lunedì 1 giugno 2020

Due ginocchia sul collo. Il “grande affare” del Recovery Fund

Orizzontarsi in mezzo a questa crisi non è per niente facile, lo capiamo. Infinite le variabili (economiche, sanitarie, belliche, ecc) di cui bisogna tener conto. Spesso senza avere neppure informazioni precise su mote di queste variabili.
Specie in materia di cose economiche e di “aiuti europei” la disinformazione nascosta dietro “paroline dolci” è pressoché universale. Persino in qualche settore di compagneria che si ritiene ben informato.
E allora è forse il caso di farci aiutare nell’analisi dei fatti, documenti e numeri alla mano, in modo che esprimere opinioni, dopo, sia una prova di indipendenza intellettuale anziché di asservimento al chiacchiericcio mainstream.
Con la sicumera paranazista che gli è propria, per esempio, il neopresidente di Confindustria pretende – tra le molte altre cose – che il governo faccia immediatamente ricorso al Mes (Meccanismo europeo di stabilità). Si tratta del cosiddetto “fondo salva-stati”, applicato in modo mortale contro la povera Grecia dal 2015, che giustamente suscita un moto di terrore in chiunque possieda il dono della ragione.
Vero è che – per il momento – l’Eurogruppo ha stabilito che gli eventuali prestiti del Mes non farebbero scattare tutte le “condizionalità” previste dal trattato in tempi ordinari. Ma resterebbero in piedi, a discrezione del direttore del Mes e della Commissione europea, tutti gli altri vincoli rispetto al debito pubblico dei singoli paesi. E se si chiede un prestito, il debito aumenta…
Quindi perché il presidente di Confindustria intima militarmente a un governo già molto servile di ricorrere a questa fonte di finanziamento?
Lungi da noi il pensare che, visto che il Mes potrebbe finanziare al momento solo le spese sanitarie, lui possa in qualche misura avvantaggiarsene personalmente (è titolare della Synopo, azienda di apparecchi elettromedicali…), ma la sua fulminante e “non classica” ascesa alla testa degli industriali qualche dubbio lo solleva.
Di sicuro, però, si può dire che il problema di restituire quei prestiti, con tutti i vincoli che ne derivano per la spesa pubblica dei prossimi anni, non è affare degli industriali: è un problema dello Stato e dei cittadini che pagano le tasse. Ossia quasi soltanto dei lavoratori dipendenti e pensionati, visto che gli industriali qualche attitudine all’evasione ce l’hanno e quando proprio vogliono farla pulita mettono la sede fiscale in un paese ancora più “amichevole”.
Risolto questo dubbio, chiniamoci di nuovo sul Recovery Fund, dipinto per qualche ora come la ciambella di salvataggio in cui sperare (“soldi a fondo perduto”) e ora rimasto solo come slogan tranquillizzante in cui nessuno vuol guardare dentro.
Ci facciamo aiutare da Guido Salerno Aletta, esperto editorialista di Milano Finanza e TeleBorsa, che se l’è studiato a fondo facendo i calcoli che sono necessari.
In sintesi estrema, spiega su TeleBorsa, “A Fondo perduto, ci sono solo i versamenti dell’Italia all’UE: altri 14,2 miliardi di euro”.
Ohibò, ma non doveva darci 170 miliardi, euro più, euro meno?
Sì, certo. Il problema viene da chi ce li mette, quei miliardi; in che modo si trovano, con quali strumenti e con quali obblighi (visto che la Bce, al contrario della Fed o della Boe, o della Boj, ecc, non è una banca centrale “normale”, ossia un prestatore di ultima istanza anche dello Stato o degli Stati).
E qui l’analisi delle tabelle fornite dalla stessa Commissione Europea non lascia spazio ai sogni.
Per i prossimi sette anni “il budget di spesa dell’Unione europea sarà incrementato di 750 miliardi di euro. Di questi, 500 miliardi saranno erogati come aiuti a Fondo perduto, mentre altri 250 miliardi saranno concessi a titolo di prestito.”
Domanda: chi verserà questi 750 miliardi al bilancio europeo, tenendo conto che questa somma si aggiungerà ai circa 1.100 miliardi già previsti nel Quadro finanziario?
Beh, trattandosi di un bilancio comune, quei soldi ce li devono mettere i soci, come hanno sempre fatto. Stavolta però il bilancio cresce e dunque: “Per raccogliere tra i Paesi Membri i 750 miliardi di euro del Programma straordinario, in questo periodo settennale, la Commissione propone di raddoppiare le entrate proprie dell’Unione, portandole al 2% del PIL.”
I singoli Stati verranno “aiutati” a trovare questi soldi supplementari imponendo nuove tasse. stavolta europee (aumento dell’Iva, sulla plastica e altri inquinanti).
L’Italia, in particolare,”dovrà versare 96,3” di questi 750 miliardi aggiuntivi. C’è scritto nero su bianco sulla Table A1 Allocation Key, allegata alCommission Staff Working Document, (Brussels 27.5.2020, SWD(2020) 98 final).
Basta leggere, prima di parlare…
Sì, direbbe un europeista informato, “però ce ne daranno 170”.
In quella tabella c’è scritto 153, con 81,8 miliardi di grants (a fondo perduto) e 71,2 di loans (prestiti da restituire).
Gentiloni, poi ha detto (ma non c’è scritto nel documento ufficiale) che la parte in prestiti dovrebbe essere di 90 miliardi. E così si arriva ai famosi 170, anzi 172.
Prima osservazione matematica: se versiamo (a rate o in altro modo) 96,3 miliardi e ne riceveremo a fondo perduto solo 81,8, lo scarto è appunto di 14,5 miliardi. Lo 0,8% del Pil 2019 (e chissà quanto del 2020)…
Come sempre, verrebbe da aggiungere, perché l’Itaia è contributore netto della Ue (versa sempre più di quanto riprende). Calcola Salerno Aletta: “Nel 2018, ad esempio, abbiamo versato tasse per 17 miliardi di euro ricevendo fondi per 10,3 miliardi. Il costo netto è stato dunque di ben 6,7 miliardi di euro. Nei sette anni del prossimo Quadro finanziario ci rimetteremo all’incirca 47 miliardi di euro.”
Che aggiunti ai 14,5 di prima fanno 61,5.
Dove sarebbe l’affare? In effetti “se l’Italia dovesse chiedere prestiti europei per 71 miliardi di euro, come ci viene generosamente prospettato, non faremmo altro che indebitarci per una somma che abbiamo praticamente già versato per intero.”
Geniale, non credete?
Anche su questo “fiume di soldi” (pubblici, naturalmente) sono appuntati gli appetiti avidi di Confindustria e di Carlo Bonomi, che spingono anche la Lega e la Meloni verso un “governissimo” al posto di (ma anche insieme, va bene lo stesso) questi “mollaccioni” esitanti.
Non vorrebbero proprio che neanche un milioncino finisse in tasche diverse dalle proprie. Tanto, per la restituzione e il versamento, ci siamo già noi…
Una sola avvertenza sembra necessaria: qui il nazionalismo non c’entra niente. Stiamo facendo i conti su quanto esce e quanto entra nelle casse dello Stato dove tutti noi versiamo le tasse detratte dalla busta paga o dalla pensione…
Il ginocchio degli industriali si affianca a quello dell’Unione Europea. Il collo e la faccia a terra sono i nostri.
P.S. Se il meccanismo non dovesse risultarvi chiaro, abbiamo preparato un’altra esposizione del meccanismo, che ci sembra abbastanza semplice anche per i non addetti ai lavori economici o ai ponderosi trattati internazionali. Neanche da legge, basta ascoltare…

