mercoledì 23 ottobre 2019

Spagna, la puzza del franchismo

Tra le innumerevoli manifestazioni, blocchi stradali e iniziative di lotta di questi giorni, domenica si è diffuso a Barcelona l’appello a recarsi alla succursale del governo spagnolo muniti di sacchi di immondizia e di rifiuti per far sentire la puzza del franchismo che sprigiona il cosiddetto regime del ’78, nato in seguito all’autoriforma del fascismo spagnolo.
Nonostante si tratti di un semplice aneddoto, se ne possono trarre alcune riflessioni. Il processo eminentemente politico al quale il Tribunale Supremo ha sottoposto gli indipendentisti catalani, le decine di aggressioni ai giornalisti di cui si è resa protagonista la polizia e l’uso indiscriminato delle pallottole di gomma hanno spinto un numero crescente di osservatori a denunciare la persistenza di vizi antichi nelle attuali istituzioni statali.
È il caso della deputata portoghese Joana Mortágua (del Bloco de Esquerda), che ha affermato: “Madrid rischia di rimanere dal lato sbagliato della storia. Sembra che la Spagna non abbia imparato niente né da mezzo secolo di dittatura, fondata su un ferreo spagnolismo, né dalla repressione violenta delle realtà nazionali. Il castiglianismo, che fu l’arma dell’aristocrazia, ora è utilizzato per servire gli interessi dell’elite economica in una Spagna unica diretta da Madrid”.
Invece di essere messo al bando, il nazionalismo spagnolo viene oggi usato senza risparmio, anche al di fuori della sua area di provenienza. Secondo la deputata portoghese “è inevitable scorgere in questo atteggiamento sia il fatto che la democrazia non ha imparato la lezione, sia l’avvicinamento del PSOE allo spagnolismo più reazionario, che ha sempre caratterizzato i partiti di destra. Comunque si guardi la questione, il governo spagnolo non può negare la deriva autoritaria”.
Una deriva che si evidenzia dalle rivelazioni dell’avvocato di Alerta Solidaria Xavier Pellicer, il quale denuncia i maltrattamenti subiti da un giovane militante dei Comitati di Difesa della Repubblica detenuto il 23 settembre e tuttora in carcere.
Secondo l’associazione antirepressiva, Ferran Jolis non soltanto ha subito maltrattamenti psicologici ma probabilmente è stato anche drogato: il giovane infatti non ricorda alcuni momenti della prigionia, dove è stato portato e cosa è accaduto. Jolis ha finalmente potuto parlare con il proprio avvocato questa settimana, dopo essere stato assistito da un legale nominato d’ufficio per un mese, periodo nel quale è stato tenuto in isolamento.
Non si tratta di un caso isolato. Secondo Benet Salellas, ex deputato della CUP e avvocato di alcuni giovani detenuti nel corso delle manifestazioni della scorsa settimana a Barcelona, una propria cliente è stata incriminata dalla Policia Nacional con prove false e identiche a quelle a cui i funzionari statali sono ricorsi per arrestare anche altri manifestanti. In particolare, alla giovane in questione sarebbero state introdotte nella borsa delle biglie di ferro che non gli appartenevano. Una pratica poliziesca assai in auge in epoca precostituzionale.
Salellas denuncia anche una serie di difficoltà supplementari che la Policia Nacional riserva agli avvocati e ne denuncia un atteggiamento volto a influenzare i giudici: la dichiarazione di un suo assistito davanti al tribunale di Girona è avvenuta alla presenza di due agenti incappucciati, fatto “che genera e esprime di per sé una situazione di eccezionalità che non si addice alla realtà del nostro paese e che inquina tutto ciò che accade in sala, perché il giudice e il fiscal che accettano la situazione (della quale mi sono evidentemente lamentato) vengono contagiati da questo contesto di eccezionalità e finiscono per essere spinti a proporre e ad adottare misure che normalmente non prenderebbero”.
Salellas fa notare anche che la fiscalia ha chiesto per tutti i detenuti nelle manifestazioni della scorsa settimana il carcere preventivo, secondo un’indicazione che sembra provenire direttamente dal governo e che è volta a spaventare e scoraggiare la partecipazione alle proteste.
La manovra del governo tende a instaurare un clima di emergenza che, nel nome della tutela dell’ordine costituito, finisce per calpestare i diritti civili e politici: ancora secondo Salellas, “è un contesto che ci porta molto indietro nel tempo”, e che è assai rischioso perché se “tutte le prove sopra una persona senza antecedenti, giovane, con un lavoro fisso, si riducono alla parola di un agente dei reparti antisommossa, allora il pericolo di imprigionare gente innocente è molto alto”.
Il bilancio della prima settimana di protesta consiste in 28 detenuti in carcere preventivo, 172 detenuti in seguito rilasciati, 593 feriti, tra i quali una giovane colpita alla testa permane in gravi condizioni e 4 persone hanno perso un occhio a causa delle pallottole di gomma. All’elenco si devono aggiungere 12 feriti a Madrid, in occasione della manifestazione internazionalista svoltasi sabato scorso nella capitale.
I tafferugli seguiti al corteo hanno spinto la presidente della Comunità Autonoma di Madrid, la popolare Isabel Díaz Ayuso, a dichiarare che si dovranno restringere le autorizzazioni a manifestare. Infine per parte delle forze dell’ordine ci sarebbe un poliziotto in gravi condizioni in seguito a un trauma cranico riportato negli scontri a Barcelona.
In questo contesto, la decisione del governo di rimuovere i resti del dittatore dal mausoleo del Valle de los Caidos, prevista per domani mattina, sembra una mera operazione di maquillage, i cui tempi sono stati accuratamente gestiti dal PSOE allo scopo di esibire nella prossima campagna elettorale almeno un argomento che consenta ai socialisti di marcare le distanze dal PP, da Ciudadanos e dal partito neofranchista Vox.
L’esumazione di Franco sarà trasmessa in diretta dalla televisione spagnola e un sacerdote, figlio del colonnello Tejero (il leader del fallito colpo di stato del 1981) celebrerà una messa. Nel frattempo, la protesta nelle piazze catalane prosegue, sia pure con un’intensità minore rispetto alla scorsa settimana.
Secondo La CUP e i CDR, la mobilitazione continua è l’unica prospettiva percorribile per uscire dal vicolo cieco nel quale lo stato spagnolo cerca di intrappolare il movimento indipendentista, in una riedizione repressiva che dovrebbe suonare come un avvertimento inquietante anche per tutti i soggetti e i movimenti che lottano per un’alternativa sociale e politica alla gabbia liberista forgiata dall’Unione Europea.

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