Questo
studio è volto a confrontare in alcuni paesi del mondo i risultati
delle politiche di contenimento e l’adeguatezza dei sistemi sanitari
tramite indicatori facilmente reperibili dai dati ufficiali pubblicati
in rete, con particolare attenzione alla situazione in Italia e nelle
sue Regioni. I
risultati mostrano che le misure di contenimento finora attuate non
sono state efficaci così come lo sono state in altri Paesi. Inoltre in
Italia, anche in regioni dove l’incidenza del COVID-19 è bassa, il
sistema sanitario non consente di raggiungere i bassi livelli di
letalità riscontrati negli altri paesi. Vista
la discrepanza tra la narrazione mediatica sull’andamento dell’epidemia
da COVID-19 e i risultati che emergono da questo studio la decisa
attuazione della fase 2 ha tutte le caratteristiche di un salto nel
buio. Politiche di contenimento Per
vedere quanto le misure di contenimento dell’epidemia siano state
efficaci basta guardare la figura 1 in cui è riportato l’andamento del
numero di giorni di raddoppiamento del numero di contagi per diversi
paesi in funzione del tempo (a partire dal 1 gennaio 2020). All’inizio
tutte le epidemie avvengono con contagi sporadici e casuali, ma dopo
poco tempo la crescita dei contagi segue un andamento ti tipo
esponenziale. Senza le misure di contenimento il tempo di raddoppiamento
del numero di contagi è di pochi giorni e rimane costante. Una crescita
del tempo di raddoppiamento denota perciò un miglioramento nelle
politiche di contenimento. Guardando
la figura a sinistra si trova una crescita rapida del tempo di
raddoppiamento in Cina (punti blu) e in Corea del Sud (triangoli
arancioni). In termini quantitativi la pendenza della curva,
identificata dal parametro “s”, dà la misura della qualità di queste
politiche. Più basso è “s” meglio funzionano le misure. La linea
tratteggiata (s=100) corrisponde alla crescita epidemica prima
dell’attuazione delle misure. Figura
1: Numero di giorni in cui il numero dei casi di contagio si raddoppia
(in scala logaritmica) in funzione dei giorni trascorsi a partire dal 1
gennaio. I dati sono aggiornati al 21 aprile (dati da
https://www.worldometers.info/coronavirus );Sia
in Cina che in Corea del Sud l’efficacia della pianificazione delle
politiche di contenimento è stata nettamente superiore rispetto a quella
di tutti gli altri paesi presi in considerazione, Italia compresa
(triangoli azzurri). E’
anche importante il valore assoluto dei giorni di raddoppiamento. Se
prendiamo come riferimento il valore 100 (i casi si raddoppiano in 100
giorni) troviamo che la Cina e la Corea del Sud hanno raggiunto questo
valore rispettivamente in 30 e 20 giorni a partire dall’inizio
dell’epidemia. All’incirca il giorno stesso che Cina e Corea del Sud
hanno raggiunto questo traguardo è iniziata la discesa dei casi attivi
(persone che risultano infette in un determinato momento togliendo dal
numero totale dei contagiati il numero dei guariti e dei morti). Nel
momento in cui scrivo nessun altro paese tra cui l’Italia ha ancora
raggiunto il valore 100, neanche dopo più del doppio del tempo rispetto a
Cina e Corea del Sud, ma l’Italia si sta lentamente avvicinando. E’
inoltre importante rimarcare che la Cina ha iniziato gradualmente la
fase 2 solo 45 giorni (più di 6 settimane) dopo il raggiungimento del
valore 100. Dalla
figura a destra osserviamo che il tempo di raddoppiamento cresce più
velocemente in Germania (s=9.5) e in Spagna (s=10). Italia, Francia,
Gran Bretagna e USA hanno tempi confrontabili e più corti (s=15). In
Germania e Spagna l’epidemia è iniziata con un ritardo di circa 1
settimana rispetto all’Italia, ma ciò nonostante ha raggiunto in meno
tempo valori del tempo di raddoppiamento più alti dell’Italia. Complessivamente possiamo fare le seguenti deduzioni:
Il
modello cinese e quello coreano che hanno attuato il protocollo delle 3
T (Testing-Tracking-Tracing) sono i migliori nel panorama mondiale.
Dunque emerge l’importanza di una pianificazione collettiva che comporti
oltre al fermo delle attività produttive non essenziali la diffusione a
livello capillare di test diagnostici e di sistemi per
l’identificazione e il tracciamento dei malati e dei contatti che hanno
avuto.
Sul
versante opposto, il nostro è stato un contenimento per modo di dire.
Se consideriamo solo il settore privato, l’Istat ci dice che in Italia
solo il 49% delle imprese che danno lavoro a 7.4 milioni di persone sono
rimaste ferme. Per quel che riguarda l’altra metà i dati presentati in
Commissione Bilancio del Senato mostrano che 9,3 milioni di persone hanno continuato a lavorare normalmente.
Paesi
come Germania e Spagna sembrano essere stati più rigorosi,
contrariamente a quanto viene detto dagli organi d’informazione.
Politiche sanitarie Perché
tanti morti? Questa è la domanda che ciascuno di noi si è fatto e per
la quale continuiamo a non ottenere risposte. Eppure a cominciare dalle
istituzioni dovrebbero spiegarci perché in Italia e soprattutto in
Lombardia a cavallo tra marzo e aprile si sono verificati tanti morti
(in Italia i morti finora sono stati 4 ogni 10000 abitanti mentre in
Lombardia con 10.6 milioni di abitanti i morti ufficiali sono stati
circa 13 ogni 10000 abitanti, circa il 50% del totale dei morti in
Italia -fonte Dipartimento Protezione Civile). La
letalità (che tutti abbiamo imparato essere il numero di morti su
numero di casi riscontrati) è cresciuta a dismisura a mano a mano che i
giorni passavano senza che nessuno ci abbia spiegato cosa stava
succedendo. Una
risposta seppur parziale può provenire se confrontiamo i dati della
letalità con un qualche possibile indicatore sanitario. Scegliamo ad
esempio il rapporto tra il numero di casi di Covid-19 riscontrati e il
numero dei posti letto negli ospedali pubblici. Questo
indicatore, ad eccezione degli USA, ha il vantaggio di essere facile da
reperire dai dati open source che viaggiano in internet. I dati sulla
letalità a livello mondiale e per le regioni italiane risultano
fortemente correlati con questo indicatore. La
figura 2 ci mostra a sinistra che la letalità mondiale è sempre
superiore al valore 1-2% stimato dai virologi. Inoltre fino ad un valore
dell’indicatore, cioè del rapporto malati/letti, pari a 0.25 la
letalità si attesta intorno al 3%. Questo è il caso dei paesi in cui
l’incidenza dei casi di contagio non mette in sofferenza il sistema.
