venerdì 19 maggio 2017

Alternanza scuola lavoro? Un mezzo flop

L’alternanza obbligatoria scuola-lavoro per gli studenti degli ultimi tre anni delle superiori e che, dal 2018, è prevista come materia dell’esame di Stato sta causando non pochi problemi agli istituti e ai professori, che non sanno dove piazzare gli studenti. E su cui ora è possibile fare un primo bilancio. Lo scrive L’Espresso in una inchiesta.
Per evitare il flop, il ministero dell’istruzione ha messo sul piatto oltre 100 milioni di euro per la formazione dei professori-tutor e ha inserito tra le strutture che possono ospitare i ragazzi associazioni del terzo settore, enti ecclesiastici e sportivi, che si vanno ad aggiungere ad aziende, camere di commercio e ordini professionali.
Per quanto riguarda i criteri che rendono valida un’alternanza, però, si naviga ancora a vista, mentre l’alternanza corre lungo la penisola tra casi di eccellenza e storie di sfruttamento e che finisce per ricalcare il divario tra Nord e Sud quando si parla di lavoro, con gli studenti settentrionali privilegiati rispetto ai compagni meridionali. Si scopre, senza troppe sorprese, riporta L’Espresso, che l’innovazione si registra nelle scuole vicine ai cluster industriali, alla meccanica 4.0, ai poli manifatturieri, alle reti d’impresa, alla Confindustria.
Per Assolombarda, che tiene insieme 5.786 imprese, esiste un problema per le aziende: «Non è che non vogliano gli studenti», spiega il vice presidente Massimo Giovanardi, «è che non sanno come muoversi. Per questo abbiamo predisposto un manuale per spiegare che si può fare».

L’Assolombarda ha creato una piattaforma digitale in cui far incontrare progetti e competenze e ha stilato un elenco per le competenze acquisite a fine progetto, oltre a una tabella su quelle trasversali. Un modello rigido, spiegano, «ma inevitabile».
Per il demografo dell’università Cattolica Alessandro Rosina, che coordina il Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, «il problema non è la rigidità dei modelli o pulire bagni e pavimenti, ma fare in modo che i ragazzi si inseriscano in un tessuto socio-culturale ricco, che ci sia occasione di motivazione e sviluppo delle competenze: più ti scontri con i tuoi limiti, più vuoi imparare. Invece l’alternanza della Buona scuola ha obiettivi generici, nessun piano di stima d’impatto, scarsa uniformità sulla valutazione. Eppure gli studenti, che vedono e temono la disoccupazione, chiedono alla scuola di essere rafforzati proprio sulle competenze per poi stare sul mercato»