venerdì 29 maggio 2020

Già iniziata la campagna di delegittimazione dell’Istituto Superiore di Sanità

L’attacco di Libero nei confronti dell’Istituto Superiore di Sanità (e Il Giornale gli è andato subito dietro, ndr) è una dimostrazione del livello di barbarie che caratterizza lo scontro politico di questi tempi.
Oltre ad essere del tutto infondato, l’articolo che accusa di assenteismo i lavoratori dell’ISS è palesemente strumentale allo scontro che si sta realizzando intorno alla gestione dell’epidemia nella regione Lombardia.
Non a caso si tira dentro l’Istituto Superiore di Sanità che ha avuto il merito di indicare la strada giusta per contenere l’epidemia e consentire oggi al Paese di respirare e guardare con cauto ottimismo al domani.
Forse il quotidiano Libero sta dalla parte di coloro che durante l’epidemia minimizzavano gli effetti del Covid-19 (è come l’influenza), criticavano la politica del lockdown reclamando aperture, teorizzavano la scelta dell’immunità di gregge.
Oggi difendono il sistema sanitario regionalizzato che è stata una delle cause di maggiore difficoltà, soprattutto inizialmente, nel contrasto all’epidemia. Ed in particolare la sanità lombarda che si è mostrata del tutto inadeguata a fronteggiare l’emergenza perché vittima negli anni di tagli e privatizzazioni e solo grazie alla grandissima professionalità dei medici, degli infermieri e degli operatori sanitari è riuscita a limitare la catastrofe.
L’ISS ha praticato quello che ha chiesto al resto del Paese, ha semplicemente applicato le giuste misure di contenimento previste dai provvedimenti del Governo, mantenendo un’operatività contro l’epidemia h24 sette giorni su sette, mettendo al servizio del Paese le sue competenze e la professionalità ed il senso del sacrificio dei suoi dipendenti.
Come USB ci siamo sempre battuti per un Servizio Sanitario Nazionale centralizzato universalistico e solidale, i fatti dimostrano che avevamo ragione. Mai come oggi forse si comprende meglio l’importanza della Ricerca Pubblica e il suo rapporto con la committenza sociale che USB ha sempre rivendicato a fronte di una ricerca privata che anche su questa pandemia lavora esclusivamente per il profitto.
Riteniamo come lavoratori dell’ISS di aver contribuito a limitare i danni che avrebbe potuto causare la pandemia calata su un Paese il cui Servizio Sanitario Nazionale è stato ridotto ai minimi termini dalle politiche neo liberiste cui nessun governo si è sottratto.

