giovedì 30 aprile 2020

Pd e destra compatti a difesa degli F35. Stoppata interrogazione del M5S

Prima i parlamentari del Pd, poi il governo ed infine anche l’opposizione della destra, hanno nuovamente fatto muro contro una interrogazione  parlamentare del deputato Gianluca Ferrara del M5S (commissione esteri) che chiedeva di sospendere per un anno il programma di acquisto degli aerei militari F35. Si conferma così come sulle spese militari agiscano le stesse convergenze di quello che abbiamo definito il Partito Trasversale del Pil, un partito in cui quelli che litigano di mattina si rivelano pienamente d’accordo il pomeriggio.
L’interrogazione di Ferrara chiedeva di sospendere il programma per un anno e di rivalutarlo nel suo complesso così da destinare più risorse alla sanità.  E, insieme a quella del deputato, sul testo compaiono le firme di una cinquantina di deputati del M5S, quasi la metà dell’intero gruppo parlamentare alla Camera.
La proposta di destinare ad altri capitoli della spesa sociale i fondi previsti per l’acquisto degli F35 già in autunno aveva visto la levata di scudi sia del Ministro della Difesa Guerrini (PD) che della Lega, la quale a novembre aveva presentato una mozione per impegnare il governo a confermare gli impegni di spesa e quelli dell’alleanza con il complesso militare-industriale Usa.
Ma la mozione della Lega era stata bocciata, mentre veniva approvata una mozione di maggioranza che rinviava la questione, cassava ogni richiamo alla “rimodulazione” o “rinegoziazione” degli impegni all’acquisto degli F35 e manteneva sostanzialmente le cose come stavano.
Un particolare significativo  è sono stati i voti dell’opposizione di destra (Lega, Fdi; FI) a favore  del punto della mozione di maggioranza che di valorizzare gli investimenti sugli F35 nello stabilimento di Cameri e di “allargare ulteriormente gli ambiti di cooperazione internazionale nel campo aerospaziale e della difesa, al fine di massimizzare i ritorni economici, occupazionali e tecnologici del distretto”.
L’interrogazione presentata da Ferrara e dai deputati M5S ha riposto la questione in piena emergenza Covid 19 chiedendo di spostare i fondi per gli F35 al capitolo della sanità “alla luce dell’evidente esigenza, nazionale e globale, di ridefinire le priorità della spesa pubblica, privilegiando le spese nei settori sanitari”.
L’interrogazione propone sostanzialmente una moratoria di dodici mesi sul programma F-35, mentre in un altro punto chiede al Ministero della Difesa di “valutare l’opportunità di rinegoziare e ridimensionare il programma”, valutando “programmi aeronautici alternativi economicamente più sostenibili e rispondenti alle necessità delle nostre forze aeree e agli interessi della nostra industria della difesa”.
Il Pd ha reagito subito e male a questa interrogazione. “Tutte le decisioni delicate come quelle che riguardano impegni assunti a livello internazionale vanno discusse all’interno della maggioranza e non attraverso iniziative unilaterali” ha tuonato il senatore Pd Alfieri. Più esplicito ancora un altro parlamentare del Pd, Enrico Borghi, il quale ci ha tenuto a ribadire che: “Da parte nostra non ci sarà nessun ondeggiamento; il Pd è un partito che sostiene l’atlantismo e rispetta gli accordi internazionali”.
Insomma gli F35 e l’ingente programma di spesa per acquistarli, circa 14 miliardi di euro, continuano a rimanere un tabù, anche in tempi di emergenza sanitaria e sociale come quelli in cui siamo immersi. Pd e destra scattano come un sol uomo quando c’è da sostenere le spese militari e l’atlantismo. Sono come i ladri di Pisa.

mercoledì 29 aprile 2020

La Germania ha già riaperto!”… le porte al contagio…

Ripartire, riaprire”… Il grido di Confindustria e Confcommercio – con tanto di minacce di scendere in piazza – risuona in tutta Europa (ognuno ha una Confindustria, da queste parti) e portato tutti i paesi a pianificare un via libera alle attività produttive e commerciali piuttosto anticipato rispetto alle indicazioni dei comitati scientifici (questi, sì, tutti compatti nello sconsigliare la fretta).
Tra gli esempi più citati – da Carlo Bonomi, neo-boss di Viale dell’Astronomia, o dall’eterno Carlo Sangalli – c’è ovviamente la Germania. Mito di efficienza, (ordo)liberismo, scientificità, sburocratizzazione, governi stabili…
E in effetti la Germania ha riaperto molte attività da lunedì scorso, 20 aprile, sollevando l’invidia e la rabbia degli imprenditori di casa nostra, anche se in realtà il 60% delle imprese – qui – non ha mai chiuso. Nemmeno a Bergamo o a Brescia, mentre pile di bare venivano portate via dai camion dell’esercito…
Facciamo come in Germania”, insomma… C’è solo un piccolo problema. Berlino ha in effetti riaperto molte porte, ma soprattutto quella del contagio.
In pochi giorni il tasso di contagiosità – che era sceso a 0,7 – è risalito a 1, ovvero ogni persona infetta ne contagia un’altra. E’ il limite al di sotto del quale si può ragionevolmente ritenere un’epidemia “sotto controllo”, ma sicuramente non “battuta” (in questo caso sarebbe zero).
Questo indicatore è stato assunto come parametro da chi – tutti i governi dell’Occidente capitalistico – ha preteso di “conciliare la produzione con la salute”, riuscendo nel fantastico risultato di perdere su entrambi i fronti.
Ma anche ammesso – e non concesso – che questo indicatore sia davvero utile, bisogna prendere atto che anche una controllata riapertura di più attività comporta un rapido aumento dei contagiati e dei morti.
Ed infatti anche il tasso di mortalità per la malattia è aumentato di giorno in giorno. Secondo i dati del Robert Koch Institute, l’altroieri ha raggiunto il 3,8%, comunque il più basso del mondo.
Su questo punto i dati tedeschi sono stati guardati con sospetto fin dall’inizio: troppo pochi i morti rispetto ai contagiati, un tasso diverso da tutti gli altri Paesi. E troppo giovani le vittime, come se venissero conteggiati soltanto i morti di solo coronavirus (senza insomma tener conto della pluripatologie, tipiche dei più anziani).
La graduale ripartenza era stata abbastanza sostanziosa. Oltre alle fabbriche – mai fermate del tutto – hanno riaperto i negozi con una superficie inferiore agli 800 metri quadrati, concessionarie di auto, negozi di biciclette e librerie. In Sassonia erano state riaperte anche le scuole.
Non ci vuole uno scienziato per capire che, oltre a più lavoratori in giro, sono aumentati anche “i clienti” (ognuno di noi ricopre del resto più ruoli nella stessa giornata…). E quindi si sono moltiplicate esponenzialmente le occasioni quotidiane di contatto e contagio.
In più, anche in Germania sta esplodendo il caso dei focolai di Covid-19 nelle case di riposo per anziani, che hanno fatto rapidamente salire il tasso di mortalità, avvicinandolo un po’ di più a quello realistico.
Oggi anche nel primo paese d’Europa i contagiati ufficiali sono quasi 160.000, mentre i morti hanno superato i 6.000.
Lo stesso presidente del Robert Koch Insitute ha dunque voluto insistere nella raccomandazione planetaria: rimanere a casa il più possibile e osservate il distanziamento sociale di almeno un metro e mezzo.
Ma non ha osato criticare pubblicamente le decisioni governative, sia sulla riapertura che sulle modalità di protezione individuale. In Germania, in questi giorni, resta il divieto di contatto tra persone, ma soltanto da lunedì è obbligatorio indossare mascherine nei negozi e sui mezzi di trasporto pubblico. Non proprio un esempio di efficienza da mostrare al mondo.
Ora sono in dubbio le altre riaperture già previste, a partire dal 4 maggio, proprio come in Italia. Nel piano originale anche le scuole dovrebbero riaprire per questa data, addirittura in tutti i Land.
Nel paese guidato da Angela Merkel, gli occhi sono ora puntati al prossimo incontro fra governo e Lander, fissato per giovedì. L’Esecutivo ha chiarito ieri di non voler procedere ad una accelerazione dell’allentamento delle misure restrittive, ma la pressione politica ed economica (gli imprenditori, insomma) sale e anche lì il dibattito sul punto è molto acceso.
Pure la Francia, ieri, ha innestato il freno a mano sulle scadenze del “ritorno alla normalità”. “Se gli indicatori non saranno rispettati, non faremo nessuna riapertura l’11 maggio“,  ha detto il premier francese, Edouard Philippe, presentando il piano di riapertura in Parlamento. Tra gli indicatori nominati c’è il numero dei nuovi contagi al giorno, che “deve mantenersi fra i 1.000 e i 3.000“. Non pochi, ma attualmenta Parigi ne conta parecchi di più.
Le stesse preoccupazioni, del resto, sono state mostrate da Giuseppe Conte, al centro della canea di destra (i “due Matteo”, Renzi e Salvini, su tutti) che pretende riapertura totale immediata, lamentando “timidezza” e eccessivo ascolto degli scienziati.
Non a caso, il rapporto consegnato al governo italiano dal Comitato tecnico scientifico prevedeva che nel caso di riapertura totale (scuole comprese) ci sarebbero stati 151.000 malati in terapia intensiva e oltre 430.000 ricoverati… Riaperture_report

