giovedì 20 gennaio 2022

La sindrome di Mario

 In appena 12 mesi SuperMario è passato dall’essere acclamato come unico possibile “salvatore della Patria” (nonostante tutto, nella sua carriera, testimoni il suo essere uomo “multinazionale”) a normale politicante a caccia di una maggioranza che lo porti al Quirinale.

Titola infatti stamattina uno dei suoi principali sponsor – il fogliaccio Repubblica, proprietà della famiglia Agnelli – “Il premier avvia le consultazioni”.

E ognuno può facilmente immaginare l’andrivieni di mezzi leader e oscuri messaggeri, latori di promesse, giuramenti, messaggi trasversali, garanzie di fedeltà, liste aggiornate di voti a favore…

Insomma quelle scene da basso impero che sono da sempre il vero tratto caratteristico della bassa cucina politica italiana, nonché una delle prove della sua inconcludenza, o del suo servilismo verso poteri più forti (Usa, Nato, Unione Europea, chiunque passi…).

L’approdo di SuperMario comincia a somigliare a quello del suo lontano omonimo e predecessore – Monti – a sua volta acclamata come redentore dopo i disastri berlusconiani (e la lettera dello stesso Draghi, insieme a Trichet, in cui si indicavano le “riforme” da fare pena il default del paese,privato della “copertura” della Bce contro l’offensiva dei “mercati”), ma dopo appena un anno ridotto a leaderino di una formazione secondaria, ben presto abbandonata da tutti gli imbarcati.

La ragione di questo declassamento sono piuttosto evidenti. La campagna contro la pandemia è stata assai meno trionfale del previsto. Da quasi un mese ci confrontiamo con contagi quotidiani che vanno da 100.000 a oltre 200.000, mentre i morti sono stabilmente sopra i 300 al giorno, se non di più

I vaccini sono stati meno risolutivi dello sperato (diminuiscono le morti, ricoveri e la carica virale, ma non “immunizzano”), la volontà di mantenere aperte sempre e comunque tutte le attività economiche ha fatto alla lunga esplodere il numero dei contagi e quindi ogni sogno di “ritorno alla normalità” (se non altro perché tanti ammalati sintomatici debbono restare a casa diversi giorni).

Quel cavolo di virus muta in modo imprevedibile, “buca” vaccini progettati per la sua versione base. E torna proprio da quella parte del mondo che non si può vaccinare a sufficienza anche e soprattutto a causa dei brevetti che Draghi e altri capoccia del neoliberismo occidentale hanno voluto difendere a tutti i costi, per garantire a due-tre multinazionali profitti extra (dopo che la ricerca è stata finanziata con fondi pubblici, non certo privati).

Sul piano delle “riforme” invece è andato abbastanza spedito, ma sono così impopolari da sconsigliarne la pubblicizzazione, oppure così “tecniche” da non entusiasmare un pubblico largo. Ma che vota, a volte…

Così SuperMario ha perso l’aura di imbattibilità che ne faceva il candidato incontrastabile per qualsiasi carica, diventando uno dei candidati alla Presidenza della Repubblica.

Il “pilota automatico” si è inceppato, e la supercar è ferma su una piazzola d’emergenza, in attesa di un booster. O della rinuncia degli altri concorrenti in bicicletta.

Resta il favorito, comunque, ma non certo per suo merito o carisma. Pesa il fatto più importante: solo lui viene considerato un “garante” credibile degli interessi del capitale multinazionale, e dunque in grado di rassicurare le istituzioni sovranazionali europee (e Nato).

Il suo indebolimento oggettivo, però, ha stimolato i sogni (o le illusioni) di rivincita in tutta l’orda di nanerottoli che anima il Transatlantico. La boutade sulla candidatura di Berlusconi – che a livello europeo vedono come un clown inattendibile – è la misura di quanto la maionese sia impazzita.

Il problema “strategico” resta lo stesso: serve “qualcuno” al Quirinale che assicuri la continuità del percorso iniziato con il Pnrr. L’orizzonte temporale arriva al 2026, per il momento. E dunque il settennato al Colle copre abbondantemente questa esigenza. 

Al contrario, da Palazzo Chigi chiunque – anche Draghi – verrà sfrattato con le prossime elezioni politiche (inizio 2023, oppure alla fine di quest’anno). Dunque inutile – per Draghi – restar lì e poi sparire. 

