martedì 12 maggio 2020

Quando l’Italia divorziò dalla DC

Il 12 e 13 maggio 1974 si tenne il primo referendum abrogativo della storia repubblicana. In discussione era l’abrogazione della legge Fortuna-Baslini, approvata dalla Camera il primo dicembre 1970. L’iter parlamentare della legge fu abbastanza rapido, poiché il deputato socialista Loris Fortuna aveva depositato il progetto di cui era promotore durante la prima seduta della nuova camera dei deputati il 5 giugno 1968.
Tale progetto era firmato da un nutrito gruppo di deputati dei partiti di sinistra, PSI, PCI e PSIUP e fu in seguito unificato con un’analoga proposta di un gruppo di liberali, primo firmatario Antonio Baslini.
La seduta del 5 giugno 1968 vide tra l’altro l’elezione a presidente della camera di Sandro Pertini, la presentazione da parte di Pietro Ingrao della proposta di voto ai diciottenni, e la riproposizione della formazione di una commissione d’inchiesta sull’emigrazione, già avanzata nel 1964, firmata dall’on. Luzzatto e da altri esponenti del PSIUP. L’Italia era ancora un paese con milioni di emigranti.
La relativa rapidità dell’iter parlamentare non significa che la legge non fosse stata contrastata, La sua approvazione avvenne infatti alle cinque del mattino, al termine di una seduta protrattasi 19 ore. Votarono a favore 319 deputati contro 286. Anche al Senato la maggioranza non fu ampia; 319 si e 286 no. L’alta presenza in aula, inoltre, testimonia l’asprezza dello scontro sulla legge a cui si opponevano tenacemente la DC e i neofascisti del MSI.
Prima d’allora, il tema del divorzio era arrivato in Parlamento dodici volte, ma senza successo. Già nel 1902 il governo Zanardelli aveva presentato una proposta di legge che prevedeva il divorzio in caso di sevizie, condanne gravi e adulterio che ottenne solo tredici voti favorevoli su quattrocento.
Dopo il fascismo, il socialista Luigi Renato Sansone propose nel 1954 e poi nel 1958 una sorta di “piccolo divorzio” limitato ad alcuni casi gravi, ma la legge non fu nemmeno discussa. Anche in sede di Costituente, peraltro, non era stato facile far accettare alla DC che nell’art. 29 delle Costituzione il matrimonio non fosse indicato come indissolubile.
La DC, attraverso l’impegno di esponenti cattolici a lei legati, come l’ex sindaco di Firenze, Giorgio La Pira, il filosofo Augusto Del Noce, il giurista Gabrio Lombardi, formò un Comitato nazionale per il referendum sul divorzio che, entro il giugno 1971, raccolse ben 1.370.134 firme in calce alla proposta.
Un numero di firme così alto fece credere ai promotori che la vittoria fosse certa. Ma le cose non andarono in quel modo, il 12 e 13 maggio 1974 il 59,26% degli italiani votò NO all’abrogazione del divorzio.
Guardando alla distribuzione regionale dei voti, in tutto il centro-nord tranne che in Veneto e in Trentino prevalse il NO mentre il SI vinse in Molise, Puglia, Basilicata, Campania e Calabria. Molto significativa la vittoria dei NO in Sicilia e in Sardegna, a testimonianza dello sgretolarsi di poteri atavici, soprattutto grazie all’impegno delle donne.
Nell’analisi dei dati regionali, peraltro, va considerata anche l’immigrazione interna, che aveva portato molti giovani lavoratori del sud nelle regioni settentrionali, in cui erano spesso diventati punto di forza delle lotte operaie, nelle quali avevano maturato concezioni avanzate anche su temi come la famiglia,
La vittoria del NO era il segno di un’Italia che cambiava. Il sessantotto aveva portato con sé una nuova visione dei rapporti familiari, il rifiuto dell’autoritarismo familistico e patriarcale, che andava di pari passo alla contestazione dei rapporti autoritari sui luoghi di lavoro e nella scuola. Era nata anche una nuova visione dei rapporti tra i generi.
Tutto ciò, va ricordato, era associato ai veri e propri drammi vissuti da centinaia di migliaia di coppie “irregolari” che vivevano situazioni di semiclandestinità, Il reato di adulterio, che penalizzava quasi sempre le donne, era stato cancellato solo nel 1968.
La totale riconsiderazione dei rapporti familiari e tra i sessi portata dal divorzio fu anche una leva importante per la messa in discussione dell’arcaico istituto del “delitto d’onore”, cioè la forte riduzione di pena a cui aveva diritto chi uccidesse il coniuge – che poi era in pratica sempre la coniuge – ma anche la sorella o la figlia che avessero disonorato la famiglia allacciando una “illegittima relazione carnale”. Insomma, un diritto di proprietà, con possibilità di decidere vita o morte, sulle donne della famiglia.
L’articolo 587 del Codice penale ereditato dal fascismo. relativo a questo obbrobrio giuridico, fu sempre meno applicato nei tribunali dopo l’approvazione del divorzio, del nuovo diritto di famiglia del 1975 e della legge 194 sull’aborto, sino alla sua cancellazione avvenuta nel 1981.
Una delle motivazioni contro il divorzio, portate in parlamento dalla deputata democristiana Maria Eletta Martini, relatrice di minoranza, fu quella che le donne erano economicamente più fragili e che la possibilità del divorzio le avrebbe messe in grande difficoltà.
Anche questa argomentazione, nella sua verità, fu ribaltata dal movimento delle donne. Non era giusto continuare ad accettare le catene perché si era deboli, piuttosto era necessario cambiare le condizioni e i salari nel mondo del lavoro, verso l’eguaglianza tra uomini e donne.