Infatti in questo caso i malati per Covid-19 occuperanno un numero
nettamente inferiore a 0.25 perché stiamo considerando l’insieme degli
ospedalizzati, domiciliarizzati e già guariti. In
questo caso le cure per COVID-19 non portano il sistema a saturazione
ed inoltre la maggior parte dei letti rimane a disposizione dei malati
per altre patologie. Oltre 0.25 la situazione si fa via via sempre più
critica richiedendo più attenzione dal personale medico-infermieristico
dell’ospedale e quindi la letalità aumenta. Questo è il caso dell’Italia
che si avvicina al valore 1 dell’indicatore. La
letalità schizza a quasi il 14%. Anche Francia, Paesi Bassi, UK,
Belgio, Svezia si trovano in questa situazione. In Spagna si riscontra
un indicatore di oltre 2 ma la letalità rimane entro i valori di
letalità degli altri paesi in condizioni di criticità (10.5%).
L’analisi
dei dati per le regioni italiane nella figura 2 a destra e nella
tabella 1 fornita dal Ministero della Salute ci mostra una letalità alta
anche dove i valori dell’indicatore sono inferiori a 0.25. Questa
bassa incidenza si trova nelle regioni del centro-sud meno colpite
dall’epidemia. Questi livelli di letalità, difformi dalla situazione nel
resto del mondo, ci indicano un problema aggiuntivo. In Italia si
guarisce di meno da COVID-19, anche in situazioni di relativa poca
incidenza dei casi di contagio. Perché? Letalità
elevate si evidenziano in generale nelle regioni del centro nord, ad
eccezione del Veneto. La Lombardia si distingue con un indicatore
attorno al valore 2.5 e una conseguente letalità del 18%. Nel
momento in cui scrivo siamo bombardati da messaggi ottimistici sul
raggiungimento di un fantomatico traguardo, dunque verso l’inizio della
discesa dei casi attivi. Però
il nostro sistema sanitario è in sofferenza acuta. Pure in zone con
poca incidenza è estremamente pericoloso contrarre la malattia perché le
letalità effettive sono molto più alte della letalità stimata dai
virologi. Come abbiamo visto l’Italia non ha ancora raggiunto il valore
100 per i giorni in cui si raddoppiano i contagi, ma sembra che sia
arrivata quasi al culmine dei casi attivi. Va ricordato che la Cina dopo
quel traguardo è ancora rimasta in lockdown per altri 45 giorni. Se
guardiamo il sistema unicamente dal punto di vista della salute umana
la scelta di riaprire il Paese seppur gradualmente risulta molto
prematura. Non ci possiamo permettere di rivedere per la seconda volta
lo stesso film, anche perché non si tratta di un film.
Conte
si prepara a partire per Bruxelles, dove domani lo attendono i
“colleghi” del Consiglio Europeo, con molte meno certezze di qualche
giorno fa, quando ancora diceva: “non accetteremo il Mes, o si fanno i coronabond o faremo da soli”. Ieri,
presentando la sua informativa alla Camera, è stato molto più vago. Già
pronto, insomma, ad un “compromesso” in cui dovrà accettare l’esatto
contrario. E’ partito da quelle che dovevano essere buone notizie. “Il
governo invierà a brevissimo al Parlamento un’ulteriore relazione con
una richiesta di scostamento di bilancio pari a 50 miliardi di euro, con
intervento complessivo che, sommando i precedenti 25 miliardi, sarà non
inferiore a 75 miliardi“. Ma
in realtà quella “richiesta” di sforamento del deficit di bilancio va
presentata alla Commissione Europea, perché l’attuale Parlamento
italiano può firmargli qualsiasi cifra (la destra chiede molto di più,
per esempio, tanto sono parole…), ma il visto finale arriverà dagli
specialisti di Bruxelles – i funzionari che controllano Paolo Gentiloni e
gli altri “commissari” – non da un organo democraticamente eletto. E in
base ai trattati esistenti, che non contemplano “situazioni
eccezionali” della portata che il mondo sta attraversando. Non è comunque neanche questo il vero problema, perché tutti
i Paesi dell’Unione si trovano in una situazione del tuto simile e
dovranno dunque “sforare” il rapporto deficit/Pil ben oltre i limiti
scritti nel demente “trattato di Maastricht”: il 3%. Nelle stime più
prudenti, in tutta Europa si arriverà come minimo al 10%, per effetto
combinato del Pil in drastico calo e dell’aumento smisurato della spesa
pubblica. Il
tutto, va ricordato, soltanto per affrontare le necessità immediate
della pandemia. La “ricostruzione” e i suoi costi sono tutto un altro
capitolo. E
qui la linea del “fronte del Nord” (Germania, Olanda, Finlandia) è
chiarissima: va bene che la Bce compri titoli di Stato, si possono fare
prestiti tramite la Bei (solo 200 miliardi per tutta l’Unione,
poca roba), si possono supportare gli ammortizzatori sociali nazionali
