domenica 1 novembre 2015

Stato di malattia per l’Europa e per l’Italia

Recen­te­mente sono apparsi due con­tri­buti che ana­liz­zano il pro­blema della man­cata cre­scita dell’Italia e il peso-ruolo degli inve­sti­menti, asso­ciata alla bassa pro­dut­ti­vità del lavoro, di Alberto Qua­drio Cur­zio sul Sole 24 ore (4 otto­bre 2015) e di Inno­cenzo Cipol­letta in Lavoce.info (2 otto­bre 2015). Sono con­tri­buti che pos­sono aiu­tare la discus­sione gene­rale per­ché trat­tano del noc­ciolo duro della crisi nella crisi che attra­versa il nostro Paese.
Qua­drio Cur­zio sol­leva una que­stione che inte­ressa l’Europa nel suo insieme: otto­bre sarà un mese impor­tante per veri­fi­care se vi sarà almeno un cam­bio di tona­lità per una poli­tica degli inve­sti­menti in Europa, cioè se il rigore for­male del Fiscal Com­pact potrà mai cedere il passo alla pro­spet­tiva dell’Investiment Com­pact, cosa di cui noi dubitiamo.
A que­sto pro­po­sito sono enu­cleate le cosid­dette fles­si­bi­lità intro­dotte in gen­naio 2015 dell’UE.
Inno­cenzo Cipol­letta intro­duce domande circa la dina­mi­cità (pro­dut­ti­vità) del sistema pro­dut­tivo e la qua­lità del lavoro. Cipol­letta giunge a rico­no­scere che le riforme del mar­cato del lavoro – da Treu in poi – hanno creato lavoro a mar­gine, in atti­vità a basso valore aggiunto e bassa produttività.
L’aspetto ori­gi­nale, non certo per chi scrive, è l’utilizzo di alcune infor­ma­zioni sta­ti­sti­che che aiu­tano la com­pren­sione del posi­zio­na­mento inter­na­zio­nale dell’Italia. Tra l’altro, nes­suno dei due inter­lo­cu­tori uti­lizza come indi­ca­tore di crisi dell’Italia il costo del lavoro e, in par­ti­co­lare, il peso del cuneo fiscale. Un punto tutt’altro che banale vista la discus­sione che il Par­la­mento e il governo devono affron­tare con la Legge di Sta­bi­lità, e le con­ti­nue e rei­te­rate sol­le­ci­ta­zioni sulla neces­sità di ridurre le tasse per favo­rire la crescita.
Il richiamo di Qua­drio Cur­zio per una mutata poli­tica euro­pea è, sot­to­trac­cia, abba­stanza chiaro. L’Europa deve deci­dere se avere più paura del debito pub­blico o della cre­scita. La sol­le­ci­ta­zione a inve­stire meglio e di più, viste le recenti ten­denze, e pre­oc­cu­parsi meno delle esi­genze con­ta­bili sarebbe un buon punto di par­tenza. Molto discu­ti­bile rimane il rife­ri­mento al piano Junc­ker che mol­ti­plica, per chi ci crede, a 315 mld i 21 mld dispo­ni­bili per inve­sti­menti, quando la caduta degli inve­sti­menti in rap­porto al PIL da conto meglio di altri indi­ca­tori dello «stato di malat­tia» di un Paese e, più in gene­rale, di un’area eco­no­mica integrata.
Cipol­letta sol­leva il tema della pro­dut­ti­vità con una domanda che vale una poli­tica eco­no­mica: Di cosa par­liamo quando par­liamo di pro­dut­ti­vità? (il punto inter­ro­ga­tivo è nostro). La varia­zione per­cen­tuale del PIL per addetto dell’Italia è male­det­ta­mente più bassa rispetto a quella dei paesi presi a rife­ri­mento – Ger­ma­nia, Fran­cia, area Euro –, con il «para­dosso» di un pro­dotto per addetto dell’Italia più alto della Ger­ma­nia, rispet­ti­va­mente 72.500 e 71.400 nel 2013.
