domenica 1 settembre 2013

LE BOMBE PACIFICHE

Hanno catarreristiche tecniche diverse da quelle del passato. Si sa da subito chi vincerà. Sono veloci nella fase militare ed eterne nella ricostruzione della pace.La guerra umanitaria che ha il brevetto sul nome è quella dei bombardamenti Nato sulla Jugoslavia di Milosevic. È il 1999 e da Washington e Bruxelles ci dicono che è per difendere la minoranza albanese della provincia serba del Kosovo. Roma zelante ripete la lezione. Balla sovranazionale, con la Serbia che alla fine perde un pezzo del proprio territorio e l’Europa che ci guadagna solo un nuovo staterello attaccabrighe, nuova isola della Tortuga. Dopo l’avventura che il mondo continua a pagare cash con elefantiache e sterili missioni internazionali, quella motivazione alla guerra perde fascino e credibilità. Da allora si tenta di legittimare altre azioni militari internazionali come “ingerenza umanitaria”, ma lo slogan è bocciato sul nascere dagli addetti al marketing dell’idealpolitik. Troppo evidente pubblicità ingannevole.
Le guerre umanitarie, hanno caratteristiche tecniche che le distinguono da tutte quelle del passato. Si sa da subito chi vincerà. Squilibrio di forze poderoso, altrimenti neppure ci si proverebbe. Sono veloci nella fase militare e sono eterne nella ricostruzione della pace del cessate il fuoco che viene gabellato come pace. Quelle guerre impongono l’uso di ordigni sempre intelligenti, che ammazzano i civili nel tentativo di risparmiare i soldati. “Opzione zero” viene chiamata. Tradotto: zero morti per chi decide il conflitto e zero umanità nei confronti di chi lo subisce. Per perfezionare il meccanismo delle guerre umanitarie resta un problema da risolvere: individuare e catalogare i pochi buoni da soccorrere e i molti cattivi da punire. Prima o poi scoppierà una guerra anche per questo. Cruise e Tomahawk non sanno distinguere.
Anche a raccontarle, quelle umanitarie sono guerre difficili. Guerre da vendere, da mettere sotto i riflettori a tutti i costi ma senza mostrare nulla. L’ultimo Iraq ne è l’emblema. Guerra da offrire in pasto all’opinione pubblica attraverso insistita e acconcia esposizione dell’attacco meritorio. Il conflitto armato, se abbastanza televisivo, fa ascolto, e il macello si trasforma in ore di televisione a basso costo, da spalmare su tutto il palinsesto. In un pindarico contraddittorio che insegue le emozioni e perde per strada la notizia, o almeno l’obbligo di verificarla. È la guerra dei forse, dei sembra, dei si dice. La guerra è materia giornalistica da maneggiare con prudenza, sempre. E quella umanitaria, che millanta di ammazzare soltanto un po’ e quasi chiede scusa, pretenderebbe una cronaca in toni composti. Da funerale di stato.

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