Il referendum del 12 maggio 1974 scosse profondamente i rapporti tra i sessi, verso la parità in famiglia e sul lavoro, e questo non può essere considerato solo un fatto di diritti civili, bensì di lotta di classe, visto che sin dagli scritti di Marx tale contraddizione ne è considerata uno dei terreni fondamentali
Più in generale credo sia sbagliato ciò che si è letto molte volte, vale a dire che la vittoria nel referendum del 12 maggio 1974 abbia costituito un avanzamento sul piano dei diritti civili, che non trovò altrettanto riscontro sul terreno sociale. Fatto salvo che negli anni settanta questa distinzione non era pertinente, il referendum sul divorzio deve essere inquadrato in un decennio in cui i due piani correvano, come è giusto, paralleli. Quindi, in quella battaglia, si affermarono diritti sociali ed egualmente civili come è per esempio la parità tra uomo e donna in famiglia e sul lavoro.
Gli anni settanta non furono, come molti tendono oggi a narrarli, anni “di piombo” bensì anni di grandi conquiste dei lavoratori e del movimento popolare sull’onda dei forti movimenti studenteschi e in seguito operai del 1968 e 1969, seguiti poi dal movimento del 77. Movimenti che avevano veramente messo alle corde la borghesia italiana, che, stretta dall’alleanza tra movimento operaio e studentesco e dallo schierarsi con loro della piccola borghesia impiegatizia, aveva dovuto arretrare su molte e importanti questioni.
Nel 1970 fu approvato lo Statuto dei lavoratori, una legge certamente di mediazione politico-sindacale, non completamente soddisfacente (tanto che PCI e PSIUP si astennero dall’approvarla) ma che sancì comunque una serie di diritti importanti, contenendo per esempio il famoso articolo 18 diventato uno dei grandi punti di battaglia politica degli ultimi venti anni Inoltre in quella legge fu riconosciuto il diritto all’istruzione per i lavoratori, con l’istituzione delle 150 ore, una conquista che usciva dal semplice terreno della lotta sindacale in fabbrica, per porsi su quello più generale dei diritti sociopolitici.
Inoltre, gli anni settanta furono costellati da molte altre lotte e conquiste, come le battaglie sulla questione della salute in fabbrica, ancora oggi tanto attuali, che trovarono in quel decennio la loro nascita. Il movimento operaio usciva dalla semplice rivendicazione salariale o sull’orario di lavoro per affrontare questioni più generali, come la salute oppure la casa. Si poneva così la questione della gestione e delle regole della società nel suo complesso.
La lotta sui temi della salute trovò un approdo significativo nell’istituzione, nel dicembre del 1978, del Sistema Sanitario Nazionale, in seguito purtroppo regionalizzato, ed entrato in collaborazione con il privato. con le conseguenze di cui oggi ci rendiamo conto. Pochi mesi prima, la cosiddetta “Legge Basaglia” aveva chiuso i manicomi, incubo non solo sanitario, ma anche politico, perché luoghi di repressione di comportamenti non accettati nella società borghese.
Intanto, nel maggio del 1978, era stata approvata anche la legge sull’aborto. Una legge non esente da limiti quale l’obiezione di coscienza concessa ai medici, ma che affermò il principio generale della gravidanza come scelta esclusiva della donna. Un passo avanti decisivo a cui in seguito la DC si oppose con un altro referendum tenuto nel 1981 che la portò alla seconda bruciante sconfitta referendaria.
Il segretario della DC, Fanfani, aveva previsto già durante la campagna referendaria del 1974 i possibili effetti a cascata di una vittoria del NO quando aveva affermato: “Volete il divorzio? Allora dovete sapere che dopo verrà l’aborto. E dopo ancora, il matrimonio tra omosessuali. E magari vostra moglie vi lascerà per scappare con la serva!”
Il referendum del 1974 portò con sé anche una definitiva scomposizione del mondo cattolico, di cui la DC perse il monopolio della rappresentanza Se già dal 1968 i fermenti di rottura dei cattolici progressisti con la DC erano evidenti (lo testimonia, per esempio, la costituzione, anche se non fortunata, del Movimento Politico dei Lavoratori di Livio Labor) il referendum sul divorzio ne fu la sanzione.
Infatti, se Comunione e Liberazione fu attivissima per il SI, molti altri cattolici come Pietro Scoppola, Pierre Carniti, Raniero La Valle e Adriana Zarri rifiutarono di sottomettersi alle gerarchie ecclesiastiche. Il caso più eclatante fu quello di don Giovanni Franzoni, abate della Basilica Ostiense, sospeso a divinis per avere preso posizione pubblica a favore del divorzio. A Venezia, il Patriarca Albino Luciani, futuro papa, sciolse la FUCI, associazione degli universitari cattolici, che si era dichiarata a favore del divorzio.
Tutto ciò servì a chiarire che la DC non era più, se mai lo era stata, rappresentante di tutti i cattolici. Una realtà che purtroppo il PCI, come sappiamo, sottovalutava nella sua costante ricerca di mediazione con la DC.
La distorsione della visione gramsciana dei rapporti tra comunisti e cattolici ha caratterizzato il PCI nel dopoguerra sino alla teorizzazione del compromesso storico, Relativamente al tema di cui ci occupiamo, il PCI non aveva compreso nemmeno il valore e l’importanza del movimento del 68 e la sua forza dirompente sull’assetto dei rapporti tradizionali e autoritari nella società e anche all’interno della famiglia.
Il referendum del maggio 1974 deve quindi essere ricordato come una tappa di una lunga serie di lotte che costellarono oltre un decennio di storia italiana cambiandone profondamente molti aspetti politici e sociali e anche come un momento decisivo della crisi dell’egemonia democristiana in Italia.

