mercoledì 10 maggio 2017

Il prossimo governo si ispirerà allo sceriffo di Nottingham

Mentre tutti giocavano a fare il “Macron italiano”, cercando di posizionarsi al meglio ai nastri di partenza delle ormai prossime elezioni politiche, il quasi ex presidente della Consob, Giuseppe Vegas, avvertiva tutta la classe politica che il gioco sta per cambiare ancora una volta.
"L'inflazione si sta progressivamente riportando in prossimità dell'obiettivo del 2 per cento, mentre negli Stati Uniti è già in corso un inasprimento monetario. L'Italia dovrà preparasi ad affrontare la nuova situazione che si profila, non potendo più contare sul puntello esterno della leva monetaria".
Qualche spiegazione per i non addetti ai lavori è necessaria. Il prolungarsi della crisi – dieci anni, ormai – ha scatenato una recessione produttiva disastrosa, che ha avuto come unico effetto apparetemente “positivo” l’azzeramento del tasso di inflazione. Ma i prezzi stabili intorno allo zero percento annuo – o addirittura in zona negativa (deflazione), come avvenuto per qualche mese anche in Italia – sono a loro volta un problema, perché si bloccano gli investimenti privati (un’azienda non investe soldi per produrre di più se non c’è abbastanza domanda, e quindi prospettive di prezzi in crescita controllabile).
A questo problema ha fatto fronte il quantitative easing della Bce, che "ha ridotto la pressione su quei Paesi, come il nostro, che più di altri avevano bisogno di recuperare terreno sul piano della competitività, della stabilità e della convergenza". In altri termini, con i pressi bassi e i tassi di interesse a zero, l’Italia e altri paesi con un debito pubblico molto alto (come la Francia) hanno potuto per qualche anno pagare meno interessi sul debito.
Nelle intenzioni di Mario Draghi e di tutta l’Unione Europea questa disponibilità di denaro avrebbe dovuto per un verso aiutare l’inflazione a risalire verso il livello considerato fisiologico (intorno al 2%), per un altro aiutare quegli stessi stati a correggere il livello del proprio debito pubblico. In realtà non c’è riuscito nessuno, non solo l’Italia, perché – soprattutto a causa dei tagli alla spesa pubblica imposti dall’Unione Europea per ridurre quel debito – è venuta completamente a mancare la crescita economica. Quindi l’ammontare del debito, nonostante le risorse supplementari ricavate dalle privatizzazioni di società pubbliche, è rimasto grosso modo lo stesso, se non addirittura aumentato.
Secondo l’ottusa logica ordoliberista, comunque, "questa opportunità non è stata colta". E nonostante lo stesso Vegas la indichi, non riesce a spiegare perché negli ultimi vent'anni il "sistema produttivo italiano ha subito un'erosione di competitività nell'ordine del 30% rispetto alla Germania", divario che è all'origine del "differenziale di rendimento" tra i titoli di Stato dell'Eurozona.
