giovedì 4 aprile 2019

La vera “rifondazione della sinistra” è contro le due destre

C’è un saggio di Marco Revelli del 1996 intitolato “Le due destre” che per me resta un punto di partenza fondamentale per qualsiasi progetto politico di alternativa politica e sociale e di ricostruzione della sinistra “sociale”.
Secondo Revelli la storica contrapposizione tra destra e sinistra venne sostituita da quella tra due destre: una tecnocratica ed elitaria [il centrosinistra], l’altra populista e plebiscitaria [il centrodestra]. Entrambe avevano l’obiettivo di offrire una sponda al processo di ristrutturazione del capitalismo, smantellando le regole e le garanzie su cui era fondato il compromesso socialdemocratico della seconda metà del ‘900.
Entrambe rimettevano al centro dei propri programmi l’impresa privata, le privatizzazioni delle aziende pubbliche, la flessibilità del lavoro ed i tagli al welfare (pensioni sanità, scuola). Secondo Revelli l’unica differenza tra le due opzioni era nei mezzi: la destra tecnocratica ed elitaria [il centrosinistra] puntava essenzialmente alla mobilitazione dei “ceti medi riflessivi” in un progetto di società individualizzata e competitiva; la destra populista e plebiscitaria [il centrodestra] si rivolgeva invece alle fasce sociali più penalizzate dalla dissoluzione dello stato sociale e dal crollo della domanda interna, ovvero la piccola e media impresa, i disoccupati, i precari e tutti i nuovi esclusi.
Certo, molte cose dal 1996 sono cambiate, ma il quadro politico ha visto solo un avvicendarsi di forze ed approcci diversi all’interno di ciò che Revelli chiamava “destra plebiscitaria” [il centrodestra]. Quanto alla “destra tecnocratica” [il centrosinistra] di quella restano solo le macerie rappresentate dal PD (che con Renzi è riuscita anche ad avere la sua deriva plebiscitaria) e dai soliti “cespugli”.
All’interno di un quadro politico del genere, come qualcuno ha già osservato, qualsiasi richiamo al “frontismo” contro la destra plebiscitaria che ha imboccato la strada del populismo reazionario, non può che essere la continuazione del canto del cigno della vecchia sinistra reduce dei miti del blairismo e del kennedismo all’italiana.
Fatte le necessarie integrazioni e correzioni in ordine ai grandi cambiamenti nel frattempo intervenuti, quell’analisi di Revelli per me resta attualissima salvo che per una cosa: l’autore de ” le due destre” non poteva certo immaginare, più di vent’anni fa, che lo smantellamento dello statuto dei lavoratori – il jobs act – sarebbe stato messo in atto proprio dagli eredi della (ex) sinistra.

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