lunedì 11 maggio 2020

Lepri e avvoltoi

Quando il PD e il centrosinistra mettono mano al mondo del lavoro, i lavoratori non possono far altro che iniziare a tremare. Con l’abbandono di Renzi, la cui segreteria aveva ispirato e attuato il Jobs Act e l’ennesima ondata di precarizzazione del mercato del lavoro in Italia, pare che nulla sia cambiato da questo punto di vista.
Si legge, sulle pagine di Repubblica, della proposta presentata l’8 gennaio, a prima firma del deputato PD Maurizio Lepri (ma co-firmato dai più noti Martina, Orlando, Serracchiani e Gribaudo) per ridurre l’orario di lavoro riducendo proporzionalmente il salario. Per dirla in soldoni, ciò significherebbe istituzionalizzare il part-time involontario.
Conviene soffermarsi su questa proposta di legge, per comprendere quale sia il paradigma teorico e politico di riferimento che la ispira e per sottolineare, a differenza del quotidiano che la riporta, quali potrebbero essere gli effetti deleteri, per i lavoratori, di questa proposta ora che la drammaticità della situazione economica del paese si paleserà con tutta la sua virulenza.
Sono di questi giorni le stime impietose della Commissione europea che parlano di una caduta del PIL pari a 9,5 punti percentuali e un conseguente aumento del tasso di disoccupazione fino a toccare la soglia del 12%. Scenari più tragici fanno riferimento a un crollo della produzione del 15% e un tasso di disoccupazione al 17%.
Inevitabilmente, questo drammatico quadro macroeconomico avrà ripercussioni sulle condizioni materiali di vita di milioni di persone che perderanno il lavoro e, in mancanza di un adeguato intervento pubblico, il reddito.
La proposta del PD, concretamente, ha l’obiettivo di incentivare l’adozione di contratti a tempo indeterminato part-time da parte delle imprese tramite una riduzione del cuneo fiscale di 4 punti (dal 33% al 29%) che si distribuisca in maniera equa (2% a testa) tra lavoratore e impresa.
In sostanza, lo Stato si incaricherebbe di garantire manodopera più economica ai datori di lavoro, mentre il lavoratore, magari costretto ad accettare un lavoro part-time in assenza di meglio, si troverebbe a guadagnare pochi spiccioli, con il contentino di una riduzione delle trattenute contributive.
Va, a questo punto, ricordato che il vecchio adagio “Lavorare meno, lavorare tutti” ha una connotazione positiva, per i lavoratori, solo se alla riduzione dell’orario di lavoro non si accompagna una riduzione della retribuzione.
La proposta del PD, invece, lungi dall’essere una fonte di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori, rappresenta l’ennesima trappola. La retribuzione, nella proposta di cui ci stiamo occupando, si abbassa in maniera corrispondente alle ore non lavorate.
Ma come viene giustificata, dai proponenti, questa scelta? Lepri, nell’articolo di Repubblica, dice di temere la perdita di competitività per le merci prodotte che deriverebbe dal dover pagare lo stesso salario per meno ore lavorate. Questa considerazione ci permette di ricordare alcune conclusioni che abbiamo più volte sottolineato.
In primo luogo, il PD giustifica e trova naturale che i padroni rispondano con aumenti dei prezzi a un qualsiasi aumento dei salari per mantenere inalterato il loro margine di profitto. Ma l’idea del “Lavorare meno, lavorare tutti”, a parità di salario, nella declinazione più favorevole ai lavoratori, presuppone una riduzione dei margini di profitto.
In assenza di barriere ai movimenti di capitale, una tale riduzione dei margini di profitto darebbe il via a un’ulteriore ondata, rispetto a quelle a cui abbiamo già assistito, di delocalizzazioni, ovvero di chiusure di stabilimenti industriali in Italia atte a spostare la produzione in paesi con costi del lavoro più contenuti.
Ma la libertà indiscriminata dei movimenti di capitale non è una disgrazia impostaci dai numi. È, bensì, la conseguenza di deliberate scelte di politica economica, tutte indirizzate a un unico disegno: imporre ai lavoratori di scegliere se accettare riduzioni negli standard di vita o rimanere senza un posto di lavoro.
Questa proposta ci permette, inoltre, di sottolineare come nel contesto dell’Unione Europea, la deflazione salariale sia l’unica strategia di crescita che si prospetta. La ricerca della competitività, quindi di salari più bassi, è la via per continuare a vendere le proprie merci, in un contesto di cambi fissi (senza, dunque, la possibilità di rendere le proprie merci più appetibili tramite una svalutazione della valuta nazionale) e risorse scarse (generate dai limiti alla spesa pubblica e al deficit, imposte dai Trattati europei), mantenendo inalterata, o addirittura peggiorando, la distribuzione del reddito.
Una prospettiva questa, di cui il Partito Democratico è da sempre un fiero alfiere.
Inoltre, persino lo scopo apparente di questa proposta, redistribuire il carico di lavoro tra una platea maggiore di lavoratori risulterebbe vano. La cronica stagnazione della domanda interna italiana ha infatti prodotto le pessime performance del mercato del lavoro a cui siamo abituato e che sono limpidamente cristallizzate nel 9,7% del tasso di disoccupazione nel 2019.
La drammatica crisi a cui andiamo incontro, certificata come detto anche dalla Commissione Europea, già aggravata dall’impossibilità dello Stato di intervenire poderosamente a sostegno dell’economia e del reddito dei lavoratori, non lascerà invariate le ore lavorate, ma anzi, ne deprimerà la già fiacca dinamica.
I dati ci dicono, infatti, che mentre il numero di occupati è cresciuto fino a superare il numero di teste occupate prima della crisi, le ore lavorate per occupato sono diminuite drasticamente (erano circa 1810 nel 2009 e 1722 nel 2018).
Inoltre, la quota di part-time involontari sul totale degli occupati, che era pari all’8,2% nel 2011, ammontava all’11,9% nel 2018. Inoltre, se si considera soltanto l’occupazione a tempo parziale, si noterà come, tra tutti coloro che hanno un contratto di lavoro part-time, ben il 64% (era il 52% nel 2011) ha sottoscritto questo contratto perché senza alternative a tempo pieno.
Ciò testimonia il drammatico aumento del fenomeno dei sottoccupati, vale a dire di coloro che sarebbero disposti a lavorare più ore ma che, per contingenze non dipendenti dalla loro volontà, sono costretti a lavorare di meno.
Queste considerazioni non solo confermano l’ormai endemica debolezza del mercato del lavoro italiano, causata da tagli e austerità, ma rendono palese come le “riforme” dell’ultimo ventennio abbiano fatto il loro corso permettendo di assumere lavoratori per orari e tempi sempre minori.
In altri termini, la pratica di assumere lavoratori per un tempo di lavoro ridotto, nonostante essi siano disposti a lavorare a tempo pieno, e pagando loro un salario ridotto rispetto ai contratti “regolari” è presente e cronicizzata nell’economia italiana, favorita dalle riforme e indotta dalle pessime dinamiche dell’occupazione e della domanda aggregata.
La proposta del PD quindi, oltre ad assumere i connotati della farsa in cui i drammaturghi non conoscono l’oggetto del proprio copione, rischia di rivelarsi l’ennesimo boomerang contro i lavoratori. Metterla in atto approfittando dell’emergenza pandemica ed economica che stiamo vivendo significherebbe attuarle in un contesto in cui la produzione subirà un calo drammatico.
Il ricorso a tali forme contrattuali sarà dettato, quindi, non dalla legittima aspirazione dei lavoratori a lavorare di meno, conseguendo lo stesso salario, ma dalla necessità, per le imprese, di scaricare il costo della crisi sui lavoratori. Le nuove assunzioni a tempo parziale involontario risulterebbero addirittura incentivate (e pagate) dallo Stato.
Per chi vuole sinceramente migliorare le condizioni dei lavoratori la battaglia è sempre la stessa: politiche pubbliche per aumentare la domanda aggregata e perseguire la piena occupazione, sostegno al reddito dei lavoratori rimasti senza lavoro e aumento dei salari di tutti i lavoratori