lunedì 25 maggio 2020

Crolla pure il mito della magistratura. Finalmente

Chiunque abbia affrontato un processo, in vita sua, sa che qualsiasi sentimento può esser provato tranne che “avere fiducia nella magistratura”. Quando capiti in mano a un giudice la prima cosa che ti chiedi è “chi è? Come la pensa? A chi dà conto di solito?”.
Se ciò accade anche ad imputati “qualsiasi”, di peso zero nella scala sociale, a maggior ragione la domanda si impone quando a finire nel “registro degli indagati” è qualcuno che conta. In quel caso la sua prima domanda diventa “per incarico di chi, questo stronzo mi indaga?
Non parliamo poi di quando le indagini della magistratura riguardano altri magistrati. Lì si va direttamente nella guerra politica tra correnti, individui, consorterie e fratellanze (solo i militari, forse, hanno più frequentazioni dei magistrati quanto a logge massoniche…).
L’inchiesta perugina che ha puntato su Luca Palamara – ex presidente dell’Anm, ex componente togato del Csm, ex sostituto Procuratore a Roma (uno dei tanti che si è dilettato con il “caso Moro”) – scoperchia un verminaio piuttosto fetido. Che ha certamente per protagonista un “pezzo grosso” tra le toghe, ma che richiede qualche ragionamento sull’intera casta di appartenenza.
Per quanto uno possa esser bravo nel suo mestiere, infatti, è singolare la serie di incarichi accumulati in pochi anni da un 51enne in un mondo dove il potere, di solito, è solidamente in mano agli ultra-sessantenni.
Le intercettazioni tra lui, i colleghi, i politici, i giornalisti e persino gli attori (Raul Bova che chiede “protezione” contro la condanna per evasione fiscale…), sono da sole un testo da commedia dell’arte.
Ma soprattutto rivelano che la famosa “indipendenza della magistratura” esiste solo nelle parole della Costituzione, oltre che nei libri sulla “tripartizione dei poteri in democrazia”. Ma nei fatti è l’esatto contrario…
Non nel senso banale che i giudici siano “servi del capitale” (viviamo in un assetto capitalistico, ovvio che istituzionalmente non possano esser altro). Ma in quello assai più concreto per cui ogni magistrato è altamente consapevole di disporre di un potere fortissimo (decide sulla libertà e il successo di chi capita a tiro) e lo usa per motivazioni che nulla hanno a che fare con le istituzioni della Repubblica.
La carriera personale al primo posto, come confessa – sconfortato – il presidente dimissionario dell’Anm, Luca Poniz. Sottolineando come non ci sia nei fatti troppa distinzione tra “membri togati” (ossia magistrati di carriera eletti dai colleghi) e “membri laci” (di nomina politica) nel Consiglio Superiore della Magistratura, cosiddetto “organo di autogoverno della magistratura” presieduto formalmente dal Presidente della Repubblica.
Si discute molto dei togati, ma non ci si preoccupa che negli anni la componente togata ha espresso candidati molto più vicini alla politica di quanto fosse in passato”. Traduzione semplice, ma utile: significa che le differenze sono ormai solo nei titoli universitari e nel ruolo ufficialmente ricoperto, non nel concreto operare quotidiano.
Poi, certo, ci sono sempre le eccezioni, e tutti si nascondono velocemente dietro le statue erette a Falcone e Borsellino, per poter continuare a fare i propri “magheggi”.
Establishment è del resto definizione flessibile, che abbraccia chiunque abbia un ruolo rilevante negli assetti di governance di un Paese, indipendentemente dal ruolo momentaneamente esercitato. Il passaggio da un ruolo all’altro (dalla magistratura alla politica, o alle strutture commissariali o ai vertici aziendali) è la norma, non il caso raro.
E la frequentazione continua, di tutti con tutti, è la condizione sine qua non per restare a galla, avanzare, rintuzzare i concorrenti più pericolosi, arricchirsi. Sembra un quadro di “Cafonal”, ma è molto peggio…
Le intercettazioni smentiscono che il “far politica” attraverso inchieste e sentenze sia una prerogativa delle “toghe rosse”. Le differenze tra correnti sono infatti inessenziali, e lo prova lo stesso Palamara. Il quale, mentre concerta con Flavio Lotti (ricordate? Il braccio destro di Matteo Renzi che a volte prendeva deleghe ai servizi segreti, in altre il ministero dello sport e – tutti i giorni – brigava per le nomine in magistratura), contemporaneamente briga con magistrati che per realizzare le proprie ambizioni “sentono la Lega”.
E’ la fogna normale della “classe dirigente” di questo disgraziato Paese. Quella melma che rende molto problematico qualsiasi progetto di radicale cambiamento sociale, perché ha maciullato competenze, etica, “professionalità”, rigore morale, senso del bene pubblico e quant’altro è indispensabile per ricostruire un assetto funzionante per gli interessi collettivi.
Di questo non porta la responsabilità solo “il capitalismo” – che c’è ovunque. Accontentarsi di questa “spiegazione” lascia impotenti di fronte a una struttura (e una cultura) del Potere che affonda nello Stato sabaudo, nelle gerarchie vaticane, nei residui borbonici, nella “modernizzazione fascista” e nella “mancata epurazione” repubblicana.
Un inguacchio che fa funzionare male anche lo stesso capitalismo (a pezzi oggi per la crisi sistemica mondiale) e che minaccia di sopravvivere e condizionare qualsiasi sviluppo futuro.
Per decenni, di recente, siamo stati bombardati con il mito della magistratura e delle polizie, come se questi corpi separati fossero per ragioni incomprensibili immuni dal “contagio”.
Finalmente crolla. E forse si può cominciare a ragionare guardando la realtà e cercando le soluzioni. Senza più affidarsi a “santi” che sono solo un travestimento degli stessi demoni.

