giovedì 11 aprile 2019

Ha ragione Tridico: bisogna ridurre – e di molto – l’orario di lavoro a parità di salario

Ha ragione il presidente dell’INPS, dagli anni 70 in Italia non ci sono significative riduzioni dell’orario di lavoro. Anzi negli ultimi anni chi lavora, lavora di più. Quindi ridurre l’orario è necessario, ma non solo per ridurre la disoccupazione, ma per redistribuire davvero la produttività e per migliorare complessivamente le condizioni di vita. Un lavoratore italiano la ora 300 ore all’anno in più di un tedesco, questo significa che la riduzione d’orario è possibile solo con un radicale cambiamento di politica economica.
Di fronte alla potente innovazione tecnologica della cosiddetta industria 4.0 non dobbiamo ripetere gli errori compiuti con l’invenzione della categoria del postfordismo. Questa categoria ha confuso un progresso tecnico e un cambiamento nella organizzazione del lavoro manifatturiero e nella sua distribuzione mondiale a favore dei paesi di nuova industrializzazione, con un cambiamento di sistema; non è così.
Non ci sono mai stati tanti operai nel mondo come da quando si é cominciato a parlare di fine della classe operaia. Non c’è mai stato tanto lavoro salariato come da quando si è proclamato il suo superamento. Non si è mai esteso tanto il taylorismo come da quando si detto che la nuova organizzazione del lavoro lo avrebbe eliminato. Oggi il Taylorismo si estende a tutto il lavoro che una volta si sarebbe detto intellettuale o di servizio. Quindi se è vero che come in agricoltura avremo una riduzione della occupazione manifatturiera strettamente definita, l’industria si estenderà a lavori ieri impensabili, che oggi chiamiamo di servizi pubblici e privati.
La cosiddetta terziarizzazione è la industrializzazione di nuovi settori. Con questa ottica, cioè che il capitalismo, finche esisterà non potrà fare ameno di due cose: diffondere il lavoro salariato e controllarne sempre di più il tempo di lavoro, con questa ottica bisogna affrontare il tema della necessaria riduzione degli orari di lavoro.
In Italia nel 1932 in piena grande depressione il padrone della Fiat Giovanni Agnelli scriveva a Luigi Einaudi per sostenere la riduzione dell’orario di lavoro.
La motivazione era la diversa velocità innovazione tecnologica ed ordinamento del lavoro. Einaudi rispose con la solita ideologia liberista: lo stato non deve combattere la disoccupazione perché essa è salutare e il sistema di mercato reagisce automaticamente ad essa.
Naturalmente vinse Einaudi è il fascismo si schierò con lui.
Nello stesso periodo Keynes prevedeva che lo sviluppo della produttività avrebbe liberato tempo di lavoro e che nel 2000 non si sarebbe lavorato più di trenta ore settimanali. Perché non é successo, quando e come si è interrotto il processo storico di riduzione dell’orario di lavoro?
Per chiarire effettivamente cosa è successo bisogna distinguere tra
ORARIO LEGALE DI LAVORO
ORARIO CONTRATTUALE DI LAVORO
ORARIO DI FATTO
ORARIO DI PRESTAZIONE EFFETTIVA E TEMPO DI LAVORO REALE

Le quattro fatti specie hanno una dinamica bel tempo differente tra loro e quindi vanno esaminate separatamente.
L’ORARIO LEGALE DI LAVORO, con l’eccezione della della Francia e di pochi altri paesi è fermo sostanzialmente ai primi anni venti del secolo scorso, quando la legislazione nei paesi industrializzati stabilì le 8 ore giornaliere intese come 48 ore settimanali. Se alla dine degli anni sessanta la legislazione ha favorito la riduzione degli orari, a partire dagli anni 80 tale tendenza si è interrotto, con l’eccezione della Francia. La spinta liberista ha poi imposto anche legalmente il concetto di orario medio rispetto a quello massimo, il che ha portato ad una legislazione che pur non aumentando l’orario massimo, lo ha spalmato su tutto l’anno di fatto trasformando l’orario settimanale in orario annuale.
