venerdì 11 ottobre 2019

Fallimento della Thomas Cook e turisti lasciati a terra. Una lezione sul capitalismo

Il fallimento della britannica Thomas Cook la più grande e storica agenzia turistica del mondo, aveva lasciato a terra, e sparsi sui 4 continenti, circa 140mila turisti britannici. Si è conclusa solo due giorni fa l’operazione di rimpatrio durata due settimane e che ha costretto il governo britannico a mettere a disposizione circa 150 aerei.
Il Sole 24 Ore ironizza paragonandolo a quello di Dunquerke cioè il più grosso rientro di cittadini dalla Seconda Guerra Mondiale. Il costo totale è pesante: 600 milioni di sterline tra rimpatri e rimborsi-risarcimenti per chi ha già prenotato e l’impatto fallimento. Ma il costo finale già veleggia verso il miliardo.
La Thomas Cook aveva accumulato un debito gigantesco di 1,7 miliardi, ed è saltata nonostante un piano di salvataggio da 1 miliardo che era pronto per partire.
Il paradosso , per il paese alfiere del liberismo e del disimpegno dello Stato dall’economia, è che riportare a casa i 150mila turisti costerà molto di più che se si fosse salvata la compagnia con i soldi pubblici: Thomas Cook infatti è andata in bancarotta per “soli” 200 milioni. Le banche coinvolte nel salvataggio volevano un ulteriore sforzo finanziario, per garantire a Thomas Cook di sopravvivere nei mesi invernali, quando le prenotazioni calano drasticamente. Un intervento dello Stato ventilato nei giorni scorsi, era però stato scartato per “non far pagare al contribuente il conto di un’azienda privata”, ma sarebbe costato molto meno che ora organizzare il rimpatrio di migliaia di turisti inglesi. Senza contare i costi indiretti sull’indotto: alberghi vuoti, località turistiche senza visitatori, etc.

In secondo luogo, il fallimento della Thomas Cook elimina oggi oggettività del mercato nelle cause che hanno portato al crac. Una di queste infatti risiede proprio nell’ingordigia dei cosiddetti consulenti privati chiamati a supportare le sorti della grande società.
Rileva il Sole 24 Ore che la società guidata dal manager svizzero Peter Fankhauser, finito sotto accusa per lo stipendio multimilionario, in questi anni ha sborsato circa 20 milioni di sterline a consulenti, i quali nonostante le laute parcelle non sono riusciti a fare quello per cui erano stati ingaggiati: salvare l’azienda.
A intascarsi le parcelle milionarie sono le solite società di revisione che abbiamo imparato tristemente a conoscere come advisor in molte privatizzazioni in Italia (PWC, E&Y, Kpmg e Deloitte). Inoltre ci sono ben 20 studi legali, il fondo di investimento che copre il piano assicurativo Atol, a copertura dei turisti in caso di problemi, e la stessa Aviazione Civile che aveva ingaggiato la Alvarez&Marsal, la più nota società di salvataggi aziendali: tutti profumatamente remunerati.
Gli effetti di questo fallimento, ennesima conferma della lordura del “privato è bello”, cominciano a farsi sentire anche sulla rete alberghiera in Italia, dove magari i turisti avevano già anticipato alla Thomas Cook i soldi ma arrivando all’hotel prenotato si vedono chiedere un nuovo pagamento perché l’azienda a cui avevano già pagato… è fallita e, a sua volta, non ha pagato gli hotel convenzionati. “Thomas Cook era un’istituzione, era la prima agenzia di viaggi al mondo – spiega Giancarlo Carniani presidente di Confindustria Alberghi Firenze –. È difficile dire cosa deve fare un albergo con un cliente che ha pagato a un’agenzia fallita: di solito si richiede nuovamente il pagamento e si invita a rivalersi sull’agenzia fallita”.
Praticamente come gettarsi in mare in mezzo agli squali e cercare di raggiungere la riva. Auguri!!!

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