martedì 19 maggio 2020

Il dittatore dello stato libero di Repubblica

Cadono le foglie di fico e si vede tutto. C’è proprio poco, diciamolo subito!
Sotto le giaculatorie sulla “libertà di stampa”, in un Paese in cui ben pochi giornali – in genere molto minori – sono in mano a “editori puri” (imprenditori che fanno dell’editoria il proprio business principale, in termini di fatturato e ricavi), si cela una realtà servile piuttosto squallida.
La situazione è peggiorata – anche se non sembrava possibile – con il doppio salto mortale della proprietà di Repubblica-L’Espresso e La Stampa. Con Debenedetti – da una vita proprietario del giornale fondato da Eugenio Scalfari – che prima compra il quotidiano torinese da sempre proprietà della famiglia Agnelli, poi (sotto la pressione dei figli) rivende tutto… agli Agnelli.
I quali, con la classe che li contraddistingue da sempre, cambiano il direttore di Repubblica, Carlo Verdelli, proprio nel giorno della mobilitazione nazionale in suo favore, minacciato più volte da fascisti rimasti fin qui sconosciuti (bisogna ammettere che la vista della polizia italiana è su questo fronte particolarmente deficitaria…).
Se uno fosse un po’ dietrologo potrebbe sospettare che la sostituzione sia arrivata a coronamento di un’operazione piuttosto spericolata.
Ma lasciamo perdere le malignità, anche se fondate su “coincidenze oggettive”…
John Elkann, principale erede dell’impero dell’Avvocato, mette al suo posto Maurizio Molinari, che fino a quel giorno aveva diretto il quotidiano torinese. Mentre a La Stampa approda Massimo Giannini, onnipresente prezzemolino televisivo del neoliberismo redazionale, cresciuto e allevato proprio a Repubblica. Deve essere una garanzia di fedeltà, crediamo…
Personaggio parecchio controverso anche Molinari, con una vita trascorsa a fare l’inviato in Israele e negli Stati Uniti, senza che nessuno abbia mai potuto registrare un qualche timido accenno di critica verso le politiche di quei due Paesi. E dire che non sarebbero mai mancati fondati motivi…
Anche qui le voci di redazione, da una vita, lo avvicinano ripetutamente al Mossad o alla Cia, con più insistenza sulla prima “ditta”. Ma sono certamente malignità, sapete come sono fatti i giornalisti…
Comunque sia, in un solo mese Molinari ha ridisegnato Repubblica – un giornale di destra liberista, iper-establishment fighettoso, per motivi incomprensibili catalogato tra la “stampa di sinistra” (forse in omaggio a quando L’Espresso bastonava il potere democrisiano, invece di fargli da palo come negli ultimi 40 anni…) – in un fogliaccio para-trumpiano, anti-cinese e anti-russo (lo era anche prima, ma con toni un po’ meno da Pentagono…) e naturalmente confindustriale in stile Assolombarda.
Il tutto in nome della “difesa della democrazia” e della “libertà di stampa”.
Poi accade che ci sia quella scabrosa notizia della Fiat-Fca che, non riuscendo a convincere Banca Intesa – sua storica fiancheggiatrice torinese – a prestarle 6,3 miliardi di euro, si fa venire la brilante idea di chiedere allo Stato italiano di farle da “garante”.
Non serve essere degli economisti sofisticati per capire che significa. Se la Fiat-Fca non dovesse essere in grado di restituire quei soldi a Banca Intesa – cosa quasi certa, visto il precipizio in cui è sprofondato il mercato automobilistico con la pandemia – a Banca Intesa glieli daremo noi. I contribuenti che pagano le tasse (Fiat non lo fa più, ha messo la sede fiscale in Olanda…).
Una sfrontatezza un po’ eccessiva anche per i navigati giornalisti di Repubblica, che si riuniscono in assemblea e approvano un comunicato critico su come il loro giornale sta affrontando il tema (un classico caso di “conflitto di interessi” giornalistico, tra verità e business padronale).
Il Comitato di Redazione (la struttura sindacale) ne chiede la pubblicazione, come previsto dal contratto di lavoro (quello dei giornalisti è un po’ più garantista di quello metalmeccanico o dei braccianti…).
E Molinari mostra la vera faccia della “democrazia” in Uso a Tel Aviv o Washington. E si rifiuta di pubblicarlo.
Punto.
Non si critica il padrone, ma dove vi credete di essere…