con il fondo Sure (ancora da istituire, ma che avrà solo 10 miliardi per
tutta Europa, per i prossimi dieci anni). Tutte linee di finanziamento (Bce a parte) dai tempi lunghi e dalle “condizionalità”
ancora da definire. In pratica, possono spendere per far fronte alla
crisi solo i paesi che hanno surplus consolidati (il “fronte del Nord”,
appunto), gli altri si devono finanziare a breve termine o “sui mercati”
(a tassi di interesse proporzionati allo spread, ieri a 260 punti),
oppure tramite il Mes, il Meccanismo Europeo di Stabilità creato per
imporre lo scambio “prestiti contro riforme strutturali”. Ossia
tramite l’imposizione di politiche di austerità decise direttamente a
Bruxelles invece che dal governo nazionale che ha chiesto il prestito. L’Eurogruppo
di 15 giorni fa ha dato il via libera alla possibilità di accedere ai
fondi del Mes per l’equivalente del 2% del Pil (per l’Italia all’incirca
36 miliardi), unicamente destinati alla spesa sanitaria eccezionale. Gli
europeisti – anche di casa nostra – si sgolano da settimane ad
assicurare che sono “senza condizionalità”, pure sapendo che non è
assolutamente vero. Il “compromesso” dell’Eurogruppo ha accantonato le
condizionalità più stringenti, ma il solo fatto di chiedere un prestito
del Mes “accende una spia d’attenzione” sullo Stato richiedente. In
primo luogo da parte della Commissione, che può usare anche molta
“flessibilità” nel giudicare l’opportunità di “stringere” o meno in sede
di esame, anche a distanza di mesi o anni. Ma sopratutto da parte dei
“mercati finanziari”, che vengono di fatto invitati ad aprire posizioni
speculative sui titoli di stato del Paese richiedente. Insomma, forse non proprio immediatamente come la Grecia nel 2015, ma su quella stessa strada… Quanto è attendibile l’”assicurazione” fornita, per esempio, dagli europeisti del Pd? Per esempio, Paolo Gentiloni, ex premier e oggi Commissario europeo agli affari economici, giura che “Il
Mes è una linea di credito per sostenere la spesa sanitaria e i nostri
ospedali e che l’unica condizione per questa linea di credito è che
siano spese dedicate alla sanità. Possiamo chiamarlo in un altro modo ma
serve“. Addirittura fantasioso il capogruppo Pd in Senato, Andrea Marcucci: “L’Italia
ha bisogno di risorse ingenti e che arrivino in tempi rapidi. Il fondo
Sure è importante, ma non è ancora fruibile. Le linee di credito Bei
sono un esempio tangibile. E poi c’è il Mes: ci vuole una giusta cautela
perché sappiamo cosa è stato il Mes, ma sappiamo anche cosa vorremo che
diventasse. Non lo chiamiamo più Mes ma se le condizioni saranno giuste
bisognerà valutare nell’interesse del nostro Paese senza pregiudizi”. Non lo chiamiamo Mes? Cos’è, un gioco di parole che ce lo decidiamo noi in camera caritatis? Cos’è, uno slogan elettorale che poi chissenefrega? O è un trattato tra 19 Paesi? Quelli del Pd sono fatti così… Ti raccontano sempre che “non c’è problema, fidatevi di noi...”.
Facevano lo stesso con il “pacchetto Treu”, che sdoganava i contrattini
precari a salario stracciato. Hanno fatto lo stesso con la “Riforma del
Titolo V” della Costituzione, che ha introdotto la “legislazione
concorrente” tra Stato e Regioni e affidato a queste ultime la
competenza per la sanità, con i “clamorosi risultati” che la Lombardia e
il Piemonte (ma anche l’Emilia Romagna) stanno dimostrando davanti al
coronavirus…. E giuravano identica cosa prima della “cura Monti”, della riforma della sanità che introduceva l’intra moenia, del jobsact, della riforme elettorali per imporre il maggioritario e “aumentare l’efficienza” della politica… Sono
fatti così: mentitori di mestiere, come Salvini o Berlusconi o la
Meloni, ma con parole “democraticamente accettabili”. Rigorosamente
smentite alla prova dei fatti. Ma
pesano nel governo e hanno ottimi rapporti con le burocrazie di
Bruxelles. Conte, dunque, se vuol mantenere la maggioranza “unita” e
allontanare lo spettro di Mario Draghi da Palazzo Chigi, deve “mediare”.
E, mediando mediando, ha infilato nel suo intervento in Paramento la
frase rivelatrice: “Rifiutare la linea di credito che offre il Mes sarebbe un torto agli altri Paesi [la Spagna ha pronta la richiesta, ndr], ma l’Italia ha bisogno di altro. I criteri del Mes sono inaccettabili per la natura di questa crisi“. Saranno certamente “inaccettabili”, ma saranno proprio questi quelli che porterà a casa dal prossimo Consiglio Europeo. Prepariamoci
dunque a uno scenario fattualmente tragico: una “riapertura” di tutte
le attività in presenza di un virus per cui non esistono ancora
medicinali efficaci e vaccino, e la contemporanea “messa sotto tutela”
delle decisioni di spesa dello Stato.
