martedì 25 febbraio 2014

IL GOVERNO SPOT

Mentre la scena internazionale è scossa da fortissime tensioni e dal pericolo di una guerra anche nel continente europeo (questione Ucraina) con sviluppi imprevedibili, in Italia va in scena il varo del nuovo governo Renzi, fortemente voluto dai poteri finanziari d’oltre Atlantico, appoggiato da Bruxelles e dalla Merkel, governo questo che viene anticipato rispetto ai tempi previsti in origine, viste le esigenze finanziarie pressanti e le scadenze internazionali. D’altra parte Napolitano è stato irremovibile nel non concedere alcuna possibilità di andare ad elezioni, “i mercati non gradirebbero”, sembra abbia commentato a chi gli proponeva questa eventualità e soprattutto non gradirebbe l’oligarchia di Bruxelles e Francoforte che non contempla la possibilità di un ricorso al voto da parte dei cittadini che potrebbero mettere in questione le politiche di austerità imposte dalla Troika.
Come si è visto il governo di Matteo Renzi, a parte degli Alfano e Lupi che disponevano già del posto prenotato per effetto delle “larghe intese”, si è portato allegramente nella sua compagine tutti i suoi amici e compagne di giochi, tutti giovani freschi e senza esperienza con l’eccezione del ministro dell’economia Padoan, che svolgerà la funzione del “cane da guardia” di Bruxelles nel governo, nonché di qualche uomo delle cooperative, come Poletti messo al ministero del lavoro.
Si vede che Renzi ha lavorato sull’immagine ma viene quasi da ridere a pensare come tutti i ministri giovani, molto attenti all’immagine ma che non conoscono per nulla l’enorme macchina burocratica dello Stato, siano proprio loro chiamati a riformare uno Stato che è da decenni ostaggio bloccato dall’apparato delle super burocrazie, dei direttori generali, dei capi gabinetto, dirigenti pubblici strapagati, organismi come il Consiglio di Stato o la Corte Costituzionale, Corte di Cassazione, sempre pronti a bloccare qualsiasi riforma che leda i propri interessi e quelli dell’apparato pubblico di cui fanno tutti parte.
D’altra parte il governo del giovane Matteo Renzi sicuramente sa di non potersi neanche muovere a livello economico visto che è un governo, come gli altri, totalmente subordinato alle direttive di Bruxelles e Francoforte che deve chiedere soldi in prestito alle banche private per fare qualsiasi cosa, dal pagamento dei paurosi debiti contratti dalle Regioni a quelli dell’INPS, delle amministrazioni di grandi comuni come Roma o Napoli, a quelli del sistema sanitario, del sistema scolastico, nonché per pagare gli 80 miliardi annuali di interessi sul debito.
Allora è facile indovinare che Renzi si vorrà dedicare piuttosto alle riforma che non presentano costi eccessivi come la riforma del diritto del lavoro per rendere più snelli e flessibili i contratti di lavoro in ottemperanza ai mercati globali, alle grandi “questioni di principio” come quella dello “ius soli”, al tema delle coppie gay e tante altre di queste questioni che serviranno a distrarre l’opinione pubblica e a non dare la sensazione che il paese affondi ed il governo non sia in grado di risolvere alcun problema, dato che si è già dichiarato che continueranno con le solite ricette neoliberiste e con l’osservanza del dogma dell’euro che sta portando al disastro l’Italia e tanti altri paesi del Sud Europa in particolare.
Renzi e i suoi ministri, come tutti i personaggi di facciata, dovranno limitarsi ad attuare le direttive che gli saranno imposte ed a passare la palla al loro ministro per l’economia ed ai super burocrati dell’apparato statale poiché, a qualsiasi provvedimento del governo, deve corrispondere un decreto attuativo che i “ragazzi” al governo non sarebbero neanche in grado di scrivere. Si spera soltanto che, qualora investiti da qualche grave problema, non rispondano come fece ad esempio la Lorenzin, ministro della sanità con Letta, riconfermata anche con Renzi, la quale, di fronte alla questione dell’epidemia di casi tumorali esplosa nella “terra dei fuochi”, ebbe a dichiarare: “dipende dallo stile di vita delle popolazioni”.
Certamente Renzi nonostante l’appoggio della finanza e delle banche, rischia di bruciarsi come un cavallo buttato nella corsa ad ostacoli senza essere né allenato a correre né a riconoscere gli ostacoli e per di più non legittimato da un voto popolare. Il contesto tuttavia è divenuto molto serio e drammatico con una crisi che ha già bruciato il 25% della capacità industriale di questo paese ed ha azzerato il 9% circa del PIL, ossia della ricchezza prodotta, con un numero record di disoccupati ed un impoverimento generalizzato di ampi strati sociali.
Una situazione che richiederebbe un cambio di ricette economiche in Europa come viene affermato e scritto ormai da tutti i più qualificati economisti e premi nobel ma che testardamente i politici di area PD (ed alleati) si ostinano a non considerare, essendosi totalmente legati al neoliberismo ed agli interessi del cartello bancario. Continueranno a sostenere che la causa della crisi viene dall’evasione fiscale (quella del meccanico, del parrucchiere, dell’artigiano, del bottegaio, ecc.) evitando di guardare ai loro amici come palazzinari (vedi il caso dell’Armellini a Roma) o alle multinazionali protette (quelle del gioco ad esempio) o delle banche. Seguiranno a raccontare che sia il debito pubblico il problema e non l’euro che ci impoverisce e che le riforme saranno il toccasana per rilanciare l’economia.
L’impressione è quella che il tempo sia ormai scaduto, che inizi a manifestarsi sempre più una repulsione verso questa classe politica al servizio di interessi esterni, che presto questa politica dei “personaggi di facciata”, tutta immagine e poca sostanza, sia inadeguata ad affrontare i tempi duri e le prove drammatiche che attendono questo paese.

