sabato 12 dicembre 2015

Un dietrofront per non morire

Occorre un “dibattito”, dice Matteo Renzi, per discutere meglio e al massimo livello la questione delle sanzioni europee alla Russia. In realtà occorebbe discutere sugli effetti delle contro-sanzioni di una potenza che ha fatto sentire la sua risposta a testa alta. Ma a noi è bastata l’affermazione del Primo Ministro italiano per rimanere stupiti di fronte un tale dietrofront politico dell’Italia. E’ vero, da tempo Renzi sembrava bisbigliare qualche parolina contraria alle sanzioni- forse su pressione delle stesse imprese italiane quasi al collasso- ma nulla che potesse fare anche solo lontanamente pensare ad una tale presa di posizione a favore del Cremlino e dell’”amico di Berlusconi”. Già, l’amico di Berlusconi, come per anni è stato definito da una certa sinistra italiana, il presidente Putin (oggi, incredibilmente rivalutato anche in Italia).
Una scelta di politica estera che potrebbe- l’uso del condizionale rimane d’obbligo- aprire le porte alla Federazione Russa per voltare gradualmente le spalle ad una influenza, quella statunitense, che però sarà molto difficile da sradicare sia a livello politico che militare e culturale- volontà politica permettendo. Quella di Renzi sembrerebbe, a prima lettura, una mossa dettata dalla spinta di quel tessuto imprenditoriale italiano che, dalle sanzioni alla Russia (e quindi dalle contro-sanzioni), avrebbe ricavato solo disagi e danni per miliardi di euro. L’export infatti, soprattutto in campo agroalimentare, era già crollato nel 2014 di più del 54% dello scorso anno, arrivando ad una perdita totale dall’inizio del 2015 di quasi 2 miliardi di euro- come denunciato più volte da Coldiretti. Per non parlare poi del blocco di esportazione di vino italiano, molto gradito dai Russi, che ha sferrato un colpo grosso alla produzione nostrana, incentivando anche il proliferare di vini contraffatti all’estero.
Opporsi alle sanzioni europee alla Russia potrebbe significare per Renzi acquisire una maggiore forza all’interno dei meccanismi decisionali dell’Ue- e quindi nei confronti di Paesi come Francia e Germania- e, nel frattempo, suscitare un possibile eco di ritorno da parte di un Paese chiaramente ormai protagonista assoluto dello scacchiere internazionale. Gli Stati Uniti? No, la Russia di Vladimir Putin. Quella Russia contro cui per anni si è puntato il dito per via dei diritti civili ma verso cui adesso- che Obama e le politiche estere di stampo occidentale in Medio Oriente sembrano aver fallito- guardiamo in un’altra prospettiva. Sarebbe un’enorme passo avanti, per l’Italia, capire che dietro l’ombra degli Usa ci aspetta solo la morte. Una morte lenta e latente. Significherebbe continuare- come da settant’anni ad oggi è stato, con qualche eccezione incarnata da uomini come Craxi- a rappresentare una passiva ed insignificante pedina nel ‘gioco’ delle ‘guerre umanitarie’ che di umanitario nulla hanno, o dei processi di destabilizzazione di Paesi legittimi e sovrani come la Siria di Bashar-Al Assad.
Ma la veridicità della mossa di Renzi potrebbe, in realtà, essere confutata da una possibile prova del nove: come si esprimerà il Governo nei confronti del TTIP? Il trattato transatlantico stipulato tra Usa ed Europa per la completa liberalizzazione dei commerci tra i due continenti, cui l’Italia sembra già aver offerto il suo benestare. Bloccare le sanzioni alla Russia è dunque un superlativo relativo; opporsi al TIIP potrebbe invece rappresentare un superlativo assoluto. E per questo forse troppo utopistico da realizzare.