Non c’è infatti soltanto il peso negativo dell’euro ("La moneta unica – ha aggiunto Vegas – ha creato un ecosistema in cui la competitività può essere difesa e incrementata solo attraverso le leve dell'istruzione, dell'innovazione e delle riforma del quadro macroeconomico"), ma anche la ristrutturazione delle filiere europee del valore a vantaggio delle hoding tedesche, in un processo di depauperamento continuo delle capacità industriali di quesi tutti gli altri paesi Ue.
Ora i pericoli che si addensano all’orizzonte sono enormi e numerosi. A cominciare naturalmente dall’avvicinarsi del momento in cui i tassi di interesse riprenderanno a salire (ora sono a zero, ripetiamo), e dunque aumenterà contemporaneamente sia il livello di spesa pubblica annuale per pagare gli interessi sul debito, sia le difficoltà delle imprese di finanziare le proprie attività. Per le banche, naturalmente, questo significherà un aumento delle “sofferenze” (crediti non restituiti), che già oggi costituiscono un problema irrisolto, visto che il meccanismo del bail in (deciso dalla Ue, addebitando i costi dei salvataggi bancari ad azionisti, obbligazionisti e correntisti al di sopra dei 100mila euro) ha aggravato l’incertezza sulla stabilità del sistema creditizio, invece di contribuire a risanarlo.
Non bastasse questo, c’è anche cosiddetta la sfida Fintech, "ovvero digitalizzazione e disintermediazione dell'industria finanziaria", con la prevedibile esplosione di attività finanziarie opache, irresponsabili (più di ora? sì), rapinatorie e difficile persino da indagare grazie ai meandri teoricamente infiniti creati dalle tecnologie informatiche. Tanto che Vegas non si è negato la battuta ad effetto: "Le stesse autorità di controllo dovranno adattare al nuovo contesto strutture e metodi di lavoro", perché "nella Consob di domani ci sarà bisogno di più ingegneri e meno avvocati".
E’ finita qui, almeno? Ovvio che no. Il risultato delle elezioni francesi assicura – a meno di sorprese rilevanti nelle legislative del prossimo giugno, che decideranno se Macron avrà oppure no una maggioranza stabile – un rafforzamento dell’”asse franco-tedesco”, che dovrebbe logicamente tradursi in una riforma dall’alto della stessa Unione Europea. Una riscrittura delle regole in senso ancora più vincolante, dunque più punitivo dei paesi con più problemi. Il che disegna un quadro in cui, chiunque vinca le elezioni italiane (a settembre o febbraio prossimi) si troverà senza una sponda per contrattare margini supplementari di “flessibilità”.
Non stiamo svelando un segreto. Chi governa in questo momento lo sa benissimo. Se volete trovare una ragione strutturale alla base dei due “decreti Minniti” (su “decoro urbano” e immigrazione) bisogna guardare a questi processi, che implicheranno “manovre” sanguinosissime, tagli mai visti a welfare e dipendenti pubblici, compressione dei salari al di sotto dei livelli di sopravvivenza e, per la prima volta, riduzioni significative degli assegni pensionistici in essere. Come avvenuto in Grecia, per chi volesse un precedente.
E quando uno Stato non ha più margini materiali di “mediazione politica e sociale” – che significa spesa pubblica per welfare, ammortizzatori, redistribuzione, ecc – l’unica soluzione che può immaginare è la militarizzazione del normale conflitto sociale.