venerdì 8 maggio 2020

Aumenti dei prezzi durante l‘emergenza sanitaria. Indaga l’Antitrust

Sui rincari di beni alimentari e detergenti durante l’emergenza coronavirus, è stata avviata una indagine dell’Authority Antitrust.  
L’authority ha inviato richieste di informazioni a numerosi aziende della grande distribuzione “per acquisire dati sull’andamento dei prezzi di vendita al dettaglio e dei prezzi di acquisto all’ingrosso di generi alimentari di prima necessità, detergenti, disinfettanti e guanti, per individuare eventuali fenomeni di sfruttamento dell’emergenza sanitaria a base dell’aumento di tali prezzi”.
Le richieste di informazioni riguardano oltre 3.800 punti vendita, soprattutto nell’Italia centrale e meridionale, pari a circa l’85% del totale censito da Nielsen nelle province interessate.
Dalle analisi preliminari svolte sui dati Istat, secondo l’Antitrust “sono emersi a marzo, per i prodotti alimentari, aumenti dei prezzi rispetto a quelli correnti nei mesi precedenti differenziati a livello provinciale. I maggiori aumenti si riscontrano in aree non interessate da ‘zone rosse’ o da misure rafforzate di contenimento della mobilità”.
L’Antitrust si è dovuta mettere all’opera sulla base di segnalazioni che indicavano un aumento dei prezzi nelle settimane di piena emergenza coronavirus e che molti di noi hanno potuto verificare sulla base di dati empirici.
Se prima due borse di spesa al supermercato si portavano via un pò più di cinquanta euro, in questo periodo ne abbiamo lasciato alle casse almeno una settantina per un paniere di prodotti simile a quello dei mesi precedenti. Una verifica analoga è registrabile anche nella spesa nei mercati rionali per i prodotti freschi ortofrutticoli. E non ci si venga a parlare di “percezione”, perchè il dato è facilmente rilevabile dagli effetti concreti sui portafogli delle famiglie.
I principali destinatari delle richieste di informazioni sono: Carrefour Italia, MD, Lidl, Eurospin, F.lli Arena, alcune cooperative Conad (Conad Sicilia, Conad Nord-Ovest, PAC 2000, Conad Adriatico, nonché Margherita Distribuzione), alcune cooperative e master franchisor Coop (Unicoop Firenze, Unicoop Tirreno, Coop Centro Italia, Coop Liguria, Novacoop, Coop Alleanza 3.0, Tatò Paride), diversi Ce.Di. aderenti a SISA (per esempio SISA Sicilia), SIGMA (per esempio Ce.Di. Sigma Campania) e CRAI (per esempio CRAI Regina).
L’Antitrust “ha ritenuto di non poter escludere che tali maggiori aumenti siano dovuti anche a fenomeni speculativi.
Infatti, non tutti gli aumenti osservati appaiono immediatamente riconducibili a motivazioni di ordine strutturale, come il maggior peso degli acquisti nei negozi di vicinato, la minore concorrenza tra punti vendita a causa delle limitazioni alla mobilità dei consumatori, le tensioni a livello di offerta causate dal forte aumento della domanda di alcuni beni durante il lockdown e dalle limitazioni alla produzione e ai trasporti indotte dalle misure di contenimento dell’epidemia”.