L’ultima direttiva europea in fatto di orari, del 2003, definisce l’orario settimanale di 48 ore come MEDIO e con l’obbligo di quattro settimane di ferie. Quindi l’orario di lavoro massimo annuale nella UE può legalmente arrivare fino a 2304 ore, ben al di sopra degli orari di fatto di qualsiasi paese dell’Unione. Quanto alla durata massima della giornata di lavoro per la UE è di 13 ore, con l’obbligo di riposo di 11 ore. Va detto che in Italia queste 11 ore di riposo hanno ricevuto deroghe contrattuali, il governo Berlusconi le aveva persino imposte per legge nella sanità, cioè si è lavorato con tempi di riposo inferiori.
Si può dire quindi che la legislazione, con la introduzione della flessibilità, abbia complessivamente aumentato l’orario massimo di lavoro.
Come sappiamo gli ORARI CONTRATTUALI sono diminuiti quasi ovunque fino all’inizio degli anni 80 del secolo scorso. In Italia questo ha significato la conquista delle 40 ore settimanali, che poi sono diventate 37 e mezzo per i turnisti con la pausa mensa. È bene ricordare che la riduzione d’orario fu voluta dagli operai come settimana corta. Nel contratto dei metalmeccanici del 1969 fu posta infatti in consultazione l’ipotesi alternativa di riduzione dell’orario giornaliero, ma essa fu respinta a grande maggioranza a favore del week end libero. Ed è bene altresì ricordare che negli anni 70 fu la lotta operaia ad imporre l’innovazione tecnologica e persino l’automazione, come in FIAT. E questa automazione non faceva paura né riduceva l’occupazione complessiva.
A partire dagli anni 80 la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro per via contrattuale si ferma, con l’eccezione della Germania dove la IG Metall conquista le 35 ore, con una lotta durissima.
Da noi anche sul piano contrattuale comincia ad affermarsi la linea della flessibilità, per cui le richieste di riduzione dell’orario, a partire dagli anni 80 diventano giornate di riposo in più, spesso giocate nel quadro dei ritmi produttivi aziendali. La lotta sugli orari è sempre più legata all’utilizzo degli impianti ( senza però ottenere risultati strutturali come la quinta squadra strutturale nel ciclo continuo, obiettivo fallito in Italia e realizzato parzialmente in Francia. Nello stesso tempo aumenta il ricorso allo straordinario che in tutti i contratti diventa in parte obbligatorio. In Italia ancora negli anni 90 si lotta su questo terreno, fino alla vertenza della FIAT di Melfi del 2004 contro le turnazioni imposte dall’azienda. Poi non si hanno più vertenze significative sugli orari di lavoro.
In questo contesto di arresto della riduzione legale e contrattuale degli orari, gli ORARI DI FATTO subiscono comunque una riduzione nel tempo. Essa è sia una riduzione voluta dell’orario, sia quella naturale e fisiologica che corrisponde cioè all’utilizzo effettivo della forza lavoro da parte delle imprese. Infatti vediamo che i paesi che effettivamente riducono l’orario di lavoro per legge o contratto, come la Francia e la Germania, hanno orari annuali molto più bassi dell’Italia, che comunque riduce i suoi orari annuali, aumentando però la differenza del tempo di lavoro. Cioè gli operai italiani diventano gli stakanovisti d’Europa. Questo nonostante il dilagare di contratti part time che teoricamente dovrebbero registrare orari di prestazione inferiori.
E qui arriviamo al TEMPO DI LAVORO REALE. Cioè a quanto il lavoratore è effettivamente Ecco Così giungiamo al TEMPO DI LAVORO REALE che vede il lavoratore effettivamente impegnato nella prestazione lavorativa . Qui a partire dagli anni 80 abbiamo un colossale AUMENTO.
Tale incremento avviene con quattro operazioni fondamentali.
La riduzione della porosità del tempo di lavoro. Cioè la soppressione delle pause tecniche che si raggiunge con la razionalizzazione del processo produttivo tramite informatica e nuovo taylorismo. A questo si aggiunge anche l’attacco alle pause contrattuali e fisiologiche ufficiali. La sostanza è che otto ore di lavoro oggi sono molto più piene e faticose di qualche decennio fa.