lunedì 18 maggio 2020

Business, reality, collasso antropologico

Negli ultimi tre mesi, mentre le borse andavano a picco, e tutti si attendevano un periodo di «Bear market», di letargo delle contrattazioni, limitate ai movimenti per liberarsi dei titoli più rischiosi, il volume degli scambi per i broker elettronici è cresciuto costantemente, e non mostra segni di cedimento (cnbc.com).
Gli investitori al dettaglio, dice cnbc.com, durante l’emergenza Covid hanno raddoppiato le attività di trading. In particolare, gli E-broker Ameritrade ed E-Trade hanno segnato un +144% e un +129%.
All’aumento delle puntate ha sicuramente contribuito l’azzeramento delle commissioni – dice Rich Repetto, analista di Piper Sandler. Ma da solo questo azzeramento non giustifica un aumento delle contrattazioni così marcato.
Protagonisti di questo boom sono stati i Millennials. Quando le azioni hanno iniziato a crollare, facendo registrare il «Bear market» più veloce e più disastroso della storia, molti di loro, per la prima volta, hanno aperto conti presso gli E-trader, determinando una crescita degli account del 170%.
Trovandosi chiusi in casa, sempre a contatto con un dispositivo elettronico, con commissioni ridotte a zero, i giovani hanno ceduto al fascino discreto della finanza.
Sia come sia, queste circostanze, da sole, non giustificano lo straordinario aumento delle attività di E-trade. Richard Thaler (Nobel per l’economia 2017), interpellato dal Newyorker, dice che un suo amico gli ha confidato che l’E-trading sta sostituendo il gioco d’azzardo. I casinò sono chiusi e non ci sono sport su cui scommettere.
L’ipotesi dell’amico del premio Nobel non è stramba. Dave Portnoy, per esempio, fondatore di Barstool Sports, un blog di sport e gioco d’azzardo, dice che quando il coronavirus ha imposto il blocco di tutte le competizioni sportive, inibendo di conseguenza la possibilità di scommettere su di esse, lui, invece di lamentarsi, ha visto in ciò un’opportunità.
Ho prelevato 3 dei 163 milioni di dollari incassati dalla vendita del 36% di Barstool Sports a Hollywood Casino, e li ho piazzati in un account E-Trade (businessinsider.com). Il 23 marzo – dice – sono diventato un trader a tempo pieno. Le scommesse in borsa hanno perfettamente sostituito le scommesse sulle corse e sugli atleti. Prima di questa avventura, dice, credo di aver comprato uno o due titoli. Non ero quello che si dice un esperto del ramo. Eppure mi sono tuffato e ho iniziato a fare trading. È più semplice di quello che si crede, più semplice di scommettere sulle partite.
Poi ho cominciato a trasmettere tutto in diretta su Twitter. Non è una serie TV. È più un reality.”
Ha puntato su Boeing e ha perso 2 milioni di dollari, in un attimo. Poi ha recuperato con una serie di operazioni su altri titoli, ma è comunque andato sotto.
Il suo live non è un corso su come si guadagna in borsa, tipo quei programmi sui numeri giusti da giocare al Lotto o panzane di questo tipo, che vanno in onda in Italia, su quei canali a tre cifre del digitale terrestre. Si tratta di un livello successivo, di qualcosa “punto 4” o “punto 5”.
Si tratta di vita vera, di un giocatore vero, che punta e rischia i proprio soldi, che gioca con la propria vita più di un Jim Morrison o di un Jimi Hendrix. Di qualcuno che esprime a pieno la “poetica romantica”, ovvero l’unione tra vita e opera, tra spettacolo e vita vissuta, trasformando, come dicevano appunto i romanici, la vita in un’opera d’arte, facendola diventare un reality show.
Affinché tutto funzioni, bisogna impedire che il punto di attaccatura tra questa realtà e il mondo banale del business, vanga, non nascosto, ma dissimulato, magari esponendolo in primo piano.
Per il suo Davey Day Trader su Twitter, Portnoy ha siglato un accordo di sponsorizzazione con una società di abbigliamento. Questo evento – l’attaccatura, il tornaconto, ciò che dovrebbe togliere l’alone di realtà a tutto lo show, mostrando come il rischio e le perdite in borsa siano calcolati, e come la vita veramente vissuta di questo trader è fare soldi con la pubblicità, scopo questo molto più prosaico che puntare e perdere 2 milioni, eccetera – questo evento non è occultato, ma è posto in primo piano, e presentato come un elemento della vita vissuta in comunione col pubblico.