venerdì 11 dicembre 2015

Erdogan cerca lo scontro con la Russia

Non c’è alcun dubbio che un personaggio come Recepit Erdogan, presidente della Turchia, sia afflitto da turbe psicotiche come megalomania, egocentrismo, ossessioni maniacali e paranoia, come rivelato anche da alcuni suoi ex collaboratori. L’aspetto inspiegabile di questa situazione è quello che i suoi più stretti alleati ocidentali, in particolare gli USA e la Germania, invece di calmarlo e consigliargli un periodo terapeutico, ne assecondano le ossessioni o peggio (nel caso della Merkel) si prestano a sottostare ai suoi ricatti.
La Turchia, che si era faticosamente incamminata nel percorso delle riforme e della crescita economica, come paese emergente, non meritava un presidente come questo psicopatico di Erdogan che rischia di portare il paese al disastro.
Le ultime mosse del neo sultano rivelano alcuni degli aspetti patologici del personaggio: 1) colpisce duramente il partito curdo della resistenza (PKK) con incursioni militari, creando i presupposti per una possibile guerra civile con la minoranza curda, 2) persegue il disegno di occupare una parte della Siria e per questo da molto tempo ha fornito ogni tipo di sostegno ai gruppi terroristi jihadisti che operano in Siria per rovesciare il governo di Al-Assad,3) sottopone l’Unione Europea al ricatto di inviare due milioni di profughi in Europa se non vengono accolte le sue proposte fra le quali A-l’ingresso nella UE, B-un finanziamento straordinario, C-l’autorizzazione della UE e della NATO ad annettersi la Siria settentrionale per imprecisati “motivi di sicurezza”.
Nelle ultime settimane, probabilmente spinto da alcuni elementi neo cons dell’Amministrazione USA, ha teso un agguato agli aerei russi in volo a cavallo del confine siriano ed ha ordinato di abbattere un aereo Su-24 dell’aviazione russa, innescando una fortissima crisi nei rapporti con la Russia. Non contento invia un contingente dell’esercito turco, con carri armati e reparti di artiglieria, ad invadere una striscia di territorio iracheno sulla base del pretesto di dover addestrare forze antiterrorismo, suscitando una reazione del governo iracheno che minaccia ritorsioni militari. Per ritorsione contro la Russia (che ha emesso sanzioni contro la Turchia) fa bloccare alcune navi russe nel Mar Nero con pretesti vari. A queste avventate azioni eseguite all’estero, si aggiungono le azioni repressive fatte all’interno come quelle di far chiudere le radio dell’opposizione e di far arrestare i giornalisti che hanno rivelato le forniture mascherate di armi fatte dall’Esercito e dai servzi di intelligence turchi ai terroristi in Siria. L’elenco delle provocazioni e delle azioni fatte da Erdogan è lunghissimo e non finisce qui.
I traffici della Turchia con il petrolio dell’ISIS (con implicata la stessa famiglia di Erdogan) vengono svelati con prove inoppugnabili dai russi che proiettano filmati e foto delle lunghe file di camion cisterna, con il petrolio rubato a Iraq e Siria, in attesa di imbarcarsi verso il porto turco. Una sicura fonte di finanziamento dello Stato Islamico che passa attraverso la Turchia.
Vedi: «Erdogan compra petrolio da Isis» Mosca mostra prove ‘inconfutabili