Il nuovo Parlamento avrà comunque dei nuovi “padroni”, che prima di arrendersi al “pilota automatico rinnovato” proveranno per qualche mese a trovare “quadre” intorno a progetti che li vedano al centro. Ma difficilmente il quasi sicuro fallimento di quei tentativi (con tutte le tempeste – spread e altro – che si porterebbero dietro) produrrebbe una reinvestitura per il “salvatore della Patria” che non ha salvato quasi niente e nessuno.

Se SuperMario non va al Quirinale, insomma, tutti i giochi si riaprono. Anche quelli della speculazione finanziaria, naturalmente…

sabato 1 gennaio 2022

Tra Stato e mercato, la Cina e l’Occidente neoliberista

Uno degli elementi più negativi nel pensiero comunista europeo degli ultimi 30 anni è sicuramente rappresentato da una concezione astratta del “socialismo”. Ridotto a una serie di princìpi totalmente indipendenti dalla realtà storica, validi in modo identico per qualsiasi formazione sociale (europea, asiatica, africana o americana), pressoché impossibili da rispettare concretamente. Una sorta di paradiso originario collocato nel lontano futuro anziché nel passato remoto.

Una volta identificato il “socialismo” con questo mondo ideale (variabile a seconda delle preferenze individuali, per di più) è inevitabile che il confronto con le esperienze concrete sia sempre negativo. 

Ricordiamo che la definizione di Marx era molto più laica: da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo il suo lavoro. Che è certamente una formulazione astratta, ma che descrive un criterio invece che una serie di “istituti” teoricamente caratterizzanti una formazione sociale “socialista” (inevitabilmente varianti a seconda del livello di sviluppo di un certo paese, le tradizioni locali, le culture, ecc). L’”eguaglianza” – per esempio – in condizioni di povertà o di relativo benessere generale, in pace o in guerra, ecc, può significare cose molto diverse. 

Parlando di Cina – come abbiamo visto anche nel convegno dedicatole lo scorso anno – questo scarto tra socialismo ideale e concreta costruzione di una società viene fuori continuamente. Condanne e beatificazioni si alternano continuamente, senza cogliere alcun elemento essenziale, come se nutrire, vestire, far vivere in modo soddisfacente una popolazione nel frattempo cresciuta fino a 1,4 miliardi di persone, non fosse un problema. E pure gigantesco.

L’elemento essenziale distintivo tra regime capitalistico e “socialismo in costruzione” – andiamo ripetendo da tempo, con gradi di approssimazione, speriamo, sempre più precisi – è secondo noi la relazione tra Stato e mercato, tra pianificazione e “anarchia” della “libera impresa”.

Specie in ciò che resta de movimento italiano “il mercato” viene identificato tout court con “il capitalismo”, come se non fosse un luogo e una dinamica esistente da sempre, in qualsiasi modo di produzione e formazione sociale. Le popolazioni che vivevano sulla costa scambiavano parte dei loro prodotti con quelle che vivevano nell’entroterra, e lo stesso avveniva tra montagna e pianura, ecc.

Il mercato” è insomma insopprimibile perché forma stabile e concreta delle relazioni tra gli esseri umani, che il capitalismo ha “sussunto e trasformato” secondo la sua logica e imponendogli la sua logica.

Le esperienze socialiste che hanno provato a farne a meno si sono ritrovate con molti problemi irrisolvibili e che anche la migliore pianificazione non poteva prevedere, normare, sciogliere. 

Non ci sorprende che questa relazione essenziale tra Stato e mercato venga invece colta, con grandissima precisione, da analisti abituati a farci i conti quotidianamente, su giornali economici altamente specializzati. Da gente, insomma, che vede molto concretamente dove “il mercato capitalistico” domina senza avversari, disponendo a proprio piacimento delle istituzioni politiche statuali e degli organismi internazionali, e dove invece si deve subordinare a un potere politico che persegue un progetto, ovviamente variabile nel tempo a seconda dei risultati – positivi e negativi – registrati.

Ancor meno ci sorprende che a cogliere con grande precisione questa relazione, nel caso della Cina, sia Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza. Per esperienza personale, essendo stato fra l’altro vicesegretario generale di Palazzo Chigi, sa bene cosa uno Stato può fare, volendo, e cosa “il mercato”, lasciato a se stesso, pretende.