martedì 23 gennaio 2018

Le critiche del capitalismo e del militarismo di Martin Luther King Jr

Le celebrazioni statunitensi di Martin Luther King Jr solitamente si concentrano sul suo attivismo per i diritti umani: le iniziative nonviolente che condussero alla Legge sui Diritti Civili del 1964 e alla Legge sul Diritto di Voto del 1965.
Gli ultimissimi anni della vita di King, per contro, sono generalmente ignorati. Quando fu assassinato nel 1968 King era nel mezzo della conduzione di una campagna radicale contro la disuguaglianza economica e la povertà, contestando nel contempo vigorosamente la Guerra del Vietnam.
Quella era una campagna le cui radici intellettuali si trovavano in un King più giovane, che era cresciuto a disagio con gli eccessi del capitalismo attorno a lui anche quando si concentrava sui temi dei diritti civili. Nell’estate del 1952 egli scrisse una lettera che esponeva queste preoccupazioni a Coretta Scott, che aveva cominciato a frequentare in precedenza in primavera. In quella lettera egli concludeva che “il capitalismo è sopravvissuto alla sua utilità”:
Immagino tu sappia già che io sono molto più socialista che capitalista nella mia teoria economica. E tuttavia non sono tanto contrario al capitalismo da non vedere i suoi relativi meriti. E’ cominciato con una motivazione nobile ed elevata, cioè bloccare i monopoli affaristici dei nobili, ma come la maggior parte dei sistemi umani, cade vittima della stessa cosa contro la quale si era rivoltato. Così oggi il capitalismo è sopravvissuto alla sua utilità. Ha realizzato un sistema che toglie il necessario alle masse per concedere lussi alle classi.
Dirigenti governativi seguirono il suo crescente radicalismo e lo temettero. “King è così popolare di questi tempi che pare Marx in arrivo alla Casa Bianca”, lamentò il presidente John F. Kennedy nel 1963, quando King stava intensificando la sua campagna nonviolenta nel Sud. Egli autorizzò suo fratello, il procuratore generale Bobby Kennedy, a intercettare King e i suoi collaboratori.
Nel 1966 King disse al personale al Congresso Meridionale della Leadership Cristiana che “deve esserci una migliore distribuzione della ricchezza e forse gli Stati Uniti devono dirigersi a un socialismo democratico. Chiamatelo come volete, chiamatelo democrazia, o chiamatelo socialismo democratico, ma deve esserci una migliore distribuzione della ricchezza in questo paese per tutti i figli di Dio. “
King era anche sempre più turbato dalla guerra in Vietnam e sollevava il tema privatamente con il presidente Lyndon Johnson nelle loro telefonate e incontri alla Casa Bianca.
Nell’aprile del 1967 King tenne un discorso alla Chiesa di Riverside a New York City nel quale definì il governo statunitense il “maggior diffusore di violenza al mondo” e denunciò i bombardamenti al napalm e il sostegno a un governo fantoccio nel Vietnam del Sud.
Il sistema reagì aspramente al discorso di King. Il comitato editoriale del New York Times stroncò King per aver collegato la guerra in Vietnam con le lotte per i diritti civili e per la riduzione della povertà negli Stati Uniti, affermando che si trattava di un “collegamento troppo superficiale” e che egli stava rendendo un “cattivo servizio” a entrambe le cause. Il comitato editoriale del Washington Post disse che King aveva “svilito la sua utilità alla sua causa, al suo paese e al suo popolo”. In tutto 168 giornali lo denunciarono il giorno dopo.
Il presidente Johnson chiuse immediatamente il suo rapporto con King. “Che cosa mi sta facendo questo dannato predicatore negro?” risulta che Johnson abbia detto dopo il discorso. “Gli abbiamo dato la Legge sui Diritti Civili del 1964, gli abbiamo dato la Legge sul Diritto di Voto del 1965, gli abbiamo dato la Guerra alla Povertà. Che cos’altro vuole?”
“Da allora in poi King sarebbe stato fuori, in un picchetto, a urlare slogan pacifisti attraverso i cancelli di ferro battuto”, ha scritto lo storico Harvard Sitkoff.
Un sondaggio Harris condotto dopo il discorso di King sul Vietnam rilevò che solo il 25 per cento persino degli statunitensi africani lo appoggiava nella sua svolta contro la guerra: “solo il 9 per cento del pubblico in generale ha concordato con la sua obiezione alla guerra”.
Nonostante l’intensa reazione negativa delle élite e del pubblico King continuò a non mollare. Nel 1967 egli tenne un sermone alla vigilia di Natale alla sua congregazione alla chiesta battista Ebenezer di Atalanta, nel quale attaccò non solo il capitalismo statunitense ma il sistema dei mercati globali che non provvedeva ai poveri del mondo.
“Ho cominciato ha riflettere sul fatto che proprio qui, nel nostro paese, spendiamo milioni di dollari ogni giorno per immagazzinare cibo in eccesso”, predicò. “E mi sono detto: ‘So dove possiamo immagazzinare quel cibo gratis: negli stomaci vizzi dei milioni di figli di Dio in Asia, Africa, America Latina e persino nella nostra stessa nazione, che vanno a letto affamati la notte’”.
Durante la sua campagna per i diritti civili King aveva anche organizzato lavoratori: ad esempio egli condusse una campagna contro il referendum dell’Oklahoma sul diritto al lavoro [contrariamente a quanto farebbe pensare l’espressione ‘diritto al lavoro’ si trattò di un referendum su una legge limitativa della contrattazione collettiva – n.d.t.] e avvertì che un’accresciuta competizione economica tra bianchi e neri avrebbe compromesso i diritti civili, sollecitando invece una “Grande alleanza” tra bianchi e neri della classe operaia.
Con la Campagna per i Poveri, lanciata nel 1968, King intensificò tale campagna, mirata a offrire buoni posti di lavoro, alloggi e un tenore di vita decente a tutti gli statunitensi. Decenni prima che dimostranti statunitensi scendessero in piazza a New York City e in altre località per “occupare” spazi per contestare la disuguaglianza, King proposte una grande tendopoli a Washington D.C. per reclamare interventi contro la povertà. […]
Egli non ne vide mai la realizzazione. Fu assassinato quell’anno mentre stava organizzando lavoratori della nettezza urbana in sciopero.
Il presidente della Conferenza Meridionale della Leadership Cristiana, Ralph Abernathy, e Coretta Scott King, portarono a termine il piano, montando tende e baracche nel Mall di Washington, D.C.. Definito “Città della resurrezione”, tale accampamento durò un mese, prima che il Dipartimento dell’Interno ne forzasse la chiusura. La percentuale dei favorevoli a King è molto più elevata dopo la sua morte che durante la sua vita. Nel 1987 il 76 per cento degli statunitensi aveva un’opinione positiva del leader attivista. Ma a molti è insegnata una versione semplificata della sua vita, concentrata su solo una delle tre dimensioni che lo definivano. Nel corso del discorso sul Vietnam che gli rivoltò contro il sistema, King si scagliò contro “il gigantesco trio del razzismo, materialismo estremo e militarismo”.

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