giovedì 18 maggio 2017

Istruzione, Italia maglia nera d’Europa

Nel 2014 la spesa per l’istruzione è scesa al 4,1% del Pil, di fronte a una media europea del 5,3%. E il 70% dei nostri adulti non raggiunge un livello minimo e indispensabile di alfabetizzazione. Il Rapporto sullo Stato sociale 2017
La grande crisi esplosa tra il 2007 e il 2008 sarebbe una vera e propria “stagnazione secolare”.
A sostenerlo è il Rapporto sullo stato sociale 2017, curato dalla Facoltà di Economia della Sapienza di Roma. La formula, coniata per la prima volta nel 1938 dal celebre economista Alvin Hansen per descrivere gli effetti della “grande depressione” degli anni ’30, sarebbe ora più che mai attuale. Secondo i curatori del rapporto, l’attuale recessione presenterebbe molte analogie con quella che scaturì in seguito al crac di Wall Street del 1929: l’alto tasso di risparmio, i bassi investimenti e il conseguente declino dei tassi di interesse. Tutte condizioni che spingono in basso la domanda, “deprimendola a livelli incompatibili con la crescita”, e vanificano l’effetto di politiche monetarie espansive. Come rilanciare quindi le nostre economie? Il Documento è chiaro: solo con l’ampliamento delle politiche pubbliche, il rilancio del welfare e il potenziamento degli investimenti pubblici possiamo tornare a crescere e tirare un sospiro di sollievo.
E qui cominciano le critiche all’Unione Europea: secondo i curatori dello studio, le politiche sociali comunitarie riflettono “l’inadeguatezza della visione economico – sociale che ha guidato la sua costruzione”. In particolare il contenimento dei bilanci pubblici e la mancanza di investimenti e di piani industriali – in poche parole le politiche di austerity – sono la causa delle scarse performance economiche del Vecchio continente, e non la soluzione. Il veleno scambiato per l’antidoto. Un problema non solo europeo, ma sopratutto italiano, visto che lo studio sottolinea come “la polarizzazione delle condizioni nazionali che ha accompagnato le politiche economiche e sociali affermatesi nell’Unione europea vede l’Italia tra chi ha peggiorato la propria condizione relativa”. Un mix letale che ha portato il nostro Paese nelle condizioni in cui tutti conosciamo.
La Sapienza sottolinea innanzitutto come l’Italia si conferma maglia nera d’Europa per quanto riguarda la spesa per l’istruzione, tra le più basse dell’Unione, e in calo costante: nel 2014 è scesa al 4,1% del Pil rispetto al 4,4, del 2010, di fronte a una media europea del 5,3%. Nel Belpaese si spendono 9300 euro per studente, contro gli 11 mila della Francia, gli 11.500 della Germania e i 14 mila di Austria, Regno Unito e Svezia. Preoccupante anche il tasso di alfabetizzazione dei nostri adulti: secondo il paper , il 70% di questi non raggiunge un livello “minimo e indispensabile per un positivo inserimento nelle dinamiche sociali ed economiche”. L’insieme dei dati non rende sorprendente che la popolazione italiana tra i 30 e i 34 anni abbia un livello di istruzione molto sotto la media Ue: solo il 25% ha una laurea, contro il 38,7% della media europea e della soglia del 40% raggiunta dai Paesi membri fondatori, valori che nelle regioni del Mezzogiorno raggiungono il 20%. Un altro aspetto negativo del sistema d’istruzione italiano è il sistema universitario, molto più ristretto rispetto agli altri Paesi europei: nella media Ue ci sono 4,9 istituzioni universitarie per milioni d’abitanti: in Francia sono 5,6, mentre in Germania 3,9; l’Italia è all’ultimo posto con 1,5%. Il primato aspetta invece alle tasse universitarie, pari a un quarto della spesa totale, contro una media europea del 14% dei Pesi europei del 21% dei Paesi Ocse.