giovedì 7 maggio 2020

Pronto il Memorandum “strangola-Pigs

La sentenza della Corte Suprema tedesca, due giorni fa, ha acceso i riflettori sulle gravissime incongruenze dell’architettura europea, piazzando cariche esplosive nei punti critici.
Il punto politico rilevante è piuttosto chiaro: le regole europee scritte nei Trattati e valide per tutti i Paesi, obbligati a tradurle all’interno delle rispettive legislazioni e Costituzioni, sono apertamente messe in discussione dal Paese economicamente più forte del Vecchio Continente.
Non era mai accaduto prima, anche se sono cronaca costante i mal di pancia e le “forti contrarietà” tedesche rispetto alle poche decisioni non perfettamente sagomate sui desiderata di Berlino. Prima fra tutte la scelta del Quantitative Easing varato da Mario Draghi, come presidente della Bce, nel 2015, oggetto ora della sentenza di Karlsruhe.
Di conseguenza, nella discussione che prosegue nell’Eurogruppo convocato per domani (i ministri delle finanze di tutti i Paesi membri), sugli strumenti per finanziare il contrasto sanitario alla pandemia e la “ricostruzione” di un’economia continentale data in caduta libera (-7,7% nel 2020), si può dare per scontata una accentuata “rigidità” da parte del “blocco del Nord” (Germania, Olanda, Austria, Finlandia).
La previsione pressoché unanime è che sul tavolo, per i Paesi in maggiore difficoltà – come l’Italia e la Spagna – ci sarà soltanto il famigerato Mes, sia pure a “condizionalità ridotte e/o posticipate”. Il lavoro preparatorio per l’Eurogruppo ha già partorito un pre-accordo che la dice lunga:
a) i Paesi richiedenti i fondi del Mes dovranno firmare comunque un “Memorandum of Understanding”. Ma siccome questo termine evoca immediatamente la tragedia della Grecia – anche quella nel 2015 – gli è stato cambianto il nome: ora si dice Template response plan. In pratica un “modulo” contenente un elenco di voci di spesa consentite e considerate “idonee”, da finanziare con i prestiti concessi dal Mes (ricordiamo che sono soldi messi a suo tempo dagli stessi Stati membri, quindi per il 17% anche dall’Italia, non dallo spirito santo).
b) le “condizionalità” e la sorveglianza saranno più light rispetto a quanto applicato nei confronti di Atene, ma in futuro la Commissione europea potrà usare la sua autorità per chiedere ad un paese di rientrare nei ranghi, ossia nelle regole del Patto di stabilità e crescita. Non c’era neanche bisogno di aggiungerlo, perché questa eventualità è prevista dai trattati europei che regolano il percorso della legge di stabilità annuale dei singoli Paesi (Six Pack e Two Pack). Ma ci hanno tenuto a precisarlo. In pratica, a chi chiede il ricorso al Mes verrà applicato un laccio al collo, e sarà la Commissione a decidere tempi, modi e intensità della stretta.
c) Il “fronte del Nord” preme comunque per la determinazione di tempi abbastanza stretti per pianificare la restituzione del prestito del Mes, mentre ovviamente i paesi Pigs (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna, ma anche Francia) preferirebbero tempi molto più dilazionati. Diciamo che questo è l’ultimo spazio di finta contrattazione rimasto nella riunione di domani. In pratica una preghiera di “stringere piano” quel cappio…
E’ il caso di ricordare che questa follia sta avvenendo a fronte della più grave crisi verificatasi in Europa a partire dalla fine della Seconda Guerra mondiale (ricorre proprio domani il 75 anniversario), causata oltretutto da un evento “esogeno” rispetto alla sfera economica.
Una situazione, insomma, che richiede strumenti e idee “eccezionali”. E a cui si risponde con la robotizzata indifferenza di un algoritmo pensato per i tempi di vacche grasse, in altri millenni

