domenica 12 luglio 2015

Parlando di “Buona Scuola” e dintorni

Il governo Renzi è riuscito ad incastrare un altro tassello (probabilmente il più importante dal punto di vista ideologico) nel mostruoso mosaico atlantista – liberista che sta imponendo all’Italia.
C’è una ferrea coerenza, infatti, tra la “riforma costituzionale” del Senato, la nuova legge elettorale detta “Italicum”, il “Jobs Act” e la “riforma della scuola” approvata dal Parlamento. In particolare, ciò che colpisce è la evidente continuità tra le “riforme” attuate nel mondo del lavoro ed in quello della scuola e le proposte di “riforma” presentate negli stessi settori strategici ai tempi dei governi di Berlusconi dalle forze politiche del Centro-Destra, ormai sempre più indistinguibili nei contenuti dal Partito Democratico al di là di un contrasto di facciata tenuto in piedi per dare ancora senso all’ esistenza ventennale dei due storici schieramenti presunti “alternativi” (Ulivo-Unione/ Casa delle Libertà, PD/ PDL, ecc.).
La lotta contro la ennesima “riforma scolastica” è l’espressione della sacrosanta resistenza della stragrande maggioranza di chi la scuola la vive (studenti, insegnanti, famiglie), ossia di milioni e milioni di persone- come hanno dimostrato l’ imponente sciopero del 5 maggio, il rigetto degli indovinelli degli INVALSI e il blocco degli scrutini- contro l’ imposizione di un modello di educazione che trova nel liberismo la sua ideologia di riferimento ed ha i suoi esecutori in una cricca di politicanti che incarnano plasticamente il comitato d’ affari atlantista del padronato industriale, dei banchieri e degli speculatori finanziari dominante in Italia.
In un simile contesto la “riforma della buona scuola” rappresenta un passaggio d’epoca nella configurazione del sistema educativo italiano sia per i fondamenti su cui poggia sia per le finalità che esprime. Il lato più odioso è la conclamata assunzione di 100.000 e passa (?) “precari” (fra l’ altro per buona parte di essi se ne riparlerà dal 1° settembre 2016…) usata come arma di ricatto per far digerire tutto il resto. In effetti anche questo elemento conferma uno dei tratti tipici del governo Renzi, individuabile fin dalle sue prime battute, cioè la creazione di contrapposizioni tra presunti “privilegiati”- in realtà poveri disgraziati come tutti quelli travolti dall’offensiva liberista- (i pensionati, i docenti di ruolo, i cassaintegrati…) e altri disperati (i giovani disoccupati, i precari, gli “immigrati”, ecc.) per rendere più agevole l’imposizione dei provvedimenti funzionali all’imposizione dell’ ideologia liberista in ogni luogo della società.
E dunque, tornando alla “Buona Scuola”, l’ accentramento dei poteri nella figura del dirigente scolastico, il progressivo inaridimento degli organi collegiali, architrave dell’impianto democratico scaturito (pur con tanti limiti) dalle dure lotte degli anni Settanta, la compressione della libertà di insegnamento attraverso un sistema valutativo di tipo mercantile, sono alcuni degli elementi di una destrutturazione del sistema scolastico che troverà nelle leggi delega e nei decreti attuativi un ulteriore passaggio di consolidamento, i cui contorni precisi sono tuttora ignoti, ma dopo quanto accaduto per quelli relativi al Jobs Act è facile prevedere che essi renderanno la situazione ancor più drammatica.
Mercificazione ed omologazione del lavoro educativo sono le coordinate del dispositivo pedagogico liberista. Di qui la competizione generalizzata tra colleghi (da cui deriva il depotenziamento delle pratiche cooperative e collegiali, già ampiamente indebolite negli anni), veicolata dalla tecnologia valutativa che assume chiaramente il profilo di una modalità di controllo e ricatto. L’incorporazione della logica aziendale rende superflua, nella narrazione neoliberista, lo strumento del contratto di lavoro che si rivela residuale rispetto alla concorrenza tra insegnanti considerati “microimprese individuali”. L’approvazione del disegno di legge, si dice del resto esplicitamente nel testo, determinerà la