Per quanto riguarda la spesa sociale, l’Italia spende il 28,8% rispetto al Pil, una tendenza di poco superiore rispetto alla media europea (28%) Ma la spesa pro capite è in calo e sotto la media: se al dato Eu15 diamo un valore pari a 100, il nostro è sceso di 10 punti nell’arco di 14 anni, da 84 del 2000 a 74 del 2014. I Paesi che spendono di più sono Francia e Danimarca (32,2%), quello che spende meno l’Irlanda (19,3%). Le voci di spesa però sono disomogenee e variano da Paese in Paese: l’Italia registra un record nella spesa pensionistica (18,5% contro 14,7% dell’Ue) e nella spesa per anziani (vicina al 50% insieme a Grecia, Portogallo, Lettonia, Polonia e Romania).
Cattive notizie anche sul fronte della lotta alla povertà: secondo i ricercatori della Sapienza, le persone a rischio esclusione sociale in europa sono 120 milioni (poco meno di un quarto dei cittadini europei), una percentuale che oscilla dal 14% della repubblica Ceca al 41,3% della Bulgaria. Nei Paesi dell’Europa del Sud la tendenza è ancora in crescita rispetto al 2012, anno in cui i poveri stimati in Italia erano 18 milioni, quasi il 30% della popolazione. L’indice comunitario di povertà relativa si attesta invece attorno al 17,3%, mentre quello del Belpaese tocca il 20%. Per quanto riguarda la povertà assoluta, l’Italia ha registrato un miglioramento rispetto al 2015, ma il suo indice è il più alto nell’Ue dopo la Grecia. Forse perchè il nostro Paese, insieme al cugino all’ellenico, è l’unico sprovvisto di una misura universale contro la povertà e di garanzia di reddito minimo. E nonstante ciò, secondo il documento, tali provvedimenti già esistenti, non sarebbero necessari a portare il reddito dei poveri vicino ai valori previsti dall’Eurostat, del 60% del reddito mediano nazionale pro capite – in alcuni Paesi si arriva a malapena al 20%. Tuttavia, secondo la Sapienza, stimare la povertà è molto difficile: questo dipende anche dagli altri tipi di prestazioni connesse al welfare, come la spesa sanitaria, i contributi abitativi e le misure assistenziali – difficilmente quantificabili – e anche le diverse condizioni considerate dai sistemi europei, come l’età, la cittadinanza e il tipo di trasferimento monetario.
Ma quali sono state le poltiche “sbagliate” che hanno fatto precipitare l’Italia al fondo della classifica europea? Secondo il Rapporto in primo luogo le politiche sul lavoro e il varo del Jobs Act , che con l’intenzione di ridurre le tutele per i lavoratori e i contributi ai datori per un triennio, non ha rilanciato, se non solo provvisoriamente, la crescita e l’occupazione. In secondo luogo l’invecchiamento progressivo della popolazione, che genera effetti economici di rilievo per il nostro sistema di welfare; invecchiano anche gli occupati, cosa che ha effetti negativi sul grado di formazione media e sulla produttività, mentre sempre più giovani rimangono senza lavoro (40%) a causa dell’incapacità del nostro sistema di creare nuovi posti di lavoro. Ci sono poi politiche di welfare, inadeguate a creare occupazione e a contrastare la povertà e le diseguaglianze; un sistema sanitario disomogeneo che, sopratutto nel Mezzogiorno, non risponde alle esigenze di salute dei cittadini; una contrazione della spesa pensionistica che comporta anche un impulso depressivo per la domanda. Nel frattempo sempre più giovani, conclude lo studio, cercano lavoro all’estero nonostante gli investimenti – bassi – nell’istruzione del nostro sistema, mentre i risparmi privati delle famiglie italiane si ricongiungono all’estero con la “forza lavoro più istruita”, dove concorrono ad alimentare “sistemi conocrrenziali al nostro”. Il tutto mentre in Italia si punta alla riduzione del costo del lavoro per far sopravvivere imprese che operano in settori maturi, con persone di bassa formazione, di origine perlopiù immigrata, che operano spesso con modalità “irregolari se non malavitose”. Almeno su questo ci spetta il primato.