Un disastro di proporzioni immani, cui lo sconquassato – dai tagli – sistema sanitario nazionale non potrebbe mai reggere. E neanche quello tedesco…
Ascoltando i ragionamenti dei virologi, del resto, l’avevamo candidamente previsto: dove comandano le imprese, il virus festeggia.
Date retta alle Confindustrie, vedrete che futuro radioso…

martedì 28 aprile 2020

Una “riapertura” da pazzi scriteriati

Il governo Conte ha varato ieri sera il decreto per la “ripartenza” delle attività economiche. Tutte, con un calendario ancora molto in discussione, ma senza eccezioni. Il tutto mentre il contagio ha – sì – rallentato un po’ la sua corsa, ma permane a livelli altissimi.
Una decisione schizofrenica, come da due mesi a questa parte, perché da un lato riguarda tutto il territorio nazionale senza alcuna distinzione tra aree ad alto rischio e territori sostanzialmente “sicuri”, dall’altra colpevolizza preventivamente i singoli cittadini per l’eventuale – prevedibilmente certa – risalita della “curva” dei contagi.
Ancora una volta sembra aver prevalso la pressione di Confindustria e Confcommercio. Anche perché, in assenza di una qualsiasi politica europea coordinata, ogni paese del Vecchio Continente è spinto a “ripartire” per proprio conto, cercando di non perdere troppo terreno rispetto ai “competitori” – più che partner – dell’Unione.
Un agire scomposto e dissennato di fronte alla pandemia, che sarà certamente aggravato (a livello nazionale) dall’accavallarsi di “delibere regionali” che introdurranno eccezioni, rallentamenti o accelerazioni motivate più dalla necessità di “distinguersi” che da quelle sanitarie.
Del resto era stato lo stesso epidemiologo Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie Infettive dell’Istituto superiore di Sanità, a spiegare che “Per noi della sanità il rischio accettabile è zero, per economisti è 10”. Il prof, politicamente accorto, ha detto “economisti”, ma la definizione investe ovviamente gli imprenditori, che del rischio altrui sistematicamente se ne fregano (a parte eccezioni lodevoli quanto rare).
Il governo, con il decreto che qui potete consultare (DPCM e allegato del 26 aprile 2020.pdf), ha scelto “un rischio 9,5”, potenzialmente catastrofico, ma con responsabilità rovesciata sui cittadini. Come se “gli assembramenti” sui mezzi pubblici o nei luoghi di lavoro (per una impresa che modifica la propria organizzazione del lavoro ce ne sono dieci che non possono o non vogliono farlo) fossero una passeggiata di salute, mentre solo quelli “ludici” pericolosi.

lunedì 27 aprile 2020

Ripartono le Grandi Opere inutili. Via libera ai commissari

Tra le attività produttive che si sono fermate per ultime, e quelle che ripartiranno tra le prime, ci sono i cantieri.
A più voci i governatori delle regioni del Nord Italia, hanno premuto sul Governo perché si prendesse una decisione chiara e rapida sulla riapertura delle opere pubbliche anche prima del 4 maggio, e la conferma ufficiale, è arrivata ieri sera dalla conferenza stampa di Conte. Preparativi già da domani, per la ripartenza il 4 maggio.
Perché tanta fretta? Se i governatori si rincorrono nel parlare di necessità di riavviare i cantieri per “riprendere” le opere pubbliche come l’edilizia scolastica (e sappiamo bene in che stato vergognoso versano gli edifici scolastici da decenni, non da ieri!), o addirittura l’edilizia residenziale pubblica (bloccata, ferma, svenduta da ormai un ventennio di politiche antipopolari e di distruzione del welfare pubblico!), quello che in verità si vuole riavviare velocemente è la catena della speculazione su cui i grandi costruttori vivono, le grandi opere stradali, ferroviarie e infrastrutturali.
Ricordiamo bene le grandi opere che con lo Sblocca Cantieri tra il 2019 e i primissimi mesi del 2020 presero una nuova spinta vitale, come la Pedemontana lombarda, la bretella Sassuolo-Campogalianico, i passanti di Bologna e Firenze e il Mose di Venezia, l’alta velocità Brescia Padova, i tram per turisti di Bologna, le bretelle , ecc (guarda caso tutte opere concentrate per lo più nel Nord Italia, trampolino per l’Europa).
Un mercato quello degli appalti pubblici legati alla realizzazione di queste opere, che vale circa 120 miliardi e che ora grazie al nuovo codice degli appalti, al Decreto Genova, e al nuovo decreto del Mit della scorsa settimana, apre la strada ad appalti semplificati e deregolamentati in perfetta linea con le recenti leggi regionali che cancellano la pianificazione territoriale e danno il via libera alla progettualità privata.
Nel marasma del Coronavirus, infatti, il 18 Aprile scorso è stato approvato dal Governo il modello futuro con cui queste grandi opere saranno gestite, sdoganando con il plauso degli speculatori, il modello Genova, basato di fatto sull’affidamento dei “pieni poteri” ad un commissario, che può prendere decisioni con carattere di urgenza (tipico delle condizioni emergenziali come fu nel caso del Ponte Morandi) anche in momenti di ordinaria amministrazione e pianificazione territoriale.
Sono 21 i commissari nominati nel decreto del Mit del 18 Aprile scorso, per il riavvio di 6 tratte autostradali e 8 ferroviarie per un giro di affari di oltre 20 miliardi.
Un commissario straordinario per opera quindi, che avrà il potere di assumere ogni determinazione ritenuta necessaria per l’avvio o alla prosecuzione dei lavori, anche sospesi, e di provvedere all’eventuale rielaborazione e approvazione dei progetti non ancora appaltati.
Un commissario che potrà percepire una parte fissa di massimo 50mila euro annue, più una provvigione di altri 50mila euro annui in base agli obiettivi realizzati.
Un commissario che potrà scavallare ogni autorizzazione, parere, visto e nulla osta agli enti competenti perché per procedere basterà l’accordo con i presidenti di regioni e province.
L’unico vincolo rimanente, oltre a quelli europei e antimafia (le cui procedure sono già state comunque semplificate nel nuovo codice degli appalti!) sarà quello di ottenere l’autorizzazione ambientale, i cui termini per il silenzio assenso saranno comunque dimezzati.
Insomma questa è l’Italia che ci aspetta dal 4 maggio in poi, con la ripresa delle opere di cementificazione, devastazione e saccheggio del territorio in nome del profitto, come se questa crisi sanitaria non avesse già abbastanza palesato lo scontro in atto tra capitale e natura, e la necessità di invertire la rotta del paradigma dell’attuale sistema produttivo in modo radicale.

venerdì 24 aprile 2020

Covid-19. Ma l’Italia ha le carte in regola per entrare nella “fase 2”?

