lunedì 16 novembre 2015

L’Italia deculturizzata?

Secondo l’Istat il 72% degli italiani non è mai entrato in un museo
o ha visitato una mostra nell’ultimo anno, il 2014.
Se il 58% di “non-visitatori annuali” del 2012 era già un dato preoccupante, l’aggiornamento al 72% (su media nazionale) del 2014 fotografa un trend allarmante.
Lo denuncia Wired.it che fa pure un’analisi su questo trend poco simpatico per l’Itralia culla d’arte e di cultura.
Tra le pieghe di questi numeri, però, si sviluppano anche altri dati,
anch’essi sconfortanti: è nuovamente l’Istat a dirci che, negli ultimi dieci anni, il pubblico dei musei italiani under 25 si è praticamente dimezzato, attestandosi su meno del 25% degli ingressi totali registrati e il numero di interessati ai musei, quindi dei potenziali visitatori, fra i 15 e i 24 anni, è spaventosamente basso.
In pratica sempre più giovani italiani crescono e si formano, tra scuola, famiglia e tempo libero, senza sviluppareconoscenza e sensibilità del nostro patrimonio culturale.
E nonostante nel primo trimestre 2015, dopo anni di segno meno, si sia rilevato un +2% nell’aumento quantitativo nei “Consumi Culturali” degli italiani il che prova che un’Italia “culturale” esiste, su scala europea il Bel Paese resta ancora ancorato alle ultime posizioni.
Ad incidere sul genere di consumi, specifica Wired, sarebbe il livello d’istruzione (l’85% dei consumi culturali odierni proviene dai laureati) ed in questo senso, il fatto che nel
decennio 2005-2015 sia stata registrata un’emorragia nelle università italiane di oltre 66mila iscritti, il -25%, è un indice da allarme rosso per il futuro.
Sostanzialmente questi dati impressionanti confermano come in Italia, purtroppo, nonostante alcuni recenti tentativi di invertire la tendenza (come la domenica al museo ad ingresso gratuito), la troppa e reiterata de-valorizzazione e de-legittimazione istituzionale della cultura, unita a endemiche difficoltà comunicative del settore, abbiano condotto in questi anni ad una sempre più scarsa “attrattività percepita” e, conseguentemente, ad una ancor più scarsa “attrattività applicata”, soprattutto interna.
Se è vero che c’è molto da fare per invertire questo andamento verso la deculturalizzazione del nostro paese, è anche vero che il nostro patrimonio esiste ancora.
E proprio da qui bisogna ripartire: dal nostro patrimonio. Dall’offrirne una nuova percezione di giudizio, all’implementarne e farne evolvere la natura educativa attraverso scuola e famiglie; dal tornare a sentirlo parte del “fa bisogno quotidiano” con partecipazione, valorizzazione, didattica, promozione e sviluppo, tutela, analisi dei flussi, accessibilità, digitalizzazione; dall’abbattimento di vecchi preconcetti di una
cultura improduttiva, accessoria e superflua.
E questo lo si può ottenere solo riavviando un meccanismo inceppatosi tempo fa: quello di una “Cultura della Cultura”. Ed anche se la missione resta difficile, non è del tutto impossibile.

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