venerdì 21 febbraio 2014

RENZI: UN GIOVANE-VECCHIO CON AMICIZIE PERICOLOSE

La faccia da bravo ragazzo e da “eterno studente”, il boy scout, il “Berlusconi di sinistra” più giovane ed altrettanto col sole in tasca, il “rottamatore”, l’uomo che piace a tutti; insomma, il Premier perfetto. Ma questo volto fresco ha davvero l’aria tanto nuova? Alcuni giorni addietro infatti, quando ancora non venivano ufficializzate le dimissioni di Letta, già i telegiornali si sbrigavano a renderci edotti di come l’America guardasse con curiosa attesa e notevole aspettativa alla figura di Renzi. E cosa mai dovrebbe interessare all’America?
Purtroppo c’è poco da stupirsi, perché commenti simili arrivarono all’alba del governo Letta, e di Monti prima ancora. C’è poco da stupirsi si diceva, ma decisamente molto di cui preoccuparsi.“Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei!”. Di Monti si è abbondantemente parlato, della sua appartenenza al Club Bilderberg piuttosto che alla Trilateral Commission. Letta a tal proposito non è da meno, essendo compagno di banco del buon Mario negli stessi circoli. Ma veniamo al sindaco di Firenze.
Cominciamo da uno dei suoi collaboratori più stretti, Davide Serra. Classe ’71, noto squalo della finanza, ovviamente può vantare un curriculum tanto lungo quanto inquietante.
Altro amico intimo è Marco Carrai, è quello che ha portato “il Matteo” nei salotti buoni del mondo anglosassone, dal noto membro del Bilderberg Tony Blair, al “democraticissimo” Obama, il quale ha per guru un altro personaggio preoccupante, Zbigniew Brzezinski, amico intimo di Rockefeller nonché cofondatore della Trilateral Commission.
Ma le amicizie oltreoceano non si fermano qui, perché sembrerebbero fortemente radicati i rapporti tra il neo Premier e Michael Ledeen uno 007 di chiara e deprecabile fama. Sembra che, oltre ad avere avuto contatti italici col Sismi e la P2, quest’ultimo pare si sia trovato dietro molte delle più oscure pagine della storia recente a livello internazionale; dall’assassinio di Aldo Moro alla strage di Bologna, alle politiche aggressive della Guerra Fredda Raeganiana, agli squadroni della morte in Nicaragua, dal Billygate alla guerra in Iraq.
Solo teorie sul complotto? Forse! Intanto i governi Monti, Letta e Renzi sono nati col benestare del due-volte-capo-dello-stato Giorgio Napolitano, importante membro dell’Aspen Institute .Nel 1943 il ventennale governo Mussolini cadde per voto democraticamente espresso dal Gran Consiglio del Fascismo, un organo interno al partito poi diventato organo costituzionale del Regno di Italia. Quello era totalitarismo. Oggi ci troviamo con il terzo governo consecutivo non votato dal popolo e fortemente voluto dai “poteri forti”, ma questa, evidentemente, è democrazia.