Questo studio è volto a confrontare in alcuni paesi del mondo i risultati delle politiche di contenimento e l’adeguatezza dei sistemi sanitari tramite indicatori facilmente reperibili dai dati ufficiali pubblicati in rete, con particolare attenzione alla situazione in Italia e nelle sue Regioni.
I risultati mostrano che le misure di contenimento finora attuate non sono state efficaci così come lo sono state in altri Paesi. Inoltre in Italia, anche in regioni dove l’incidenza del COVID-19 è bassa, il sistema sanitario non consente di raggiungere i bassi livelli di letalità riscontrati negli altri paesi.
Vista la discrepanza tra la narrazione mediatica sull’andamento dell’epidemia da COVID-19 e i risultati che emergono da questo studio la decisa attuazione della fase 2 ha tutte le caratteristiche di un salto nel buio.
Politiche di contenimento
Per vedere quanto le misure di contenimento dell’epidemia siano state efficaci basta guardare la figura 1 in cui è riportato l’andamento del numero di giorni di raddoppiamento del numero di contagi per diversi paesi in funzione del tempo (a partire dal 1 gennaio 2020).
All’inizio tutte le epidemie avvengono con contagi sporadici e casuali, ma dopo poco tempo la crescita dei contagi segue un andamento ti tipo esponenziale. Senza le misure di contenimento il tempo di raddoppiamento del numero di contagi è di pochi giorni e rimane costante. Una crescita del tempo di raddoppiamento denota perciò un miglioramento nelle politiche di contenimento.
Guardando la figura a sinistra si trova una crescita rapida del tempo di raddoppiamento in Cina (punti blu) e in Corea del Sud (triangoli arancioni). In termini quantitativi la pendenza della curva, identificata dal parametro “s”, dà la misura della qualità di queste politiche. Più basso è “s” meglio funzionano le misure. La linea tratteggiata (s=100) corrisponde alla crescita epidemica prima dell’attuazione delle misure.
Figura 1: Numero di giorni in cui il numero dei casi di contagio si raddoppia (in scala logaritmica) in funzione dei giorni trascorsi a partire dal 1 gennaio. I dati sono aggiornati al 21 aprile (dati da https://www.worldometers.info/coronavirus );
Sia in Cina che in Corea del Sud l’efficacia della pianificazione delle politiche di contenimento è stata nettamente superiore rispetto a quella di tutti gli altri paesi presi in considerazione, Italia compresa (triangoli azzurri).
E’ anche importante il valore assoluto dei giorni di raddoppiamento. Se prendiamo come riferimento il valore 100 (i casi si raddoppiano in 100 giorni) troviamo che la Cina e la Corea del Sud hanno raggiunto questo valore rispettivamente in 30 e 20 giorni a partire dall’inizio dell’epidemia. All’incirca il giorno stesso che Cina e Corea del Sud hanno raggiunto questo traguardo è iniziata la discesa dei casi attivi (persone che risultano infette in un determinato momento togliendo dal numero totale dei contagiati il numero dei guariti e dei morti).
Nel momento in cui scrivo nessun altro paese tra cui l’Italia ha ancora raggiunto il valore 100, neanche dopo più del doppio del tempo rispetto a Cina e Corea del Sud, ma l’Italia si sta lentamente avvicinando.
E’ inoltre importante rimarcare che la Cina ha iniziato gradualmente la fase 2 solo 45 giorni (più di 6 settimane) dopo il raggiungimento del valore 100.
Dalla figura a destra osserviamo che il tempo di raddoppiamento cresce più velocemente in Germania (s=9.5) e in Spagna (s=10). Italia, Francia, Gran Bretagna e USA hanno tempi confrontabili e più corti (s=15). In Germania e Spagna l’epidemia è iniziata con un ritardo di circa 1 settimana rispetto all’Italia, ma ciò nonostante ha raggiunto in meno tempo valori del tempo di raddoppiamento più alti dell’Italia.
Complessivamente possiamo fare le seguenti deduzioni:
  • Il modello cinese e quello coreano che hanno attuato il protocollo delle 3 T (Testing-Tracking-Tracing) sono i migliori nel panorama mondiale. Dunque emerge l’importanza di una pianificazione collettiva che comporti oltre al fermo delle attività produttive non essenziali la diffusione a livello capillare di test diagnostici e di sistemi per l’identificazione e il tracciamento dei malati e dei contatti che hanno avuto.
  • Sul versante opposto, il nostro è stato un contenimento per modo di dire. Se consideriamo solo il settore privato, l’Istat ci dice che in Italia solo il 49% delle imprese che danno lavoro a 7.4 milioni di persone sono rimaste ferme. Per quel che riguarda l’altra metà i dati presentati in Commissione Bilancio del Senato mostrano che 9,3 milioni di persone hanno continuato a lavorare normalmente.
  • Paesi come Germania e Spagna sembrano essere stati più rigorosi, contrariamente a quanto viene detto dagli organi d’informazione.
Politiche sanitarie
Perché tanti morti? Questa è la domanda che ciascuno di noi si è fatto e per la quale continuiamo a non ottenere risposte. Eppure a cominciare dalle istituzioni dovrebbero spiegarci perché in Italia e soprattutto in Lombardia a cavallo tra marzo e aprile si sono verificati tanti morti (in Italia i morti finora sono stati 4 ogni 10000 abitanti mentre in Lombardia con 10.6 milioni di abitanti i morti ufficiali sono stati circa 13 ogni 10000 abitanti, circa il 50% del totale dei morti in Italia -fonte Dipartimento Protezione Civile).
La letalità (che tutti abbiamo imparato essere il numero di morti su numero di casi riscontrati) è cresciuta a dismisura a mano a mano che i giorni passavano senza che nessuno ci abbia spiegato cosa stava succedendo.
Una risposta seppur parziale può provenire se confrontiamo i dati della letalità con un qualche possibile indicatore sanitario. Scegliamo ad esempio il rapporto tra il numero di casi di Covid-19 riscontrati e il numero dei posti letto negli ospedali pubblici.
Questo indicatore, ad eccezione degli USA, ha il vantaggio di essere facile da reperire dai dati open source che viaggiano in internet. I dati sulla letalità a livello mondiale e per le regioni italiane risultano fortemente correlati con questo indicatore.
La figura 2 ci mostra a sinistra che la letalità mondiale è sempre superiore al valore 1-2% stimato dai virologi. Inoltre fino ad un valore dell’indicatore, cioè del rapporto malati/letti, pari a 0.25 la letalità si attesta intorno al 3%. Questo è il caso dei paesi in cui l’incidenza dei casi di contagio non mette in sofferenza il sistema. Infatti in questo caso i malati per Covid-19 occuperanno un numero nettamente inferiore a 0.25 perché stiamo considerando l’insieme degli ospedalizzati, domiciliarizzati e già guariti.
In questo caso le cure per COVID-19 non portano il sistema a saturazione ed inoltre la maggior parte dei letti rimane a disposizione dei malati per altre patologie. Oltre 0.25 la situazione si fa via via sempre più critica richiedendo più attenzione dal personale medico-infermieristico dell’ospedale e quindi la letalità aumenta. Questo è il caso dell’Italia che si avvicina al valore 1 dell’indicatore.
La letalità schizza a quasi il 14%. Anche Francia, Paesi Bassi, UK, Belgio, Svezia si trovano in questa situazione. In Spagna si riscontra un indicatore di oltre 2 ma la letalità rimane entro i valori di letalità degli altri paesi in condizioni di criticità (10.5%).