Erdogan prova a negare l’evidenza e proclama di essere pronto a dimettersi se emergeranno prove, sbaglia in quanto le prove ci sono già e sono inconfutabili. Il turco prova a rilanciare accuse alla Russia ma non dispone di alcubna credibilità. Ci sono poi altre cose di cui Erdogan viene chiamato a rispondere: l’invio massiccio di armi ai terroristi che operano in Siria ed in Iraq, tutte passate attravero il territorio turco, impossibile pensare che non vi sia la complicità di Erdogan e della NATO di cui la Turchia è membro e socio dell’alleanza.
D’altra parte sarebbe sufficiente dare una occhiata alla carta geografica della regione per capire che soltanto dalla Turchia possono passare tutte le spedizioni di armi ed equipaggiamenti verso i gruppi terroristi ed infatti dal confine turco c’è stato in questi anni di conflitto un traffico incessante di armi e di miliziani jihadisti diretti in Siria. Parte di queste armi ed automezzi, sequestrati dall’ISIS all’esercito regolare iracheno sono perfino custoditi nelle rimesse in Turchia in attesa di essere impiegati. La Turchia costituisce di fatto il retroterra dei vari gruppi jihadisti che operano in Siria ed in Iraq.
Come se non bastase esistono circonstanziate accuse cntro la Turchia da parte della Siria per il fatto che il governo Erdogan, all’inizio della crisi, aveva fatto smontare e sottratto nella zona di Aleppo attrezzature di stabilimenti industriali come una fabbrica per l’assemblaggio di auto ed altri macchinari di vali stabilimenti presenti in Siria di cui i militari turchi hanno prima imballato e poi sottratto le attrezzature, una forma di saccheggio sistematico e di sciacallaggio approfittando del conflitto in cui si trovava immerso il paese.
In sintesi la Turchia costituisce quello che si può definire uno “Stato canaglia” che appoggia il terrorismo, aggredisce i suoi vicini, alimenta il contrabbando di petrolio e reperti archeologici rubati, esegue provocazioni militari unilaterali. Molto peggio di quanto si imputa alla Corea del Nord ma con la differenza che si tratta di un alleato degli USA e della NATO, in procinto di essere ammesso nell’Unione Europea.
Il piano di Erdogan che non si sa di quanto goda dell’appoggio USA, è quello di restaurare a spese dei suoi vicini (Siria ed Iraq) una forma di neo impero ottomano, rovesciare i governi di Siria ed Iraq, contrastare l’ascesa dell’Iran come potenza regionale e proiettare la potenza turca fra i paesi più influenti grazie agli appoggi di cui dispone (NATO e USA). Probabile quindi che l’Amministrazione USA abbia affidato un preciso ruolo ad Erdogan che potrebbe essere quello di fare da agente provocatore sulla situazione del Medio Oriente in modo da vanificare l’azione russa, provocarne una reazione militare che consentirebbe alla NATO di intervenire sulla base della difesa mutua (art. 5 delle trattato) di un membro “aggredito”, la Turchia. In pratica il ruolo del “cane pazzo” che attacca, morde e provoca una reazione a catena.
Al momento Putin non è caduto nella trappola ed ha risposto in modo difforme (con sanzioni economiche) da come si poteva aspettare Erdogan ed i suoi patrocinatori USA ma la scintilla può scoppiare in qualsiasi momento e si è visto che Erdogan non si fa scrupoli di attaccare per primo per determinare la reazione russa. Potrebbe però il turco aver sbagliato i suoi calcoli e non essersi ricordato dell’esperienza storica che, alla Turchia, non ha mai portato bene provocare la Russia.

