martedì 3 ottobre 2017

La truffa: si vive meno ma aumenta l'età per andare in pensione

Ci troviamo di fronte ad un cambiamento epocale: è iniziata, già rilevata dall’ISTAT, una brusca inversione di tendenza della prospettiva di sopravvivenza della popolazione italiana. Ciò è drammatico non solo in sé, ma anche in quanto è il risultato, come ipotizzato dallo stesso Avvenire, giornale cattolico, della riduzione delle prestazioni del Servizio Sanitario Nazionale e dell’assistenza agli anziani.
E’ da rilevare che una riduzione della prospettiva di vita di una popolazione è un evento doloroso che storicamente ricorre in coincidenza di guerre o crisi sociali, politiche ed economiche di proporzioni e durata gigantesca. Un esempio per tutti, in tempi recenti: il crollo di quasi venti anni della prospettiva di vita della popolazione russa maschile nel periodo compreso, all’incirca, tra il 1980 e il 2000 -in seguito parzialmente recuperato- conseguente ai processi di disfacimento dell’URSS.
La cosa più paradossale è che, pur di fronte a questa drammatica ed avvilente riduzione della prospettiva di vita della nostra popolazione (ma dove è il progresso?), prosegue sfacciatamente l’aumento dell’età pensionabile. A tal proposito è opportuno evidenziare che la legge di “riforma” delle pensioni Monti-Fornero ha previsto che l’età pensionabile segua sempre l’andamento della prospettiva di vita solo se questo è positivo, ma non lo segua nel caso divenisse negativo: l’età pensionabile può solo aumentare e in nessun caso ridursi (ciò è stato sottaciuto). Si può pertanto facilmente intuire che i legislatori -su mandato della BCE e dei creditori europei, banchieri e capitalisti internazionali- sin da allora preconizzassero che la curva di incremento della prospettiva di vita della popolazione italiana avrebbe subito un’inversione negli anni successivi. Come chiamare tutto ciò se non una truffa premeditata? La questione più grave dell’aumento dell’età pensionabile -oltre al fatto di togliere il diritto al meritato riposo agli anziani, sottraendo anche alle famiglie il loro aiuto, ad esempio, nella cura dei nipoti- è il rischio catastrofico di essere espulsi dal lavoro ancor prima del raggiungimento dell’età della pensione. Molti posti di lavoro infatti oggi sono in bilico e le aziende fanno e faranno di tutto per liberarsi proprio dei lavoratori anziani, in quanto meno in salute e meno forti fisicamente, tecnicamente obsolescenti e in genere meglio pagati.
Per apparire comprensivo nei confronti dei lavoratori il governo ha predisposto l’anticipo pensionistico (APE) volontario, con il quale, a determinate condizioni e sopra i 63 anni, è possibile ricevere un assegno mensile pensionistico. In realtà con l’APE nulla viene regalato al lavoratore: detto anticipo infatti consiste propriamente in un prestito che dovrà essere rimborsato in venti anni a partire dal momento del raggiungimento della “effettiva” età pensionabile, prelevandolo automaticamente ogni mese dalla pensione. Questi lo pagherà molto caro: oltre al capitale ricevuto da rimborsare, le spese gestionali ed il profitto, il lavoratore dovrà infatti pagare anche gli interessi sul prestito, nonché un’assicurazione sulla vita che copre il creditore dal rischio di premorienza negli anni che intercorrono dall’inizio dell’erogazione fino al completamento del rimborso.
Si parla sempre della piaga europea, ma soprattutto italiana, della disoccupazione giovanile: ma come si pensa di risolverla se viene continuamente aumentata la permanenza al lavoro? A meno che si vorranno attuare licenziamenti di massa dei lavoratori anziani, i quali, non potendo ancora accedere alla pensione, finirebbero sul lastrico. A questo proposito ci si può aspettare che a breve torneranno a tuonare i proclami dell’ideologia neoliberista contro quei residui dell’articolo 18 che ancora tutelano parzialmente i lavoratori assunti prima del 2015, al motto astioso “basta lavoratori troppo garantiti sulle spalle delle giovani generazioni!” e “il job act va esteso a tutti, anche per equità!”. Insomma, anziché ridurre in modo generalizzato l’orario di lavoro per assorbire l’occupazione giovanile, si opta per un elevato tasso di disoccupazione finalizzato ad abbassare i salari e peggiorare le condizioni di lavoro, con incremento dei profitti del capitale (le oligarchie capitalistiche praticano la lotta di classe, mentre molti, a sinistra, credono che le classi siano ormai scomparse).
Così, oltre alla impressionante disoccupazione giovanile, intorno al 40%, si stima che un quarto circa dei giovani tra 14 e 25 anni non lavorano né studiano -i cosiddetti NEET-. Di fronte a tali drammatici numeri si deve parlare di patologia sociale piuttosto che individuale. Infatti avviene che al giovane è richiesto di partecipare ad una angosciante impegnativa competizione con i propri coetanei per conquistare e poi mantenere o riconquistare un posto di lavoro (ma anche solo per accedere ad un corso di laurea, ormai quasi tutti a numero chiuso) e poter sopravvivere o comunque rendersi indipendente, accedere ai consumi, inserirsi nella società e farsi una famiglia. Ma l’esito di una tale estenuante competizione, che impone di superare ostacoli, delusioni ed umiliazioni, non è affatto scontato: sono in troppi a competere per pochi posti di lavoro, senza contare che la maggior parte di questi sono lavoretti precari, sfruttati e mal pagati. Paradossale ed imbarazzante, ma significativo, che moltissimi centri di formazione istituiscano corsi anziché per ampliare o affinare conoscenze e competenze, per addestrarsi a questa stessa competizione: come redigere un curriculum vitae o cercare lavoro o prepararsi ad affrontare un colloquio o un test di lavoro. E’ del tutto naturale che in tale contesto di esasperata competizione individuale, in cui le probabilità di fallimento sono tanto elevate, molti giovani rinuncino a parteciparvi. Molti di essi preferiscono sottrarsi al giudizio della società isolandosi dal mondo ed entrando, semmai, nella realtà virtuale delle attuali tecnologie informatiche, nella quale l’io virtuale ed il mondo virtuale possono essere ancora manipolati dal soggetto.
