dall’esperienza dell’umanità e dalla rivelata volontà del Creatore Onnipotente.

Non erano solo i rappresentanti eletti a pensare questo. Lo storico James Oliver Horton ha trovato tantissime testimonianze di soldati confederati che dicevano le stesse cose. Come nota, un prigioniero sudista urlò a soldati unionisti che stavano di vedetta, “Voi Yanks volete che le nostre figlie si sposino con dei niggers”.

Un contadino bianco indigente disse di non poter e voler smettere di combattere, perché il governo di Lincoln “vuole obbligarci a vivere come la razza di colore”. Un artigliere confederato della Louisiana disse che il suo esercito doveva combattere disperatamente perché non avrebbe mai voluto “vedere il giorno in cui un Negro è messo in pari con una persona bianca”.

Un educatore non deve inventare storie su quel che pensavano i nostri Padri Fondatori delle persone nere, visto che l’hanno detto loro stessi.

Paragonandoli sulle loro facoltà di memoria, ragione e immaginazione, mi pare che in fatto di memoria siano uguali ai bianchi; in ragione molto inferiori, se penso che non ne potremmo trovare uno che sia capace di seguire e comprendere le investigazioni di Euclide; ed in immaginazione, sono noiosi, privi di gusto e anomali”, scrisse Thomas Jefferson in Notes on the State of Virginiaaffermo quindi con sospetto, che i neri, sia che fossero originariamente una razza distinta, o che si siano resi diversi dal tempo e dalle circostanze, sono inferiori ai bianchi nella dotazione del corpo e della mente.

Nessun insegnante deve mentire su come agli schiavisti era permesso abusare dei propri lavoratori schiavizzati quando il codice degli schiavi della Virginia rende chiaro che ad una persona bianca è permesso dalla legge di uccidere una persona nera schiavizzata:

LADDOVE l’unica legge in funzione per la punizione dei servi recalcitranti che resistono ai loro signori, signore o sorveglianti non possa essere inflitta sui negri, né possa essere soppressa se non tramite mezzi violenti l’ostinazione di molti di loro, Sia decretato e dichiarato da questa grande assemblea, che se uno schiavo resiste al proprio signore (o ad un ordine del suo signore in modo da correggerlo) e per l’estremità della sua correzione possa esso morire, la sua morte non debba rappresentare un crimine, ma il suo signore (o un’altra persona incaricata dal signore di punirlo) sia scagionato dalla molestia, siccome una tale malizia preterintenzionale (che da sola la renderebbe un crimine) potrebbe indurre qualsiasi persona a distruggere la sua proprietà.”

Non è necessario drammatizzare o esagerare lo sbilanciamento di potere tra schiavista e schiavo – e la violenza con cui questo sbilanciamento si è manifestato tra schiave donne e uomini bianchi – quando innumerevoli esempi dei racconti di schiavi ricordano storie dell’abuso sessuale che le donne nere subivano dai loro padroni bianchi. Prendete questa testimonianza del 1937 dell’ex schiavo W. L. Bost, inclusa nella Federal Writers Project della WPA:

Tantissime donne nere fanno figli con uomini bianchi. Sanno che è meglio seguire quello che viene detto loro. Non c’erano questi casi prima che gli uomini arrivassero qui dal South Carolina [al North Carolina], si stanziassero e portassero schiavi. Poi prendono quegli stessi figli che hanno fatto con il sangue e poi li fanno schiavi. Se la Signora lo scopre scatena la rivoluzione. Ma difficilmente lo scopre. Gli uomini non lo dicono e le donne negre sono sempre impaurite. Quindi continuano a sperare che le cose non saranno le stesse per sempre.

