martedì 23 luglio 2019

Il partito della secessione” urla, ma è sotto scacco

La crisi del governo italiano è parte integrante della partita europea. Chi guarda alle vicende di questi giorni con gli occhi incollati ai sondaggi interni, farà sempre più fatica ad interpretare i messaggi trasversali, gli sgambetti, gli scontri violenti che devastano la maggioranza.
E’ appena il caso di ricordare che in questi ultimi cinque anni abbiamo avuto ben due partiti sopra o vicini al 40% nel voto popolare (non nei sondaggi), e in pochissimi mesi hanno perso tutto. Il Pd democristiano di Renzi e il M5S del neodemocristiano Di Maio sono già storia del passato. Il democristiano di ultradestra, l’”altro Matteo”, può fare la stessa fine alla stessa velocità.
Se fosse una partita solo italiana, questo andamento schizofrenico dell’elettorato richiederebbe l’intervento di uno squadrone di psichiatri di alto livello. Se la si vede intrecciata con la partita europea, invece, emerge una razionalità piuttosto severa.
Il punto essenziale da capire – e che la sedicente sinistra” ha sempre rimosso perché troppo chiaro – è che i governi nazionali dell’Unione a 27 hanno da quasi tre decenni perso la propria “sovranità di politica economica”. Quanto più è debole un paese (per peso economico o per livello del debito pubblico), tanto meno è libero di decidere cosa fare delle proprie risorse e delle entrate fiscali.
Questa limitazione è stata il problema che ha consumato il consenso di tutte le formazioni politiche succedutesi dal 1992 ad oggi, consumando leader (Berlusconi, Prodi, Bersani, Letta, Renzi, Di Maio, ecc) e “partiti”.
Se non puoi decidere la politica economica, le tue promesse elettorali diventano impossibili da rispettare. Quanto meno, quel che riesci a combinare – prendiamo ad esempio “reddito di cittadinanza” e “quota 100” – è solo una pallida imitazione di quel che avevi promesso.
In linea teorica, un governo nazionale – di qualsiasi connotazione ideal-politica – ha la possibilità di “retroagire” a livello europeo, avanzando istanze, chiedendo cambiamenti dei trattati, condivisione delle decisioni.
In linea pratica, invece, l’unico momento in cui può provare a condizionare le decisioni comunitarie è all’inizio della nuova legislatura, quando bisogna assegnare le “poltrone” secondo criteri retoricamente alti e pratiche concretamente da manuale cencelli.
L’editoriale di Guido Salerno Aletta, per Milano Finanza, spiega con grande chiarezza il ruolo svolto da Giuseppe Conte nel portare il governo gialloverde – non proprio benvisto, diciamo così, a Bruxelles – a diventare determinante per la formazione di una “maggioranza europeista”, pur se con i voti di ultranazionalisti polacchi e ungheresi (sotto ferreo controllo economico della Germania, peraltro).
Più precisamente: mezzo governo italiano, ossia la componente Cinque Stelle, uscita dimezzata dal voto europeo.
Dei “tre governi in uno” dell’attuale esecutivo, insomma, si è imposto quello di “garanzia europea” – rappresentato dallo stesso Conte, Tria, Moavero Milanesi, Trenta – che ha trascinato i grillini in evidente stato di panico.
Non la Lega, che si è vista così assolutamente priva di sponde nell’Unione, neofascisti della Le Pen a parte. Il legame sempre più esplicito con Trump e gli Usa, nella versione para-nazista di Steve Bannon (confermata dall’origine neofascista di molti membri dello staff salviniano – dal “russo” Savoini in giù), ha svuotato di senso anche la retorica “euro-asiatica” con cui aveva fin qui condito le sue finte critiche all’Unione Europea.
Come tutti gli “unti del signore”, Salvini e la Lega si trovano dunque nella situazione di dover capitalizzare al più presto il picco di consensi certificato dal voto di fine maggio. Ma non hanno alcuna garanzia di riuscirci.
Non sarebbe certo la prima volta che un crisi di governo non porta alle elezioni anticipate, e la necessità di varare entro fine anno la legge di stabilità (che anche secondo Mario Monti dovrà contenere “un bel po’ di lacrime e parecchio sangue”), sotto strettissimo controllo della Commissione, è di per sé un buon motivo per non andare alle urne neppure se il governo decidesse di sciogliersi questo giovedì (come minacciato da Conte).
Non paradossalmente, il tema su cui lo scontro si è acutizzato – l’autonomia regionale differenziata – rischia di riportare la Lega alle sue orgini: il partito della secessione. Se non fosse per la complicità del Pd emiliano (il governatore Bonaccini ha sottoscritto una richiesta del tutto analoga a a quella dei leghisti Zaia e Fontana, assunzioni nella scuola a parte), sarebbe stato abbastanza semplice concentrare su Salvini & co. una critica radicale in tal senso.
Una secessione di classe, perché tende platealmente a favorire una concentrazione della ricchezza e una redistribuzione della povertà, accentuando le disuguaglianze sociali – anche all’interno delle regioni del Nord – che accompagna una più esplicita secessione territoriale.
Un programma – paradossalmente – che ripropone la logica economica del “progetto europeo” sulla più ristretta base nazionale. Non ci vuol molto, per esempio, a capire che la proposta di salario minimo europeo, enunciata nel discorso di candidatura della Von der Leyen, è una proposta di ufficializzazione delle gabbie salariali giù esistenti a livello continentale. E anche il leghista Giorgetti, candidamente, ha spiegato che andrebbero legalizzate (di nuovo, dopo 50 anni) anche in Italia, regione per regione, provincia per provincia.
Un programma che demolisce in pochi passaggi un paio di pilastri della retorica salviniana: il “prima gli italiani”, che diventa un “prima i ricchi, o comunque il Nord”, e il “rimettere un po’ di soldi nelle tasche dei lavoratori”, che si rivela il classico togliergliene un altro po’.
Obietterete che tutto questo non risulta così evidente agli occhi dell’elettorato.
E’ verissimo. Proprio per questo la Lega avrebbe bisogno di capitalizzare subito la massa di consensi (sempre molto volatili, come abbiamo visto in questi anni) andando al voto. Proprio per questo, tutti gli altri – dalla Unione Europea a Mattarella, alla maggioranza degli attuali parlamentari – glielo permetteranno.
Salvini lo sa, e dunque esita a formalizzare la crisi. Ma il governo può cadere lo stesso. Se la “componente di garanzia europea” decide di staccare la spina…

Nessun commento:

Posta un commento