giovedì 5 settembre 2019

BisConte, rinasce un governo “europeista

Rousseau (la piattaforma) ha dato il placet al nuovo governo Conte. Come previsto da tutti, perché certe operazioni non possono davvero essere lasciate all’incognita delle “opinioni” di iscritti che sono verificati fino ad un certo punto.
Passiamo così dal tre governi in uno dell’esperienza gialloverde al due governi in uno di questa, gialloblu, che si aprirà ufficialmente nella giornata di oggi.
Spariti i maneggioni-pasticcioni della Lega, restano infatti gli uomini di fiducia dell’Unione Europea e una pattuglia di Cinque Stelle che hanno ormai ben compreso chi e soprattutto come comanda anche in questo paese. Se volessimo essere cattivi, dunque, dovremmo dire che si tratta di un “governo e mezzo”. Del resto, lo spread in discesa a 150 punti non lascia dubbi sul “gradimento” degli investitori internazionali per la nuova formula.

Per dare un giudizio completo dovremo attendere la lista dei ministri, ma le caselle fondamentali sono sempre quelle dell’economia. Per sostituire Tria girano i nomi di Roberto Gualtieri e Salvatore Rossi. Il primo, docente di storia, ex dalemiano di ferro, ha solidi raporti a Bruxelles e dintorni; Repubblica lo sostiene a spada tratta e questo è già un giudizio. Rossi, ex direttore generale della Banca d’Italia, garantisce più competenza tecnica e altrettanti buoni rapporti, anche con Francoforte, sponda Bce, dove l’ormai imminente ingresso della disastrosa Christine Lagarde (ultimo suo “successo” il terzo default argentino) solleva inquietudini per tutti i paesi che on si chiamino Francia e Germania.
In entrambi i casi, si sente la mano di Mattarella, che sorveglia la formazione di un esecutivo che non si discosti mai – nemmeno a parole (e più di quelle Salvini non ha mai usato) – dalla linea ufficiale dell’Unione.

Si potrebbe ironizzare a lungo sull’autoinvestitura di Luigi Di Maio agli esteri. Il meno che si possa dire è che finalmente frequenterà di un corso di formazione di alto livello, che potrà garantirgli un futuro anche dopo la non felice stagione da leader pentastellato.
Il resto segue. Il “programma” consegnato alle votazioni si è gonfiato fino a contenere 26 punti, tutti molto generici e “declinabili” in diversi modi (come si è visto del resto con “quota 100” e il “reddito di cittadinanza”). Il salario minimo è nella lista, anche se Pd e sindacati complici storcono il naso (come e forse più della Lega), e dunque è prevedibile un percorso travagliato. Così come la “ridiscussione delle concessioni autostradali”, visto che il Pd non è certo meno filo-Benetton dei leghisti…
Sul piano “strategico” – se si può usare questo termine per la poltiglia che viene chiamata “classe politica italiana” – il nuovo esecutivo promette di cancellare l’anomalia emersa nell’ultimo decennio, ossia un movimento confusionario ma capace di raccogliere buona parte del malessere sociale, sulla base di pochi ma incerti “princìpi”. Che infatti sono spariti strada facendo, a parte ovviamente “la piattaforma”, ridotta ormai a feticcio bonario cui affidare la conferma delle scelte fatte dal gruppo dirigente.
Questa “riduzione della complessità” nell’offerta politica lascia intravedere il ritorno al maleodorante bipolarismo obbligato, con conseguente annullamento della dialettica politica (“stai con Tizio o contro di lui?”).
Tanto più che “la sinistra” di fatto entra a far parte dell’esecutivo… LeU, praticamente scomparsa subito dopo il 4 marzo e annichilita dalle elezioni europee, è “risorta” grazie ai suoi pochi parlamentari, indispensabili per raggiungere la maggioranza al Senato. E visto che alle europee avevano fatto lista comune con Rifondazione, per quest’ultima sarà difficile presentarsi credibilmente come “opposizione”. Tanto più che il segretario aveva esplicitamente fatto appello perché nascesse l’alleanza gialloblu (niente è più pericoloso dei desideri che si avverano, pare…).
Il campo dell’opposizione nel paese resta dunque quasi esclusivamente in mano alle destre (Lega, berlusconiani e meloniani), che però dovranno risolvere il prima possibile il problema della leadesrship. Avere come “capitano” in tizio capace di perdere una mano di poker pur avendo quattro assi in mano non sembra una garanzia…
Dal nostro lato c’è Potere al Popolo e un pulviscolo di situazioni di “resistenza puntuale” che non riescono da anni a fare massa critica. La scommessa resta quella di mettere in moto un processo di mobilitazione sociale con chiare indicazioni “di programma” e scadenze ampiamente unitarie.
Ma il tempo stringe. Il conflitto politico, infatti, non perdona chi si se ne tiene lontano troppo a lungo…

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