Esistono
ancora dei benchmark sicuri. Per esempio Matteo Renzi. Se dice che una
certa cosa è giusta, potete star sicuri che è sbagliata, lo sa benissimo
ma mente per abitudine. E’ così, ovviamente, anche per Mezzanismo Europeo di Stabilità (Mes),
che per ora è l’unico strumento “pronta cassa” che l’Unione Europea ha
messo sul piatto per l’Italia e tutti gli altri paesi che hanno bisogno
di finanziare sia la spesa sanitaria per far fronte al coronavirus, sia
la “ripartenza” dopo un crollo economico ancora inquantificabile. L’ex
segretario del Pd, con la consueta iattanza priva di pensiero, se n’è
uscito anche stamattina in questo modo: “Attivare il Mes? Lo farei di
corsa… Io vado a piedi a Bruxelles a prenderli. Ti danno denari a
condizioni buone. Io sono certo che il Presidente del Consiglio non dirà
di no al Mes. Mettere il veto? Siamo seri, senza l’Europa l’Italia
sarebbe fallita. Basta con questa discussione, il problema non è
l’Europa ma il fatto che tante persone sono rimaste senza una lira. I
grillini non vogliono? Se ne faranno una ragione. Hanno già cambiato
idea tante di quelle volte”. L’ultima
affermazione è probabilmente l’unica vera (anche se Conte appare già
pronto a un pessimo “compromesso”), ma non è quella più importante. La
cosa rilevante è che continua a girare – anche tramite Renzi – questa
incredibile balla del “Mes senza condizionalità”. Anche uno che non
avesse letto attentamente il trattato ed il regolamento di
quell’istituzione (diretta da Klaus Regling, il vero
artefice dell’euro su misura per la Germania), cosa che ben pochi hanno
fatto, si dovrebbe infatti chiedere come mai in così tanti – almeno
all’inizio – abbiano sgranato gli occhi per lo spavento davanti a questa
“proposta che non si può rifiutare”. Se, insomma, fosse tutto a vantaggio di chi ne chiede i prestiti, perché mai rifiutarli? Il motivo – come abbiamo più volte provato a spiegare – è che il Mes, anche spogliato delle sue condizionalità più strozzinesche, è comunque uno strumento che pone condizioni. Non
solo perché manterrebbe quella di poter usare i prestiti per la sola
spesa sanitaria (che potrebbe essere persino accettabile, in teoria), ma
per il buon motivo che il solo ricorrervi sottopone nel tempo a
verifiche e richieste coerenti con il quadro dei trattati istituiti dopo
la crisi del 2008-2009: Fiscal Compact, Six Pack, Two Pack. Insomma,
se è stato pensato come uno strumento per obbligare i Paesi che vi
ricorrono ad attuare lo scambio “aiuti contro riforme strutturali”,
nessuno può impunemente sostenere che si tratti di uno strumento
innocuo. In
attesa che Giuseppe Conte riferisca in Parlamento sulle sue intenzioni
in vista del Consiglio Europeo di dopodomani, forse è bene risvegliare
la memoria sugli effetti dell’unico vero caso in cui il Mes – in forma
integrale e dunque massimamente punitiva – è stato applicato. Quello
della Grecia. La descrizione della situazione in cui è stato ridotto quel Paese è ben delineata in questo breve video, che vi proponiamo.
Come
si esce da questo disastro? Ce lo stiamo chiedendo tutti, di qua e di
là delle consolidate differenze di classe, prospettiva sociale,
aspirazioni di cambiamento. Ma le risposte – pure numerose – sollevano
più interrogativi di quanto non diano risposte. Lasciamo
perdere tranquillamente il mantra confindustriale, ripetuto fino alla
noia dai servi dei servi, che sogna di poter semplicemente tornare “come
prima”. Un sogno che non ha fatto i conti – nemmeno quelli economici –
con quello che sta accadendo, settimana dopo settimana (ognuna vale
circa il 2% del Pil), figuriamoci con la situazione che avremo di fronte
quando la frana si sarà stabilizzata. A
costoro dovrebbe essere sufficiente vedere le file che si formano negli
Stati Uniti, ogni giorno, per ricevere un pacco viveri. Lavoratori ora
disoccupati (22 MILIONI in sole quattro settimane), che ancora
possiedono un’auto cui avevano fatto il pieno di benzina (circa 50
centesimi al litro, laggiù), ma che la usano ormai soltanto per questo. Non
gliene frega nulla, naturalmente. In quella foto vedrebbero soltanto
una massa sterminata di manodopera pronta ad essere impiegata a
qualsiasi prezzo. Pardon, salario… Non
mancano rare riflessioni molto più ragionate, anche in termini di
“sistema”, come quella prodotta da Guido Salerno Aletta su Milano Finanza. Che stabilisce un confronto secco con la necessità di ricostruzione che fu affrontata anche alla fine della Seconda Guerra mondiale. Lì
lo Stato – una Repubblica fragilissima (il fascismo e la monarchia
erano stati battuti, ma sopravvivevano in tante teste) – si prese il
carico di delineare una strategia economica complessa, con capitali Usa
(il “piano Marshall”) e mobilitando il risparmio dei cittadini (di
quelli che ne avevano…) verso l’impiego nell’economia reale. E’
la stessa esigenza che ci si trova davanti oggi. Ma con significative
differenze che, per l’appunto, sollevano più domande che risposte. In entrambi i casi – allora ed oggi – si pone la necessità di cambiare modello di sviluppo. Allora da un’economia di guerra con poche fabbriche funzionanti e infrastrutture devastate dalla guerra. Oggi da un modello a centralità della finanza in direzione di un sistema produttivo ricostruito, appunto privilegiando l’economia reale. Ma… Allora
il livello della distruzione era pressoché completo, e questo – non
paradossalmente – facilitava il “ridisegno” del sistema, perché non ci
potevano essere resistenze significative contro la necessità di
ricostruire. Anche il movimento operaio riconosceva questa necessità,
restando ben presto incastrato negli ingranaggi della macchina che
ripartiva, la “tutela minacciosa” degli Usa e la spartizione stabilita a
Yalta. Oggi
il livello della distruzione che ci troveremo davanti è ancora ignoto.
E, in quel che sopravviverà, ci saranno resistenze fortissime. Chi
privilegia il “ritorno agli assetti precedenti” non è affatto sconfitto,
per il momento. Anzi, è rabbioso per le perdite, ma mantiene saldamente
il potere di determinare le decisioni politiche (basta ricordare il
disastro combinato l’8 marzo, quando hanno convinto il governo a
rinunciare a chiudere alcune parti della Lombardia) e preme in modo
irresistibile per “ripartire” come se il virus non ci fosse più. Anche
l’elezione del nuovo presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, è un
segno chiaro di questo potere “continuista” e suicida. Un bocconiano,
uno specialista in private equity, in combinazioni finanziarie;
uno che non ha costruito né guidato alcuna azienda produttiva – fino a
pochissimi anni fa – e che non concepisce altre soluzioni tranne quelle
che già conosce. Le
stesse che hanno portato al fallimento attuale. Peraltro non ammesso
come tale (“andava tutto bene, se non c’era questo virus
sopravvalutato…”). La sterzata drastica che Salerno Aletta disegna, come minimo, presuppone sia uno Stato “forte” (nel senso di economicamenteautorevole,
non poliziescamente menacciuto), sia una disponibilità del “sistema” ad
essere ridisegnato per un efficace passaggio dalla centralità della
finanza a quella dell’economia reale. Entrambe le condizioni, diciamo
così, sembrano al momento scarse. Può
essere che, proseguendo la pandemia, e dunque un’alternanza di
stop-and-go (“chiudere tutto”, “riaprire tutto”), la seconda condizione
si possa manifestare. La prima – la qualità di direzione complessiva
della macchina statale sull’economia – invece appare certamente poco
modificabile in tempi brevi. Quarant’anni di demolizione e
demonizzazione dell’intervento statale nell’economia (il vero centro teorico del neoliberismo trionfante) non si superano con un atto di volontà.