mercoledì 6 maggio 2020

Il diktat della Germania alla UE: “austerità o rottura

La Corte Costituzionale della Germania ha seppellito definitivamente i recovery bond ed ogni forma di gestione della crisi economica che allarghi le maglie dei trattati liberisti che governano la UE.
Con una sua sentenza, la massima corte tedesca ha messo sotto accusa la politica della BCE decisa da Mario Draghi, cioè l’acquisto illimitato – tramite soldi forniti alle banche, si ricordi – dei titoli del debito dei paesi più in crisi.
La BCE ha tre mesi di tempo per spiegare alla corte di Germania le ragioni di una sua scelta che i giudici considerano al di fuori dei limiti istituzionali della banca, accusandola di aver fatto una politica economica che non le compete.
Poi se la BCE non cambierà, la Banca Federale di Germania dovrà sottrarsi alle decisioni della Banca Europea, insomma non metterci più i soldi. Insomma una bomba ad orologeria ed un ricatto su tutto il sistema UE, che la stampa italiana sta stupidamente minimizzando come faceva col coronavirus.
Prima di affrontare le conseguenze economiche e sociali della sentenza, è importante coglierne la dimensione politica ed istituzionale. Nel 2012 il Parlamento italiano, centrodestra e centrosinistra uniti, con voto unanime in prima battuta – e, in seconda votazione, con il dissenso parziale, tardivo e sostanzialmente finto di Lega e Di Pietro – votò la modifica della Costituzione, accogliendo dentro di essa il vincolo europeo ed in particolare il Fiscal Compact, con il vincolo al pareggio di bilancio imposto nella riscrittura dell’articolo 81.
Insomma non solo l’Italia ha accolto nella propria Costituzione quei vincoli di austerità che contraddicono alla radice i principi sociali della sua prima parte, ma ha accettato la supremazia dei trattati europei sul proprio sistema democratico.
La Germania ha invece fatto l’esatto contrario. I vincoli europei sono stati accolti dal sistema tedesco solo e fino a che non ne contraddicano i principi. Così la Germania ha mantenuto e usato la propria sovranità costituzionale, l’Italia vi ha rinunciato.
Non solo la differente potenza economica dei suoi stati, ma le stesse regole ineguali hanno fatto della UE un sistema squilibrato, dove la Germania ha potuto conservare e accrescere le sue terapie intensive, mentre l’Italia le ha tagliate.
Sia chiaro non ha sbagliato la Germania, hanno sbagliato l’Italia e tutta la UE ad accettare un sistema di regole dove un solo parlamento nazionale resta sovrano, quello tedesco. Il padronato e i ricchi italiani hanno trovato perfetto per loro un sistema nel quale la posizione subalterna del paese favoriva la crescita dei profitti privati ai danni del lavoro e del sistema pubblico, ma ora con la crisi economica spaventosa in arrivo i nodi vengono al pettine.
Il capitalismo tedesco non può permettersi di aiutare davvero l’Italia, altrimenti i lavoratori di quel paese, i cui diritti sono stati comunque compressi, chiederebbero il conto. Ma come ci avete chiesto collaborazione e rinunce, ed ora date i soldi agli italiani?
È la domanda che un lavoratore olandese fa al primo ministro Rutte, fedele satellite della Germania. La borghesia tedesca non può fare il passo di una vera solidarietà europea, altrimenti vedrebbe messo in crisi il proprio potere nel proprio paese.
Le conseguenze economiche di questo stallo sono già evidenti. Non ci saranno mai i “coronabond” chiesti di Conte e la BCE dovrà lasciar salire lo spread dei titoli del debito pubblico italiano. La Germania ha detto basta alle chiacchiere: o l’Italia e gli altri paesi in difficoltà accettano l’austerità, o per loro non ci sarà niente. O il MES o nulla.
Si aprirà quindi nuova crisi “europeista” nel nostro paese, messo di fronte alla scelta tra l’obbedienza al vincolo europeo seguendo la via della Grecia, oppure la ricerca di altre vie.
Confindustria ha già scelto e ha chiesto di abolire i contratti nazionali, con il tacito consenso dei finti sovranisti di destra e del liberisti di tutti i partiti. Il bivio è reale: o si accetta un nuovo giro di vite del sistema ineguale, pagato integralmente dalle classi lavoratrici e popolari, oppure si mette in discussione quel sistema.
Bisogna ripristinare la sovranità dei principi costituzionali ed applicarla nelle scelte economiche e sociali, rompendo con il vincolo europeo. Come oggi fa la Germania ma per ragioni e scopi esattamente opposti a quelli dei conservatori e sovranisti tedeschi che comandano la UE.
Al diktat tedesco, austerità o rottura, bisogna per forza rispondere: meglio la rottura