martedì 9 maggio 2017

La derIVA di Padoan

C’è un’idea fissa di cui Pier Carlo Padoan non si riesce a liberare. Da anni una vocina sussurra nell’orecchio del ministro dell’Economia lo stesso ritornello: “Devi alzare l’Iva”. Il numero uno del Tesoro cerca di resistere, ma poi, ciclicamente, le sue difese crollano e quell’idea torna a circolare. Nei suoi conti di tecnico, chissà per quale modello o proiezione, questa prospettiva un senso ce l’ha. Il problema è che, da ministro, Padoan dovrebbe anche preoccuparsi delle ragioni della politica.
E la politica non va tanto per il sottile: al di là di tutti i calcoli fiscali o economici possibili, alzare la tassa più odiata e più evasa d’Italia a pochi mesi dalle elezioni sarebbe come impugnare la katana del samurai e prodursi nel più clamoroso degli harakiri. È una considerazione elementare, ma il buon Pier Carlo non riesce a farsene una ragione.
E così, poco prima del Def, ecco che quell’idea rispunta. In un’improvvida intervista al Messaggero, il ministro torna a parlare dell’ipotesi di alzare l’imposta sul valore aggiunto per ridurre il peso delle tasse sulle buste paga. "Lo scambio tra Iva e cuneo fiscale suggerito dall'Ocse – spiega Padoan – è una forma di svalutazione interna che va a beneficio delle imprese esportatrici, che sono anche le più competitive". Peccato che in Italia ci sia anche qualche milione di consumatori: persone che ogni giorno fanno la spesa e che, prima o poi, torneranno a votare.
Di questo si rende conto benissimo Matteo Renzi, che da anni, in modo speculare rispetto a Padoan, ha una crisi di nervi ogni volta che a qualcuno viene in mente di parlare di Iva. Infatti anche stavolta il premier-ombra/segretario-Pd-in-pectore (locuzioni roboanti per non rilevare che, al momento, si tratta di un privato cittadino senza incarichi ufficiali) dopo aver letto le parole del ministro scatena subito la contraerea.
Prima lascia che a sparare il colpo d’apertura sia il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, con un tweet: “L’aumento Iva non è nel programma del Pd né può essere nelle intenzioni del governo”. Poi l’ex capo del governo scende in prima persona sul campo di battaglia per impallinare l’uomo che lui stesso, controvoglia, ha portato alla guida del Tesoro: “L’Iva non si tocca e non si toccherà – dice Renzi dal salottino di Matrix – Secondo Padoan e altri professori porterebbe benefici. Non sono d’accordo. C’è una crescita più alta del previsto e spazio per ulteriori iniziative. Dobbiamo fare come in questi anni: andare in Europa a gomiti larghi”.
A quel punto il duello da far west sembra inevitabile. Invece no. Padoan abbassa lo sguardo e batte in ritirata. In audizione davanti alle Commissioni bilancio di Camera e Senato per parlare di Def, il ministro rassicura i parlamentari Pd: “Il governo non intende aumentare l’Iva nel 2018: il rialzo sarà sostituito con altre misure”.
Qui serve una precisazione. L’aumento delle aliquote Iva non è un’idea estemporanea, ma una spada di Damocle che pende su ogni manovra finanziaria. Si tratta di una clausola di salvaguardia, ovvero di una misura che scatta automaticamente a meno che il governo non trovi le risorse per disinnescarla. E costa molto: nella manovra varata lo scorso dicembre sono stati stanziati 15,1 miliardi a questo scopo, cioè più della metà dell’intera legge di bilancio, che in tutto valeva 26,5 miliardi. Nel 2018 il conto sarà ancora più salato: serviranno 19 miliardi e mezzo, altrimenti le aliquote Iva saliranno dal 10% al 13% e dal 22% al 25%.
Da dove tireremo fuori, stavolta, questa montagna di soldi? “Non sono in grado di dirlo… Non se ne è ancora parlato”, ammette Padoan. Forse sogna di lasciare che l’Iva salga proprio perché le alternative sono difficili da trovare nelle pieghe del bilancio pubblico e c’è il rischio che la medicina si riveli peggiore della malattia. Ma tant’è: ci sono le elezioni e l’Iva non può salire. Questa è una certezza.
Il vero mistero è per quale ragione Padoan continui a tirare fuori la questione, visto che poi gli manca sempre il coraggio di sostenere lo scontro con Renzi. Del resto, parlare di aumento dell’Iva rovina la reputazione un po’ a tutti, perché smentisce il dogma governativo secondo cui le grandi riforme renziane sono state un successone. Non lo sono state: abbiamo speso una fortuna in mance e mancette che non hanno riattivato la crescita, né riacceso i consumi, né abbattuto la disoccupazione, né rilanciato gli investimenti. Siamo sempre allo stesso punto, sempre qui a cercare disperatamente di far quadrare i conti, ad avvelenarci sui decimali con Bruxelles per poi alzare le accise su sigarette e benzina, senza nemmeno la speranza di mettere in campo una manovra economica che segni un punto di svolta per il Paese. E nella testa quella vocina che ripete: “Prima o poi l’Iva salirà”.

