martedì 15 ottobre 2019

Il gas ucraino e i democratici yankee

L’Ucraina del majdan Nezaležnosti e, verosimilmente, anche di tutti i 28 anni della “indipendenza” dall’Unione Sovietica, somiglia molto a un Uncle Sam’s Hub per qualunque “figlio d’arte” yankee che – vien da dire, in questo caso a proposito, alla maniera russa: komù ne len – non sia un poltrone.
Dopo l’ormai inflazionato Hunter Biden (3 milioni di dollari e 50mila al mese dall’ucraina Burisma, per dire), figlio dell’ex vice Presidente e attuale sfidante democratico alla Casa Bianca, Joe Biden, ora ci informano che anche Paul Pelosi jr, figlio della speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha fatto i suoi bravi affari col gas ucraino.
Certo, diranno sicuramente gli italici megafoni della “democrazia” yankee: insinuazioni simili non sono altro che la vendetta dei perfidi repubblicani contro gli angelici democratici e contro colei che ha chiesto l’impeachment per Donald Trump; perché, si sa, i democratici sono tali per definizione, come dice il nome stesso e come dimostra la filiale nostrana del partito democratico.
Ora, sinceramente, che differenza ci sia tra i democratici e i repubblicani USA, quali politiche, ora in una forma, ora in un’altra, conducano entrambi, e nell’interesse di quale classe, ce lo raccontano oltre due secoli di storia e ce lo dimostrano tutte le cronache guerrafondaie presenti; per cui, che le notizie d’oltreoceano a proposito di Paul Pelosi jr costituiscano o meno una “vendetta” personale, cambia poco alla questione.
E la questione è che, per l’ennesima volta nella loro storia, “famiglie” più o meno delinquenziali conducono “politiche” nell’interesse del grosso business statunitense e, già che ci sono, anche per il proprio personale tornaconto: il tutto, sulla pelle di nazioni, popoli e classi subalterne, condannate a pagare l’arricchimento di monopoli e banche a stelle e strisce.
E lo fanno, preferibilmente appaltando il lavoro quotidiano a conniventi governi “democratici” locali; ma, quando questo non basta, imponendo propri governi che di “democratico” non hanno nulla e sbandierano apertamente insegne naziste.
Nel caso in questione: l’Ucraina e la sua popolazione, costretta a trascorrere un altro inverno al freddo, dato che il gas (che sia quello russo, di transito in Ucraina, o di altro tipo. Ieri “Naftogaz” ha dichiarato di disporre di 21 miliardi di m3 nei depositi sotterranei) prende altre destinazioni e quello che rimane deve esser pagato dalla popolazione alle tariffe imposte dal FMI, mortifere per la maggioranza degli ucraini.
E dunque, Paul Pelosi jr, come scrive Patrick Howley, ripreso da National File, “was a board member of Viscoil and executive at its related company NRGLab, which DID ENERGY Business in UKRAINE”. Paul jr sostiene che la “visita” da lui fatta in terra ucraina nel 2017 riguardasse “partnership di calcio giovanile”; ma è un fatto che la stessa Nancy Pelosi compaia in un video in cui si reclamizza la ditta, registrata a Singapore, in cui è occupato il figlio.
Come pure è un fatto, ripreso da colonelcassad, che nel 2015 anche Nancy fosse stata in Ucraina per discutere di “sicurezza energetica”; e un altro fatto è che la NRGLab trattasse la questione del gas ucraino già prima del golpe del 2014.
Non usa mezze parole colonelcassd, ricordando come Nancy Pelosi avesse annunciato la procedura di impeachment per Trump, proprio sulla questione ucraina e gli affari ucraini della famiglia Biden e, titolando “La criminale famiglia Pelosi”, scrive che anche la speaker della Camera è “invischiata in uno scandalo corruttivo ucraino”. Viene anche riprodotto uno spot del 2013 (poi rimosso da YouTube) in cui Nancy e il figlio Paul jr reclamizzano tecnologie di risparmio energetico.
Insomma, scrive colonelcassad, mentre lavorava per “la NRGLab, Pelosi jr interagiva attivamente con la Viscoil, pubblicizzata dalla madre; quella Viscoil Holdings che ha oggi problemi con la legge e che, a inizi anni 2000, aveva nella direzione anche un cittadino russo, tale Sergej Sorokin”.
Che anche qualche magnate russo abbia avuto e abbia tuttora affari in Ucraina non è certo una scoperta; come pure che l’intrattenere rapporti ora con esponenti repubblicani, ora democratici, non sia determinato da “convinzioni politiche”, ma da molto prosaici interessi d’affari: affari capitalistici, a ovest e a est del Dnepr.
Ora, è evidente che i repubblicani stiano raccogliendo quanto più materiale possibile per affondare gli avversari di Trump e che l’Ucraina, con gli affari di Obama, Biden, Pelosi, ecc., faccia buon giuoco alla faccenda. Ancora una volta, disgraziatamente, sulla pelle di qualcuno: ora è il turno degli ucraini, “colpevoli” di abitare una terra ricca di risorse del sottosuolo, che fanno gola ai grossi monopoli, soprattutto energetici e agro-alimentari, non solo americani.
Quegli ucraini che, come nota news-front.info, hanno tutt’altra opinione della ex ambasciatrice USA a Kiev, Mari Jovanovič, rappresentante del duo Obama-Clinton in terra ucraina, rispetto all’immagine che ne vorrebbero dare i democratici di entrambe le sponde dell’Oceano, di vittima innocente delle “manovre trumpiane in Ucraina per infangare Biden”.
Secondo il politologo Aleksej Jakubin, il richiamo anzitempo in USA della Jovanovič, non è dovuto ad altro che “al fatto che lei non era esattamente una rappresentante neutrale dell’America, nel contesto degli allineamenti politici interni americani, ma rappresentava piuttosto una linea politica orientata verso i democratici”. Jakubin, senza nominare la Jovanovič, afferma che furono i democratici USA ad alimentare l’intervento ucraino a proprio favore nelle presidenziali USA del 2016, con alti papaveri di Kiev, coinvolti in reti di sostegno a politici americani, tra cui, per l’appunto, Joe Biden.
Ma, malauguratamente per qualcuno, tutto questo è ben lontano dal tirare in ballo il cosiddetto dipartimento segreto del GRU russo, il fantomatico reparto 29155, “svelato” dal New York Times e che tanta attenzione gode anche in Italia, alimentata dai fans nostrani della democrazia yankee, esportata allegramente nel mondo da democratici e repubblicani.

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