Vedete, vuol dire Portnoy, io vesto come voi, sono come voi, metto le stesse magliette della nike e le stesse scarpe adidas che mettete voi, porto lo stesso lupetto che portate voi. Voglio tirare su un milioncino come voi. La mia vita è così come la vedete. Se espongo le mie miserie, oppure mio figlio – Fedez a Gomez – non è un esporre, semplicemente non lo nascondo. Uso i social network come fanno tutti. Metto la foto di mio figlio con le magliette con il brand. Non c’è niente da nascondere. Sono magliette che mi piacciono, e mi piacciono come piacciono a voi. Cosa dovrei fare? mettere una maglietta No-logo, scimmiottare l’intellighenzia No-logo per fare il figo? Io non appartengo a questa gente, mangio quello che mangiate voi, ho i vostri stessi desideri e i vostri stessi patemi. Indosso le magliette che vedete, perché mi piacciono, e se ci tiro su un po’ di soldi, che male c’è? lo fareste pure voi. Non è questa la realtà?”
Cosa c’è di più reale di vestire come il proprio pubblico; cosa c’è di più reale di avere le stesse debolezze del pubblico.
So che ci sono delle persone che vedono in tutto ciò uno sporco trafficare. Queste persone, dice Portnoy, sono i Mismatched Collars. Sono i comunisti col rolex, i rivoluzionari da salotto. E voi ve la prendete con me, mi date addosso! … Tutto ciò mi fa venir voglia di urlare, la ridicola sproporzione della colpa! Voglio che questo mondo di bacchettoni – ma qui a parlare è il Portnoy di Philip Roth – voglio che questo mondo, zeppo di ipocrisie e di perbenismo, di tabù e sensi di colpa, eccetera, voglio, insomma, che questo mondo che puzza di naftalina, si lasci andare, si lasci fare.”
Il mio eroe, dice Portnoy (quello vero), è Jordan Belfort (Di Caprio) di Wolf of Wall Street. Il mio slogan è quello di Philip Roth: Consideratevi liberi di godere, lasciate libero il vostro pisello. La mia politica mi è finita interamente nella nerchia! artisti segaioli del mondo unitevi!
Affinché lo spettacolo funzioni, e la realtà sembri vera, bisogna dare a questo losco trafficare la parvenza di una tragedia. Bisogna cercare di giustificare la propria schifezza con la schifezza del mondo intero.
Se volete conoscere dei veri porci – direbbe il Portony di Roth – entrate nelle stanze dei politici o dei Broker, quelli veri, date un’occhiata alle pratiche che gestiscono, e vedrete chi sono i veri porci! Le cose che combinano questi qui… e passandola liscia! Mentire, tramare, corrompere, rubare… il ladrocinio, signori miei, perpetrato senza battere ciglio.”
Mi vengono in mente i lamenti dei giovani trapper italiani, che cercano di giustificare la fame di denaro e droga, il sesso violento, il maschilismo spinto, il plagio e la sciatteria artistica, indirizzando l’attenzione su un presunto mondo di schifosi perbenisti, comunisti da salotto con Mismatched mini-bag e rolex.
Si sgonfia il mondo circostante (l’Itala fa schifo, i partiti fanno schifo, il sindacato è venduto e le lauree comprate) per gonfiare l’ego.
Robert Shiller (premio nobile per l’economia 2013) dice che la gente crede più a Portnoy che alle valutazioni economiche serie, crede più alle lacrime versate in un Reality che ai listini dei prezzi.
Una narrazione, dice, è emotivamente più avvincente e risonante di un grafico o di un’equazione (newyorker.com).
I narcisisti come Portnoy (e i loro giovani apprendisti) sono cresciuti in quel brodo di romanticismo e libertinaggio liberista che sono il frutto – scrive D. F. Wallace – del mirabile individualismo e voglia di libertà della Me Generation di Roth & Compagni bella.
I lamenti e le lacrime di Portnoy e Fedez sono lacrime vere, parlano di disgrazie vere, vissute da persone vere, lacrime cartolarizzate e cedute al pubblico di follower, ma senza avvertirlo che si tratta di spazzatura.
Inquadrato dalla webcam mentre piange, con 1 milione e 200 mila followers che piangono con lui, a Portnoy mai una volta, però, gli viene in mente che il motivo di tanta infelicità sia che lui è uno stronzo.