mercoledì 17 maggio 2017

Stop agli sbarchi durante il G7 di Taormina

Contrordine signori: i processi di immigrazione di massa, finora descritti come naturali, fisiologici ed irreversibili, possono essere non solo controllati e regolati ma addirittura bloccati. Per una settimana intera e con una settimana di anticipo, in occasione del G7 a Taormina, fissato per il 26 maggio.
Da lunedì prossimo, le imbarcazioni cariche di migranti dovranno attraccare altrove. A stabilirlo è la direttiva firmata dal capo della polizia Franco Gabrielli, diramata per garantire la massima sicurezza dei capi di Stato e di governo che si riuniranno per due giorni. Oltre 8mila gli uomini impegnati.
Le “aree di sicurezza” individuate dal prefetto sono tre: quella “di rispetto” che “comprende gli itinerari terrestri, marittimi e aerei di accesso alle località interessate da sottoporre a eventuali interdizioni”; quella “riservata”, contigua “ai luoghi del summit e di altri eventi collegati con specifici divieti e varchi di controllo dove far accedere persone interessate e mezzi accreditati” e infine quella di “massima sicurezza”, vale a dire quella in cui “si svolge l’evento e ci sono le strutture interessate al soggiorno delle personalità dove attuare le massime misure di vigilanza e controllo con personale specializzato e tutte le tecnologie disponibili, accessibile solo con appositi accrediti”, comprendente il San Domenico Palace di Taormina dove si svolgono le riunioni, l’antico Teatro greco e il Palazzo dei congressi.
Anche la navigazione sarà progressivamente limitata, a partire già da oggi. La direttiva è esplicita in tal senso: “È già stata rappresentata la necessità di realizzare, a partire dal 15 maggio, una riduzione progressiva degli sbarchi a Messina e poi per l’intera Sicilia evitando comunque di impegnare i porti dell’isola nei seguenti periodi: porto di Messina, dalla mezzanotte del 18 maggio 2017 fino alle 24 del 28 maggio successivo; tutti gli altri porti della Sicilia, dalla mezzanotte del 22 maggio 2017, fino alle 24 del 28 maggio successivo”.
Un capitolo specifico è stato dedicato ai “mirati servizi di monitoraggio della rete per la prevenzione e il contrasto di cyber attacchi verso infrastrutture critiche ovvero verso sistemi informatici connessi all’evento, nonché per l’espletamento di attività su possibili attività di cyber terrorismo di qualunque matrice o ispirazione politica”.
Sarà rigidamente controllata la corrispondenza “indirizzata agli organizzatori, istituzioni, personalità e obiettivi a rischio”. La Polizia Postale avrà inoltre il compito di impedire eventuali intrusioni “nelle comunicazioni telefoniche e radio, al fine di garantire la sicurezza nelle comunicazioni dedicate alla gestione dell’ordine pubblico”. Agli specialisti italiani, si affiancheranno quelli statunitensi che avranno a disposizione linee “dedicate”, utilizzabili esclusivamente dai componenti della delegazione del presidente Donald Trump.
Il controllo e la difesa del territorio spetteranno ai tiratori scelti, agli artificieri e ai sommozzatori. Sono state previste anche delle barriere per impedire qualsiasi tipo di intrusione.

