venerdì 31 marzo 2017

Casinò globale

Imercati finanziari sono una componente indispensabile in un’economia capitalista. Semplificando all’estremo, potremmo definire la finanza come il mercato dei soldi. Chi ha bisogno di denaro incontra altri disposti a prestarlo, in cambio di un interesse. Tramite questo denaro si sviluppano le attività economiche, dall’avvio di un’impresa alla costruzione di una casa. Allo stesso mercato si rivolge chi ha bisogno di gestire un rischio. La finanza è il sistema linfatico dal quale l’economia di mercato attinge risorse per sostenersi. Il problema più evidente del capitalismo contemporaneo è che questo sistema è cresciuto in maniera abnorme, scriteriata ed ipertrofica, come un gigantesco tumore che pregiudica il funzionamento dell’intera economia. Da strumento al servizio delle attività economiche, il sistema finanziario si è trasformato in un’immensa sovrastruttura che condiziona l’economia in maniera egemone. Fra gli addetti ai lavori si parla di una “coda che scodinzola il cane”, riferendosi al rapporto surreale instauratosi fra la finanza e l’economia reale.
Per fare un esempio concreto, le oscillazioni del prezzo del grano possono dipendere oggi non soltanto da fattori reali relativi al mercato del grano – un calo nella domanda, una carestia – ma anche, in modo più pesante e repentino, dall’andamento del mercato dei derivati sul grano. Ossia, in buona parte, da scommesse degli speculatori che utilizzano il grano per le stesse finalità per cui uno scommettitore, in un ippodromo, utilizzerebbe i cavalli. La differenza è che, dagli esiti del mercato del grano, dipendono le vite di milioni di agricoltori, il potere d’acquisto dei cittadini, spesso anche le sorti di interi Paesi. La maggior parte della ricchezza in circolazione oggi è formata da dati informatici che si muovono a velocità folle da una parte all’altra del globo. Nel 2007, appena prima del collasso, il valore dei contratti derivati in circolazione era pari a circa dodici volte quello del pil mondiale. Le cinque maggiori banche americane, ancora oggi, detengono derivati per circa 200mila miliardi di dollari, una cifra di 100 volte superiore a quella del debito pubblico italiano. Quest’immensa ricchezza fittizia, e rigorosamente privata, è frutto dello scollamento fra la finanza e le attività reali. In un’economia che non può più crescere – poiché crescere indefinitamente non è il destino della produzione – si sono creati strumenti finanziari sempre più complessi per permettere al capitale di continuare a far profitti a prescindere da quest’ultima. Non solo le banche d’affari, ma anche tutte le grandi imprese, che dovrebbero in teoria avere un risparmio negativo (farsi prestare i soldi per investirli nella produzione), hanno messo in piedi attività finanziarie parallele per dirottarvi una buona parte degli utili, ottenendo rendite altrimenti impossibili nell’economia reale. Grazie alla cartolarizzazione, le attività rischiose vengono poi distribuite fra i più vari operatori, con meccanismi che di fatto, invece di ridurre il rischio, lo nascondono e lo moltiplicano.