giovedì 10 dicembre 2015

I contanti stanno sparendo in tutta la Svezia”

La guerra ai contanti ha raggiunto un punto di non ritorno in Europa. La Svezia potrebbe diventare il primo paese a vietare completamente le banconote e punire così i risparmiatori.
È diventato sempre più difficile trovare cash fisico in circolazione in tutto il paese. La maggior parte se non quasi tutte le aziende hanno ormai smesso di accettare banconote.
Nel paese scandinavo ormai gli sportelli del bancomat sono rari quanto le cabine telefoniche. Chi va in chiesa fa donazioni tramite le App scaricate sui propri smartphone. Sono sempre meno le banche che accettano o dispensano banconote.
Il calo dell’uso di contanti in circolazione nel paese anno dopo anno è impressionante.
Sono i cittadini stessi ad avere accettato con entusiasmo di utilizzare quasi esclusivamente i sistemi elettronici come mezzo di pagamento. Ma uno scenario in cui la società non ha più bisogno del contante e i tassi di interesse sono negativi equivale a una truffa delle autorità, secondo Nick Giambruno, editorialista di Casey Research.
Ad aver orchestrato tutto è la banca centrale, che insieme alle singole società del credito è destinata a trarre beneficio dal fenomeno. Le transazioni con carte di credito comportano commissioni, sono monitorate e controllate. Questa parte piace anche ai governi, perché in un sistema del genere è molto più difficile e pericoloso chiaramente evadere il fisco.
Da luglio i tassi di interesse in Svezia sono in territorio negativo, al -0,35%. Significa che i correntisti sono obbligati a spendere i loro soldi se non vogliono vedere lentamente depauperati i propri risparmi depositati in banca.
Anche in Danimarca e Svizzera al momento i tassi sono negativi. In Svizzera sono addirittura al -1,25%. Il tasso decennale elvetico è scivolato al -0,4% ieri: significa che la gente paga il governo per poter comprare debito sovrano, tanto è considerato sicuro come “investimento”, se così ancora lo si può chiamare.
È una pura follia. Eppure alcuni analisti hanno consigliato alle banche centrali di lanciare una guerra al contante per evitare una corsa agli sportelli in un contesto di tassi sotto zero.
La guerra al contante – scrive Giambruno – e i tassi di interesse negativi sono una minaccia enorme alla nostra sicurezza finanziaria. Le banche centrali stanno giocando con il fuoco e creando i presupposti per una catastrofe valutaria“.
Qui sono in gioco la libertà dei cittadini di risparmiare i soldi come meglio credono e il diritto di detenere banconote fisiche.