Nella
regione più ricca del paese, il potere economico non ha ceduto. Le
fabbriche sono rimaste aperte, con tutta la complicità dei
politici; mentre i corpi riempivano i camion militari. La devastazione
della Sanità pubblica ha presentato il conto. Ora, tocca alla rivolta» [1]
Certo, la madre di tutte le guerre è quella riforma del titolo V della Costituzione italiana
che, agli articoli 116 e 117, regola la suddivisione della potestà
legislativa per materia tra Stato e Regioni, che indica espressamente su
quali materie lo Stato ha competenza e su quali, invece, ha competenza concorrente con le Regioni.
La sanità è appunta la principale materia concorrente, in termini di bilancio e dunque di potere reale.
L’emergenza coronavirus ha riacceso i riflettori sui ‘limiti’ del Titolo V e rimesso al centro la necessità di una gestione della salute omogenea su tutto il territorio ed evitare, quindi, che una Regione decida autonomamente e in difformità rispetto alle altre.
In
questi giorni il dibattito politico è tornato a rispolverare l’antica
questione delle materie concorrenti, riproponendo la necessità di
intervenire sulla Carta per fornire, quanto meno, una “clausola di
supremazia”.
Tuttavia,
il parere di alcuni costituzionalisti, tra cui Valerio Onida, ex
presidente della Corte costituzionale, è che, nella Costituzione, sia
già previsto una sorta di clausola di supremazia, contenuta nel secondo comma dell’articolo 120, che recita: ”Il Governo
può sostituire un organo delle Regioni, delle Città metropolitane,
delle Province e dei Comuni nel Caso di mancato rispetto di Norme e
Trattati Internazionali o della Normativa comunitaria oppure di Pericolo
per l’incolumità e la Sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono
la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare
la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti
civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi
locali. La legge definisce le procedure atte a garantire che i poteri
sostitutivi siano esercitati nel rispetto del principio di sussidiarietà
e del principio di leale collaborazione.“
Qualche
sera fa. Masimo Galli, illustre virologo, direttore del Dipartimento di
Malattie Infettive dell’Ospedale Sacco di Milano, nel corso di un suo
intervento durante la trasmissione de La7 ”Ottoemezzo”, ha dichiarato: ”
Nei 3 anni in cui sono stato direttore generale del ministero della
Sanità ho cercato di gran lunga approvare il Piano Sanitario Nazionale,
ma non c’è niente di niente. Ogni Regione va per conto suo e non vengono
minimamente assicurati i Lea(Livelli
Essenziali di Assistenza) determinando una situazione di ineguaglianza
dei cittadini sul piano del diritto alla saluto “.
Qualche sera prima nel corso dell’intervista concessa a Diego Bianchi, a Propaganda Live, sempre su LA7, Gino Strada ha portato un duro attacco al tanto decantato quanto disastroso “modello Lombardia”: «Il primo errore – ha dichiarato Strada – è
stato quello di non proteggere gli ospedali. Se un ospedale si infetta
non è più in grado di curare i pazienti, in assoluto. I cardiopatici, i
diabetici, chi ne ha bisogno, non solo i malati di Covid.
Questa è la gente che ha devastato la sanità pubblica italiana, altro che modello Lombardia [… ] – ha aggiunto – Quando
si assiste a un fenomeno come quelli dell’ospedale di Alzano Lombardo,
non ci si può esimere da una riflessione su chi ha gestito la sanità in
Lombardia negli ultimi 20 anni. Questi anziani sono
stati lasciati morire nelle case di riposo senza nessuna umanità, senza
nessuna pietà. Tutto questo è moralmente, prima che giuridicamente, un crimine. La
Lombardia ha fatto con gli ospedali ciò che ha persino la camorra avuto
difficoltà a fare in questo modo così esteso e puntuale. È più facile
aprire una cardiochirurgia in Sudan che un posto letto in Italia ”.
La mattina del 16 aprile scorso la Guardia di Finanza si è recata presso il Pio Albergo Trivulzio e nella sede della Regione Lombardia. Cercavano documenti e cartelle cliniche, non soldi in contanti.
Un’inchiesta
che tecnicamente è molto più semplice perché non si cercano giri di
mazzette sulla base di qualche “pentimento” per cui serve un lungo e
laborioso lavoro sui bilanci societari e delle amministrazioni pubbliche
oltre che sui conti correnti.
No,
qui hanno sequestrato delibere regionali – atti ufficiali votati,
firmati e protocolli – che “chiedono” alle Rsa lombarde (le “case di
riposo”) di ricevere un po ‘di contagiosi da coronavirus poco gravi, in
modo decongestionare gli ambienti ospedalieri nel momento più drammatico
dell’emergenza.
Fontana
e Gallera, per tentare di difendersi, si arrampicano sugli specchi
dichiarando che non si tratta di un ordine ma di una semplice
“richiesta”, precisando che “In
caso di accoglimento, ci andavano in contagiati che poi riguardavano
gli ospitati in reparti separati, con personale “riservato”.
E’
un modo per dissimulare una verità semplicissima: nel lodatissimo
modello lombardo comandano gli accordi, ovvero, i politici di turno; e,
poiché ti finanziano con una suoneria di miliardi, per continuare a
mantenere il potere e il consenso, si circonda di dirigenti “fedeli”.
Gli
amministratori mediocri dispensano ordini e – in caso di errori,
fallimenti o illeciti – scaricano le colpe sui “dirigenti fedeli” alla
velocità della luce: è il lodatissimo “modello lombardo”.
Quel
modello che ha commercializzato la salute e la malattia dei cittadini,
creando intorno a ciò un sistema di corruzione su ampia scala, fin dai
tempi dell’ex governatore Roberto Formigoni (per tre mandati dal 1995 al 2013), membro di spicco del “partito” di Comunione e Liberazione.