La finanziarizzazione dell’economia, lungi dall’essere uno sviluppo naturale del capitalismo, è il frutto di un chiaro progetto politico teso a garantire l’unico diritto universale globalmente riconosciuto: la libertà del capitale di realizzare profitti, a qualsiasi costo. Questo progetto, iniziato negli anni Ottanta, ha trovato una giustificazione sociale nel pensiero neoliberale, che descrive il mercato come capace di autoregolarsi portando al bene collettivo. Solo con la crisi dei subprime, che ha trascinato il mondo nella Grande Recessione, siamo stati costretti a puntare i riflettori sui problemi della finanza. Una raffinatissima operazione di maquillage è però riuscita a far passare una crisi dovuta all’ipertrofia del debito privato come un problema di finanze pubbliche. Il debito pubblico è diventato insostenibile non per l’aumento improvviso della spesa sociale – come se scuole ed ospedali fossero spuntati a iosa negli anni pre-crisi – bensì per gli sconquassi creati dall’ipertrofia della finanza privata. Sconquassi e fallimenti privati appianati poi, sistematicamente, ricorrendo alle finanze pubbliche degli Stati, nell’ormai classico gioco del socializzare le perdite privatizzando i profitti. Lo smantellamento dello Stato sociale in Europa ha permesso inoltre alla finanza privata di asservire ai suoi scopi un insieme crescente risorse – dai fondi pensione alle assicurazioni sanitarie – tradizionalmente gestite in modo pubblico. Dopo il crollo del 2008, che avrebbe dovuto provocare una riscrittura completa delle regole finanziarie, i mercati hanno ripreso la loro crescita con le stesse perverse modalità e le stesse, criminogene, (de)regolamentazioni. Il grafico seguente, relativo agli Stati Uniti, mostra chiaramente come lo scollamento fra economia e finanza sia continuato a crescere indisturbato dal 2008 ad oggi.
A
Le politiche monetarie espansive attuate da Fed e Bce dopo la crisi sono servite esattamente a questo scopo. Mentre l’economia reale prosegue nella sua stagnazione, lasciando sul campo sempre più macerie sociali, i miliardi di dollari pompati regolarmente nei caveau informatici delle banche finiscono tutti per alimentare la sala giochi della speculazione. I soldi fanno soldi dai soldi, senza che l’uomo della strada, in nessun modo, possa trarne beneficio. Eppure anche l’uomo della strada, depositando i suoi pochi risparmi nelle mani dei giocatori di roulette, contribuisce col sudore della fronte ad alimentare questo sistema. Se è vero che il gioco della speculazione è a somma zero, perché se qualcuno vince c’è qualcun altro, dall’altra parte del contratto, che per forza ci sta rimettendo, a rimetterci sempre e comunque è la collettività. Dagli umori del casinò globale dipendono infatti i fondamentali dell’economia, i salari dei lavoratori, i programmi politici e persino, come visto più volte, il destino dei governi. L’immensa sperequazione economica determinata da questo sistema genera una disparità insostenibile fra potere pubblico ed interessi privati. Inoltre, le gigantesche bolle finanziare create dalla speculazione potrebbero, come dieci anni fa, scoppiare da un momento all’altro facendo precipitare nel baratro un sistema già immerso in una lenta agonia.
Nello scontro politico sui problemi economici contemporanei ci si focalizza sempre sulla dialettica fra keynesismo e rigore, trascurando quasi completamente il punto critico fondamentale: la regolamentazione della finanza privata. Soltanto ridisegnando le regole, mettendo un forte freno ai movimenti di capitale, agli strumenti speculativi e al fenomeno connesso dei paradisi fiscali (27 miliardi di dollari rubati alla collettività ogni anno dalle banche europee), si potrà tornare a parlare di democrazia e di bene collettivo. Per farlo, occorre tanto la sovranità nazionale quanto un sistema di Paesi che, coordinando le regole comuni, escluda dai suoi scambi chi non si uniforma a quest’ultime. A questo scopo, ad esempio, dovrebbe servire quell’Europa dei Popoli di cui si parla tanto, e sempre, con finalità tutte retoriche.