mercoledì 9 dicembre 2015

Washington, tra illusione e realtà

Se c’è una lezione che possiamo trarre dall’abbattimento dell’SU-24 Russo in Siria, riguarda il rapporto futuro tra Mosca e gli alleati di Washington. L’attacco al Sukhoi è stato un siluro sulla cooperazione e la fiducia che Mosca meditava di concedere alla Turchia e alla coalizione a guida USA in una futura trattativa diplomatica da sviluppare a Vienna. Invece, per una scelta impulsiva o come atto di frustrazione, (viste le perdite economiche legate al commercio illegale di petrolio esportato da ISIS) le pazienti mosse diplomatiche tessute fino a quel momento sono andate in frantumi nell’arco di pochi istanti. Vale anche la pena sottolineare che poco importa se l’ordine di abbattere il jet Russo sia partito da Washington, nella persona di Obama, o da qualche Generale del Pentagono o della NATO in accordo con le forze armate turche, il risultato è stato comunque il medesimo.
Questa rottura violenta di Ankara evidenzia il mutamento della strategia NATO-GCC in Siria. Da aggressione per procura combattuta dall’occidente con elementi come Daesh, Al Qaeda e FSA, ad una guerra diretta contro le forze di Assad e di Hezbollah.
In tal senso il bombardamento delle forze armate Siriane, con 3 soldati morti e 13 feriti, da parte dei jet americani è il primo atto del genere da 4 anni e mezzo di conflitto e rappresenta una nuova escalation nell’aggressione illegale alla Repubblica Araba Siriana. Ad avvalorare il cambio di strategia, dopo lo schieramento statunitense di 50 unità delle forze speciali, oltre mille soldati tedeschi saranno presenti in Siria segno del cambiamento in atto nella pianificazione della guerra da parte del Pentagono. Il cambiamento in atto è dovuto soprattutto al fallimento dell’ipotesi originale: cacciare Assad con l’aiuto di qualche decina di migliaia di taglia gole mercenari. Dopo 4 anni e mezzo, anche negli ambienti più ostili e meno razionali degli Stati Uniti, soprattutto dopo l’intervento di Mosca, hanno realizzato che quel piano era destinato a fallire.
L’intervento Russo ha però rievocato, negli stessi ambienti, qualche nostalgico della guerra fredda che prontamente ha riesumato il parallelo URSS-Afghanistan vaneggiando sulla possibilità di trascinare la Russia in una guerra a tutto campo in Siria. L’idea di trascinare Mosca nel conflitto Siriano non funziona per questioni di logica. In Siria il grosso del combattimento è a carico dall’Esercito Arabo Siriano. Se NATO-GCC non sono riusciti in 4 anni e mezzo a sconfiggere Assad con 150 mila mercenari, come potrebbe mai riuscirci ora con il SAA potenziato esponenzialmente grazie al massiccio appoggio militare di Iran e Russia ? In un ragionamento del genere manca del tutto la logica, non ha alcun senso.
All’inasprirsi della crisi Siriana, con un tempismo più che sospetto, l’Ucraina è tornata al centro delle cronache con cronache con i soliti soprusi e violenze compiute dall’esercito di Kiev che ha colpito con colpi di mortaio e salve sparate dai carri armati contro i civili e le zone densamente abitate nei pressi di Donetsk e Lugansk. Fonti locali in Novorossia scrivono di una concentrazione di armamenti pesanti in aree proibite secondo le intese firmate a Minsk 2.0. Le forze di difesa della DPR e LPR si preparano quindi a difendere eventuali tentativi di ingaggio da parte dell’esercito di Kiev, la situazione è nuovamente precipitata ad uno stato di allerta massimo, dopo mesi di relativa calma.
Più in generale, le probabilità di trascinare la Russia nel conflitto Ucraino sono addirittura inferiori a quello Siriano. Le capacità dell’esercito di Kiev di lanciare un’offensiva efficace sono pari allo zero e rispetto ad un anno fa sono nettamente peggiorate. I mezzi a disposizione invecchiano velocemente e senza la capacità di ripararli e mantenerli presto saranno completamente fuori uso. Uomini specializzati nei settori chiave dell’apparato bellico sono vacanti e più in generale mancano completamente i fondi per supportare qualsivoglia genere di operazione militare. L’esercito Ucraino può contare su qualche decina di mezzi al massimo, mentre Mosca ha già dimostrato di saper essere decisiva in Novorossia quando necessario e non mancherebbe di farlo nuovamente dovesse essere richiesto.
E’ evidente però che la strategia di Washington sia il sogno di un logoramento su due fronti a danno della Russia (con l’ipotesi di aprire un terzo in centro Asia). Evidentemente qualcuno a Washington è convinto che il malconcio, per usare un eufemismo, esercito di Kiev possa porre una minaccia esistenziale alle DPR e LPR, tale da trascinare la Russia nel conflitto in Ucraina. Oppure che l’esercito Arabo Siriano sia sul punto di collassare su se stesso, obbligando truppe Russe ad essere schierate in soccorso di Damasco. Ragionamenti che evidenziano la distanza preoccupante tra i desideri dei policy makers americani e la realtà che li circonda.
Linea Rossa
Nonostante le attività ostili indirizzate verso la Russia, Mosca continua a reagire in maniera razionale e mitigata alle provocazioni NATO-GCC. Ciononostante la linea rossa sembra essere stata varcata con l’abbattimento del SU-24.
Attenti analisti militari concordano sul fattore decisivo oggi in Siria, fanteria esclusa, un’efficacie difesa aerea medianti mezzi come l’S-300, fornito non per caso da Mosca ad entrambi gli alleati: Teheran e Damasco. S-300, S-400 ed S-500 (operativo tra qualche anno) sono più di un deterrente, sono il segno evidente che il livello di tolleranza mostrato da Mosca ha raggiunto il culmine e quello della fiducia è ai minimi storici e per nazioni come Iran, Siria e Russia significa non essere più disposti a sopportare provocazioni come quelle viste fino ad oggi.
Se saranno confermate le voci di un ingresso in servizio del sistema S-300 da parte delle forze armate Siriane, c’è da aspettarsi un suo utilizzo contro aerei operanti in maniera illegale sul cielo Siriano. Sarebbe la prima vera azione indiretta di Mosca, sul campo, contro la NATO-GCC, dopo provocazioni infinite nel corso degli ultimi anni.
L’opinione pubblica deve tenersi pronta ad un evento del genere, tenendo ben a mente che il fuoco mediatico occidentale risulterebbe essere senza precedenti, tale da tentare di mettere in secondo piano la devastante sconfitta militare che rappresenterebbe una No-Fly-Zone in Siria per gli aerei della coalizione NATO-GCC, da parte di Damasco, Teheran e Mosca