lunedì 8 maggio 2017

Legittima difesa. Il Pd travolto dalle critiche

È peggio che un semplice disastro. La legge sulla legittima difesa affonda sommersa non solo dalle critiche ma anche dal ridicolo. La campagna securitaria decisa da Renzi con l’obiettivo di rubare voti alla destra si è risolta in una sgangherata rotta.
I magistrati aprono il fuoco. «Intervento che non serviva e anche un po’ confuso», attacca il presidente dell’Anm Eugenio Albamonte. Non si ferma qui e affonda la lama nella carne viva: non bisognerebbe «assecondare gli umori» popolari, «meglio desistere dal mettere mano a questa normativa». Nella pattumiera.
Grasso, presidente di quel Senato che Renzi voleva abolire e al quale ora si raccomanda per modificare la legge, si gode la rivincita: «Meno male che c’è il Senato». Le opposizioni si divertono, non lesinano in sarcasmo. «Se questa legge passa raccoglieremo le firme per abrogarla col referendum», si allarga Salvini.
La legge, oltretutto, ha ottime probabilità di non uscire viva dall’aula del Senato. Renzi si è impegnato a modificarla, cioè a peggiorarla, nella speranza di raccattare i voti di Fi ma Berlusconi non ha intenzione di fargli il favore sacrificando la ritrovata intesa col Carroccio. Neppure gli scissionisti dell’Mdp cambiano idea e in queste condizioni una maggioranza al Senato non c’è.
Non sarà neppure facile cavarsi d’impiccio ricorrendo all’eterna arma del cassetto. La legge arriverà in commissione tra due settimane e per il Pd la cosa migliore sarebbe seppellirla lì. Più facile a dirsi che a farsi. All’origine si tratta infatti di una delle proposte di legge in quota opposizione. E’ una legge della Lega e se il Carroccio insiste per portarla in aula non c’è alternativa.
Ma il peggio è la rete. La vecchia sigla del programma cult di Renzo Arbore, Ma la notte no, impazza, vive una seconda giovinezza. Le battutacce si contano a centinaia. Inutilmente il relatore Ermini, fedelissimo del capo e reduce da una lavata di testa che lèvati, prova a correggere: «Toglieremo la parola Notte». Non ce ne sarebbe bisogno per la verità, «ma se serve a correggere un’opinione completamente stravolta…». Inutile. La slavina è irrefrenabile, il coro sull’assurda legge che permette di sparare ai malfattori ma solo di notte prosegue. Il povero Ermini in realtà ha ragione. La legge è pessima ma la distinzione tra notte e giorno è frutto solo di un pasticcio mediatico di un testo confuso, che però il gran capo conosceva bene.
Renzi aveva fiutato l’aria malsana già giovedì sera, navigando in rete e traendo le conclusioni dal diluvio di critiche e ironie pesanti che già s’abbatteva sulla legge. In questi casi il suo schema è fisso: addossare la colpa agli altri. Si attacca al telefono, strapazza Ermini: «E’ scritta così male che si comunica male da sé. Bisogna rimediare, cambiarla, sparigliare». Poi ordina al suo portavoce, l’onorevole Anzaldi, di chiamare quattro giornalisti fidati per spiegare che il capo è fuori di di sé: «Così non si può andare avanti. Manca una regia. Su questa strada andiamo a sbattere». Trattandosi di una proposta di legge nata in Parlamento e fatta propria dal partito di cui Renzi è segretario, con un suo uomo come relatore, non si capisce bene chi, se non Renzi stesso, avrebbe dovuto occuparsi della regia. Particolari. L’importante è scaricare ogni responsabilità su qualcun altro, meglio se sul governo. Al resto penseranno i media.
Quando per la legge arriverà il momento della verità, Renzi è già pronto a sfruttare come d’abitudine la situazione a proprio vantaggio, insistendo sull’impossibilità di andare avanti a fronte di un Senato dove le divisioni interne alla maggioranza non permettono più di procedere. Tanto più che, subito dopo la legittima difesa, arriveranno a palazzo Madama altri due provvedimenti modello Mission Impossible, la legge sul testamento biologico e quella sulla cittadinanza e lo ius soli.
Lo sgambetto del capo è stato preso malissimo dal governo, anche se tutti cercano di non rendere palese l’irritazione. La ministra per i rapporti col parlamento, Finocchiaro, incaricata di cercare una difficilissima mediazione sia con Fi che con i centristi della maggioranza, decisi a rendere il testo più severo di quanto non intendesse Ermini, si è ritrovata sul banco degli imputati e mastica amaro. Il ministro Orlando, che al provvedimento leghista era contrario dall’inizio, vede ancora più rosso, tanto che i suoi sbottano: «Siamo alla presa in giro. L’intervento di Renzi è insopportabile». Ma anche tra i capibastone della maggioranza Pd, Franceschini e Martina, l’umore è cupo. Si erano illusi che dopo la batosta del 4 dicembre Renzi fosse cambiato. In meno di una settimana si sono resi conto che non è così. Matteo Renzi è sempre lo stesso.