La seconda operazione e la riduzione apparente degli orari a cui corrisponde un aumento non adeguatamente retribuito. Ad esempio le ore supplementari imposte ai lavoratori part time, che spesso li portano a lavorare oltre lo stesso orario contrattuale.
La terza operazione è determinata dal tempo in cui si é disposizione del lavoro senza essere effettivamente considerati al lavoro. È una lotta di classe sul tempo che i padroni oggi conducono intensamente: tutto il mondi del lavoro precario, ma non solo quello, la subisce. Per fare un’ora retribuita di lavoro si devono spendere ore del proprio tempo in attesa della chiamata. È tempo di lavoro non retribuito. Il lavoro gratuito dilaga e aumenta l’orario complessivo di lavoro anche se non viene considerato tale, all’opposto del tempo tuta, cioè il tempo per gli operai di vestirsi per il lavoro, considerato tempo di lavoro da molte sentenze. Ecco oggi al contrario aumenta il tempo di lavoro complessivo, ma diminuisce il tempo di lavoro riconosciuto come tale ed effettivamente retribuito. Quello che si chiama essere pagati in base ai risultati, come ha teorizzato l’ex ministro Poletti, in realtà è aumento di lavoro gratuito. 
Infine l’elevazione dell’età pensionabile aumenta il tempo di lavoro in vita, la riforma Fornero comporta mediamente da 5000 a 7000 ore di la oro in più nella vita di una persona.
Da questi dati emergono due conclusioni.
La prima e che la svolta liberista degli anni 80 ha portato al blocco sostanziale del processo storico di riduzione degli orari e anche ad un loro aumento in termini di tempo di lavoro reale. La flessibilità degli orari e la precarizzazione del lavoro sono stati le basi di questo processo.
La seconda è che la riduzione d’orario come progettata da Agnelli e da Keynes, come soluzione razionale e condivisa della disoccupazione non sarà mai davvero accettata dalle classi imprenditoriali. Che sempre puntano a combinare l’evoluzione della tecnologia con l’estrazione di plusvalore assoluto, cioè cercando di allungare il più possibile l’orario di lavoro. E siccome nelle crisi aumenta la disoccupazione e quindi si riduce il potere contrattuale del lavoro verso il capitale, paradossalmente è più facile ridurre l’orario quando c’è piena occupazione, che quando servirebbe a ridurre la disoccupazione.
Per questo oggi abbiamo lavoro straordinario e disoccupati assieme, non solo nel sistema ma anche nella stessa azienda.
Se si vuole, ed è giusto volerlo, la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario, non si può pensare ad essa come la soluzione tecnica del problema tecnico della disoccupazione.
Essa va invece pensata nel quadro di un cambiamento complessivo della società, sia dal lato dei rapporti di potere tra le classi, sia da quello del modo di vivere.
Non si riduce l’orario di lavoro se il padrone ha il dominio assoluto del tempo del lavoratore e se la società è governata dal profitto. La lotta dei lavoratori per essere più liberi dal lavoro e nel lavoro e quella per politiche economiche di rottura con il liberismo e per la piena occupazione sono necessarie assieme.
E con esse deve riemergere la questione di fondo del rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita.
La lotta per le 8 ore fu lanciata dalla Prima Internazionale già nel 1866. Era per allora, con orari giornalieri di 10 12 ore, una idea visionaria.
Che si reggeva su un progetto di vita chiaro: la ripartizione della giornata in tre parti uguali, una per il lavoro, una per il riposo, una per sè stessi. La forza razionale di questa visione servi ad affermarla.
Oggi che rapporto noi pensiamo tra tempo di lavoro e tempo di vita? Come proponiamo che sia una più giusta ripartizione del tempo?
In Germania c’è stata una prima apertura verso le 28 ore settimanali. Pensiamo a questo obiettivo e lo generalizziamo? E come ripariamo nella settimana queste ore? Queste sono le domande concrete a cui dobbiamo rispondere, magari costruendo la risposta con una consultazione, discussione di massa come fecero i metalmeccanici nel 1969.

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