Ma que­sto è un effetto ottico. Infatti, il tasso di occu­pa­zione dell’Italia è così con­te­nuto da modi­fi­care il peso spe­ci­fico di que­sto indi­ca­tore. Diver­sa­mente, sarebbe inspie­ga­bile il basso valore del PIL pro-capite dell’Italia (25.500) rispetto a Ger­ma­nia, Fran­cia e area Euro, rispet­ti­va­mente pari a 34.400, 32.100 e 29.500.
Gli inve­sti­menti con­cor­rono alla cre­scita, ma non tutti gli inve­sti­menti hanno lo stesso impatto. Infatti, prima della crisi del 2007, il sistema pro­dut­tivo nazio­nale non ha inve­stito meno della media euro­pea, ma ciò non ha pro­dotto una cre­scita del PIL uguale a quella dei paesi presi a rife­ri­mento. Infatti, tanto più il paese inve­stiva, tanto più il gap di cre­scita dell’Italia aumen­tava. Quindi, la sto­ria nazio­nale degli inve­sti­menti dovrebbe essere letta nel suo insieme e non solo durante la recente crisi.
Rimane peral­tro vero il crollo degli inve­sti­menti inter­ve­nuto nel periodo suc­ces­sivo, mag­giore di quello di altri paesi, ma la pos­si­bi­lità di con­se­guire una cre­scita del PIL uguale a quella della media euro­pea attra­verso dei nuovi inve­sti­menti è tutta da dimo­strare. Inol­tre, la caduta della domanda cau­sata dalle scel­le­rate poli­ti­che d’austerità euro­pee, hanno con­corso alla contrazione-ricomposizione degli inve­sti­menti. Se la domanda latita, per­ché una impresa dovrebbe rea­liz­zare nuovi inve­sti­menti, quando già inve­stiva male prima?
Nel frat­tempo la com­po­si­zione quali-quantitativa della domanda e degli inve­sti­menti è cam­biata in pro­fon­dità. Primo, la com­po­nente inve­sti­menti della domanda ha oggi una inten­sità tec­no­lo­gica molto più alta degli anni pre-crisi, così come la com­po­nente domanda di con­sumo. Non basta inve­stire di più per cre­scere e aumen­tare la pro­dut­ti­vità, occorre che gli inve­sti­menti siano coe­renti con il cam­bio di para­digma pro­dut­tivo intervenuto.
Il punto su cui Qua­drio Cur­zio e Cipol­letta sor­vo­lano è il tipo di inve­sti­menti neces­sari per aumen­tare la pro­dut­ti­vità e, quindi, la cre­scita economica.
L’impresa ita­liana ha sem­pre incor­po­rato ricerca e svi­luppo, pro­ve­niente da altri Paesi, negli inve­sti­menti. Sostan­zial­mente non ha mai gui­dato il cam­bia­mento tec­no­lo­gico, suben­dolo ogni volta che si pre­sen­tava nel con­sesso inter­na­zio­nale: ado­zione ed imi­ta­zione, più che inven­zione, Anche per que­sta ragione la pro­dut­ti­vità dell’Italia è così bassa. Per non par­lare del lavoro, ambito nel quale quanto a qua­lità dello stesso e pra­ti­che inno­va­tive nell’organizzazione non abbiamo né adot­tato né imi­tato, men che meno inventato.
Rimane la «que­stione» sol­le­vata che per noi è un tri­no­mio: cre­scita, pro­dut­ti­vità, inno­va­zione. Un ine­dito che potrebbe diven­tare anche una discus­sione quasi seria delle poli­ti­che eco­no­mi­che che pos­siamo (dob­biamo) intra­pren­dere, sapendo bene che le poli­ti­che euro­pee non sono inin­fluenti, che siano quelle giu­ste, rare, o quelle sba­gliate che vanno pur­troppo per la maggiore.

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