Sempre
in Forza Italia, ma solido alleato di quella Lega che ha ereditato il
“sistema” da quando è Formigoni è stato costretto alle dimissioni,
inquisito e condannato per corruzione. Il suo successore, Roberto Maroni, nel 2017 ha abbondantemente tagliato il servizio sul territorio, quasi abolendo i medici di famiglia sostituti da «manager».
E
così può succedere di mettere il contagiato da coronavirus “in
prossimità” di anziani non autosufficienti, quando già era noto che
questa era la fascia di età “privilegiata” dal virus, causando 300 morti
soltanto alla “la Baggina” e al Don Gnocchi.
Un
massacro che mette sotto l’accusa proprio il “modello” della sanità
lombarda. Non solo per quanto riguarda lo squilibrato rapporto tra
pubblico e privato, ma soprattutto la “logica” del “sistema” in quanto
tale.
Ranieri Guerra (OMS) lo ha messo, in questi giorni, nero su bianco: “Bisogna pensare alla riorganizzazione territoriale del sistema sanitario. Quello che non ha funzionato in Lombardia e invece sì in Veneto”.
Sotto
esame sono 30 anni di governo della destra, a tutto vantaggio dei
privati, ai quali sono stati regalati miliardi di fondi pubblici
puntando tutto sull’assistenza ospedaliera (la cura della malattia),
anziché su quella territoriale (la prevenzione): “La
Lombardia ‘eccellenza ospedaliera’, una bandiera in tutto il mondo,
ma è stata quasi totalmente sguarnita dal punto di vista
dell’assistenza sul territorio. E se può sostenere il sistema che regge
sul fronte della cura, non può fare altrettanto sul fronte della prevenzione”.
Ed è vero:
una rete capillare di medici di base sul territorio, in grado di “fare
filtro” e registrare per tempo la diffusione di patologie inconsuete
nella popolazione, è stata quasi del tutto smantellata.
E viene persino rivendicato! Nell’estate del 2019 il leghista “moderato” Giorgetti (n. 2 di Salvini) al Meeting di Comunione e Liberazione, dichiarò bellamente: “Nei
prossimi cinque anni mancheranno 45mila medici di base. È vero; ma chi
va più dal medico di base, senza offesa per i professionisti qui
presenti? Nel mio piccolo paese vanno a farsi la ricetta medica, ma chi
ha meno di cinquant’anni su Internet e cerca lo specialista. Il mondo in cui è presente il medico di famiglia è finito”.
Ma
ancor prima che Giorgetti pronunciasse quelle parole, il sorpasso del
privato sanitario sul pubblico era già avvenuto, e da un pezzo. Nella
diagnostica (Tac, ecografie, risonanze, endoscopie, ecc), già nel 2015
il valore delle prestazioni erogate ambulatorialmente dal privato
equivaleva al 52% sul valore totale delle prestazioni. [2]
Secondo
uno studio della Bocconi (!), tra il 1997 e il 2006, la Lombardia ha
registrato un record di crescita degli ospedali privati. Da 55 che erano
nel 1997, sono diventati 73 nel 2006 (+18). Ciò, mentre nel resto del
paese, nello stesso periodo, si è avuta una netta contrazione.
Inoltre, secondo il ministero della Salute (anno 2016), in Lombardia su 1., 931 euro di spesa sanitaria pro capite totale, quasi il 30% finanzia le strutture private (ospedali, ambulatori, laboratori). Nessun’altra regione come la Lombardia.
Lo
sbilanciamento lombardo a favore del privato è evidente anche sul piano
dei ricoveri relativi: nel 2017, su 1.441.657 ricoveri totali, il
privato ne ha eseguiti 494.501, il 35%, per i quali la Regione Lombardia
ha versato ai privati, a titolo di rimborso, circa 2,1 miliardi, cioè
il 40% dei 5,4 miliardi stanziati a bilancio.
Ma
qui incontriamo un dato cruciale che spiega, in un sol colpo, il cuore
del tanto decantato “modello lombardo”: come mai se le strutture private
hanno completato il 35% dei ricoveri, poi hanno incassato il 40% dei
fondi destinati alla sanità?
Semplice: i servizi offerti dai privati costano di più rispetto alle prestazioni del pubblico.
Stesso
discorso vale per visite ambulatoriali ed esami. Nel campo della
diagnostica strumentale e per immagini, nel sorpasso del privato sul
pubblico era già presente nel 2015. Se poi consideriamo il valore delle
prestazioni erogate ambulatorialmente dal privato sul valore totale
delle prestazioni pubbliche e private nello stesso ambito, il privato
incide per il 52%. [3]
Solo
a Milano e provincia sono presenti 57 strutture di ricovero ordinario e
day hospital. 26 sono pubbliche, 31 a gestione privata (54,4%).
In
Lombardia gli IRCSS privati (istituto di ricovero e cura a carattere
scientifico) sono circa il triplo dei pubblici (14 contro 5; fonte:
ministero della Salute).
Nel
2018, in una struttura privata che non funziona con il servizio
sanitario, una risonanza magnetica muscoloscheletrica costava ai
cittadini circa 90 euro, ma il rimborso che la Regione Lombardia ha
garantito nello stesso anno ai laboratori privati convenzionati era di
169 euro: l’89% in più!
Questo è il “modello lombardo” che ogni anno può contare su circa 19 miliardi di soldi pubblici: una cifra enorme.
La
stessa Corte dei conti ha stabilito che – dal 2012 al 2017 – sei
Regioni del Nord hanno ottenuto un incremento medio della loro quota del
Fondo Sanitario Nazionale pari al 2,36%, mentre le regioni del Sud, già
beneficiarie di cifre molto più piccole, dal 2009 in seguito, hanno
visto lievitare la loro parte solo del’1,75%.
Dunque,
dal 2012 al 2017, le regioni più ricche (Liguria, Piemonte, Lombardia,
Veneto, Emilia Romagna e Toscana) hanno ricevuto dallo Stato 944 milioni
di euro in più rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata,
Campania e Calabria.
Ecco
come si spiega il progressivo divario tra nord e sud: mentre al Nord
sono stati trasferiti 1.629 miliardi in più, nel 2017 rispetto al 2012,
al Sud sono stati dati solo 685 milioni in più. Nel 2017 il 42% del
totale delle risorse finanziarie per la sanità è stato assorbito dalle
Regioni del Nord, il 20% da quelle del Centro, il 23% da quelle del Sud,
il 15% dalle Autonomie speciali.