giovedì 14 maggio 2020

La Nato entra in guerra… contro le “fake news”?

Ci aveva abituato alle manovre militari con carri armati, navi ed aerei, ricordiamo l’installazione degli euromissili in Europa o dei sistemi antimissile ai confini, la ricordiamo protagonista dell’aggressione militare contro la ex Jugoslavia. Ma che la Nato del 2020 dichiari guerra alle fake news è decisamente un passaggio che colpisce e ci incuriosisce.
A esplicitare questa priorità strategica è stato proprio il segretario della Nato, un caso di nomen omen visto che si chiama Stoltenberg.

Secondo Stoltemberg la minaccia sono la Cina e la Russia che con la loro propaganda, con la loro disinformazione sul Covid 19 sono impegnate in atti destabilizzanti contro l’Occidente per guadagnare influenza politica sui partner di Nato ed Unione europea.
In una intervista al quotidiano La Repubblica, ormai completamente embedded nella Nato dopo il recente cambio di proprietà e direzione, Stoltemberg sostiene che “Attori governativi e non governativi cinesi e russi hanno diffuso una massa di disinformazione e propaganda per distorcere la verità”.
Per il segretario della Nato si tratta di un atteggiamento sbagliato, di “un tentativo di Mosca e Pechino di influenzare il dibattito nei partner di Nato e Unione europea, non vedo altra ragione di tanta propaganda e disinformazione”.
Insomma quella che nella Guerra Fredda era la disinformatja, torna ad inquietare la fiducia reciproca e i rapporti euroatlantici. Stoltemberg denuncia “la disinformazione propagata con dichiarazioni pubbliche di soggetti governativi cinesi e russi, c’è tutto un filone di false notizie da fonti nascoste. Un esempio lampante è la fake news secondo la quale la Nato sarebbe stata in procinto di ritirare le truppe dalla Lituania a supporto della quale è stata fatta circolare una falsa lettera a mia firma”.
Il segretario della Nato non dice molto di più ed è costretto ad ammettere di non poter entrare in “dettagli di intelligence”, ma è chiaro che “non è stata l’opera di un dilettante bensì parte di una campagna organizzata e molto complessa spalmata su varie piattaforme e tradotta in diverse lingue. Dobbiamo rimanere molto vigili”.
Ma qual è la vera preoccupazione che rivela questa intervista e l’ossessione che manifesta? E’ l’indebolimento, la perdita di credibilità e l’insignificanza di prospettive economiche comuni dell’alleanza e degli storici rapporti euroatlantici. Stati Uniti ed Unione Europea fanno a sportellate sui dazi e le relazioni commerciali; le sanzioni Usa e Ue hanno chiuso all’Italia e ai paesi europei i mercati come la Russia, l’Iran, il Venezuela etc., dentro l’Unione Europea crescono le spinte centrifughe e l’insofferenza verso la supremazia tedesca; il modello mercantilista fondato sull’export sconta la precipitazione dei “mercati altrui” e viene emergendo la necessità di rafforzare la domanda interna ai vari paesi.
In questa crepa si è inserita rapidamente la Cina fornendo mercato e investimenti, agisce la Russia fornitrice di risorse energetiche e di mercati nell’est. La tempestività e l’enfasi sugli aiuti cinesi, russi, cubani durante la prima fase della pandemia di Covid 19 in Italia e, contestualmente, l’assenza e la scarsezza degli aiuti dei partner euroatlantici, hanno scosso profondamente percezioni e rendite di posizione storiche su chi sono e potranno essere gli amici di domani.