L’analisi dei dati per le regioni italiane nella figura 2 a destra e nella tabella 1 fornita dal Ministero della Salute ci mostra una letalità alta anche dove i valori dell’indicatore sono inferiori a 0.25.  Questa bassa incidenza si trova nelle regioni del centro-sud meno colpite dall’epidemia. Questi livelli di letalità, difformi dalla situazione nel resto del mondo, ci indicano un problema aggiuntivo. In Italia si guarisce di meno da COVID-19, anche in situazioni di relativa poca incidenza dei casi di contagio. Perché?
Letalità elevate si evidenziano in generale nelle regioni del centro nord, ad eccezione del Veneto. La Lombardia si distingue con un indicatore attorno al valore 2.5 e una conseguente letalità del 18%.
Nel momento in cui scrivo siamo bombardati da messaggi ottimistici sul raggiungimento di un fantomatico traguardo, dunque verso l’inizio della discesa dei casi attivi.
Però il nostro sistema sanitario è in sofferenza acuta. Pure in zone con poca incidenza è estremamente pericoloso contrarre la malattia perché le letalità effettive sono molto più alte della letalità stimata dai virologi. Come abbiamo visto l’Italia non ha ancora raggiunto il valore 100 per i giorni in cui si raddoppiano i contagi, ma sembra che sia arrivata quasi al culmine dei casi attivi. Va ricordato che la Cina dopo quel traguardo è ancora rimasta in lockdown per altri 45 giorni.
Se guardiamo il sistema unicamente dal punto di vista della salute umana la scelta di riaprire il Paese seppur gradualmente risulta molto prematura. Non ci possiamo permettere di rivedere per la seconda volta lo stesso film, anche perché non si tratta di un film.

giovedì 23 aprile 2020

Conte a capo chino verso Bruxel-Mes

Conte si prepara a partire per Bruxelles, dove domani lo attendono i “colleghi” del Consiglio Europeo, con molte meno certezze di qualche giorno fa, quando ancora diceva: “non accetteremo il Mes, o si fanno i coronabond o faremo da soli”.
Ieri, presentando la sua informativa alla Camera, è stato molto più vago. Già pronto, insomma, ad un “compromesso” in cui dovrà accettare l’esatto contrario.
E’ partito da quelle che dovevano essere buone notizie. Il governo invierà a brevissimo al Parlamento un’ulteriore relazione con una richiesta di scostamento di bilancio pari a 50 miliardi di euro, con intervento complessivo che, sommando i precedenti 25 miliardi, sarà non inferiore a 75 miliardi“.
Ma in realtà quella “richiesta” di sforamento del deficit di bilancio va presentata alla Commissione Europea, perché l’attuale Parlamento italiano può firmargli qualsiasi cifra (la destra chiede molto di più, per esempio, tanto sono parole…), ma il visto finale arriverà dagli specialisti di Bruxelles – i funzionari che controllano Paolo Gentiloni e gli altri “commissari” – non da un organo democraticamente eletto. E in base ai trattati esistenti, che non contemplano “situazioni eccezionali” della portata che il mondo sta attraversando.
Non è comunque neanche questo il vero problema, perché tutti i Paesi dell’Unione si trovano in una situazione del tuto simile e dovranno dunque “sforare” il rapporto deficit/Pil ben oltre i limiti scritti nel demente “trattato di Maastricht”: il 3%. Nelle stime più prudenti, in tutta Europa si arriverà come minimo al 10%, per effetto combinato del Pil in drastico calo e dell’aumento smisurato della spesa pubblica.
Il tutto, va ricordato, soltanto per affrontare le necessità immediate della pandemia. La “ricostruzione” e i suoi costi sono tutto un altro capitolo.
E qui la linea del “fronte del Nord” (Germania, Olanda, Finlandia) è chiarissima: va bene che la Bce compri titoli di Stato, si possono fare prestiti tramite la Bei (solo 200 miliardi per tutta l’Unione, poca roba), si possono supportare gli ammortizzatori sociali nazionali con il fondo Sure (ancora da istituire, ma che avrà solo 10 miliardi per tutta Europa, per i prossimi dieci anni).
Tutte linee di finanziamento (Bce a parte) dai tempi lunghi e dalle “condizionalità” ancora da definire. In pratica, possono spendere per far fronte alla crisi solo i paesi che hanno surplus consolidati (il “fronte del Nord”, appunto), gli altri si devono finanziare a breve termine o “sui mercati” (a tassi di interesse proporzionati allo spread, ieri a 260 punti), oppure tramite il Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità creato per imporre lo scambio “prestiti contro riforme strutturali”.
Ossia tramite l’imposizione di politiche di austerità decise direttamente a Bruxelles invece che dal governo nazionale che ha chiesto il prestito.
L’Eurogruppo di 15 giorni fa ha dato il via libera alla possibilità di accedere ai fondi del Mes per l’equivalente del 2% del Pil (per l’Italia all’incirca 36 miliardi), unicamente destinati alla spesa sanitaria eccezionale.
Gli europeisti – anche di casa nostra – si sgolano da settimane ad assicurare che sono “senza condizionalità”, pure sapendo che non è assolutamente vero. Il “compromesso” dell’Eurogruppo ha accantonato le condizionalità più stringenti, ma il solo fatto di chiedere un prestito del Mes “accende una spia d’attenzione” sullo Stato richiedente.
In primo luogo da parte della Commissione, che può usare anche molta “flessibilità” nel giudicare l’opportunità di “stringere” o meno in sede di esame, anche a distanza di mesi o anni. Ma sopratutto da parte dei “mercati finanziari”, che vengono di fatto invitati ad aprire posizioni speculative sui titoli di stato del Paese richiedente.
Insomma, forse non proprio immediatamente come la Grecia nel 2015, ma su quella stessa strada…
Quanto è attendibile l’”assicurazione” fornita, per esempio, dagli europeisti del Pd?
Per esempio, Paolo Gentiloni, ex premier e oggi Commissario europeo agli affari economici, giura che “Il Mes è una linea di credito per sostenere la spesa sanitaria e i nostri ospedali e che l’unica condizione per questa linea di credito è che siano spese dedicate alla sanità. Possiamo chiamarlo in un altro modo ma serve“.
Addirittura fantasioso il capogruppo Pd in Senato, Andrea Marcucci: “L’Italia ha bisogno di risorse ingenti e che arrivino in tempi rapidi. Il fondo Sure è importante, ma non è ancora fruibile. Le linee di credito Bei sono un esempio tangibile. E poi c’è il Mes: ci vuole una giusta cautela perché sappiamo cosa è stato il Mes, ma sappiamo anche cosa vorremo che diventasse. Non lo chiamiamo più Mes ma se le condizioni saranno giuste bisognerà valutare nell’interesse del nostro Paese senza pregiudizi”.
Non lo chiamiamo Mes? Cos’è, un gioco di parole che ce lo decidiamo noi in camera caritatis? Cos’è, uno slogan elettorale che poi chissenefrega? O è un trattato tra 19 Paesi?
Quelli del Pd sono fatti così… Ti raccontano sempre che “non c’è problema, fidatevi di noi...”. Facevano lo stesso con il “pacchetto Treu”, che sdoganava i contrattini precari a salario stracciato. Hanno fatto lo stesso con la “Riforma del Titolo V” della Costituzione, che ha introdotto la “legislazione concorrente” tra Stato e Regioni e affidato a queste ultime la competenza per la sanità, con i “clamorosi risultati” che la Lombardia e il Piemonte (ma anche l’Emilia Romagna) stanno dimostrando davanti al coronavirus….
E giuravano identica cosa prima della “cura Monti”, della riforma della sanità che introduceva l’intra moenia, del jobsact, della riforme elettorali per imporre il maggioritario e “aumentare l’efficienza” della politica…
Sono fatti così: mentitori di mestiere, come Salvini o Berlusconi o la Meloni, ma con parole “democraticamente accettabili”. Rigorosamente smentite alla prova dei fatti.
Ma pesano nel governo e hanno ottimi rapporti con le burocrazie di Bruxelles. Conte, dunque, se vuol mantenere la maggioranza “unita” e allontanare lo spettro di Mario Draghi da Palazzo Chigi, deve “mediare”. E, mediando mediando, ha infilato nel suo intervento in Paramento la frase rivelatrice: “Rifiutare la linea di credito che offre il Mes sarebbe un torto agli altri Paesi [la Spagna ha pronta la richiesta, ndr], ma l’Italia ha bisogno di altro. I criteri del Mes sono inaccettabili per la natura di questa crisi“.
Saranno certamente “inaccettabili”, ma saranno proprio questi quelli che porterà a casa dal prossimo Consiglio Europeo.
Prepariamoci dunque a uno scenario fattualmente tragico: una “riapertura” di tutte le attività in presenza di un virus per cui non esistono ancora medicinali efficaci e vaccino, e la contemporanea “messa sotto tutela” delle decisioni di spesa dello Stato.