giovedì 30 marzo 2017

Grecia. La Ue “aiuta” gli aeroporti, perché ora sono privati

Un sempio concreto di come funziona l'espopriazione del patrimonio pubblico da parte dell'Unione Europea. Quello che prima era vietatissimo – un aiuto pubblico per ammodernare il patrimonio infrastrutturale pubblico – ora è "normale" perché quel patrimonio è diventato privato (e, casualmente, tedesco). Gli aiuti sono sempre pubblici (li mette la Ue, attingendo dai fond versati dai tutti gli stati; quindi anche dalla Grecia!), però vanno a foraggiare imprese dedicate al profitto.
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280 milioni dal Piano Juncker per gli aeroporti che Atene è stata costretta a privatizzare
La Commissione europea ha destinato 280 milioni a 14 aeroporti greci, gli stessi che Atene era stata costretta a privatizzare nell’estate del 2015 in seguito al Terzo Memorandum stipulato con i creditori. La Commissione europea ha spiegato che il Piano Juncker, il programma di investimenti europei che porta il nome dell’attuale presidente della Commissione, supporterà un prestito da parte della Banca europea per gli investimenti (Bei) per finanziare la modernizzazione degli aeroporti regionali in questione.
La Grecia potrà beneficiare di un investimento di quasi 300 milioni di euro per mettere a nuovo i suoi principali aeroporti. Peccato che tali impianti non siano più suoi da diverso tempo. Nell’agosto del 2015 il governo guidato da Alexis Tsipras privatizzò i 14 aeroporti regionali che ora beneficeranno dell’aiuto del Piano Juncker, dandoli in concessione per 40 anni ad una joint venture formata da una compagnia tedesca la Fraport e dai greci del gruppo Copelouzos. La nuova società, denominata Fraport Greece aveva acquistato gli aeroporti versando ad Atene la somma di 1,23 miliardi di euro, la più grande concessione mai registrata nella storia del Paese ellenico.
“Le infrastrutture moderne giocheranno un ruolo cruciale nel supportare il recupero economico della Grecia. Questo richiede che l’investimento sostenuto realizzi il suo pieno potenziale nel creare impieghi e crescita”, ha commentato Pierre Moscovici, commissario europei per gli affari economici. La Commissione però è accorsa in sostegno degli aeroporti greci soltanto dopo che questi erano stati privatizzati – peraltro a beneficio di una compagnia di un altro Stato Ue come la Germania. Il portavoce della Commissione Margaritis Schinas ha confermato che gli investimenti riguarderanno i famosi 14 aeroporti ceduti alla Fraport, aggiungendo che “si tratta di un atto particolarmente importante per la Grecia, un Paese che ospita più di un milione di turisti ogni anno”.
Il prestito della Bei verrà usato per finanziare gli immediati lavori di sviluppo dei 14 aeroporti, tra cui la ristrutturazione e l’ammodernamento dei terminal, il miglioramento della sicurezza e delle piste di atterraggio. Gli aeroporti in questione sono localizzati ad Aktion, Creta, Kavala, Kefalonia, Corfù, Kos, Mitilini, Mykonos, Rodi, Samos, Santorini, Skiathos, Thessaloniki e Zacinto. In totale queste strutture hanno servito circa 25,2 milioni di passeggeri nel 2016.