Ecco perché, un attimo dopo che l’assessore al Welfare regionale Giulio Gallera, aveva dichiarato che “in Lombardia non si può fare il tampone a tutti
”, si arriva a sapere che all’ospedale San Raffaele di Milano i tamponi
ci sono e che vengono fatti, ma pagando 120 euro. Così facendo, i
cittadini possono sapere in breve tempo se sono positivi o meno al Coronavirus. Tamponi a pagamento, ma per Gallera non era possibile farne.
E
non sarebbe il solo San Raffaele ad offrire tale servizio. In altre
strutture i tamponi possono essere pagati anche 240 euro.
Una
notizia sconcertante, se si pensa che infermieri, medici e altro
personale ospedaliero, costantemente impegnati nell’arginare la pandemia
da Covid, sono stati tra gli ultimi a poter fare il tampone e non tutti sono ancora testati.
IlGruppo San Donato (GSD)
è il più grande gruppo sanitario privato d’Italia; solo a Milano e
provincia possiede 7 strutture di ricovero e cura, 3 delle quali sono
specializzate in sistemi di ricovero e cura a carattere scientifico
(Irccs), tra cui proprio l’Ospedale San Raffaele.
Nel
2017, solo per i ricoveri, il gruppo San Donato ha incassato il 35% del
totale dei finanziamenti destinati al settore privato-convenzionato.
Una magnifica torta che fa gola a molti.
Ma che c’entra Angelino Alfano?
Angelino è di quelli che non si ferma e vuole sempre provare emozioni
nuove. E così dal luglio del 2019 è a capo proprio del GSD, con capofila
Policlinico San Donato, che controlla strutture ospedaliere come il San Raffaele e il Galeazzi, oltre ad altri 19 ospedali.
Con
lui c’è anche il manager svizzero-tunisino Kamel Ghribi, vice
presidente nonché numero uno della G SD Middle East, il “braccio” della
holding sanitaria in Medio Oriente. La GSD holding realizza 1,7 miliardi
di euro di fatturato nel 2018. Nel 2019, entra alla GSD un altro nome di peso: si tratta di Federico Ghizzoni,
ex amministratore delegato di Unicredit e attuale numero uno di
Rothschild Italia. Una garanzia che la priorità sia la tutela della
salute…
Ora
il gruppo San Donato è alla ricerca di partner internazionali di peso e
punta molto in alto: l’espansione all’estero, medio oriente e Emirati
Arabi in primis, ma anche Russia e Africa.
E
dunque Alfano, dopo aver abbandonato la carriera politica mantenendo
tuttavia ottimi rapporti con Berlusconi, nel settembre 2018, entra nello
studio legale Bonelli per sfruttare la rete di conoscenze maturate nel
periodo in cui era ministro degli Esteri. Primo incarico, la creazione
di un Focus Team in Egitto su Diritto internazionale pubblico e Diplomazia economica,
insieme all’ex politico locale Ziad Bahaa-Eldin, già a capo
dell’autorità finanziaria egiziana sotto Mubarak, quindi vicepremier
dopo il colpo di Stato di Al Sisi.
Ecco come funziona il “modello lombardo” ed ecco chi ci guadagna.
I
bombardamenti di Milano durante la seconda guerra mondiale furono tra i
più pesanti tra quelli subiti da una città dell’Italia settentrionale
da parte delle forze “alleate” nel corso della seconda guerra mondiale.
Nel complesso le incursioni trovate su Milano e provincia causarono
allora circa 2000 vittime. Dall’inizio dell’epidemia da Covid19 ad oggi, in Lombardia sono morte 11. 851 persone, 3 volte quelle di tutta la Cina.
È
l’uomo che sembra mettere tutti d’accordo, da Salvini a LeU. e che gli
ultrà europeisti del PD vorrebbero fare, come minimo, santo.
Vedrete,
se questo governo andrà in frantumi a causa delle divergenze su MES ed
eurobond. e/o perché le imprese rivogliono la piena produzione poiché
son stufi di rinunciare a quote di profitti – nonostante la curva del
contagio e dei morti da Covid-19 si ostini a non scendere – allora
rispunterà l’ennesimo “governo di salvezza nazionale“. Come
quello di Monti del 2011: lo stesso che ha massacrato il nostro
Servizio Sanitario Nazionale, che ha dato – per ora – la stoccata finale
alle pensioni degli italiani e che ha inserito nella nostra
Costituzione, il famigerato “obbligo al pareggio di bilancio“. Sì,
perché la tanto annunciata “ripresa” sarà un disastro di proporzioni
immani, che rischia di alimentare rivolte popolari diffuse che
potrebbero mettere in seria crisi l’attuale governance incardinata nelle maglie strettissime dei diktat e dei trattati europei. In primis, quello sui limiti di spesa entro il fatidico 3% del rapporto deficit-PIL. Un
limite arbitrario e senza motivazioni scientifiche che, davanti alla
catastrofe sanitaria, sociale ed economica in atto, ha assunto le
sembianze di un cappio mortale che rende impossibile anche solo
immaginare qualsiasi prospettiva di ripresa.
Allora ecco che ci risiamo con il grande tecnico con “esperienza internazionale“.
Ma che tipo di “esperienza internazionale” aveva avuto Mario Draghi prima di arrivare alla presidenza della Bce? Dal
2002 al 2005 è stato vicepresidente e membro del management Committee
Worldwide della Goldman Sachs, proprio nel periodo in cui in America le
banche d’affari erano scatenate in manovre speculative e scavavano il
baratro finanziario che si è poi materializzato nel 2008, trascinando il
resto del mondo in una delle più gravi e criminali crisi mondiali degli
ultimi 100 anni.