Che questo sia una contraddizione ormai aperta lo si capisce dalle parole di Stoltemberg nell’intervista a La Repubblica: “Io ho mobilitato la Nato e gli alleati hanno fatto molto per aiutarsi reciprocamente contro il virus. In generale, sono i governi a decidere se accettare assistenza da chi è disponibile a offrirla. Però è importante che gli aiuti non siano usati per disinformare”. E si capisce anche che la partita è tutt’altro che chiusa: “Dobbiamo essere pronti a una seconda ondata di contagi: se e quando ci sarà, dovremo avere aumentato la nostra resilienza assicurandoci la capacità di non perdere il controllo delle infrastrutture critiche”.
La sostanza di questo ragionamento? Se state nella Nato e nell’Unione Europea dovete accettare di buttare un mucchio di soldi per le spese militari, di vedere precipitare le condizioni di vita della popolazione e il valore delle vostre aziende. Noi le acquisteremo a due soldi e vi daremo una mano a tenere le proteste sociali sotto il tallone di ferro dichiarando che siete comunque una democrazia. Ma guai se accetterete di commerciare o agevolare gli investimenti cinesi in Italia.
Un messaggio chiaro che richiederebbe anche nel nostro paese una risposta altrettanto chiara: lo sganciamento dalla vecchia e ormai suicida gabbia euroatlantica, una politica estera neutrale e di non allineamento, una proiezione delle relazioni econoniche e commerciali internazionali dell’Italia senza più i vincoli che la stanno strangolando ormai da decenni.

mercoledì 13 maggio 2020

Regione Lombardia… Meravigliateci !

Nella giornata di martedì nell’aula del Senato della Repubblica si è ascoltato qualcosa di inusuale per i tempi che corrono. A cosa ci si riferisce?
Il senatore di “Articolo 1”, Francesco Laforgia, intervenendo ha posto quella che in gergo parlamentare si chiama interrogazione, o per meglio dire, come una delle prassi che viene seguita per aver risposta su fatti, tra l’altro notori all’opinione pubblica.
Sin qui, nulla di particolare, se non fosse che la richiesta posta è tale da non passare inosservata. Per farla breve, La Forgia ha chiesto la nomina di un Commissario ad acta in Lombardia.
È sotto gli occhi di tutti che la Regione in questione, la Lombardia, è al primo posto per contagi (circa il 37% dell’intero ammontare di positivi del Paese) per le migliaia di morti, con riferimento particolare a quelle avvenute per esempio nelle RSA sia di natura pubblica che privata (Pio Albergo Trivulzio e Fondazione Don Gnocchi docent), per le inadempienze, per i ritardi, per l’avvenuto corto circuito delle strutture ospedaliere pubbliche determinatosi soprattutto nelle prime 7 settimane, con il rischio che il numero di terapie intensive non bastassero più.
Insomma, roba da far tremare i polsi al Buddha in persona….
Certamente attendiamo con trepidazione la risposta che il Governo Conte darà, considerando tra l’altro che al suo interno il Ministro della Salute è l’on. Speranza (in quota Leu, come dire dello stesso gruppo parlamentare di La Forgia).
Quindi è per lo meno auspicabile pensare che vi sia consapevolezza che la questione debba andare in una direzione evidentemente concordata, chiarendo tra l’altro che il tutto ha avuto origine da una petizione on line (Change.org) che ha raccolto, allo stato dell’arte, più di 80 mila firme,
Insomma la quadratura del cerchio sembrerebbe completa.
L’attesa verrà ricompensata? Chissà….