disapplicazione delle prerogative contrattuali. Il dispositivo pedagogico liberista accentuerà così nel mondo della scuola le disparità che riproducono le diseguaglianze originarie; è un dispositivo darwinianamente selettivo. Esclude l’appropriazione consapevole di strumenti critici, catarsi che consente di scuotere il presente con lo sguardo dell’analisi e congela i flussi della conoscenza. L’ egemonia è sempre un conflitto di ideologie e di culture, allora non possono ancora sussistere dubbi sul fatto che quella in atto oggi sia la conclusione dell’ offensiva liberista e atlantista lanciata in Italia a partire dal 1994 contro l’idea stessa di istruzione universale pubblica.
In questo senso è indicativa la formula utilizzata dai portavoce democratici: “Non siamo mai andati a riunirci con la Confindustria prima di varare le leggi di riforma”. In effetti è vero. Non hanno bisogno di riunirsi con i rappresentanti del padronato, perché trascrivono semplicemente i documenti che il padronato stesso produce nei suoi centri studi (o meglio think-tank, per esprimerci in termini moderni). Ciò era emerso già clamorosamente con il Jobs Act e trova adesso un ulteriore conferma nella “Buona Scuola”, i cui punti nevralgici sono la precisa attuazione di quanto elaborato nel corso di un decennio dall’ Associazione Treelle (Life Long Learning), un thik-tank- appunto- bipartisan fondato da Fedele Confalonieri (braccio destro di Berlusconi), Marco Tronchetti – Provera, spregiudicato amministratore delegato del Gruppo Pirelli nonché tra i finanziatori della campagna elettorale di Mario Monti nella tornata del 2013, e Pietro Marzotto noto industriale del tessile veneto simpatizzante del PD. Nei documenti elaborati nel corso degli anni dal pensatoio dei padroni ritroviamo, guarda caso, tutte le indicazioni essenziali riportate quasi alla lettera o leggermente modificate nella legge imposta dalla banda dei manigoldi. Qui di seguito un breve elenco di espressioni estratte dai documenti Treelle:
– “Il dirigente sceglie e nomina i propri collaboratori” e “propone al Consiglio d’Istituto l’ assunzione di personale per tutte le funzioni necessarie”;
– “la facoltà di richiedere all’ utenza contributi in denaro”;
– “premiare quel 10-20 % di insegnanti su cui si regge la buona scuola”;
– “non nominare supplenti per assenze fino a dieci giorni”
Ma se è pur vero che, nella sua guerra totale per l’imposizione della dittatura atlantista liberista in Italia, Renzi ha vinto un’ altra battaglia, è altrettanto certo che la sua si rivelerà la classica vittoria di Pirro.
Non si può già adesso non rilevare l’ intreccio tra la grandiosa mobilitazione del popolo della scuola pubblica e i clamorosi e ripetuti tracolli elettorali del PD. La speranza che il popolo della scuola pubblica dimentichi il misfatto di questa legge è pura illusione: quei protagonisti dell’istruzione pubblica, collegati ad un vastissimo “indotto” sociale che ha sempre votato in larga maggioranza per il centrosinistra e che hanno già punito drasticamente il PD togliendogli un paio di milioni di voti nelle recenti elezioni amministrative, lo faranno ancora più nettamente nelle prossime, e nel frattempo provocheranno un ulteriore crollo dei consensi per il giovane spregiudicato ed il suo sempre più impresentabile partito.
I docenti, gli studenti, le loro famiglie non accetteranno mai l’ instaurazione in ogni istituto di un potere “alla Marchionne” (non a caso figura-mito del capo del governo) con la perdita della libertà di insegnamento, le assunzioni e i licenziamenti da parte di presidi-padroni che dovrebbero scegliere follemente il “personale” da Albi con migliaia di nominativi, le “premiazioni” e le “punizioni” decretate da un “Gran Giurì” composto dallo stesso “padrone”, da un paio di insegnanti collaboratori, più uno studente e un genitore (o due genitori) che nulla sanno per valutare, più un esperto catapultato dall’ Ufficio Scolastico Territoriale per garantire l’“imparzialità” (!) del giudizio.

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