Gli attacchi ai lavoratori sembrano ormai non avere più argini. E’ di questi giorni, ad esempio, la richiesta, che sarà a breve attuata, di ampliare da quattro a sette l’orario in cui il lavoratore in malattia del settore privato dovrà essere reperibile all’indirizzo comunicato, per l’accertamento dello stato di salute da parte del medico fiscale. In sostanza dette fasce di controllo, in teoria concepite per accertare lo stato effettivo di salute, vanno assumendo lo scopo di rendere la vita difficile al lavoratore in malattia, per dissuaderlo dall’assentarsi dal lavoro. Così, per il lavoratore agli arresti domiciliari, cioè in malattia, se non ha in casa un maggiordomo o dei famigliari a disposizione (magari disoccupati: forse a questo servono!) sarà un problema persino recarsi in farmacia (“ma ci son le farmacie notturne!”) o procurarsi delle fette biscottate o dei limoni. Provocatoriamente, non si potrebbe proporre che il lavoratore in malattia venga recluso in un’istituzione, magari senza televisione, ma dove gli sarebbe fornito un pasto caldo ed eventuali farmaci qualora necessari (o costerebbe troppo?).
Insomma, questa politica economica neoliberista, con l’arretramento impetuoso dei diritti dei lavoratori, costituisce il naturale corso nel sistema capitalistico attuale, in cui le lotte dei lavoratori, ormai disuniti, segnano il passo, non vi sono più partiti comunisti e l’Unione Sovietica è un ricordo del passato. Bisogna tuttavia che i lavoratori e le organizzazioni sindacali e politiche riprendano a rivendicare istanze di interesse comune e non solo particolare, di breve prospettiva o opportunistico. Occorre lottare per la riduzione -anziché l’aumento- dell’età della pensione per dare lavoro ai giovani, i quali hanno massima capacità e voglia di lavorare, e che invece si abbrutiscono e si demoralizzano senza far nulla, persino alla fine disabituandosi alla vita attiva ed al lavoro; è necessaria una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro al fine di ridurre la disoccupazione; è necessario aumentare, anziché ridurre, la spesa sociale per la sanità, l’istruzione ed il trasporto pubblico. Non ci sono i soldi? Si vada a vedere quanti yacht smisurati ci sono a porto Cervo, a Portofino e Santa Margherita Ligure, a Punta Ala, in Costa Smeralda o a Montecarlo (ove neppure si pagano le tasse), o quante Ferrari o Lamborghini si vendono, per non parlare delle spese militari (acquisto di caccia bombardieri F35, ecc.).
Dobbiamo allora riflettere ed opporci ad una organizzazione dei rapporti sociali di produzione (il sistema capitalistico) che crea miseria e sofferenza, polarizzazione smisurata della ricchezza (indice di caduta della civiltà), arretramento dei diritti e del benessere dei cittadini, e in cui i giovani sono esclusi dall’attività, i talenti sprecati e le risorse umane umiliate. Per non parlare di come viene trattato l’ecosistema del nostro pianeta e la salute umana, sottomessi alle logiche del mercato, cioè del profitto. E’ inaccettabile dunque un sistema in cui il futuro per la maggior parte degli individui costituisca inesorabilmente un’angosciante minaccia: dal rischio della perdita del posto di lavoro alla pensione che si allontana, dalla riduzione dell’accesso alle cure mediche ed assistenziali alla mancanza di lavoro per i nostri figli, dal timore degli effetti sempre più impattanti della devastazione ecologica alla minaccia di guerre nucleari.
Dobbiamo invece riappropriarci del nostro futuro, consapevoli che la storia non è finita, ma dipende da noi, dalla nostra volontà e capacità di organizzarci e cambiare il mondo (il concetto marxista di prassi): l’essenza della ragione umana è invero proprio nel pensiero e nell’azione rivolta al futuro. Dobbiamo respingere la scala di valori del qui ed ora, dell’uomo pratico, astorico e acritico, a suo agio all’interno del sistema dato (quella gestione del’immediato che, per quanto irrinunciabile, ci accomuna agli animali), valori inculcati dall’ideologia del mercato, funzionali al consumismo e alla valorizzazione del capitale, ma deleteri per lo sviluppo umano.
Occorre dunque rimettere al centro l’uomo, con la sua la ragione hegeliana storico-dialettica, respingendo sia le filosofie irrazionaliste della rassegnazione (da Schopenhauer fino al postmodernismo) sia le filosofie che negano al soggetto pensante la possibilità e il compito di trasformare il mondo sociale (posizioni positivistico-empiriste alla Popper). Nello specifico, secondo queste ultime alla filosofia non spetta valutare e tanto meno interferire con la struttura del sistema economico, considerato parte del mondo naturale, studiabile al più da tecnici economisti ed amministratori.

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