lunedì 17 febbraio 2014

LA SCALATA AL POTERE DI RENZI

Non aspirava alla politica del palazzo lui. Lo ha detto più volte. Ama fare politica in mezzo alla gente e soprattutto ama parlare. E’ un chiacchierone Matteo Renzi. Lontano da quella politica stantia di Montecitorio. No, lui è di un’altra pasta. E’ una macchinetta da campagna elettorale, uno che ha lavorato persino alla legge elettorale al posto del Parlamento. Che importa se, in quel momento, il suo posto era a Palazzo della Signoria, a Firenze.
Si stava bene li: badava agli interessi della città e, ogni tanto, siccome è anche telegenico, rilasciava anche qualche intervista in tv parlando però, della politica di un intero paese. Renzi è stato visto come il guru della politica di palazzo: lui, un piccolo sindaco che però aveva parola su tutto. E non uno che si fosse chiesto “perchè”? Perchè proprio lui, il Sindaco di Firenze?
Però aveva un vantaggio: lui era simpatico. Con quell’accento fiorentino, con quella moglie precaria della scuola. Che importa se la sua famiglia ha, di fatto, in mano gran parte dell’editoria della regione Toscana. Matteo è uno del popolo, sa come parlare al popolo e quindi preferisce la politica delle piazze. Poi, per una serie di strane “coincidenze” diventa premier. Certo non ci sarebbe riuscito se non avesse fatto una serie di mosse strategiche: prima diventa segretario del PD, poi elabora la legge elettorale e così campeggia in prima pagina per circa due settimane, poi riesce a portare dalla sua perfino Re Giorgio e fa scacco matto al delfino Letta proprio il giorno di San Valentino. That’s amore…
Al Vaticano la mossa del pupo non è piaciuta nemmeno un pò. All’Osservatore Romano e ad Avvenire il teatrino con cui ha architettato il Requiem del premier Enrico Letta non è piaciuta. Certo questo storcere il naso da parte del Vaticano Renzi non lo aveva previsto: proprio lui, quello che a Firenze aveva creato il “cimitero dei feti”. Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, è molto più duro nel suo giudizio: “Non si licenzia un premier per mettere in croce un Paese intero, per disarmare al buio una maggioranza di scopo tra distinti e anche (molto) distanti, per azzardare … una scommessa elettorale”.
Ma oggi arriva la confessione. Lui non voleva. Non avrebbe mai voluto diventare premier così, senza affrontare indomito il pericolo di una sconfitta. Anche perchè Matteo sapeva che avrebbe preso milioni di voti e avrebbe battuto la destra. Quella stessa destra con cui lui spesso ha dialogato in circostanze anche inopportune: nel 2010 andò ad Arcore e l’Italia gridò “ce ne ricorderemo”. Nel 2014 è andato a proporre al condannato Silvio Berlusconi la sua legge elettorale che non teneva minimamente conto della sentenza della Consulta che aveva già bocciato il “premio di maggioranza” intimando i legislatori di spingere verso il proporzionale. No, la proposta di Renzi è molto diversa. Ridurre il numero di parlamentari e “abbassare”, solo “abbassare” le percentuali del premio di maggioranza. Ci riesce, grazie al dialogo con la destra, grazie alle “larghe intese, al dialogo politico”, quello che Renzi ha sempre sostenuto. Poi toh, arriva la pugnalata di San Valentino che rottama il terzo premier nel giro di 3 anni. Ha ragione Marco Travaglio: “Nerone è ancora vivo”. Ma è solo una coincidenza se il pupo diventa Presidente del Consiglio…