O questo passo dal libro del 1861 di Harriet Jacobs, Incidents in the Life of a Slave Girl:

Il mio signore mi incontrava ad ogni turno, ricordandomi che io appartenevo a lui e giurando che mi avrebbe costretta a sottomettermi a lui. Se uscivo per prendere una boccata d’aria dopo una giornata di fatica instancabile, i suoi passi mi seguivano ostinatamente. Se mi inginocchiavo presso la tomba di mia madre, la sua ombra oscura cadeva su di me perfino lì. Il leggero cuore che la natura mi diede divenne pesante con tristi presagi.

Per capire l’impatto e il costo umano della separazione familiare, basta leggere semplicemente le inserzioni messe sui giornali dalle persone schiavizzate nei decenni seguenti la Guerra Civile e l’abolizione formale della schiavitù. Ad esempio questa a Philadelphia, presa da Eliza Holmes nel 1895:

INFORMAZIONE RICHIESTA SU mio marito e mio figlio. Ci siamo separati a Richmond, Virginia, nel 1860. Il nome di mio figlio era Jas. Monroe Holmes; il nome di mio marito era Frank Holmes. Mio figlio è stato venduto a Richmond, Virginia. Non so dove l’abbiano portato. Mio marito non fu venduto; l’ho lasciato a Richmond, Virginia, quando io e i miei cinque figli, Henry, Gabriel, Charles, Dortha e Jacob, fummo venduti ad un mercante che viveva in Texas. Ora sono vecchia e non penso di avere ancora molto, quindi mi piacerebbe rivederli prima che io muoia. Qualsiasi informazione riguardo loro sarà piacevolmente accolta da Eliza Holmes, Flatonia, Fayette Co., Texas

L’intensità dell’opposizione che Trump e molti altri mostrano riguardo al porre al centro la schiavitù, o anche semplicemente ri-orientare la storia del nostro paese cosicché la schiavitù non sia più esterna alla fondazione del progetto americano, proviene dal loro ragionamento su quel che si gioca in questo dibattito.

Così tanto della legittimità dell’infrastruttura politica, economica e sociale americana è predicata su un mito antistorico – quello che accetta tutto quel che rende l’America eccezionale, senza andare a sbattere contro il fatto che le risorse che hanno creato vite eccezionali per alcuni cittadini furono create dall’oppressione intergenerazionale di milioni di altri.

Lo studio della schiavitù dimostra chiaramente queste contraddizione e queste messinscene. Trump e coloro i quali si allineano al suo messaggio sanno che una volta che le persone hanno capito quest’imbroglio sulla schiavitù in ogni sfaccettatura della storia degli Stati Uniti, la legittimità dei suoi sistemi si svela, e con essa la legittimità di chi occupa spazi di potere.

Se gli studenti non imparano la storia della schiavitù, potrebbero quindi pensare che l’Electoral College sia un’istituzione benigna dedicata ad istituire la giustizia democratica per gli Americani in tutto il paese. Potrebbero crescere pensando che il gigantesco divario di ricchezza tra le persone nere e i bianchi siano fondate sul fatto che un gruppo lavora più sodo dell’altro. Potrebbero pensare che il nostro sistema carcerario è oggi così perché i Neri sono inerentemente più violenti.

Nessuno può leggere la prima autobiografia di Frederick Douglass ed avere troppe illusioni riguardo la schiavitù”, scrisse Du Bois in Black Reconstruction, E se la verità è il nostro fine, non esistono fantasticherie o ricordi personali dei suoi beneficiari che possano nascondere al mondo il fatto che la schiavitù fu un crudele, sporco, costoso e ingiustificabile anacronismo, che ha quasi rovinato il più grande esperimento di democrazia al mondo.”

Questo è quello che Trump ha paura che gli studenti scoprano.

Ma la verità è che il nostro paese non peggiora se i giovani fanno i conti pienamente con i lasciti della schiavitù. Queste riflessioni li preparano meglio a dare un senso su come si è evoluto il nostro paese e sul costruire sistemi ed istituzioni basati sulla giustizia invece dell’oppressione. Nulla è più patriottico di questo.