mercoledì 29 marzo 2017

FT: GLI INVESTITORI COMINCIANO A SCROLLARSI L’ITALIA DI DOSSO

I movimenti dei credit default swaps [derivati che assicurano contro l’eventualità di default, NdT] suggeriscono preoccupazioni sulle derive politiche anti-euro in Italia.
Nel luglio 2011 uno speciale incantesimo si impossessò di alcuni membri della comunità finanziaria di New York. Se foste entrati in un ufficio di Manhattan aspettandovi di discutere del mercato azionario americano con un investitore che detiene solo fondi di investimento, vi sareste accorti che egli in realtà aveva la mente fissa sul debito pubblico italiano.
Le vendite allo scoperto dei titoli di stato della terza maggiore economia dell’eurozona erano diventate così diffuse che anche i non-specialisti del debito avevano iniziato a notarle, e i costi crescenti per il governo italiano erano il segno di una crisi che si stava diffondendo e che avrebbe intrappolato molti paesi europei e le loro banche, minacciando infine lo stesso futuro dell’euro.
Le turbolenze politiche — una coalizione di governo che si dibatteva tra piani di austerità e accuse di corruzione — erano in rotta di collisione con la dura realtà economica del più grande stock di debito in Europa.
Quasi sei anni dopo, un governo provvisorio è incaricato di gestire la situazione, dopo che in dicembre Matteo Renzi ha rassegnato le dimissioni da Primo Ministro, con i populisti del Movimento 5 Stelle in testa ai sondaggi d’opinione. I rendimenti dei titoli a 10 anni sono di nuovo in salita, sebbene a un livello molto più basso di allora: dall’1,74 percento di inizio anno al 2,36 percento di lunedì.
La questione, per chi investe in titoli e ha la memoria lunga, è il perché di questa tendenza, e il quanto ancora i rendimenti possano aumentare, dato che i maggiori rendimenti spingono verso il basso il valore dei bond già esistenti, i quali offrono pagamenti di cedole che erano stati fissati al momento dell’emissione.
Una spiegazione rassicurante sarebbe l’aumento globale dei tassi di interesse dopo l’elezione di Donald Trump negli USA a novembre. Le condizioni economiche stanno migliorando in tutta Europa, Italia inclusa, e i segni della ripresa dell’inflazione potrebbero portare a dei cambiamenti nelle politiche monetarie determinanti per gli oneri finanziari del debito.
La Banca Centrale Europea ad aprile ridurrà la quantità di titoli acquistati da 80 miliardi di euro al mese a 60 miliardi, e molti investitori hanno iniziato a discutere sul quando verranno applicate ulteriori riduzioni a questo programma, che era stato ideato per abbattere i tassi di interesse pagati dai governi e dalle imprese dell’eurozona.
John Wraith, esperto di tassi di interesse per UBS, dice di aspettarsi l’annuncio di ulteriori riduzioni nell’acquisto di titoli già da settembre, e i mercati hanno già iniziato ad anticiparne gli effetti.
Secondo Tradeweb la differenza, o spread, tra rendimenti dei titoli italiani e tedeschi questa settimana ha raggiunto il massimo degli ultimi tre anni, collocandosi a 2,02 punti percentuali. Il debito tedesco è considerato il più sicuro d’Europa, mentre restano delle preoccupazioni sulla sostenibilità dello stock di debito italiano. “La BCE è riuscita a far dileguare queste preoccupazioni schiacciando gli spread” dice Wraith.
Eppure alcuni sostengono che i rendimenti più alti non siano causati dalle prospettive di minore stimolo, suggerendo che i cambiamenti avvengano indipendentemente dalla politica della BCE.
Erjon Satko, esperto della Bank of America Merril Lynch, si concentra sul mercato dei credit default swap (CDS), che sono una forma di assicurazione finanziaria. In teoria la differenza di prezzo tra CDS e buoni del tesoro dovrebbe essere minima, dato che entrambi riflettono una valutazione su quanto il paese sia in grado di adempiere alle proprie obbligazioni finanziarie, e in effetti nel 2013 e 2014 era più o meno così.
L’acquisto di titoli da parte della BCE ha però fatto divergere i prezzi di CDS e titoli del debito. Se fosse vero che l’influenza delle autorità monetarie sul prezzo dei titoli sta diminuendo, allora la divergenza dovrebbe ridursi, ma finora questo non è successo.
Al contrario, le variazioni dei rendimenti dei titoli italiani, dice Satko, “dipendono dalle condizioni politiche interne. Se guardate il sistema politico italiano, vedrete che nelle prossime elezioni avrete un governo molto diviso, nel quale sarà molto difficile prendere delle decisioni.
“Potrebbe anche trattarsi delle imminenti elezioni presidenziali in Francia, dove la promessa fatta dal candidato di destra, Marine Le Pen, di portare il paese fuori dall’euro, ha attirato molto l’attenzione degli investitori. Ma l’Italia potrebbe tornare di nuovo al centro dell’attenzione in maggio, non appena il Presidente francese sarà stato eletto.
“Sono più preoccupato per l’Italia che per la Francia“, dice Andrew Bosomworth, responsabile della gestione del portafoglio di Pimco, azienda di investimenti obbligazionari.
I partiti euroscettici non includono solo il Movimento 5 Stelle, ma anche la Lega Nord, Fratelli d’Italia e perfino il partito dell’ex Primo Ministro Silvio Berlusconi.
Il crescente scetticismo è una ragione di preoccupazione per gli investitori, dice Bosomworth, a causa delle “condizioni economiche del paese che ne stanno alla base, la bassa crescita che rende meno sostenibile la posizione dell’Italia all’interno dell’eurozona“.
Se si aggiusta la crescita per l’inflazione e la variazione demografica, l’economia italiana non cresce più da quando è entrata nell’euro, nel 1999. Il tasso di disoccupazione è all’11,9 percento, ai livelli del 1998, mentre la disoccupazione giovanile e i crediti in sofferenza detenuti dalle banche sono aumentati.
Una moneta più leggera potrebbe essere di aiuto, ma si tratta di un rimedio non disponibile per i paesi membri dell’euro. I maggiori costi del debito, intanto, complicano i problemi per un paese dove il debito conta per più del 130% del prodotto interno lordo.
Per ora le banche riportano che ci sono relativamente pochi investitori che vendono allo scoperto il debito italiano. Non è strettamente necessario che gli investitori scommettano contro i titoli italiani per spingerne in alto i rendimenti; è sufficiente che essi preferiscano fare altri investimenti.
Jim Leavis, responsabile dei redditi fissi per gli investimenti M&G, dice che “l’Italia è stato il maggiore beneficiario del quantitative easing“, e che gli unici titoli pubblici italiani che ha scelto di acquistare, per il momento, giungono a maturazione quest’anno. “Non penso di riuscire a capire nulla delle prospettive della politica italiana“, dice.