giovedì 13 febbraio 2014

NUBI E SOSPETTI

Come mai proprio il Corriere della Sera e il Financial Times, ovvero due fra i più potenti strumenti nelle mani dell’oligarchia globale, hanno deciso solo adesso, con un ritardo quantomeno sospetto, di amplificare i tanti e noti dubbi che da tempo avvolgevano l’arrivo di Mario Monti a Palazzo Chigi?”. Per rispondere correttamente a questa domanda bisogna prima affrontare un ragionamento preliminare. Il potere non è mai né statico né monolitico. Le cordate di interesse cambiano con l’evolvere di fatti e circostanze che  biforcano strade che in precedenza apparivano a senso unico. A questa ovvietà bisogna poi aggiungere la tendenza dell’élite finanziaria e reazionaria, quella per intenderci che si fa sentire per bocca dei soliti colossi di carta, di reputarsi superiore in grado rispetto a qualsiasi potere politico “visibile”, da colpire all’occorrenza con lo stesso freddo cinismo con il quale, magari fino al giorno prima, se ne tessevano le lodi. All’interno di questa cornice va inquadrato lo “schiaffone” rifilato dal Corriere a Re Giorgio, monarca agli occhi del popolino cui conviene periodicamente ricordare la natura pur sempre “delegata” del potere che felicemente esercita. Andiamo con ordine. I massoni reazionari che governano questo mostro di Ue hanno affondato il coltello nella carne viva degli italiani tramite Mario Monti e Letta.
Essi hanno oramai esaurito il rispettivo potenziale distruttivo. Entrambi, sprovvisti di una base di consenso in grado di legittimarne l’operato, possono ora ritirarsi in buon ordine confidando nella imperitura magnanimità di quelle élite schiaviste che con zelo hanno egregiamente servito. Nelle mani dei massoni reazionari che svolazzano famelici sull’Italia resta però ancora una carta da giocare. Un Asso potenzialmente devastante pronto a dare il definitivo colpo di grazia al tessuto produttivo italiano: Matteo Renzi. Può Renzi, che tra l’altro gode di un consenso reale nel Paese, rischiare di finire rapidamente logorato pur di garantire sostegno al governo Letta caro al cuore di Re Giorgio? No che non può. Non può il sindaco, e non possono nemmeno gli occulti burattinai malamente nascosti dietro la sagoma del giovane segretario piddino. E siccome Napolitano è cinico e senza scrupoli ma certamente non è stupido, ieri sera, afferrato il messaggio, ha subito convocato al Quirinale proprio Renzi  probabile ispiratore e indiscusso beneficiario delle improvvise attenzioni riservate dalla grande stampa all’ indirizzo dell’uomo del Colle. Anche il rituale esige il dovuto rispetto. L’unico destinato a pagare pegno nell’immediato è Enrico Letta. Il suo governo è infatti al capolinea, con buona pace degli ingenui “alfaniani” pronti a sparire dai radar per sempre. Conosciuta infatti l’allergia di Napolitano per il voto democratico, non resta che attendere l’imminente varo del primo gabinetto Renzi. Figlio dell’ennesima alchimia di Palazzo che si consuma mentre tutt’ intorno il Paese brucia. Durerà??

lunedì 10 febbraio 2014

GLI ITALIANI VORREBBERO VERAMENTE L'USCITA DALL'EURO?