martedì 16 maggio 2017

Cambiano solo i burattini eletti, non il potere che li crea

Finalmente è finita anche questa farsa che ha tenuto in ansia i media ed i social. Ha vinto Macron. Ha perso la Le Pen. E chi se ne frega. E’ un mese che non si parla d’altro, come se importasse qualcosa, come se cambiasse qualcosa, oltre alle apparenze. Ancora troppo pochi si rendono conto del discorso più profondo: tutta questa bagarre, in realtà, è perchè i popoli diano il loro gioioso assenso alla piramide di fantocci che si occuperà esclusivamente di fare quello che gli viene detto di fare da livelli superiori. In barba a desideri e speranze del popolo. Quello che cambia, come diciamo da sempre, è solo il tipo di sentimenti che vengono cavalcati: da una parte gli egoismi, dall’altra le speranze. Questa la differenza tra Trump e Obama, Le Pen e Macron, Berlusconi e Prodi, Renzi e Salvini, ecc. Che in fondo rispecchia semplicemente la differenza tra Ratzinger e Bergoglio, o meglio, tra Gesuiti ed Opus Dei. Da una parte lo sfruttamento degli egoismi, dall’altra la manipolazione dei buoni sentimenti. Questa la sola vera differenza tra le due principali piramidi di potere del mondo.
Ad esempio: cosa cambia ad un bimbo mediorientale, se la bomba che gli cade in testa arriva dall’affabile Obama o dall’impresentabile Trump? Niente. Zero. Zilch. Nada. Nella questione Macron/Le Pen possiamo quindi dire: “rien”. Negli Macronultimi anni il divide et impera principale che è stato fomentato nelle teste degli europei è “Europa sì, Europa no”. Eppure sarebbe tanto bello poter parlare di un’Europa che andrebbe costruita bene, di una democrazia, di un’economia più equa, ma non è di questo che vogliono farci parlare. Vogliono che ci dividiamo e che scegliamo il “meno peggio” a seconda del nostro orientamento politico/etico. Ma non esiste un meno peggio: esistono marionette manovrate con la mano sinistra, e marionette manovrate con la mano destra. Le differenze? Quando non sono puro maquillage, alla fine si riducono ad argomenti di terz’ordine, quelli che servono per far contenta una parte del proprio elettorato, quella più superficiale.
La Le Pen è anti-Europa esattamente come Tsipras: solo chiacchiere. Altrimenti non sarebbe stata ad un passo dalla presidenza francese. In questo articolo, Thierry Meyssan parla del ruolo dell’Opus Dei nella costruzione della Ue attraverso il riciclaggio/sdoganamento degli ex fascisti e nazisti col beneplacito di De Gaulle. Quindi, se avessero eletto la La Pen, avrebbe fatto la fine di Tsipras, ovvero, non sarebbe cambiato nulla. E Macron? Beh, lui viene dalla Banca Rotschild. Una garanzia di assoluta continuità. Dunque non cambia nulla. E quindi? Se è tutta una presa in giro, che Obamapossiamo fare? Ovvio: le cose da cui ci vogliono realmente distogliere: la coltivazione e l’utilizzo delle parti migliori di noi. Cerchiamo di smettere di abboccare sempre all’amo.
Occupiamoci di cose serie, su cui possiamo avere un impatto concreto: dal sorriso al vicino di casa, alla salvaguardia delle cose che ci sono vicine, dalla diffusione di concetti e forme-pensiero migliori, alla telefonata a quella zia sola e un po’acida, che proprio non vorremmo chiamare. Invece di sentirci a posto perchè abbiamo votato per un Nobel per la Pace che poi bombarda milioni di persone, aumentiamo per come possiamo il livello generale di pace, creandola prima in noi stessi, e poi cercando di contagiare il prossimo. Nel frattempo, ovviamente, occhi sempre più aperti per evitare di cadere in binari di pensiero che sono stati creati apposta per portarci sulla strada sbagliata. E’ finita l’era della delega