mercoledì 22 aprile 2020

A proposito del Mes, guardate la Grecia oggi…

Esistono ancora dei benchmark sicuri. Per esempio Matteo Renzi. Se dice che una certa cosa è giusta, potete star sicuri che è sbagliata, lo sa benissimo ma mente per abitudine.
E’ così, ovviamente, anche per Mezzanismo Europeo di Stabilità (Mes), che per ora è l’unico strumento “pronta cassa” che l’Unione Europea ha messo sul piatto per l’Italia e tutti gli altri paesi che hanno bisogno di finanziare sia la spesa sanitaria per far fronte al coronavirus, sia la “ripartenza” dopo un crollo economico ancora inquantificabile.
L’ex segretario del Pd, con la consueta iattanza priva di pensiero, se n’è uscito anche stamattina in questo modo: “Attivare il Mes? Lo farei di corsa… Io vado a piedi a Bruxelles a prenderli. Ti danno denari a condizioni buone. Io sono certo che il Presidente del Consiglio non dirà di no al Mes. Mettere il veto? Siamo seri, senza l’Europa l’Italia sarebbe fallita. Basta con questa discussione, il problema non è l’Europa ma il fatto che tante persone sono rimaste senza una lira. I grillini non vogliono? Se ne faranno una ragione. Hanno già cambiato idea tante di quelle volte”.
L’ultima affermazione è probabilmente l’unica vera (anche se Conte appare già pronto a un pessimo “compromesso”), ma non è quella più importante.
La cosa rilevante è che continua a girare – anche tramite Renzi – questa incredibile balla del “Mes senza condizionalità”. Anche uno che non avesse letto attentamente il trattato ed il regolamento di quell’istituzione (diretta da Klaus Regling, il vero artefice dell’euro su misura per la Germania), cosa che ben pochi hanno fatto, si dovrebbe infatti chiedere come mai in così tanti – almeno all’inizio – abbiano sgranato gli occhi per lo spavento davanti a questa “proposta che non si può rifiutare”.
Se, insomma, fosse tutto a vantaggio di chi ne chiede i prestiti, perché mai rifiutarli?
Il motivo – come abbiamo più volte provato a spiegare – è che il Mes, anche spogliato delle sue condizionalità più strozzinesche, è comunque uno strumento che pone condizioni.
Non solo perché manterrebbe quella di poter usare i prestiti per la sola spesa sanitaria (che potrebbe essere persino accettabile, in teoria), ma per il buon motivo che il solo ricorrervi sottopone nel tempo a verifiche e richieste coerenti con il quadro dei trattati istituiti dopo la crisi del 2008-2009: Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack.
Insomma, se è stato pensato come uno strumento per obbligare i Paesi che vi ricorrono ad attuare lo scambio “aiuti contro riforme strutturali”, nessuno può impunemente sostenere che si tratti di uno strumento innocuo.
In attesa che Giuseppe Conte riferisca in Parlamento sulle sue intenzioni in vista del Consiglio Europeo di dopodomani, forse è bene risvegliare la memoria sugli effetti dell’unico vero caso in cui il Mes – in forma integrale e dunque massimamente punitiva – è stato applicato. Quello della Grecia.
La descrizione della situazione in cui è stato ridotto quel Paese è ben delineata in questo breve video, che vi proponiamo.

martedì 21 aprile 2020

Ricostruzione. Qualche idea, tante resistenze…

Come si esce da questo disastro? Ce lo stiamo chiedendo tutti, di qua e di là delle consolidate differenze di classe, prospettiva sociale, aspirazioni di cambiamento. Ma le risposte – pure numerose – sollevano più interrogativi di quanto non diano risposte.
Lasciamo perdere tranquillamente il mantra confindustriale, ripetuto fino alla noia dai servi dei servi, che sogna di poter semplicemente tornare “come prima”. Un sogno che non ha fatto i conti – nemmeno quelli economici – con quello che sta accadendo, settimana dopo settimana (ognuna vale circa il 2% del Pil), figuriamoci con la situazione che avremo di fronte quando la frana si sarà stabilizzata.
A costoro dovrebbe essere sufficiente vedere le file che si formano negli Stati Uniti, ogni giorno, per ricevere un pacco viveri. Lavoratori ora disoccupati (22 MILIONI in sole quattro settimane), che ancora possiedono un’auto cui avevano fatto il pieno di benzina (circa 50 centesimi al litro, laggiù), ma che la usano ormai soltanto per questo.
Non gliene frega nulla, naturalmente. In quella foto vedrebbero soltanto una massa sterminata di manodopera pronta ad essere impiegata a qualsiasi prezzo. Pardon, salario…
Non mancano rare riflessioni molto più ragionate, anche in termini di “sistema”, come quella prodotta da Guido Salerno Aletta su Milano Finanza. Che stabilisce un confronto secco con la necessità di ricostruzione che fu affrontata anche alla fine della Seconda Guerra mondiale.
Lì lo Stato – una Repubblica fragilissima (il fascismo e la monarchia erano stati battuti, ma sopravvivevano in tante teste) – si prese il carico di delineare una strategia economica complessa, con capitali Usa (il “piano Marshall”) e mobilitando il risparmio dei cittadini (di quelli che ne avevano…) verso l’impiego nell’economia reale.
E’ la stessa esigenza che ci si trova davanti oggi. Ma con significative differenze che, per l’appunto, sollevano più domande che risposte.
In entrambi i casi – allora ed oggi – si pone la necessità di cambiare modello di sviluppo. Allora da un’economia di guerra con poche fabbriche funzionanti e infrastrutture devastate dalla guerra. Oggi da un modello a centralità della finanza in direzione di un sistema produttivo ricostruito, appunto privilegiando l’economia reale.
Ma…
Allora il livello della distruzione era pressoché completo, e questo – non paradossalmente – facilitava il “ridisegno” del sistema, perché non ci potevano essere resistenze significative contro la necessità di ricostruire. Anche il movimento operaio riconosceva questa necessità, restando ben presto incastrato negli ingranaggi della macchina che ripartiva, la “tutela minacciosa” degli Usa e la spartizione stabilita a Yalta.
Oggi il livello della distruzione che ci troveremo davanti è ancora ignoto. E, in quel che sopravviverà, ci saranno resistenze fortissime. Chi privilegia il “ritorno agli assetti precedenti” non è affatto sconfitto, per il momento. Anzi, è rabbioso per le perdite, ma mantiene saldamente il potere di determinare le decisioni politiche (basta ricordare il disastro combinato l’8 marzo, quando hanno convinto il governo a  rinunciare a chiudere alcune parti della Lombardia) e preme in modo irresistibile per “ripartire” come se il virus non ci fosse più.
Anche l’elezione del nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è un segno chiaro di questo potere “continuista” e suicida. Un bocconiano, uno specialista in private equity, in combinazioni finanziarie; uno che non ha costruito né guidato alcuna azienda produttiva – fino a pochissimi anni fa – e che non concepisce altre soluzioni tranne quelle che già conosce.
Le stesse che hanno portato al fallimento attuale. Peraltro non ammesso come tale (“andava tutto bene, se non c’era questo virus sopravvalutato…”).
La sterzata drastica che Salerno Aletta disegna, come minimo, presuppone sia uno Stato “forte” (nel senso di economicamente autorevole, non poliziescamente menacciuto), sia una disponibilità del “sistema” ad essere ridisegnato per un efficace passaggio dalla centralità della finanza a quella dell’economia reale. Entrambe le condizioni, diciamo così, sembrano al momento scarse.
Può essere che, proseguendo la pandemia, e dunque un’alternanza di stop-and-go (“chiudere tutto”, “riaprire tutto”), la seconda condizione si possa manifestare. La prima – la qualità di direzione complessiva della macchina statale sull’economia – invece appare certamente poco modificabile in tempi brevi. Quarant’anni di demolizione e demonizzazione dell’intervento statale nell’economia (il vero centro teorico del neoliberismo trionfante) non si superano con un atto di volontà.