«Euro? No, grazie». Gli italiani – in maggioranza, ormai – bocciano la moneta unica europea. Lo rivela un sondaggio proposto da “Scenari economici” a un campione di 2.400 persone, che include ogni categoria sociale e produttiva, da nord a sud, e tutte le principli fasce di età. Contro l’euro soprattutto il settentrione e gli elettori del centrodestra e del “Movimento 5 Stelle”, compresi fra i 30 e 59 anni: operai, casalinghe, disoccupati, artigiani e lavoratori autonomi. Cioè l’Italia che – più di ogni altra – subisce la devastazione socio-economica della grande recessione: tagli ai salari e alle pensioni, enti locali senza più soldi per scuola, sanità e assistenza, crisi del credito e dei consumi, fatturati a picco, chiusure e licenziamenti, erosione dei risparmi, inaudito inasprimento fiscale. Risultato: a pochi mesi dalle europee, il partito “No-Euro” raccoglie già il 24% di voti “sicuri”, mentre un altro 32% ammette: «Prenderei in considerazione l’ipotesi di votarlo». Il restante 44%, quello dei “fedeli” alla moneta della Bce, corrisponde alla roccaforte storica del centrosinistra, quella delle regioni “rosse”.
“Scenari economici” mostra l’inesorabile progressione dell’opposizione all’euro: ad aprile 2013, il centrodestra era schierato al 68% contro la moneta di Francoforte, mentre a ottobre la quota dei contrari è salita al 76%. Percentuali analoghe a quelle dei “grillini”, mentre il centro – Monti e Casini – resta ancorato alla valuta della Bce, anche se in modo più tiepido (dal 94 si passa all’83%), mentre il consenso verso l’euro cresce solo nel centrosinistra, che passa dall’89 al 90%. La bocciatura dell’euro diventa definitiva nella terza tornata di sondaggi, effettuata lo scorso dicembre. Un italiano su due (il 49%) si dichiara «favorevole alla reintroduzione di una valuta nazionale al posto dell’euro». 
Da quando la repubblica italiana ha perso il suo “bancomat” istituzionale, la Banca d’Italia, come finanziatrice “illimitata” del governo, attraverso il Tesoro, grazie alla “privatizzazione” del debito. Poi, con l’euro, il definitivo ko: l’impossibilità tecnica di risalire la china, emettendo moneta come fa il resto del mondo, fino al caso-limite del Giappone il cui debito raggiunge il 250% del Pil senza timore di attacchi speculativi: gli “squali” sanno benissimo che la banca centrale di Tokyo sarebbe in grado in qualsiasi momento di sostenere il debito con emissione di valuta sovrana a costo zero. All’Italia invece è stata inferta la peggiore delle terapie: tagli! col pretesto neoliberista di dover eliminare il debito, fino alla tagliola del Fiscal Compact e al delirio puro del pareggio di bilancio inserito in Costituzione dalle “anime morte” del Parlamento.
Risultato finale, meno servizi e più tasse: senza più disponibilità monetaria, lo Stato è costretto a dipendere dal denaro che riceve dai cittadini, sotto forma di imposte e bollette.
Silenzio totale, sull’euro, anche da Confindustria e dagli stessi sindacati: nessuna soluzione alternativa, nessuna proposta. Micidiale, su questo fronte, il black-out dei giornali e televisioni, l’euro è stato un sostanziale tabù, un dogma intoccabile.Il grande silenzio ha allineato tutti i partiti, a cominciare dal Pd, mentre l’ostilità verso l’euro affiora a tratti nella “pancia” del centrodestra e tra i grillini, anche se Grillo – anche nel V-Day di Genova – sulla moneta unica si è limitato a proporre un semplice referendum. La rilevazione di dicembre effettuata da “Scenari economici” parla da sola: l’euro “resiste” solo nel centrosinistra e viene travolto sia dal centrodestra (77%) che dal M5S (73%) e dall’area del non-voto (58%). Il partito virtuale No-Euro vince al nord con 8 punti di scarto e al centro-sud con 4 punti, mentre nelle “regioni rosse” si ferma al 43%, contro un 50% di “fedelissimi” pro-euro. In caso di elezioni, se ci fosse «una formazione fortemente anti-euro», Forza Italia potrebbe perdere quasi l’8% dei suoi elettori (e Grillo il 6,7%), mentre centro e centrosinistra manterrebbero quasi invariato il proprio bottino elettorale. A conti fatti, già oggi una lista anti-euro varrebbe almeno il 24% dei consensi – un italiano su quattro. 
Le elezioni europee – maggio 2014 – potrebbero rivelarsi un vero e proprio referendum sull’attuale Unione Europea a guida tedesca e sul suo strumento principale di potere, l’Eurozona: «Sovranità monetaria, svalutazione, parametri di Maastricht, Fiscal Compact, politiche di austerity, vincoli di bilancio e rapporti con la Germania, saranno temi che verranno discussi ed approfonditi durante la campagna elettorale, e molti cittadini potrebbero votare in modo diverso rispetto ad una consultazione per il Parlamento italiano». Cresce il desiderio di tornare alla sovranità monetaria, individuata come toccasana per difendere il bilancio statale e quindi il benessere della comunità nazionale: il ritorno a una lira garantita dalla Banca d’Italia piace «non solo tra gli elettori del centrodestra e del “Movimento a 5 Stelle”, ma anche nell’area degli indecisi e del non-voto». A favore della “permanenza nell’euro” resta invece «granitico» l’elettorato del Pd, e a livello di categorie i favorevoli alla moneta “ammazza-Italia” «sono maggioritari unicamente tra pensionati e dipendenti pubblici».