martedì 28 marzo 2017

L’impero del terrore fatto in casa, il lungo sonno della verità

Un vecchio gioco sporco, sempre uguale. Guerra, o surrogati: crisi, esodi, dittature amiche, terrorismo. Cambia l’identità delle vittime – ieri militari, oggi civili – nonché la scala di grandezza dei danni collaterali, la quantità di morte e di paura, una capitale europea militarizzata o città come Gaza, come Fallujah, rase al suolo insieme ai loro abitanti, donne e bambini, bruciati vivi con il fosforo bianco. L’importante, poi, è dimenticare tutto. Alla fine, la colpa deve ricadere sul terrorista, ormai esclusivamente islamico, “radicalizzato”, immancabilmente sfuggito all’occhiuta sorveglianza della Cia, dell’Fbi, del Mossad, dell’Mi6 inglese, della Dgse francese. Il mostro è l’ex delinquente “coltivato” perché ricattabile, o addirittura spedito al fronte, armi in pugno. Non importa se poi si impone il segreto militare (Charlie Hebdo) bloccando le indagini dopo la scoperta del legame tra il commando, l’armaiolo e i servizi segreti. Non importa se salta in aria un ambasciatore americano (Bengasi) insieme alle ombre imbarazzanti sul trasferimento in Siria di guerriglieri e armi chimiche, all’epoca in cui gli ordini partivano da Hillary Clinton, che poi cancellò migliaia di email. Non importa, ai media mainstream, ricordare quello che è appenna successo: il pubblico, semplicemente, non deve ricordare, non deve fare collegamenti.
Non deve ricordare, il pubblico, che l’abominevole Isis nasce nell’Iraq spianato dalle bombe e interamente controllato dagli Usa. Non si deve ricordare che il fantomatico “califfo” Al-Baghdadi venne stranamente scarcerato nel 2009 dal centro di Esercitazione antiterrorismo a Londradetenzione di Camp Bucca, per ordini superiori, tra lo sconcerto dei carcerieri. Né si devono riproporre le foto che, qualche anno dopo, lo ritraggono in Siria in compagnia del senatore John McCain, inviato speciale di Obama per sostenere la “resistenza democratica” contro il brutale regime di Assad, resistenza affidata ai “moderati” tagliagole libici, sauditi, giordani, iracheni e anche caucasici, ceceni, cioè quasi mai siriani, tutti terroristi di professione, fraternamente accuditi, armati e protetti dalla Nato, attraverso la Turchia e Israele, nonché le petro-dittature del Golfo. No, il pubblico non deve ricordare chi ha fabbricato l’Isis, come e quando, sulla base di quali macerie, con quali soldi, con quale logistica, con quali armamenti, dopo quali rivoluzioni colorate.
Il pubblico occidentale deve solo tremare di paura davanti al fantasma del commando kamikaze con passaporto al seguito da lasciare in bella vista, deve tremare davanti al pericolo incombente del lupo solitario che colpisce con il Tir, il camion, il Suv, per poi essere immediatamente ucciso e quindi messo a tacere, in attesa del killer seguente, già in agguato, pronto a colpire ancora, alla cieca, la folla inerme – mai un obiettivo “nemico”, solo e sempre la folla inerme, cioè noi. La cattiva notizia, tra le tante, è che il mondo ormai «è in mano a cinquanta pazzi, che continuano a giocare col fuoco, fabbricando nemici di comodo telecomandati, senza più capire che il gioco si va facendo pericoloso, fuori controllo, perché gli altri – tutti gli altri, a cominciare da Russia e Cina – non consentiranno più che il gioco duri all’infinito, sulla nostra pelle». Lo ha ripetuto Giulietto Chiesa a Londra, in un dibattito con Gioele Magaldi sulla natura eversiva del potere oligarchico che domina in pianeta ormai da decenni, spingendo sette miliardi di persone in un vicolo cieco – militare, energetico, economico, finanziario, ecologico, climatico.
Uno scenario che è tragicamente sotto gli occhi di chi vuol vederlo: dove non cadono bombe, piovono i missili di una crisi senza fine, la finanza impazzita e l’economia in pezzi, l’Europa devastata dall’euro e presa d’assalto da milioni di disperati, sotto la regia di un pugno di banchieri e multinazionali. Mentre Magaldi scommette su una riscossa democratica dell’Occidente fondata sulla riconquista della sovranità impugnando le armi del socialismo liberale roosveltiano, Chiesa fa un’altra proposta, preliminare: costruire un think-tank internazionale, un trust di cervelli, che metta insieme le migliori menti del mondo, non solo americane ed europee ma anche russe, cinesi, indiane, africane, per avere una fotografia diversa da quella, unilaterale e integralmente falsa, proposta dal mainstream occidentale. Una lettura diversa della crisi, un’ottica multipolare, come unica Giulietto Chiesapossibilità per poi trovare, domani, soluzioni praticabili, lontano dalla “guerra infinita” che Giulietto Chiesa vide arrivare all’indomani del «colpo di Stato mondiale chiamato 11 Settembre».
Uno spartiacque fatale, quello dell’attacco alle Torri: da allora, l’élite neocon ha imboccato la via della strategia della tensione, senza più abbandonarla. Iraq, Afghanistan, Yemen e Sudan, Somalia, Georgia, Egitto, Libia, Siria. Una strategia sanguinosa, stragista, preparata dalle “fake news” di regime: le bugie sulle Torri Gemelle, le favole sulle armi di distruzione di Saddam, le stragi inesistenti attribuite a Gheddafi, l’attacco coi gas attribuito ad Assad. Una strategia feroce, fondata sulla grande menzogna del terrorismo “false flag”, sotto falsa bandiera, da Al-Qaeda all’Isis, per innescare campagne militari destinate a mettere le mani sull’intero pianeta, abrogando diritti in Occidente e scatenando una guerra dopo l’altra nel resto del mondo. Ora siamo all’epilogo evocato dal Pnac, il piano per il Nuovo Secolo Americano, che prima ancora del Duemila annunciò che nel 2017 il nemico strategico degli Usa sarebbe stata la Cina. Quando cadde il Muro di Berlino, Gorbaciov sognava ad occhi aperti un mondo diverso, finalmente pacificato. Oggi siamo all’autismo del terrore fabbricato in casa, da un’élite che occulta le notizie e fa spiare miliardi di persone tramite Google, Facebook e le app dello smartphone. Un’oligarchia globale decisa a tutto, pronta a investire ormai solo sull’arma più antica, quella della paura, che nasce dalla manipolazione delle notizie, dal sonno della verità.

lunedì 27 marzo 2017

Il decreto Minniti sulla sicurezza urbana: gastrolegislatori e acritici digestori