lunedì 15 maggio 2017

Stanno svendendo l’Italia al miglior offerente

Se l’amministratore di un’impresa privata decidesse di regalare beni aziendali e poi regalasse soldi a chi accettasse di appropriarsene, questo amministratore difficilmente riuscirebbe ad evitare il confronto col codice civile e penale. Invece i nostri governanti, amministratori dei beni di tutti, così si comportano con le nostre proprietà e con quelle altrui che finanziano. Per lo Stato, nell’economia debbono valere regole di svantaggio rispetto a qualsiasi grande azienda privata, così vuole l’Unione Europea e così i governanti che ad essa ubbidiscono. Ovviamente con la massima soddisfazione degli imprenditori privati, che si vedono regalate le aziende e che quando le mandano in malora possono fuggire e scaricare di nuovo tutto sullo Stato. Con quanti nostri soldi lo Stato italiano ha finanziato le privatizzazioni? Decine e decine, forse centinaia sono i miliardi spesi per privatizzare il patrimonio produttivo pubblico, nel nome della riduzione di un debito che non si è mai realizzata e di un maggiore efficienza mai ottenuta. Quanti miliardi sono stati regalati a imprenditori e multinazionali che poi hanno sfasciato le aziende?
Questa cifra non viene mai fornita ad una opinione pubblica martellata dalla campagna a favore delle svendite. Svendite come quella delle acciaierie di Piombino, che dopo una lunga trafila di fallimenti imprenditoriali, da Lucchini ai magnati russi, sono Alitaliastate regalate ad un imprenditore algerino che non si è mai fatto vedere. Quella che oggi è l’Ilva è stata regalata alla famiglia Riva dal governo e dall’Iri di Prodi. I Riva hanno accumulato per anni miliardi, poi sono crollati sotto il peso della crisi e dei danni ambientali. Lo Stato da allora finanzia l’azienda a fondo perduto, in attesa di svenderla a qualche multinazionale che saccheggerà ciò che è rimasto, farà un’ecatombe di licenziamenti e lascerà tutti i danni ambientali a carico della comunità e della spesa pubblica. Mentre fallivano in Ilva, i Riva venivano chiamati da Berlusconi a salvare l’Alitalia, assieme a Colaninno, Marcegaglia, Montezemolo e tanti altri bei nomi, tutti coordinati da Passera allora a capo di Banca Intesa. Tutta la crema della imprenditorialità e della finanza italiana ha mostrato il suo reale valore nella gestione della compagnia aerea. E il fallimento è stato totale, come quello del quotidiano che ufficialmente la rappresenta, il “Sole 24 Ore”.
Le poche grandi privatizzazioni che, per ora, non sono fallite hanno consegnato le eccellenze del sistema produttivo italiano, dalla Telecom all’Ansaldo, alle multinazionali. Multinazionali a cui si affidano le aziende private medie, non appena i loro vecchi titolari pensino al futuro, Luxottica insegna. La Fiat della famiglia Agnelli è un’azienda americana con sede legale in Olanda, mentre l’Olivetti non esiste più, è stata sacrificata da De Benedetti per realizzare l’Omnitel, che oggi appartiene alla Vodafone. Le banche, che in gran parte erano pubbliche, o sono già in possesso o sono in attesa di un compratore estero, partner si dice nel mondo bene. Quel sistema industriale e finanziario che era stato in grado di collocare il nostro paese tra quelli più sviluppati, e che si reggeva proprio per il peso ed il ruolo del sistema pubblico, è stato smantellato e svenduto pezzo Maurizio Martinadopo pezzo. E dopo il fallimento indecoroso della classe imprenditoriale italiana, quel sistema è ora terreno di caccia per tutti i venditori di Colosseo che parlino inglese.
Il vice di Renzi, Martina, ha sfacciatamente confessato che il governo non può nazionalizzare Alitalia, altrimenti dovrebbe fare altrettanto con tutte le aziende che dovessero chiudere. Che evidentemente sono tante per l’ingenuo ministro, che smentisce in tal modo l’ottimismo ufficiale del palazzo. Così, grazie alla fermezza autolesionista del governo, Lufthansa può far sapere di non essere interessata alla nostra compagnia aerea: deve solo aspettare la catastrofe finale dell’azienda e poi raccoglierne gratis i cocci. Lo stesso faranno le multinazionali dell’acciaio interessate all’Ilva: anch’esse devono solo attendere il disastro. Le privatizzazioni sono solo svendita di beni di tutti, una svendita pagata coi soldi di tutti. Non c’è nulla di più falso e in malafede che affermare che lo Stato non può più spendere i soldi dei cittadini per finanziare aziende in crisi. Perché la realtà dimostra che regalare le aziende pubbliche ai privati alla fine costa molto di più. Costa di più sul piano produttivo perché le aziende vanno peggio. Costa di più sul piano sociale per i nuovi disoccupati che si aggiungono ai tanti altri già esistenti. E costa di più perché il conto, per la spesa pubblica che deve riparare ai guasti del privato, è più alto oggi di Giorgio Cremaschiquando le aziende erano in mano pubblica. Se l’amministratore di un condominio ruba si caccia lui, ma non si butta giù la casa. Le privatizzazioni han buttato giù la casa.
Gli articoli 41e 42 della nostra Costituzione hanno definito i vincoli a cui sono sottoposte la proprietà e l’iniziativa privata e gli spazi riservato all’intervento pubblico. Decenni di politiche liberiste sotto dettatura della Unione Europea hanno rovesciato nel loro opposto questi e tanti altri articoli della nostra Carta. Il privato deve avere tutto e il pubblico lo deve finanziare a fondo perduto. Si regalano 20 miliardi alle banche perché i loro futuri acquirenti non trovino troppe sofferenze, se ne sono versati altri 60 in sede europea per lo stesso scopo. Gentiloni promette a Trump di pagare la bolletta Nato, ma salvare Alitalia, Ilva, Piombino non si può, lì o ci pensa il mercato o si chiude. L’ideologia liberista è già insopportabile in sé, quando poi diventa la giustificazione per lo spreco dei soldi pubblici e per la distruzione del patrimonio industriale diventa un costo insostenibile. Dobbiamo ringraziare i lavoratori Alitalia che con il loro No hanno respinto l’ennesimo regalo ai privati, questa volta concesso agli sceicchi di Etihad, che non sono certo privi di mezzi propri. La nazionalizzazione di Alitalia, dell’Ilva, delle altre aziende strategiche in crisi è la sola via realistica per sottrarsi ai danni dell’incapacità imprenditoriale nazionale e della rapina multinazionale. Il resto è solo servilismo verso i poteri e gli interessi che vogliono il nostro paese in vendita. Low cost.