martedì 5 maggio 2020

Regione Lombardia, commissariarla è il minimo

La Regione Lombardia – parliamo dell’amministrazione leghista, naturalmente – è il “buco nero” del mondo all’epoca del coronavirus.
Un misto incredibile di incapacità, servilismo verso Assolombarda (la Confindustria locale, che ha ora espresso anche il “leader nazionale degli imprenditori, il bocconiano Carlo Bonomi), volontà di contrastare a prescindere il governo centrale (già asservito di suo agli stessi padroni, ma con l’esigenza di star attento anche ad altri interessi territoriali), preservare il “modello di sanità privatizzata” nonostante lo spaventoso bilancio di morti, contagiati, ricoverati e confinati in quarantena obbligatoria.
A ieri sera si potevano infatti contare in questo territorio 78.105 contagi e 14.294 morti. Con una popolazione di circa 10 milioni, si tratta delle più alte percentuali registrate sull’intero pianeta. Solo i morti sono la metà di quelli registrati in tutta Italia.
Un risultato che consiglierebbe chiunque di farsi da parte, ma non i prodi leghisti incollati alle poltrone regionali. Una stupida “mozione di sfiducia” presentata contro l’assessore al welfare e alla sanità, il garrulo Giulio Gallera, è stata respinta ieri dal Consiglio, a larga maggioranza di destra: 49 voti contrari, 23 favorevoli e 2 astenuti.
Per far capire esattamente di che pasta è fatta l’”opposizione democratica” il rappresentante di +Europa (un nome, un programma…) si è astenuto, mentre la consigliera renziana non ha neppure partecipato. Ricordatevene, quando vi chiederanno come sempre il voto “per fermare la destra”…
Lo stesso Gallera, peraltro, da qualche giorno evita di farsi vedere in tv, il suo luogo preferito, da cui ha pontificato a lungo nei giorni in cui i suoi sfortunati amministrati morivano come mosche.
Deve essere l’effetto che innumerevoli inchieste giudiziarie aperte sia sulla gestione della case di riposo e la sua criminale “delibera dell’8 marzo” (quella che “chiedeva” alle Rsa di ospitare un po’ di malati conclamati di Covid-19), sia sulla riapertura dell’ospedale di Alzano Lombardo, in Val Seriana, dopo l’inchiesta de La7 che dimostra – carte alla mano – l’”ordine” arrivato dalla Regione di andare avanti come se il contagio non ci fosse.
E’ il caso di riportare l’intervista all’infermiera intervistata “sotto copertura” (perché tutto il personale dell’ospedale era stato minacciato di licenziamento fin dall’inizio del disastro).
Il 23 febbraio ero in servizio al pronto soccorso e lì abbiamo riscontrato il primo caso sospetto di Coronavirus di un paziente per il quale il nostro medico ha deciso di chiudere le attività del pronto soccorso avvisando la direzione medica e anche Areu (Azienda Regionale Emergenza Urgenza, ndr), comunque il 118 di Bergamo, che non avremmo ricevuto più pazienti.
Il nostro medico stesso ha avvisato pure i parenti e i pazienti in sala d’attesa che non erano entrati in pronto soccorso dicendo che il pronto soccorso non avrebbe proseguito le attività proprio perché c’era questo sospetto. E abbiamo proceduto alla sanificazione dei locali dove questo paziente era transitato.
Nello stesso tempo, però, abbiamo scoperto che nei reparti di chirurgia e di medicina c’erano già due pazienti positivi… Abbiamo proseguito il nostro turno fino alla sera e abbiamo fermato i nostri colleghi che avrebbero dovuto prendere servizio nel pomeriggio, sono stati bloccati gli ingressi in uscita e in entrata dell’ospedale e fermato tutto il personale degli altri reparti.
Domenica 23 febbraio in ospedale c’è una riunione: dopo la sanificazione bisogna organizzare un piano di difesa e isolamento dei malati, dei familiari e del personale sanitario; ma da Milano, dal Palazzo della Regione, arriva l’ordine: riaprite.
Su una chat interna il coordinatore infermieristico avvisa i suoi colleghi: ‘Pronto soccorso riaperto, si riprende la normale turnazione. Che nessuno diffonda alcun dato di pazienti, in nessun modo siete autorizzati a diffonderli, a nessuno e di chiunque. Chi non si attiene alle indicazioni se ne assumerà eventuali conseguenze”. Il licenziamento, appunto…
E infine, rispondendo alla domanda della giornalista (“I vostri dirigenti vietano al personale di parlare con la stampa, perchè lei è qui?”), risponde:
Perché la situazione è stata molto concitata e non si sono capite le decisioni che hanno preso. Secondo il mio parere noi quel giorno non avremmo dovuto tornare a casa, non avremmo dovuto tornare a casa noi, i parenti dei pazienti e nemmeno i pazienti.
Secondo le regole avrebbero dovuto tenere tutti lì in isolamento precauzionale fino al risultato se non altro di un tampone o degli esami che attestavano che non avessimo il Coronavirus perché poi credo che da lì si sia data una buona mano al diffondersi di questa epidemia.
Lunedì l’ospedale ha svolto la sua normale attività, comprese le sale operatorie e il personale che comunque era stato a contatto con pazienti dichiarati positivi. Abbiamo lavorato con medici che sapevano di essere positivi, loro dicono che hanno dovuto prendere servizio per ordini superiori, ma è un ordine sbagliato, va contro tutte le etiche professionali: non puoi venire a lavorare con 40 di febbre e il Coronavirus, devi stare a casa ed evitare che si ammalino altre persone.
Una delle scene più brutte che mi ricordo è quella di dover mettere i cadaveri ancora caldi nei sacchi della pastorino. C’è stato un giorno – il nostro massimo – in cui nella nostra camera mortuaria c’erano 28 cadaveri quando di solito più di 2 o 4 non ce ne sono”.
I dati Istat diffusi ieri hanno gelidemente confermato il racconto: nel mese di marzo 2020 è stato registrato in Italia il 49,4% di decessi in più rispetto al marzo 2019. Ma gli aumenti più agghiaccianti sono avvenuti quasi tutti in Lombardia: Bergamo (568%), Cremona (391%), Lodi (371%), Brescia (291%), Piacenza (264%), Parma (208%), Lecco (174%), Pavia (133%), Mantova (122%).
Comprensibile, dunque, che Gallera stia attualmente occupato a compulsare tutte le carte in attesa dell’inevitabile convocazione davanti ai magistrati. Omicidio ed epidemia colposi sono reati sempre gravi, ma con quasi 15.000 morti si va oltre ogni possibile scusante.
Di fronte a questa tetragono iattanza della junta leghista, insomma, la richiesta di commissariamento della Regione, avanzata già venti giorni fa da Potere al Popolo, sembra quasi il minimo. E’ un atto politico, una messa in stato d’accusa di una classe politico-amministrativa orrenda, ed anche di un Governo che – lo sappiamo bene – si guarderà dal procedere in questo senso; almeno fin quando non sarà la magistratura ad emanare provvedimenti giudiziari accompagnati da prove e testimonianze inoppugnabili.
Solo in quel caso, come sempre, ci potrebbe essere un travagliatissimo scioglimento dell’attuale consiglio regionale lombardo e la nomina di un “commissario” incaricato dell’ordinaria amministrazione per arrivare a nuove elezioni (come stava per altre ragioni avvenendo in Valle d’Aosta, per esempio, se non fosse nel frattempo sopraggiunta l’epidemia).
Una campagna politica, insomma, per “svegliare” un pezzo di popolo che fin qui si era affidato a chi indicava il nemico in un soggetto esterno (gli immigrati, i “clandestini”, “i meridionali”, e via depistando) e intanto serviva su un piatto d’argento la res publica a una banda di imprenditori senza scrupoli.
Stiamo parlando della più grande tragedia vissuta da questo Paese in tempi di pace. Eppure questa giunta di malmessi si comporta in un modo che può essere riassunto come nel video in fondo all’articolo.
Spazzarli via è un compito politico prioritario. Per tutelare finalmente sul serio la salute di 10 milioni di abitanti e cambiare l'”abito mentale” cucitole addosso nel corso degli ultimi 30 anni.
Il “come” è decisamente un problema secondario…