Il Ministro Minniti, rispondendo al question time della Camera sul neonato decreto legge sulla "sicurezza urbana", confessava un calo del 9,4% dei reati nell'ultimo anno. Tuttavia, sostiene il ministro, la "percezione" di insicurezza è aumentata.
La percezione non è un dato oggettivo. Chi la misura? Minniti si mette un termometro tutte le sere? Lo mette a qualcun'altro?
Semmai si potesse misurare, o fosse utile misurare un dato soggettivo, tale "percezione" non sarebbe altro che un risultato delle campagne di stampa isteriche dei media di regime, i quali hanno interesse a distrarre l'attenzione dal ladro principale: sono i monopoli globali che rubano ogni giorno di più la ricchezza a chi realmente la produce.
La "percezione" è il frutto di questa isteria disseminata sul fertile e disponibile compost di individualismo, mancanza di capacità critica e profonda ignoranza. Il padrone passa poi felice a raccoglierne ed incassare i frutti. La "percezione", come ha sostenuto felicemente qualcuno, è sono i rumori del ventre molle del Paese, unica voce a cui risponde un'operazione securitaria come il decreto Minniti.
Hai voglia a parlare di massimi sistemi e dividere le carriere dei magistrati, quando l'ultima delle oscure autorità può fare carta straccia dei diritti degli emarginati e di chi prova a lottare contro le diseguaglianze sociali.
Si pensi, ad esempio, all'articolo 9 di questo decreto, dall'ineffabile rubrica "Misure a tutela del decoro di particolari luoghi": "Fatto salvo quanto previsto dalla vigente normativa a tutela delle aree interne delle infrastrutture, fisse e mobili, ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze, chiunque ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilita' e fruizione delle predette infrastrutture, in violazione dei divieti di stazionamento o di occupazione di spazi ivi previsti, e' soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 100 a euro 300. Contestualmente alla rilevazione della condotta illecita, al trasgressore viene ordinato, nelle forme e con le modalità di cui all'articolo 10, l'allontanamento dal luogo in cui e' stato commesso il fatto".
Dal momento che le infrastrutture italiane non appaiono (nemmeno nelle isteriche prospettazione dei media) essere perennemente afflitte da delinquenti che le occupano ovvero da fastidiosi ed indecorosi elemosinanti, il pensiero malizioso del decreto non può che rivolgersi alle manifestazioni del conflitto sociale ed alle forme di sciopero ed occupazione che dovessero anche solamente interessare un viale di accesso ad un giardino od anche solo un'aiuola. La scusa è buona per autorizzare (art. 10) la Polizia a reprimere, sanzionare, emettere fogli di via e financo veri e propri DASPO, segnalazioni ai servizi socio-sanitari, perchè manifestare può nuocere alla salute. Misure liberticide imposte dalle questure che possono durare fino a due anni e in caso di condanna per reati (anche solo di occupazione abusiva) il giudice può subordinare la sospensione condizionale concedibile ad un incensurato "all'imposizione del divieto di accedere a luoghi o aree specificamente individuati."
Insomma, il tentativo securitario di criminalizzare, reprimere, prevenire ogni efficace forma di conflitto sociale e manifestazione del pensiero, facilmente ora inquadrabile come disturbo alla fruibilità delle infrastrutture e financo (questo è veramente il massimo) disturbo al "decoro urbano".
Tutto ciò in un Paese che vede - lo dice il Ministro - un calo di quasi dieci punti percentuali del numero di reati... Piacerebbe vedere con quale bronzea maschera i rappresentanti del governo muoveranno censura alle misure liberticide della paradittatura turca di Erdogan od ai bandi razziali della chioma d'oltreoceano.
Non voglia che ad esprimersi sia proprio questo Ministro, in carica durante una delle più violente e discutibili repressioni del popolo partenopeo, il quale ha osato contestare le provocazioni razziste ad orologeria messe in opera da un parlamentare europeo che non brilla per assiduità a presenziare e lavorare nell'assemblea dalla quale incassa le indennità. Tutto sommato, la tempistica semina pure gravi indizi che questa grida sia figlia benvoluta di quella discutibile operazione repressiva.
La "percezione" quand'anche non ci fosse, o fosse troppo debole, si può opportunamente creare od amplificare. Di tecnici del suono, il regime ne dispone.
La legislazione per "percezione" non può che definirsi come l'ultima spudorata barbarie di un capitalismo ormai putrescente e puteolente, il quale desidera silenziare e porre fuorilegge la povertà e la diseguaglianza che per primo crea.
Un tempo la si nascondeva dentro un politichese ipocrita.
Oggi la barbarie può venire ostentata, così come ci si vanta, in ogni formazione politica che popoli il Parlamento, di triturare ogni regola di partecipazione democratica "per il bene della causa" o "in virtù della fiducia".
Non v'è dubbio, però, che chi digerisce siffatta zuppa sia colpevole tanto quanto i propri dominanti ed i loro servi. La cosa stupefacente della nostra società, iperbombardata di informazioni emozionali, è lo sfratto esecutivo dato alla ragione od allo spirito critico, sfratto che finisce per dar cittadinanza ad una letale sicumera. Joyce ne fuggirebbe. Noi dobbiamo viverci dentro, perchè non esiste alcuna Trieste dove poter espatriare. E non sarebbe nemmeno giusto.
Per questo occorre dichiarare ferma opposizione costante e spietata ad entrambe le categorie: gastrolegislatori ed acritici digestori.