venerdì 5 maggio 2017

Soros pronto a investire in Italia

Uno degli uomini più ricchi al mondo, il 29esimo secondo Forbes, con un patrimonio stimato di 25,2 miliardi di dollari potrebbe investire in Italia. Si tratta di George Soros, finanziere ungherese che nonostante i suoi 87 anni è ancora uno degli imprenditori più attivi su scala globale.
A parlare di un interesse crescente di Soros per il mercato italiano è Milano Finanza secondo cui il miliardario avrebbe chiesto al suo staff – in particolare a Shanin Vallée, senior economist per il Soros Fund – uno studio approfondito sul nostro paese, dal punto di vista finanziario, economico e industriale ma anche politico con lo scopo ultimo di valutare eventuali investimenti, diretti o indiretti, a medio-lungo termine, sul mercato locale.
Ma perché tutto questo interesse per l’Italia? Il quotidiano economico elenca vari fattori che hanno accresciuto l’interesse di Soros per il nostro paese. Il primo è di natura politica considerando l’instabilità degli ultimi anni e l’ipotesi di una tornata elettorale nel prossimo autunno. Poi si devono considerare anche le condizioni economiche in cui versa il paese e i sui rapporti con l’Unione europea. Infine, non da ultimo può essere fonte di interesse anche il tema dei crediti deteriorati, il cui ammontare è tra i più alti della zona euro e fa gola a numerosi fondi speculativi.
“Non per nulla, Soros è anche ricordato come lo speculatore che il 16 settembre del 1992 costrinse la Banca d’Inghilterra a svalutare la sterlina, guadagnando in un sol colpo 1,1 miliardi di dollari”.
Quali sarebbero gli investimenti su cui punta? Per ora non è dato saperlo ma il quotidiano lancia un’idea.
“Soros del resto non solo opera a titolo personale o con la propria struttura, ma è fondatore di Quantum Group of funds e, soprattutto, advisor di Blackrock, uno dei colossi dell’investimento made in Usa, particolarmente esposto sull’Italia, avendo partecipazioni per quasi 2 miliardi nel sistema bancario, ma anche nelle società quotate sul listino principale, a partire da Eni, Enel, Generali , Telecom Italia , Mediaset e così via”.

giovedì 4 maggio 2017

L’AMERICA AFFONDA NEL DEBITO PRIVATO

Crescono i timori sul debito privato statunitense, tuttora in ascesa soprattutto sul fronte retail. Lo segnala Business Insider. Nel solo comparto revolving, nota il portale, i consumatori americani devono fronteggiare un debito complessivo da 1 trilione di dollari originato prevalentemente dalle carte di credito. Ma a preoccupare sono anche i debiti “studenteschi”, ovvero l’ammontare dei prestiti contratti per finanziare gli studi universitari. L’ultimo dato disponibile parla di una pendenza complessiva da 1,4 trilioni.

Particolarmente significativo il peso dei finanziamenti per l’acquisto di automobili, che viaggiano tuttora a 1.100 miliardi. Parte di questi, nota in particolare Business Insider, sono classificati come subprime (prestiti rischiosi) e sono stati cartolarizzati in asset-backed Securities di dubbia qualità. Nell’ultimo trimestre dello scorso anno, notava nelle scorse settimane Fitch, le insolvenze sulle rate per l’acquisto delle auto interessavano ormai il 5% dei prestiti subprime, il livello più alto dal 2008 ovvero dallo scoppio della crisi.

Di recente, ricorda ancora Business Insider, uno studio del provider finanziario Northwestern Mutual ha rivelato che il 45% degli americani è costretto ogni mese a spendere fino alla metà del reddito per saldare le rate periodiche dei propri debiti. Anche escludendo i mutui immobiliari, ovvero la voce più pesante in assoluto, l’americano medio deve fare i conti con un debito di 37 mila dollari pro capite: nel 47% dei casi l’indebitamento vale almeno 25 mila dollari; per un americano su dieci si sale addirittura oltre quota 100 mila dollari.