giovedì 6 febbraio 2014

LA GUERRA PERENNE DEGLI AMERICANI

Operano nel sudest asiatico, immersi nel bagliore verde dei visori notturni percorrono le giungle del Sud America. Strappano le persone dalle loro case nel Maghreb e si confrontano con miliziani pesantemente armati nel Corno d’Africa. Gli schizzi salati sui loro visi mentre saettano sulle acquee turchesi dei caraibi e nel profondo blu del pacifico. Affrontano il caldo soffocante in missioni nel medio oriente e il freddo glaciale scandinavo. Su scala planetaria l’amministrazione Obama conduce una guerra segreta di dimensioni sconosciute – almeno fino ad ora.
Dall’oramai fatidico 11 Settembre 2001 le Forze Speciali USA si sono sviluppate in ogni forma concepibile, sia come numerico sia per tipo, in proporzione comunque al numero delle operazioni speciali richieste oramai a livello globale. La loro presenza, quasi 70% delle nazioni mondiali, ci fornisce la prova delle dimensioni di questa guerra occulta che si svolge dall’America Latina all’entroterra Afgano, passando dall’addestramento degli alleati africani fino alle operazioni virtuali nel Cyber spazio.
Nel periodi oramai passati della precedente amministrazione Bush, le Forze Speciali USA erano precedentemente dislocate in ben 60 nazioni sparse per il mondo, nel 2010 questo numero si era gonfiato fino a 75. Per arrivare poi nel 2011, quando il portavoce del Comando Operazioni Speciali  Colonello Tim Nye ne annunciò che la presenza si sarebbe allargata a 120 nazioni.Questa cifra oggi è già obsoleta.
Nel 2013, le forze d’Elite USA erano dislocate in 134 paesi.
Questo aumento del 123% durante l’amministrazione Obama dimostra come, in aggiunta ai conflitti decennali convenzionali ,alla campagna dei droni svolta della CIA, alla diplomazia e all’esteso controllo della cybersfera, l’America ha lanciato un ulteriore forma significante di controllo nei paesi esteri. Condotta per lo più con missioni ombra svolte dalle forze d’elite statunitensi, questa rimane per lo più sconosciuta ai media ed a ogni forma di controllo aumentandone comunque, in maniera incontrollata le conseguenze , spesso catastrofiche ed imprevedibili.
Le conseguenze di queste operazioni segrete sono impreveduti, disastrose e non volute. I Newyorkesi ricorderanno bene la conseguenza del supporto clandestino usa ai militanti islamici in contro l’invasore sovietico negli anni 80, questa porta il nome di 9/11...

lunedì 3 febbraio 2014

AL PEGGIO NON C'E MAI FINE

Al peggio non c’è davvero limite. Quando pensi che abbiamo toccato il fondo, beh allora scava ancora più a fondo e là, negli abissi più scuri, ci troverai questo dannato paese. Perchè è nei meandri più paludosi di una democrazia martoriata, umiliata e violentata che siamo finiti. Là, dove i padri costituenti mai avrebbero pensato che saremmo finiti.
Qui si parla della vita delle persone, di milioni di italiani senza lavoro, del dramma dei piccoli imprenditori che non ce la fanno a pagare le tasse, delle famiglie che non riescono a pagare l’affitto o le bollette dell’energia elettrica. Di loro stiamo parlando, perchè i soldi che hanno regalato alle banche li hanno rubati a loro.
In Parlamento si discute (discutere è una parola grossa, visto che il parlamento da anni non discute, ma ci si limita ad approvare ciò che il governo ha deciso) due cose vitali per gli italiani: far pagare o meno l’IMU e regalare miliardi di euro (tolti dalle nostre tasse) alle banche. Due cose messe assieme con una scorrettezza senza uguali.

I nostri soldi finiscono nelle tasche di banchieri e assicurazioni private (che magari, grazie a questi soldi rubati agli italiani, finanziano le campagne elettorali o assumono i figli di qualche ministro).
Non mi stancherò mai di ripeterlo: sono soldi nostri, frutto del nostro sacrificio e sudore, che vengono regalati ai banchieri: un’offesa per gli onesti cittadini. Ancora una volta. Una volta ancora: umiliati e offesi.
PD e PDL uniti nel regalare soldi ai banchieri amici. La presidente della Camera impone di tagliare i tempi della discussione (anzi vieta la discussione) esautorando il parlamento (ma allora cosa ci stanno a fare 1000 parlamentari se non discutono un bel niente?)
Ma il ridicolo, i compagni del PD e di SEL, lo toccano quando cantano Bella Ciao, la canzone che fu dei partigiani, della democrazia e della lotta al totalitarismo. Una canzone il cui valore va oltre la resistenza al fascismo, e che negli anni ha significato lotta per la libertà, per i diritti e l’uguaglianza. Libertà da ogni forma di totalitarismo (compresa la bancocrazia), libertà da ogni forma di imposizione e contro ogni forma di censura. E loro, sfidando il senso del ridicolo, cantano Bella Ciao mentre la femminista ad intermittenza Boldrini taglia la discussione parlamentare, e mentre il governo regala miliardi di euro alle banche. Una scena da post-politica, surreale, ma tragicamente vera.