venerdì 24 marzo 2017

IL PARLAMENTO EUROPEO CENSURA LA SUA STESSA LIBERTÀ DI PAROLA

Il parlamento europeo ha introdotto una nuova norma procedurale che consente al moderatore di un dibattito di interrompere la trasmissione dal vivo di un parlamentare europeo “in caso di linguaggio o comportamento diffamatorio, razzista o xenofobo di un suo membro”. Inoltre, il presidente del parlamento può anche “decidere di eliminare dalla registrazione audiovisiva del procedimento le parti del discorso di un membro del parlamento che contengono linguaggio diffamatorio, razzista o xenofobo”.
Nessuno però si è preoccupato di definire in che cosa consista un “linguaggio o comportamento diffamatorio, razzista o xenofobo”. Questa omissione significa che il moderatore di ogni dibattito al parlamento europeo è libero di decidere, senza alcuna linea guida né criterio oggettivo, se le affermazioni del parlamentari sono “diffamatorie, razziste o xenofobe”. La pena per i colpevoli a quanto sembra può raggiungere i 9.000 euro.
“C’è stato un numero crescente di casi di politici che dicono cose inaccettabili all’interno della normale discussione e del dibattito parlamentare”, ha affermato il parlamentare UE inglese Richard Corbett, che ha difeso la nuova regola, senza peraltro specificare che cosa ritiene “inaccettabile”.
Nel giugno 2016 il presidente dell’autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, ha tenuto un discorso al parlamento europeo, nel quale ha rispolverato vecchie calunnie anti-semite, come la falsa accusa a carico dei rabbini di Israele di avere chiesto al governo israeliano di avvelenare l’acqua usata dagli arabi palestinesi. Un discorso così chiaramente provocatorio e anti-semita non solo è stato consentito dai sensibili e “anti-razzisti” parlamentari all’interno del parlamento; ha ricevuto addirittura una standing ovation. Evidentemente le spericolate calunnie anti-semite pronunciate dagli arabi non costituiscono “cose inaccettabili all’interno della normale discussione e dibattito parlamentare”.
Il Presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas riceve una standing ovation al Parlamento Europeo a Bruxelles il 23 giugno 2016, dopo aver falsamente sostenuto nel suo discorso che i rabbini di Israele chiedevano di avvelenare l’acqua dei Palestinesi. Più tardi, Abbas ha ritrattato e ammesso che le sue affermazioni erano false (fonte dell’immagine: Parlamento Europeo)
Sembra che il parlamento europeo non si sia nemmeno degnato di pubblicizzare la sua nuova regola procedurale; è stata resa pubblica dal giornale spagnolo La Vanguardia. Sembra che gli elettori non dovessero sapere quello che può essere loro impedito di ascoltare nelle trasmissioni in diretta dei parlamentari che hanno eletto per rappresentarli nella UE, se il moderatore del dibattito ritiene che – a suo giudizio – quello che viene detto è “razzista, diffamatorio o xenofobo”.
Il parlamento europeo è l’unica istituzione democraticamente eletta della UE. Helmut Sholz, del partito tedesco di sinistra Die Linke, ha dichiarato che i legislatori UE hanno il diritto di esprimere le proprie opinioni su come dovrebbe funzionare l’Europa: “Non si può limitare o negare questo diritto”. Be’, certo, possono esprimerle (ma fino a quando?), peccato solo che nessuno fuori dal parlamento possa sentirli.
La regola colpisce nel profondo il diritto di parola, in particolare quello di politici eletti, che la Corte europea dei Diritti umani ha ritenuto, nella sua pratica, di dover proteggere in maniera particolare. I membri del parlamento europeo sono persone che sono state elette per dar voce agli elettori all’interno delle istituzioni dell’Unione europea. Limitare la loro libertà di parola è antidemocratico, preoccupante e pericolosamente Orwelliano.
Questa regola non può che avere un effetto limitante sulla libertà di parola del parlamento europeo e si rivelerà uno strumento efficace per mettere a tacere i parlamentari che non seguono la narrazione politicamente corretta dell’UE.
Negli ultimi tempi il parlamento europeo sembra avere ingaggiato una guerra contro la libertà di parola. All’inizio di marzo, ha tolto l’immunità parlamentare alla candidata alla presidenza francese Marine Le Pen. Il suo crimine? Avere pubblicato su Twitter nel 2015 tre immagini di esecuzioni dell’ISIS. In Francia la “pubblicazione di immagini violente” costituisce un comportamento criminale, cosa che può comportare fino a tre anni di prigione e a una multa di 75.000 euro. Togliendole l’immunità mentre è in corsa per diventare presidente francese, il parlamento europeo ha inviato un segnale chiaro: pubblicare le immagini e l’orribile verità dei crimini dell’ISIS, anziché essere visto come un avvertimento di quello che potrebbe presto avvenire in Europa, deve invece essere punito.
Si tratta di un ben strano segnale da dare, specialmente alle vittime cristiane e Yazide dell’ISIS, che sono per lo più ignorate dall’Unione Europea. I parlamentari europei, evidentemente, sono troppo sensibili per sopportare le immagini degli assassinii di persone indifese in Medio Oriente, e sono più preoccupati di perseguire coloro che le diffondono, come Marine Le Pen.
Quindi il politicamente corretto, ormai diventato la “polizia religiosa” del dibattito politico, non solo si è impadronito dei media e dei discorsi accademici; anche i parlamentari eletti ormai devono mantenersi sulla sua linea, altrimenti vengono letteralmente oscurati. Nessuno ha fermato il parlamento europeo mentre approvava questa regola antidemocratica contro la libertà di parola. Perché nessuno dei 751 europarlamentari ha puntato il dito contro la norma, prima che venisse approvata definitivamente? E ancora più importante: a che punto si fermerà questo impulso chiaramente totalitarista, e chi lo fermerà?