lunedì 4 maggio 2020

Bonomi all’attacco. No a nazionalizzazioni, basta con i contratti nazionali di lavoro

Il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi, in una riunione del Consiglio generale dell’organizzazione padronale è andato subito alla carica su due questioni dirimenti.
Nella prima ha voluto riaffermare che l’interventismo dello Stato nell’economia va bene solo secondo la abusata logica della “socializzazione delle perdite, ma privatizzazione dei profitti”.
Un conto è chiedere un freno alla corresponsione dei dividendi, altro e del tutto inaccettabile è avviare una campagna di nazionalizzazioni dopo aver indotto le imprese ad iperindebitarsi”, ha affermato Bonomi facendosi portavoce degli interessi delle imprese. Ma ha insistito ancora sul no alle nazionalizzazioni: “la tentazione di una nuova stagione di nazionalizzazioni è errata nei presupposti e assai rischiosa nelle conseguenze, sottraendo risorse preziose alle aziende per soli fini elettorali”.
Gira che ti rigira l’obiettivo ancora non dichiarato ma evocato è che i soldi pubblici che andranno alle imprese devono essere a fondo perduto e non da restituire. Bonomi l’ha spiegata così: “Mentre lo Stato chiede per sé in Europa trasferimenti a fondo perduto, a noi chiede di continuare di indebitarci per continuare a pagare le tasse allo Stato stesso”.
C’è poi l’obiettivo dichiarato esplicitamente, ossia approfittare dell’emergenza per rivedere radicalmente i contratti nazionali di lavoro e riscrivere totalmente le regole del lavoro su base aziendale. Bonomi infatti chiede che : “Il Governo agevoli quel confronto leale e necessario in ogni impresa per ridefinire dal basso turni, orari di lavoro, numero giorni di lavoro settimanale e di settimane in questo 2020, da definire in ogni impresa e settore al di là delle norme contrattuali”, chiedendo, di fatto, che i contratti nazionali vengano sospesi e si proceda ad una rinegoziazione totale dei diritti su base aziendale”.
Nominato ma ancora non insediato, Bonomi non smentisce la sua fama di “falco” nel mondo padronale. I documenti dell’Assolombarda negli anni scorsi, quando Bonomi ne era il presidente, hanno sempre indicato una strada oltranzista e di scontro aperto con gli altri interessi sociali in nome della primàzia delle imprese. Lo abbiamo visto all’opera contro le chiusure e per la rapida riapertura delle fabbriche in Lombardia durante e nonostante la pandemia. Ma abbiamo visto anche i danni e i morti provocati da questa logica.
Bonomi è uno che ha molto chiari gli interessi da rappresentare e da far prevalere rispetto agli altri.  Si tratta di fare altrettanto sul versante degli interessi antagonisti ai suoi e quelli che rappresenta. Prepariamoci ad una lotta testa a testa e corpo a corpo. La chiamano lotta di classe