venerdì 12 maggio 2017

Bauman. L’arte del dialogo è la nostra rivoluzione

Essere uno stato, piccolo o grande non importa, vuole sempre dire una cosa molto semplice: avere sovranità territoriale, ossia la capacità di agire all’interno dei propri confini in base alla volontà di chi abita nel proprio territorio, senza rispondere agli ordini di qualcun altro. Dopo un’epoca in cui i vicinati si sono fusi o sono stati percepiti come destinati a fondersi in unità più grandi chiamate stati-nazione (con in agguato la prospettiva di un’unificazione e di un’omogeneizzazione della cultura, della legge, della politica e della vita umane in un futuro che, se non era immediato, sarebbe senza dubbio giunto), dopo la lunga guerra dichiarata dai grandi ai piccoli, dallo stato al locale e al “parrocchiale”, entriamo ora nell’epoca della “sussidiarizzazione”, in cui gli stati non vedono l’ora di scaricare i propri doveri, le proprie responsabilità e - grazie alla globalizzazione
e alla nascente situazione cosmopolitica - il compito ingrato di riportare il caos all’ordine, mentre le vecchie località e i vecchi comuni serrano i ranghi per assumersi queste responsabilità e battersi per qualcosa in più.
L’indicatore più vistoso, carico di conflitto e potenzialmente esplosivo del momento presente e la volontà di rinunciare alla visione kantiana di una futura Burgerliche Vereinigung der Menschheit, un’unificazione civile dell’umanità, che coincide con la realtà della globalizzazione avanzata e imperante della finanza, dell’industria, del commercio, dell’informazione e di ogni forma di violazione della legge.
A cio si associa il confronto di uno spirito e di un sentimento klein aber mein (“piccolo, ma mio”) con il dato di una condizione esistenziale sempre più cosmopolita. In seguito alla globalizzazione e alla divisione dei poteri politici che ne deriva, infatti, gli stati si stanno trasformando in vicinati piuttosto grandi, compressi all’interno di confini permeabili, tracciati in modo vago e difesi in modo inefficiente. Nel mentre, i vicinati di una volta - considerati sul punto di essere cestinati dalla storia, insieme a tutti gli altri pouvoirs intermediaires — lottano per assumere il ruolo di “piccoli stati”, sfruttando al meglio cio che rimane delle politiche quasi-locali e dell’inalienabile prerogativa monopolista, un tempo gelosamente custodita dallo stato, di dividere “noi” da “loro” (e viceversa). Il “progresso”, per questi piccoli stati, si riduce a un “ritorno alle tribù”.
In un territorio popolato da tribù, le parti in conflitto evitano e rinunciano senza esitazione a convincersi e a convertirsi a vicenda; l’inferiorità di un membro — di un membro qualsiasi — di una tribù straniera è e deve restare una debolezza predestinata, eterna e incurabile, o almeno deve essere vista e trattata come tale. L’inferiorità dell’altra tribù è la sua condizione permanente e irreparabile, il suo stigma indelebile destinato a vincere ogni tentativo di riabilitazione.
Una volta che la divisione tra “noi” e “loro” è stata istituita secondo queste regole, lo scopo di ogni incontro fra gli antagonisti non è più lo stemperamento, ma la ricerca o la creazione di ulteriori prove del fatto che qualsiasi stemperamento è irragionevole e fuori questione. Preoccupati di non svegliare il can che dorme e di evitare le sventure, i membri delle tribù bloccate nel circolo di superiorità/inferiorità non si parlano ma si ignorano. Per coloro che risiedono (o sono stati esiliati) nelle zone grigie di frontiera, la condizione di «essere sconosciuti e dunque minacciosi» e l’effetto della loro intrinseca o ipotetica resistenza o sottrazione alle categorie cognitive utilizzate come pilastri dell’“ordine” e della “stabilità”.
Il loro peccato capitale o il loro crimine imperdonabile consiste nell’essere la causa di una difficoltà mentale e pragmatica, derivata dalla confusione comportamentale che essi non possono non produrre (qui si può pensare a Ludwig Wittgenstein, che faceva consistere il comprendere nel sapere come andare avanti). Inoltre, questo peccato incontra ostacoli formidabili nella sua redenzione, per via del “nostro” testardo rifiuto di instaurare con “loro” un dialogo teso ad affrontare e a superare l’iniziale impossibilità della comprensione. L’assegnamento alle zone grigie è un processo autoalimentantesi messo in moto e intensificato dal venir meno o, meglio, dal rifiuto a priori della comunicazione.
Elevare la difficoltà della comprensione al rango di un’istanza o di un dovere morale imposto da Dio o dalla storia è, dopotutto, la prima causa e uno stimolo fondamentale alla definizione e al rafforzamento dei confini che “ci” separano da “loro”, anche se non su base esclusivamente etnica o religiosa, e della funzione fondamentale a cui devono assolvere. Come interfaccia tra i due contendenti, la zona grigia dell’ambiguità e dell’ambivalenza rappresenta inevitabilmente il territorio principale — e troppo spesso unico — su cui si proiettano le implacabili ostilità e si combattono le battaglie tra “noi” e “loro”.
Ritirando nel 2016 il premio Carlo Magno, papa Francesco — forse l’unica figura pubblica dotata di autorità planetaria ad aver avuto il coraggio e la determinazione di scavare le radici profonde del male, della confusione e dell’impotenza attuali e di metterle in mostra — ha dichiarato: «Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale. La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. È urgente per noi oggi coinvolgere tutti gli attori sociali nel promuovere “una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro”, portando avanti “la ricerca di consenso e di accordi, senza pero separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni” ( Evangelii gaudium, 239). La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione».
Subito dopo, papa Francesco aggiunge una frase che contiene un altro messaggio strettamente connesso alla cultura del dialogo, come sua autentica conditio sine qua non: «Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i percorsi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà a inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui le stiamo abituando». Ponendo una cultura del dialogo come compito educativo e chiamando noi al ruolo di insegnanti, egli afferma senza ambiguità che i problemi che oggi ci affliggono sono destinati a durare ancora a lungo — problemi che cerchiamo invano di risolvere nei modi a cui siamo abituati, ma per i quali la cultura del dialogo ha una chance di trovare soluzioni più umane (e, auspicabilmente, più efficaci).
Un vecchio proverbio cinese, ancora molto attuale, invita chi di noi è preoccupato per l’anno a venire a seminare grano e chi invece si preoccupa per i prossimi cento anni a educare le persone. I problemi che abbiamo di fronte non ammettono bacchette magiche e scorciatoie, ma richiedono niente meno che un’altra rivoluzione culturale. In tal senso, essi impongono una riflessione e una pianificazione sul lungo periodo, due arti purtroppo dimenticate e raramente messe in pratica in questi tempi affrettati vissuti sotto la tirannia del momento. Abbiamo bisogno di recuperare e di riapprendere queste arti. Per farlo, serviranno menti lucide, nervi d’acciaio e molto coraggio. Soprattutto, servirà un’autentica visione globale a lungo termine — e tanta pazienza.