lunedì 20 aprile 2020

Massacro Lombardia: errori e orrori di un “modello” infame

Nella regione più ricca del paese, il potere economico non ha ceduto. Le fabbriche sono rimaste aperte, con tutta la complicità dei politici; mentre i corpi riempivano i camion militari. La devastazione della Sanità pubblica ha presentato il conto. Ora, tocca alla rivolta» [1]
Certo, la madre di tutte le guerre è quella riforma del titolo V della  Costituzione italiana che, agli articoli 116 e 117, regola la suddivisione della potestà legislativa per materia tra Stato e Regioni, che indica espressamente su quali materie lo Stato ha competenza e su quali, invece, ha competenza concorrente con le Regioni.
La sanità è appunta la principale materia concorrente, in termini di bilancio e dunque di potere reale.
L’emergenza  coronavirus  ha riacceso i riflettori sui ‘limiti’ del Titolo V e rimesso al centro la necessità di una gestione della salute omogenea su tutto il territorio ed evitare, quindi, che una Regione decida autonomamente e in difformità rispetto alle altre.
In questi giorni il dibattito politico è tornato a rispolverare l’antica questione delle materie concorrenti, riproponendo la necessità di intervenire sulla Carta per fornire, quanto meno, una “clausola di supremazia”.
Tuttavia, il parere di alcuni costituzionalisti, tra cui Valerio Onida, ex presidente della Corte costituzionale, è che, nella Costituzione, sia già previsto una sorta di clausola di supremazia, contenuta nel secondo comma dell’articolo 120, che recita: ”Il Governo può sostituire un organo delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel Caso di mancato rispetto di Norme e Trattati Internazionali o della Normativa comunitaria oppure di Pericolo per l’incolumità e la Sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà e del principio di leale collaborazione.“
Qualche sera fa. Masimo Galli, illustre virologo, direttore del Dipartimento di Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, nel corso di un suo intervento durante la trasmissione de La7 ”Ottoemezzo”, ha dichiarato: ” Nei 3 anni in cui sono stato direttore generale del ministero della Sanità ho cercato di gran lunga approvare il Piano Sanitario Nazionale, ma non c’è niente di niente. Ogni Regione va per conto suo e non vengono minimamente assicurati i Lea  (Livelli Essenziali di Assistenza) determinando una situazione di ineguaglianza dei cittadini sul piano del diritto alla saluto “.
Qualche sera prima nel corso dell’intervista concessa a Diego Bianchi, a  Propaganda Live,  sempre su  LA7,  Gino Strada  ha portato un duro attacco al tanto decantato quanto disastroso “modello Lombardia”:  «Il primo errore   – ha dichiarato Strada –   è stato quello di non proteggere gli ospedali. Se un ospedale si infetta non è più in grado di curare i pazienti, in assoluto. I cardiopatici, i diabetici, chi ne ha bisogno, non solo i malati di Covid.  
Questa è la gente che ha devastato la sanità pubblica italiana, altro che modello Lombardia [… ]  –  ha aggiunto –  Quando si assiste a un fenomeno come quelli dell’ospedale di Alzano Lombardo, non ci si può esimere da una riflessione su chi ha gestito la sanità in Lombardia negli ultimi 20 anni. Questi anziani sono stati lasciati morire nelle case di riposo senza nessuna umanità, senza nessuna pietà. Tutto questo è moralmente, prima che giuridicamente, un crimine.  La Lombardia ha fatto con gli ospedali ciò che ha persino la camorra avuto difficoltà a fare in questo modo così esteso e puntuale. È più facile aprire una cardiochirurgia in Sudan che un posto letto in Italia ”.
La mattina del 16 aprile scorso la Guardia di Finanza si è recata presso il  Pio Albergo Trivulzio  e nella sede della Regione Lombardia. Cercavano documenti e cartelle cliniche, non soldi in contanti.  
Un’inchiesta che tecnicamente è molto più semplice perché non si cercano giri di mazzette sulla base di qualche “pentimento” per cui serve un lungo e laborioso lavoro sui bilanci societari e delle amministrazioni pubbliche oltre che sui conti correnti.   
No, qui hanno sequestrato delibere regionali – atti ufficiali votati, firmati e protocolli – che “chiedono” alle Rsa lombarde (le “case di riposo”) di ricevere un po ‘di contagiosi da coronavirus poco gravi, in modo decongestionare gli ambienti ospedalieri nel momento più drammatico dell’emergenza.
Fontana e Gallera, per tentare di difendersi, si arrampicano sugli specchi dichiarando che non si tratta di un ordine ma di una semplice “richiesta”, precisando che “In caso di accoglimento, ci andavano in contagiati che poi riguardavano gli ospitati in reparti separati, con personale “riservato”. 
E’ un modo per dissimulare una verità semplicissima: nel lodatissimo modello lombardo comandano gli accordi, ovvero, i politici di turno; e, poiché ti finanziano con una suoneria di miliardi, per continuare a mantenere il potere e il consenso, si circonda di dirigenti “fedeli”.
Gli amministratori mediocri dispensano ordini e – in caso di errori, fallimenti o illeciti – scaricano le colpe sui “dirigenti fedeli” alla velocità della luce: è il lodatissimo “modello lombardo”.
Quel modello che ha commercializzato la salute e la malattia dei cittadini, creando intorno a ciò un sistema di corruzione su ampia scala, fin dai tempi dell’ex governatore Roberto Formigoni   (per tre mandati dal 1995 al 2013), membro di spicco del “partito” di Comunione e Liberazione.
Sempre in Forza Italia, ma solido alleato di quella Lega che ha ereditato il “sistema” da quando è Formigoni è stato costretto alle dimissioni, inquisito e condannato per corruzione. Il suo successore, Roberto Maroni, nel 2017 ha abbondantemente tagliato il servizio sul territorio, quasi abolendo i medici di famiglia sostituti da «manager».
E così può succedere di mettere il contagiato da coronavirus “in prossimità” di anziani non autosufficienti, quando già era noto che questa era la fascia di età “privilegiata” dal virus, causando 300 morti soltanto alla “la Baggina” e al Don Gnocchi.
Un massacro che mette sotto l’accusa proprio il “modello” della sanità lombarda. Non solo per quanto riguarda lo squilibrato rapporto tra pubblico e privato, ma soprattutto la “logica” del “sistema” in quanto tale.
Ranieri Guerra (OMS) lo ha messo, in questi giorni, nero su bianco: “Bisogna pensare alla riorganizzazione territoriale del sistema sanitario.  Quello che  non ha funzionato in Lombardia e invece sì in Veneto”.  
Sotto esame sono 30 anni di governo della destra, a tutto vantaggio dei privati, ai quali sono stati regalati miliardi di fondi pubblici puntando tutto sull’assistenza ospedaliera (la cura della malattia), anziché su quella territoriale (la prevenzione): “La Lombardia ‘eccellenza   ospedaliera’,  una bandiera in tutto il mondo, ma è stata quasi totalmente sguarnita dal punto di vista dell’assistenza  sul territorio. E se può sostenere il sistema che regge sul fronte della cura, non può fare altrettanto sul fronte della  prevenzione”. 
Ed è vero: una rete capillare di medici di base sul territorio, in grado di “fare filtro” e registrare per tempo la diffusione di patologie inconsuete nella popolazione, è stata quasi del tutto smantellata.