Insomma, Draghi era un dirigente di Goldman Sachs proprio quando Goldman Sachs scommetteva sulla crisi dei mutui supbrime e stava in cabina di regia quando il mondo veniva inondato di derivati, swap ed altra spazzatura. Sì,
è vero che Draghi di colpo ha cominciato a criticare alcune recenti
posizioni della commissione europea sul modo in cui quest’ultima si è
posta davanti alla crisi provocata dalla pandemia. Ma, vista la storia
ed i precedenti del personaggio, tutto lascia supporre che Mario Draghi
si stia accreditando come “uomo libero” e “patriota” in grado di
cambiate tutto, per non cambiare niente. Gli
Euroleaks di Varoufakis hanno rivelato che, dietro la facciata del
grande salvatore dell’Euro e grande dispensatore di liquidità a tasso
zero (alle banche), si cela sempre il Chicago boy che, durante
lo scorso decennio, stava dietro e sopra i lupi di Wall Street e che sa
sempre bastonare il cane che affoga (la povera Grecia). Ammettiamolo: Mario Draghi sarebbe una vera garanzia
solo per chi vuole evitare che la crisi provocata dalla pandemia da
coronavirus, si trasformi presto in quella “tempesta perfetta”
profetizzata dall’economista Nouriel Roubini, che porterebbe alla fine
dell’euro ed alla rottura di quella Unione Europea. La cui reale natura è
stata disvelata proprio dalla esplosione e dalla crisi indotta dalla
pandemia che gli ha certamente fatto perdere anche quel po’ di residua
credibilità che, nonostante tutto, ancora manteneva.
Milano. Con una giuliva comunicazione via Facebook il presidente lumbard
Fontana ha annunciato la “via lombarda alla libertà”. Sfruttando il
naturale sentimento di frustrazione dei cittadini, provati da oltre
quaranta giorni di segregazione senza risultati decisivi, Fontana tenta
di spacciare per “riconquista della libertà” un piano di ripresa
industriale che è un salto verso l’ignoto.
Il piano di Fontana si articola sulle quattro “D”. Vale a dire distanza di un metro tra le persone, misura che si è già dimostrata difficile da rispettare nelle fabbriche; dispositivi,
cioè le mitiche mascherine e guanti ancora oggi difficili da reperire, e
comunque in quantità insufficiente, in tutta la Lombardia; digitalizzazione (per chi può) e diagnosi.
Quanto
alla digitalizzazione, cioè il lavoro a domicilio, nulla di nuovo
poiché questo provvedimento è stato adottato già dai primi di marzo, ma
ha coinvolto solo una minoranza dei lavoratori, impiegati e funzionari
di quelle aziende che si sono dimostrate tecnologicamente in grado di
garantirlo. Molte imprese non sono state invece capaci di attuare questa
forma di lavoro che resta comunque impraticabile nelle fabbriche
manifatturiere.
Il risultato è che più della metà dei lavoratori lombardi ha
continuato a doversi recare al posto di lavoro in condizioni di
mancanza di sicurezza. A questa situazione ha contribuito peraltro anche
il meccanismo delle “autocertificazioni” autorizzate dal governo
centrale e il principio del “silenzio-assenso” per la loro accettazione,
che ha comportato la riapertura di migliaia di imprese improvvisamente
auto-dichiaratesi parte delle filiere produttive indispensabili.
Sulla
quarta “D”, cioè la diagnosi, Fontana fa affidamento sui test
sierologici che si stanno approntando presso il San Matteo di Pavia. La
sperimentazione di tali test sembra dare risultati positivi, tuttavia è
ancora da chiarire quale sia la durata della copertura anticorpale e da
verificare quale sia la percentuale dei falsi positivi che potrebbero
essere esposti a gravi rischi. Ma soprattutto, è evidentemente
impossibile realizzare una campagna di test di massa su una percentuale
rilevante della popolazione (cioè quasi tutti i 10.000.000 di lombardi)
entro il 4 maggio, quando Fontana vorrebbe riaprire tutto.
Secondo
Fontana, le misure previste dovrebbero portare la Lombardia a una
“nuova normalità” che si prevede piuttosto triste, tra distanziazioni,
mascherine e una vita in cui l’unica “libertà” sarà quella di andare al
lavoro, con la paura del contagio per sé e, al rientro, per la propria
famiglia, e dove sulla via del ritorno anche fermarsi a prendere una
boccata d’aria in un parco potrebbe essere oggetto di sanzioni. Non
parliamo poi di “assembramenti”…
Dopo
aver snocciolato confusamente numeri su quantità di milioni che la
Regione metterà a disposizione della cassa integrazione, dei medici e
infermieri lombardi e delle imprese, cifre sulle quali “sarà presto più
preciso”, Fontana ha concluso con lo slogan a effetto “La Lombardia parla con i fatti”.
Uno
slogan che suona grottesco, poiché se si vuole stare ai fatti, mentre
Fontana parlava, si contavano i morti quotidiani in Regione, che anche
ieri sono stati (ufficialmente, reali non si sa) 235, con il tasso di
mortalità più alto in tutto il mondo.
Tra gli ultimi dati disponibili che spiegano una mortalità così elevata, quello sulle Unità speciali di continuità assistenziale,
squadre di medici che dovrebbero garantire l’assistenza ai pazienti
domiciliari. Attualmente tali squadre sono solo 37, mentre ne
servirebbero 200.
Questo
fatto è particolarmente grave poiché fa si che spesso i pazienti senza
cure domiciliari adeguate si aggravino e siano in seguito inviati agli
ospedali con un quadro clinico già compromesso. Si sa di pazienti a
domicilio che hanno potuto curarsi sono con qualche pastiglia di
paracetamolo, adatta – come è noto – giusto a placare la febbre delle
normali influenze stagionali.
Quanto
alla diagnosi e alla prevenzione del contagio, Fontana, che ora parla
di test sierologici, dovrebbe spiegare l’incapacità di fornire tamponi
alle persone entrate in contatto con i malati e anche rendere conto del
perché troppe persone positive hanno dovuto trascorrere la quarantena in
famiglia, con moglie o marito e magari i figli, rischiando così di
contagiarli.
Resta
da approfondire, a questo proposito, il caso dell’Hotel Michelangelo di
Milano, requisito dal Comune proprio per isolare le persone in
quarantena. Tale hotel ha la disponibilità di 300 posti, ma sinora la
Regione vi ha inviato solo un centinaio di persone in quarantena.