giovedì 23 marzo 2017

Gentiloni abolisce i voucher e (forse) salta il fosso dei referendum

I voucher sono stati aboliti. Quelli già acquistati si potranno utilizzare fino al 31 dicembre 2017, “per evitare impatti negativi”. Il decreto dell’esecutivo, varato dal Consiglio dei Ministri, ha abrogato le norme sui voucher e sugli appalti, ripristinando la responsabilità solidale e accogliendo la proposta Pd emersa dalla commissione Lavoro della Camera e votata anche da M5S, MDP e Sinistra italiana.
Il premier Gentiloni e il Governo hanno preferito evitare l’insidia della doppia consultazione popolare voluta dalla Cgil “nella consapevolezza che l’Italia non ha certo bisogno nei prossimi mesi di una campagna elettorale su temi come questi”, come ha spiegato il successore di Renzi a Palazzo Chigi.
Il decreto legge è indubbiamente un passo deciso ma non basta per evitare un referendum. Occorre una legge approvata che sostituisca quella precedente e che consenta alla Corte di ritenere il referendum superato.
Il cambio di rotta del governo ha profondamente turbato i sostenitori di queste misure. Il segretario di “Scelta Civica”, Enrico Zanetti, ha bocciato la decisione dell’esecutivo, bollandola come “priva di dignità politica”.
Per l’ex viceministro dell’Economia l’esecutivo sta facendo il “gioco delle tre carte sulle spalle delle famiglie italiane e delle piccole aziende, soprattutto del settore agricolo”.
Il capogruppo di Area Popolare, Maurizio Lupi, ha già annunciato il voto contrario del suo gruppo: “Abrogare i voucher per evitare un referendum è il classico caso in cui si butta via il bambino con l’acqua sporca. È come eliminare i semafori perché c’è chi passa col rosso”.
Il presidente della commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi, ha parlato di “balzo indietro” e di “schizofrenia legislativa”.
Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha fatto sapere che sarebbe preferibile affrontare la prova del referendum. Contraria anche Confcommercio, che l’ha definita una vicenda “dall’epilogo paradossale”.
Esulta, invece, il leader della Fiom, Maurizio Landini, tra i primi promotori dei referendum (compreso quello sull’articolo 18, non ammesso dalla Corte costituzionale).
Landini ha sottolineato anche l’importanza del quesito referendario per la reintroduzione della responsabilità solidale negli appalti, che riguarda “milioni di persone”.
Rispetto all’allarme lanciato da molti, secondo i quali la cancellazione dei voucher potrebbe far aumentare il lavoro nero, il Presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha fatto notare che i buoni lavoro “sembrano aver dato un contributo relativo e molto limitato all’emersione del sommerso”, come aveva spiegato già in audizione in Parlamento a febbraio.
“E’ evidente – ha precisato Boeri – che c’è stato un abuso però ci sono tanti modi per tenere la situazione sotto controllo e anche noi ci siamo candidati per fare i controlli”.
Secondo il presidente dell’Inps, però, “probabilmente bisognerà trovare un altro strumento” per venire incontro alle esigenze delle piccole imprese.
C’è chi parla di strappo di Gentiloni con il suo predecessore, chi la vede come una furbata e chi, infine, parla di trappolone dello stesso Renzi per rendere inviso Gentiloni a Confindustria, ai centristi e a chi ha ispirato e sostenuto, in Italia e in Europa, le scelte renziane che, in questi anni, hanno contribuito a scaricare costi e contraddizioni della crisi sul mondo del lavoro.