E viene persino rivendicato! Nell’estate del 2019 il leghista “moderato” Giorgetti (n. 2 di Salvini) al Meeting di Comunione e Liberazione, dichiarò bellamente: Nei prossimi cinque anni mancheranno 45mila medici di base. È vero; ma chi va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi la ricetta medica, ma chi ha meno di cinquant’anni su Internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui è presente il medico di famiglia è finito”.
Ma ancor prima che Giorgetti pronunciasse quelle parole, il sorpasso del privato sanitario sul pubblico era già avvenuto, e da un pezzo. Nella diagnostica (Tac, ecografie, risonanze, endoscopie, ecc), già nel 2015 il valore delle prestazioni erogate ambulatorialmente dal privato equivaleva al 52% sul valore totale delle prestazioni. [2]
Secondo uno studio della Bocconi (!), tra il 1997 e il 2006, la Lombardia ha registrato un record di crescita degli ospedali privati. Da 55 che erano nel 1997,  sono diventati 73 nel 2006 (+18). Ciò, mentre nel resto del paese, nello stesso periodo, si è avuta una netta contrazione.
Inoltre, secondo il ministero della Salute (anno 2016), in Lombardia su 1., 931 euro di spesa sanitaria pro capite totale, quasi il 30% finanzia le strutture private (ospedali, ambulatori, laboratori). Nessun’altra regione come la Lombardia.
Lo sbilanciamento lombardo a favore del privato è evidente anche sul piano dei ricoveri relativi: nel 2017, su 1.441.657 ricoveri totali, il privato ne ha eseguiti 494.501, il 35%, per i quali la Regione Lombardia ha versato ai privati, a titolo di rimborso, circa 2,1 miliardi, cioè il 40% dei 5,4 miliardi stanziati a bilancio.
Ma qui incontriamo un dato cruciale che spiega, in un sol colpo, il cuore del tanto decantato “modello lombardo”: come mai se le strutture private hanno completato il 35% dei ricoveri, poi hanno incassato il 40% dei fondi destinati alla sanità?
Semplice: i servizi offerti dai privati ​​costano di più rispetto alle prestazioni del pubblico.
Stesso discorso vale per visite ambulatoriali ed esami. Nel campo della diagnostica strumentale e per immagini, nel sorpasso del privato sul pubblico era già presente nel 2015. Se poi consideriamo il valore delle prestazioni erogate ambulatorialmente dal privato sul valore totale delle prestazioni pubbliche e private nello stesso ambito, il privato incide per il 52%[3]
Solo a Milano e provincia sono presenti 57 strutture di ricovero ordinario e day hospital. 26 sono pubbliche, 31 a gestione privata (54,4%).
In Lombardia gli IRCSS privati ​​(istituto di ricovero e cura a carattere scientifico) sono circa il triplo dei pubblici (14 contro 5; fonte: ministero della Salute).
Nel 2018, in una struttura privata che non funziona con il servizio sanitario, una risonanza magnetica muscoloscheletrica costava ai cittadini circa 90 euro, ma il rimborso che la Regione Lombardia ha garantito nello stesso anno ai laboratori privati ​​convenzionati era di 169 euro: l’89% in più!
Questo è il “modello lombardo” che ogni anno può contare su circa 19 miliardi di soldi pubblici: una cifra enorme.
La stessa Corte dei conti ha stabilito che – dal 2012 al 2017 – sei Regioni del Nord hanno ottenuto un incremento medio della loro quota del Fondo Sanitario Nazionale pari al 2,36%, mentre le regioni del Sud, già beneficiarie di cifre molto più piccole, dal 2009 in seguito, hanno visto lievitare la loro parte solo del’1,75%.
Dunque, dal 2012 al 2017, le regioni più ricche (Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana) hanno ricevuto dallo Stato 944 milioni di euro in più rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata, Campania e Calabria.
Ecco come si spiega il progressivo divario tra nord e sud: mentre al Nord sono stati trasferiti 1.629 miliardi in più, nel 2017 rispetto al 2012, al Sud sono stati dati solo 685 milioni in più. Nel 2017 il 42% del totale delle risorse finanziarie per la sanità è stato assorbito dalle Regioni del Nord, il 20% da quelle del Centro, il 23% da quelle del Sud, il 15% dalle Autonomie speciali.
Ecco perché, un attimo dopo che l’assessore al Welfare regionale Giulio Gallera, aveva dichiarato che “in  Lombardia non si può fare il tampone a tutti ”, si arriva a sapere che all’ospedale San Raffaele di Milano i tamponi ci sono e che vengono fatti, ma pagando 120 euro. Così facendo, i cittadini possono sapere in breve tempo se sono positivi o meno al  Coronavirus. Tamponi a pagamento, ma per Gallera non era possibile farne. 
E non sarebbe il ​​solo San Raffaele ad offrire tale servizio. In altre strutture i tamponi possono essere pagati anche 240 euro.
Una notizia sconcertante, se si pensa che infermieri, medici e altro personale ospedaliero, costantemente impegnati nell’arginare la pandemia da Covid, sono stati tra gli ultimi a poter fare il tampone e non tutti sono ancora testati.
Il Gruppo San Donato (GSD) è il più grande gruppo sanitario privato d’Italia; solo a Milano e provincia possiede 7 strutture di ricovero e cura,  3 delle quali sono specializzate in sistemi di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs), tra cui proprio l’Ospedale San Raffaele.
Nel 2017, solo per i ricoveri, il gruppo San Donato ha incassato il 35% del totale dei finanziamenti destinati al settore privato-convenzionato. Una magnifica torta che fa gola a molti.
Ma che c’entra Angelino Alfano? Angelino è di quelli che non si ferma e vuole sempre provare emozioni nuove. E così dal luglio del 2019 è a capo proprio del GSD, con capofila Policlinico San Donato, che controlla strutture ospedaliere come il  San Raffaele  e il   Galeazzi, oltre ad altri 19 ospedali.
Con lui c’è anche il manager svizzero-tunisino Kamel Ghribi, vice presidente nonché numero uno della G SD Middle East, il “braccio” della holding sanitaria in Medio Oriente. La GSD holding realizza 1,7 miliardi di euro di fatturato nel 2018. Nel 2019, entra alla  GSD un altro nome di peso: si tratta di Federico Ghizzoni, ex amministratore delegato di Unicredit e attuale numero uno di Rothschild Italia. Una garanzia che la priorità sia la tutela della salute…
Ora il gruppo San Donato è alla ricerca di partner internazionali di peso e punta molto in alto: l’espansione all’estero, medio oriente e Emirati Arabi  in primis, ma anche Russia e Africa.
E dunque Alfano, dopo aver abbandonato la carriera politica mantenendo tuttavia ottimi rapporti con Berlusconi, nel settembre 2018, entra nello studio legale Bonelli per sfruttare la rete di conoscenze maturate nel periodo in cui era ministro degli Esteri. Primo incarico, la creazione di un Focus Team in Egitto su Diritto internazionale pubblico e Diplomazia economica, insieme all’ex politico locale Ziad Bahaa-Eldin, già a capo dell’autorità finanziaria egiziana sotto Mubarak, quindi vicepremier dopo il colpo di Stato di Al Sisi.
Ecco come funziona il “modello lombardo” ed ecco chi ci guadagna.
I bombardamenti di Milano durante la seconda guerra mondiale furono tra i più pesanti tra quelli subiti da una città dell’Italia settentrionale da parte delle forze “alleate” nel corso della seconda guerra mondiale. Nel complesso le incursioni trovate su Milano e provincia causarono allora circa 2000 vittime. Dall’inizio dell’epidemia da  Covid19  ad oggi, in Lombardia sono morte 11. 851 persone, 3 volte quelle di tutta la Cina.

venerdì 17 aprile 2020

Ci salverà SuperMario?

È l’uomo che sembra mettere tutti d’accordo, da Salvini a LeU. e che gli ultrà europeisti del PD vorrebbero fare, come minimo, santo.