mercoledì 3 maggio 2017

Per aiutare la famiglia l’Italia spende solo l’1,5% del Pil

A quanto ammonta, in Italia, la spesa pubblica destinata alla protezione sociale di famiglie e bambini?
Stiamo parlando di quella parte di spesa pubblica destinata a favore di famiglie con figli a carico, indennità o sovvenzioni per maternità, nascita di figli o congedi per motivi di famiglia, assegni familiari, sovvenzioni per famiglie con un solo genitore o figli disabili, sistemazione e vitto fornito a bambini e famiglie su base permanente (orfanotrofi, famiglie adottive, ecc.), beni e servizi forniti a domicilio a bambini o a coloro che se ne prendono cura, servizi e beni di vario genere forniti a famiglie, giovani o bambini (centri ricreativi e di villeggiatura).
Il nostro Paese per il sostegno alla famiglia spende solo l’1,5% del Pil. Una cifra inferiore all’1,7% del Pil che i paesi dell’Unione a 28 e dell’area Euro spendono in media a favore dei nuclei con figli a carico. L’Italia si piazza in 17° posizione sulle trenta nazioni prese in considerazione da Eurostat. Tra i grandi Paesi europei, peggio di noi fanno Portogallo e Olanda (1,1%), Grecia e Spagna (0,6%). È quanto emerge da un’indagine del Centro studi ImpresaLavoro su elaborazione degli ultimi dati Eurostat (2015).
In Italia non si fanno figli perché lo Stato abbandona le famiglie. Non le assiste, non le supporta.
Tra i Paesi più virtuosi che hanno a cuore il problema troviamo la Danimarca, con il 4,6% del Pil. Il Lussemburgo, con il 4,1%. La Norvegia, con il 3,5%. La Finlandia, con il 3,2% e la Francia con il 2,5%. La Germania si posiziona appena sopra il nostro Paese, con l’1,6% del Pil.
Il Centro studi ha poi quantificato quanto spende pro capite, e in termini assoluti, lo Stato italiano per il sostegno alla famiglia.
Secondo le elaborazioni la spesa italiana destinata alle famiglie e ai bambini è pari a 413,99 euro a cittadino, una cifra che pone il nostro Paese al 15esimo posto della classifica. Nonostante ciò il valore registrato in Italia è più vicino a quello dell’ultimo paese in classifica, vale a dire la Lettonia, con 80,81 euro pro-capite, che alla spesa pro capite del Paese europeo più virtuoso, ovvero il Lussemburgo, con ben 3.726,39 euro.

martedì 2 maggio 2017

Aumentano poveri e precari, il Jobs Act è stato un disastro: ecco perché

Numeri raccapriccianti ci consegna il dossier di Uninpresa. Più disoccupazione e più lavoratori precari. Ora sono oltre 9,3 milioni gli italiani non ce la fanno e sono a rischio povertà. Dunque è sempre più estesa l’area di disagio sociale che non accenna a restringersi. Dal 2015 al 2016 altre 105mila persone sono entrate nel bacino dei deboli in Italia: complessivamente, adesso, si tratta di 9 milioni e 347 mila soggetti in difficoltà. Smascherata senza alibi l’incapacità del governo Renzi e del ministro Padoan che hanno “toppato” clamorosamente la politica economica. Gli “zero virgola” in più spacciati come ripresa sono uno squallido tentativo di abbindolare gli italiani meno attrezzati a leggere i numeri disastrosi delle performance economiche e di tranquillizzare i garantiti, quelli che non temono crisi, né ora né in futuro. Lo avevamo ampiamente previsto, ma i numeri sono peggiori di come li avremmo immaginati.
Il Jobs Act ha peggiorato le cose
Crescono in particolare gli occupati-precari: in un anno, dunque, è aumentato il lavoro non stabile per 28mila soggetti che vanno ad allargare la fascia di italiani a rischio. A delineare il quadro è Centro studi di Unimpresa
sottolineando che ai “semplici” disoccupati vanno aggiunte ampie fasce di lavoratori, ma con condizioni precarie o economicamente deboli che estendono la platea degli italiani in crisi. Il deterioramento del mercato del lavoro non ha come conseguenza la sola espulsione degli occupati ma anche la mancata stabilizzazione dei lavoratori precari e il crescere dei contratti atipici. Una situazione di fatto aggravata dalle agevolazioni offerte dal Jobs Act che hanno visto favorire forme di lavoro non stabili. Di qui l’estendersi del bacino dei “deboli”. Il dato sui 9,34 milioni di persone è relativo al quarto trimestre del 2016 e complessivamente risulta in aumento dell’1,14% rispetto al quarto trimestre del 2015, quando l’asticella si era fermata a 9,24 milioni di unità: in un anno quindi 105mila persone sono entrate nell’area di disagio sociale.
Unimpresa: “I numeri non mentono”
Una crescita dell’area di difficoltà che rappresenta un’ulteriore spia della grave situazione in cui versa l’economia italiana, nonostante alcuni segnali di miglioramento. “Non sono bastati gli interventi dei governi che si sono passati il testimone in questi anni a ridare slancio al mercato del lavoro. Facciamo i conti, e i numeri non mentono, con una situazione drammatica che è destinata a peggiorare”, commenta il vicepresidente di Unimpresa, Maria Concetta Cammarata. “Finita la droga degli incentivi contributi, le imprese sono rimaste senza aiuti, vanno aiutate di più ora non sono adeguatamente supportate”. Un disastro annunciato e compiuto che rischia di inguaiarci ancora per molto.