lunedì 24 settembre 2018

P3: un'associazione segreta che interferiva negli appalti pubblici

La P3 fu “un’associazione segreta” che svolgeva “attività dirette a interferire sull’esercizio delle funzioni di apparati pubblici o soggetti assimilati”.
E’ quanto scrivono i giudici della IX sezione penale del Tribunale di Roma nelle 302 pagine di motivazioni del verdetto che a marzo scorso ha messo fine a una delle vicende più delicate della storia italiana. In quell’occasione il collegio ha decapitato la loggia al cui vertice sedevano il faccendiere Flavio Carboni, condannato a sei mesi di reclusione, l’imprenditore Arcangelo Martino, condannato a 4 anni e 9 mesi di reclusione, e il giudice tributarista Pasquale Lombardi, deceduto pochi giorni prima del dispositivo. Assolto dal reato associativo l’ex parlamentare Denis Verdini che in quello stesso processo veniva condannato a 1 anno e 3 mesi per il solo reato di finanziamento illecito.
Obiettivo della P3, scrivono i giudici, “inserirsi indebitamente nella formazione degli organi pubblici, allo scopo di orientare le decisioni”. Nelle motivazioni si legge inoltre che “al di là dei risultati in concreto ottenuti, le iniziative del gruppo appaiono tutt’altro che velleitarie o meramente illusorie, ma al contrario presentano un rilevante coefficiente di pericolosità. L’associazione dispone di strutture operative e mezzi finanziari adeguati con cui realizzare le proprie attività e raggiungere i propri obiettivi. In particolare - aggiungono i giudici - Carboni, appare disporre, ad onta del suo passato quantomeno opaco, di relazioni privilegiate con esponenti di vertice del partito allora al governo, quali il coordinatore nazionale Verdini e il senatore Marcello Dell’Utri (attualmente sotto processo per questa vicenda ndr), figura storica vicina a Silvio Berlusconi: elemento, questo, che funge da leitmotiv della vicenda oggetto del processo, ove gran parte degli episodi trattati attengono a questioni che direttamente o indirettamente sono collegate allo stesso Berlusconi o a problematiche di suo interesse".
Era il 23 settembre del 2009 quando alcuni esponenti della P3 si riunivano a casa dell’onorevole Verdini, dando luogo non di certo “all’atto fondativo dell’associazione perché questa era già operante da tempo” ma sicuramente a un episodio rilevante dove veniva formulato un manifesto programmatico della loggia. Nell’abitazione del politico “vennero individuate e messe a fuoco una serie di criticità riferibili alla formazione politica al governo e all'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, sulle quali si mobilitarono gli esponenti del gruppo”. Tra queste, “la scelta del candidato di centrodestra alla carica di presidente della giunta regionale Campana, il lodo Mondadori, il giudizio di costituzionalità sul Lodo Alfano”. La P3 voleva inoltre allungare la propria mano sul Csm così da orientarne le scelte nel conferimento di incarichi direttivi. Un mondo, quello della magistratura, impermeabile dagli esterni ma su cui Lombardi aveva un vero e proprio ascendente. Grazie a colloqui, visite e incontri sia con i componenti del Consiglio che con persone esterne, “orientava le scelte dell’organo collegiale relative a posizioni di vertice di vari uffici giudiziari verso candidati graditi a lui o alle persone contigue”.
Per quanto riguarda la posizione dello stesso Verdini, i giudici romani affermano che “pur risultando incontestabile il dato oggettivo della presenza della sua figura sullo sfondo di una pluralità di iniziative riferibili ai componenti del sodalizio occulto, un personale ed effettivo contributo all’azione del gruppo è ricostruibile solo nel progetto eolico e non nelle altre operazioni realizzate”. Al tempo stesso, Carboni, Lombardi e Martino lavoravano in comune accordo e nell’ombra. Una stabile relazione d'interdipendenza che “non poteva essere percepibile da persone a loro esterne e in particolare dai soggetti destinatari, di volta in volta, delle attività d'interferenza”. Per non dare nell’occhio i tre agivano individualmente, pur restando sempre in contatto, ognuno occupandosi “della propria sfera di competenza”. "Volontà di segretezza" evidente dal ricorso a “schede telefoniche con intestatari di comodo”, dagli ammonimenti che si facevano l’un l’altro al fine di “esprimersi con maggior cautela ed evitare un linguaggio esplicito” e dall’incontrarsi “in luoghi anonimi e difficilmente controllabili, tra i quali le aree di servizio autostradali”.
Nella sentenza emessa nel marzo scorso, per i reati non legati all’associazione per delinquere, è stato condannato a 10 mesi per diffamazione e violenza privata l’ex sottosegretario all’Economia, Nicola Cosentino. Inflitti due anni anche all’ex presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, per il reato di abuso d’ufficio. Per le altre posizioni i giudici hanno riconosciuto una serie di prescrizioni tra cui quella dell’ex governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci.

 

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