giovedì 11 maggio 2017

Sulle tavole degli italiani cibo spazzatura

La cattiva alimentazione minaccia gli italiani che mangiano troppo e male. Sono 1,9 milioni gli italiani che amano il cibo spazzatura. E sono 1,2 milioni gli italiani che si autodefiniscono ingordi, persone che mangiano troppo di tutto.
Avanti così nei prossimi anni il numero di obesi potrebbe salire di oltre 15 milioni di persone, con costi sanitari e sociali aggiuntivi insostenibili. È il quadro che emerge dalla ricerca del Censis “Crescita e qualità della vita: le opportunità della Food policy”. Tra i più voraci ci sono gli anziani e le persone a bassa scolarità.
Sono dati “preoccupanti su tanti italiani”, afferma il Censis, “che consapevolmente mangiano male o troppo: cattive abitudini che comportano un alto rischio di insorgenza di patologie e costi per la sanita’”. Tra i millennial si registra la quota più alta di junk food lover. È facile prevedere che questi giovani una volta divenuti adulti non cambieranno facilmente il loro “stile” di vita.
Nel confronto internazionale relativo al 2014, con il 10,3% di obesi l’Italia si colloca in Europa al penultimo posto (meglio di noi solo la Romania), molto al di sotto della media dei 28 Paesi (15,9%) e più ancora rispetto ai tassi di obesità di Australia (27,9%) e Stati Uniti (38,2%). Oggi un adulto su otto nel mondo è obeso.
In dieci anni però gli obesi nel nostro Paese sono aumentati del 4%. E le persone sovrappeso sono il 36,1% in Italia (+6% in dieci anni): un valore poco superiore alla media Ue (35,7%) e ai valori di Australia (35,5%) e Stati Uniti (31,9%). Il costo sociale attuale di obesità e persone sovrappeso è stimato in 30 miliardi di euro: è quindi una priorità educare alla buona alimentazione, cioè alla buona dieta italiana.
Mangiare e bere moderatamente i tanti alimenti di origine vegetale e animale a nostra disposizione è la soluzione ai pericoli della cattiva alimentazione.