martedì 8 dicembre 2015

La Turchia, l'Occidente e il petrolio dell'ISIS

La Turchia fa affari con l’Isis. Un’accusa devastante, relativamente offuscata nei media dalla strage avvenuta ieri in California (14 morti in un centro disabili), ma che pure è riuscita a filtrare e a imporsi su altre.
Un’accusa comprovata da immagini satellitari e aeree di migliaia di camion che attraversano indisturbati la frontiera turca provenienti dalla Siria. «Le foto e le prove presentate da Mosca inchiodano la Turchia», scrive Nicola Lombradozzi sulla Repubblica di oggi.
Un affare di famiglia, accusano i russi, dal momento che il figlio di Erdogan è «a capo della più grande compagnia energetica del Paese» e suo genero è «stato nominato ministro dell’Energia», come ha spiegato ieri il vice-ministro della Difesa russo Anatoli Antonov.
Da tempo tali circostanze erano note. Cenni e notizie rimbalzavano da giornale in giornale e convergevano in questa direzione. Un segreto noto, che ieri è stato disvelato in tutta la sua drammaticità a tutto il mondo.
Intervistato da Lettera 43, anche l’ex amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni ha affermato: «Le accuse di Mosca a Erdogan, figlio e genero sono tutte da dimostrare, ma sul fatto che la Turchia chiuda un occhio su migliaia e migliaia di barili di petrolio che ogni giorno passano la frontiera con la Siria e che sono raffinati negli stabilimenti turchi non c’è il minimo dubbio. E non da oggi».
Al di là delle cautele del caso sulla famiglia presidenziale, le parole di Scaroni sono pesanti. Né è possibile che i figli di Erdogan, per i posti che occupano, possano ignorare i traffici che avvengono nel territorio anatolico, dal momento che i porti nei quali viene smerciato il petrolio “Made in Isis” sono quelli che smerciano il petrolio prodotto in Turchia.
Non solo petrolio: ieri Mosca ha anche spiegato come dalla frontiera turca passano armi e rifornimenti per l’Isis, che in territorio turco esistono campi di addestramento per miliziani e che solo nell’ultima settimana da qui sono arrivati in Siria 2000 combattenti. Anche in questo caso si parla di fatti notori: basti pensare a tutti i foreign fighters europei che, secondo le cronache dei giornali, per raggiungere la Siria sono passati dalla Turchia.
Insomma, quel che è stato disvelato ieri da Mosca non è che il segreto di Pulcinella, noto a tutte le cancellerie occidentali, eppure obliato in nome dell’appartenenza di Ankara all’Alleanza Atlantica. Una omertà dovuta anche alla paura che questa sveli gli acquirenti finali di questo traffico. Già, perchè qualcuno questo petrolio lo deve pur comprare dai turchi. Lasciamo all’intelligenza dei lettori provare a indovinare dove va a finire…
Tutto questo sarebbe, tra l’altro, materia di indagine da parte delle varie magistrature delle nazioni europee verso le quali sono rivolte le minacce dell’Isis e dove i suoi agenti hanno versato sangue innocente. Magistrature solerti a indagare su tangenti e altro, ma stranamente inerti di fronte a crimini tanto più gravi.
Così il vero scandalo che si sta consumando in questi giorni non riguarda tanto la Turchia, ma quel che sta avvenendo in Occidente. Che ha scelto di schierarsi con chi sta lucrando grazie all’Isis piuttosto che con chi lo sta combattendo.
Una scelta devastante per quella che viene chiamata, ormai solo nei proclami dall’Isis e di quanti a parole dicono di volerla contrastare, civiltà occidentale. Deriva tragica, foriera di ulteriori tragedie.