Vedrete, se questo governo andrà in frantumi a causa delle divergenze su MES ed eurobond. e/o perché le imprese rivogliono la piena produzione poiché son stufi di rinunciare a quote di profitti – nonostante la curva del contagio e dei morti da Covid-19 si ostini a non scendere – allora rispunterà l’ennesimo “governo di salvezza nazionale“.
Come quello di Monti del 2011: lo stesso che ha massacrato il nostro Servizio Sanitario Nazionale, che ha dato – per ora – la stoccata finale alle pensioni degli italiani e che ha inserito nella nostra Costituzione, il famigerato “obbligo al pareggio di bilancio“.
Sì, perché la tanto annunciata “ripresa” sarà un disastro di proporzioni immani, che rischia di alimentare rivolte popolari diffuse che potrebbero mettere in seria crisi l’attuale governance incardinata nelle maglie strettissime dei diktat e dei trattati europei. In primis, quello sui limiti di spesa entro il fatidico 3% del rapporto deficit-PIL.
Un limite arbitrario e senza motivazioni scientifiche che, davanti alla catastrofe sanitaria, sociale ed economica in atto, ha assunto le sembianze di un cappio mortale che rende impossibile anche solo immaginare qualsiasi prospettiva di ripresa.

Allora ecco che ci risiamo con il grande tecnico con “esperienza internazionale“.

Ma che tipo di “esperienza internazionale” aveva avuto Mario Draghi prima di arrivare alla presidenza della Bce?
Dal 2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee Worldwide della Goldman Sachs, proprio nel periodo in cui in America le banche d’affari erano scatenate in manovre speculative e scavavano il baratro finanziario che si è poi materializzato nel 2008, trascinando il resto del mondo in una delle più gravi e criminali crisi mondiali degli ultimi 100 anni.

Insomma, Draghi era un dirigente di Goldman Sachs proprio quando Goldman Sachs scommetteva sulla crisi dei mutui supbrime e stava in cabina di regia quando il mondo veniva inondato di derivati, swap ed altra spazzatura.
Sì, è vero che Draghi di colpo ha cominciato a criticare alcune recenti posizioni della commissione europea sul modo in cui quest’ultima si è posta davanti alla crisi provocata dalla pandemia. Ma, vista la storia ed i precedenti del personaggio, tutto lascia supporre che Mario Draghi si stia accreditando come “uomo libero” e “patriota” in grado di cambiate tutto, per non cambiare niente.
Gli Euroleaks di Varoufakis hanno rivelato che, dietro la facciata del grande salvatore dell’Euro e grande dispensatore di liquidità a tasso zero (alle banche), si cela sempre il Chicago boy che, durante lo scorso decennio, stava dietro e sopra i lupi di Wall Street e che sa sempre bastonare il cane che affoga (la povera Grecia).
Ammettiamolo: Mario Draghi sarebbe una vera garanzia solo per chi vuole evitare che la crisi provocata dalla pandemia da coronavirus, si trasformi presto in quella “tempesta perfetta” profetizzata dall’economista Nouriel Roubini, che porterebbe alla fine dell’euro ed alla rottura di quella Unione Europea. La cui reale natura è stata disvelata proprio dalla esplosione e dalla crisi indotta dalla pandemia che gli ha certamente fatto perdere anche quel po’ di residua credibilità che, nonostante tutto, ancora manteneva.

giovedì 16 aprile 2020

Ma quale “Via lombarda alla libertà”…

Milano. Con una giuliva comunicazione via Facebook il presidente lumbard Fontana ha annunciato la “via lombarda alla libertà”. Sfruttando il naturale sentimento di frustrazione dei cittadini, provati da oltre quaranta giorni di segregazione senza risultati decisivi, Fontana tenta di spacciare per “riconquista della libertà” un piano di ripresa industriale che è un salto verso l’ignoto.
Il piano di Fontana si articola sulle quattro “D”. Vale a dire distanza di un metro tra le persone, misura che si è già dimostrata difficile da rispettare nelle fabbriche; dispositivi, cioè le mitiche mascherine e guanti ancora oggi difficili da reperire, e comunque in quantità insufficiente, in tutta la Lombardia; digitalizzazione (per chi può) e diagnosi.
Quanto alla digitalizzazione, cioè il lavoro a domicilio, nulla di nuovo poiché questo provvedimento è stato adottato già dai primi di marzo, ma ha coinvolto solo una minoranza dei lavoratori, impiegati e funzionari di quelle aziende che si sono dimostrate tecnologicamente in grado di garantirlo. Molte imprese non sono state invece capaci di attuare questa forma di lavoro che resta comunque impraticabile nelle fabbriche manifatturiere.
Il risultato è che più della metà dei lavoratori lombardi ha continuato a doversi recare al posto di lavoro in condizioni di mancanza di sicurezza. A questa situazione ha contribuito peraltro anche il meccanismo delle “autocertificazioni” autorizzate dal governo centrale e il principio del “silenzio-assenso” per la loro accettazione, che ha comportato la riapertura di migliaia di imprese improvvisamente auto-dichiaratesi parte delle filiere produttive indispensabili.
Sulla quarta “D”, cioè la diagnosi, Fontana fa affidamento sui test sierologici che si stanno approntando presso il San Matteo di Pavia. La sperimentazione di tali test sembra dare risultati positivi, tuttavia è ancora da chiarire quale sia la durata della copertura anticorpale e da verificare quale sia la percentuale dei falsi positivi che potrebbero essere esposti a gravi rischi. Ma soprattutto, è evidentemente impossibile realizzare una campagna di test di massa su una percentuale rilevante della popolazione (cioè quasi tutti i 10.000.000 di lombardi) entro il 4 maggio, quando Fontana vorrebbe riaprire tutto.
Secondo Fontana, le misure previste dovrebbero portare la Lombardia a una “nuova normalità” che si prevede piuttosto triste, tra distanziazioni, mascherine e una vita in cui l’unica “libertà” sarà quella di andare al lavoro, con la paura del contagio per sé e, al rientro, per la propria famiglia, e dove sulla via del ritorno anche fermarsi a prendere una boccata d’aria in un parco potrebbe essere oggetto di sanzioni. Non parliamo poi di “assembramenti”…
Dopo aver snocciolato confusamente numeri su quantità di milioni che la Regione metterà a disposizione della cassa integrazione, dei medici e infermieri lombardi e delle imprese, cifre sulle quali “sarà presto più preciso”, Fontana ha concluso con lo slogan a effetto “La Lombardia parla con i fatti”.
Uno slogan che suona grottesco, poiché se si vuole stare ai fatti, mentre Fontana parlava, si contavano i morti quotidiani in Regione, che anche ieri sono stati (ufficialmente, reali non si sa) 235, con il tasso di mortalità più alto in tutto il mondo.
Tra gli ultimi dati disponibili che spiegano una mortalità così elevata, quello sulle Unità speciali di continuità assistenziale, squadre di medici che dovrebbero garantire l’assistenza ai pazienti domiciliari. Attualmente tali squadre sono solo 37, mentre ne servirebbero 200.
Questo fatto è particolarmente grave poiché fa si che spesso i pazienti senza cure domiciliari adeguate si aggravino e siano in seguito inviati agli ospedali con un quadro clinico già compromesso. Si sa di pazienti a domicilio che hanno potuto curarsi sono con qualche pastiglia di paracetamolo, adatta – come è noto – giusto a placare la febbre delle normali influenze stagionali.
Quanto alla diagnosi e alla prevenzione del contagio, Fontana, che ora parla di test sierologici, dovrebbe spiegare l’incapacità di fornire tamponi alle persone entrate in contatto con i malati e anche rendere conto del perché troppe persone positive hanno dovuto trascorrere la quarantena in famiglia, con moglie o marito e magari i figli, rischiando così di contagiarli.
Resta da approfondire, a questo proposito, il caso dell’Hotel Michelangelo di Milano, requisito dal Comune proprio per isolare le persone in quarantena. Tale hotel ha la disponibilità di 300 posti, ma sinora la Regione vi ha inviato solo un centinaio di persone in quarantena.
Tutto questo senza ritornare sulla questione delle RSA, del nuovo ospedale Fiera su cui Contropiano ha già scritto più volte. Fermiamo Fontana e fermiamo Gallera, questa giunta deve andarsene per la salvezza dei lombardi.