lunedì 7 dicembre 2015

Russia: "È ormai chiaro dove i terroristi prendono tanti soldi per comprare armi"

"È ormai chiaro dove i terroristi prendono tanti soldi per comprare armi." Così il portavoce del ministero della Difesa russo Igor Konashenkov, ha commentato che le parole del Pentagono sugli attacchi aerei selettivi degli USA contro l'Isis.
Il ministero della Difesa russo ha affermato che le recenti dichiarazioni dei funzionari statunitensi sulla situazione in Siria, sono basati su due pesi e due, dal momento che il Pentagono sceglie selettivamente gli obiettivi da bombardare.
"Come dobbiamo interpretare la dichiarazione del capo del Pentagono, il signor Carter, la Forza Aerea degli Stati Uniti solo nel corso dell'ultimo mese ha colpito i preziosi giacimenti di petrolio dell'Isis? Si scopre, allora, che in un anno e mezzo sono stati distrutti solo gli obiettivi dei terroristi che non erano redditizi? Ormai è chiaro come ottengono molto denaro i terroristi per l'acquisto di armi, il reclutamento e la perpetrazione di attacchi sanguinosi e perché il territorio sotto il controllo dell'Isis ora è cento volte maggiore", ha spiegato il portavoce del ministero della Difesa russo.
Konashenkov ha sottolineato che il governo degli Stati Uniti Siria agisce in conformità con i propri interessi geopolitici e nota il contrabbando di greggio in Turchia da parte dei terroristi solo quando gli fa comodo, pur avendo mezzi tecnici per individuare le vendite illegali di petrolio nella regione. Inoltre, il Generale ha anche accusato Washington di fare distinzioni tra terrorismo "cattivo" e "molto cattivo".
"A volte lo vedono, a volte no[il contrabbando di petrolio in Turchia], quindi dividere l'opposizione in un moderato e non moderata. Così come per i terroristi considerati "cattivi" e "molto cattivi" male", ha aggiunto Konashenkov.

domenica 6 dicembre 2015

Sanità: per 4 italiani su 10 sta peggiorando

Costi in aumento, lunghi tempi di attesa, con la capacità del privato di offrire una concorrenza che spinge i cittadini a pagare spesso di tasca propria. Più di quattro italiani su dieci ritengono che la sanità stia peggiorando; la percentuale sale al 64% al Sud. Oltre la metà considera inadeguato il Servizio sanitario regionale e la percentuale di insoddisfatti nel Mezzogiorno si avvicina all'83%.
È quanto emerge dal 49/esimo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2015.
Nel privato per una risonanza magnetica si spendono 142 euro e si attendono 5 giorni, con il ticket si pagano 63 euro ma si aspetta ben 74 lunghi giorni. Tra le persone che hanno effettuato visite specialistiche e accertamenti diagnostici, rispettivamente il 22,6% e il 19,4% però ha dovuto attendere perché privo di alternative.

L'attesa è stata, in media, di 55 giorni per una visita specialistica e 46 per un accertamento. Un'altra criticità riguarda i non autosufficienti, che sono 3.167.000 (5,5% della popolazione), di cui 1.436.000 gravi. Scricchiola però il modello italiano di family-care: la metà delle famiglie con una persona non autosufficiente (contro il 38,7% del totale delle famiglie) ha risorse scarse e spesso si trova costretta ad utilizzare tutti i propri risparmi, fino a vendere casa o indebitarsi.