mercoledì 31 marzo 2021

Il sapore amaro del “gusto del futuro

 

No, non siamo in guerra contro il Covid, come dice il nuovo capo della Protezione civile, forse affascinato dalla divisa del generale Figliuolo. Si sarebbe sperato fosse stato molto più preoccupato del disastro della campagna vaccinale, una vera propria disfatta, di quelle che la storia bellica e patriottarda ci ha abituato a mistificare.

Infatti, quello della chiamata alle armi contro il virus è un arnese retorico vecchio e arrugginito, che poco serve ormai per mascherare l’inefficienza di un sistema sanitario fatto a pezzi dai tagli alla spesa pubblica, dal massacro dei diritti del lavoro di medici e operatori sanitari, compreso l’esproprio del diritto alla Salute dei cittadini per regalarlo ai privati.

Ormai il trucco che serviva a far passare per “martirio” la strage dei malati, per “eroismo” il lavoro massacrante degli operatori sanitari pubblici, – al solo scopo ignobile di assolvere preventivamente le responsabilità politiche di chi ha per decenni sistematicamente sbriciolato lo Stato sociale – si è scoperto: i presidenti delle regioni, la cui famigerata riforma del Titolo V ha affidato la gestione della Sanità, meriterebbero un posto in prima fila sul banco degli imputati, e non degli impuniti, dietro cui cercano di nascondersi, facendosi scudo di chiacchiere, di polemiche, di cialtronate.

Non che non ci siano i nemici. Che altri non sono che quelli che hanno corroso, fino quasi a sbriciolarli, i pilastri del welfare: il Covid, come uno tsunami, ha semplicemente preso in pieno quel restava ancora in piedi della Sanità, dell’Istruzione, della Previdenza sociale.

Dunque, non è la guerra contro il Covid, che anzi sta facendo fare affari d’oro ai Big Pharma, ai colossi del web e dell’e-commerce, e alle banche che gestiranno gli “aiuti” previsti dal Next generation Ue.

È invece la lotta di classe al contrario – provocata con pervicacia dal neoliberismo – che, diventata una vera e propria guerra sociale, ha infierito sul corpo sociale, già indebolito dall’ultima drammatica crisi economica, provocando strage di medici, paramedici e malati, nuova disoccupazione, soprattutto femminile, e maggiore immiserimento generalizzato.

Tanto che la politica ha reso la democrazia ombra di sé stessa, che la debolezza progettuale si pavoneggia come forza, che la cupidigia del consenso è il mero disinteresse della vita delle persone, che la fellonia dei governi viene innalzata come la virtù più alta.

Stiamo convivendo con la barbarie. Le cosiddette transizioni sono state definite, dal capo del governo provvisorio, “il gusto del futuro”.

Il futuro per chi?

La transizione energetica e quella digitale, la cosiddetta green economy e la sostenibilità – vocabolo che, per altro, ormai è entrato nel gergo della comunicazione commerciale, dunque è stato retrocesso al rango di puro aggettivo pubblicitario – sono destinate a diventare, ancora un volta, tappe forzate di quella “distruzione creativa” con cui il capitalismo sa rigenerare sé stesso. Ovviamente, coi soldi pubblici per nuovi e più gustosi profitti privati.

Il Nex generation Eu è un piano finanziato con i soldi delle tasse dei cittadini europei. Che in Italia vuol dire che chi paga le tasse finanzierà le attività economiche – al netto della cronica evasione fiscale – di chi le paga poco, come le multinazionali “atlantiche’, e anche, per esempio, come le aziende italiane che hanno spostato le sedi fiscali dove fa loro più comodo, ma che saranno comunque destinatarie dei finanziamenti e dei benefici fiscali.

È il massimo della vita: pago (poco), pretendo (tutto).

Insomma, se fosse vero che quella al Covid è una guerra, per politici ciarlatani e imprenditori ingordi varrebbe il detto “finché c’è guerra c’è speranza” – come titolava un famoso film italiano.

Ecco che sapore ha il “gusto del futuro”.

venerdì 26 marzo 2021

Biden dice: “Prima gli americani”, e gli stolidi europei applaudono

 

Non c’è stato bisogno di leggere tra le righe. Biden intervenendo al Consiglio Europeo lo ha detto molto chiaramente. Prima vaccino gli americani, poi con il surplus di vaccini possono mandarvene un po’ in Europa. Insomma una fotografia della situazione che già conosciamo e senza alcuna concessione agli “alleati”.

Lo stesso Corriere della Sera è costretto ad ammettere che “finora l’amministrazione Biden ha seguito alla lettera il piano elaborato a gennaio: prima immunizziamo i nostri cittadini, poi doneremo il surplus agli altri”.

Quindi gli “alleati europei” dovranno cavarsela da soli con le multinazionali statunitensi del Big Pharma che aprono e chiudono a loro piacimento i rubinetti delle forniture vaccinali, mentre in Europa continua il tiro al piccione su AstraZeneca e ci si rifiuta di ricorrere ai vaccini già disponibili come lo Sputnik o quelli cinesi e cubani.

Per accelerare i tempi si potrebbero socializzare i brevetti, almeno di quelli finanziati con i soldi pubblici. Il governo Usa potrebbe far leva su Moderna, Johnson & Johnson e altre aziende, visto che ha finanziato interamente o quasi la sperimentazione dei vaccini. Ma questa rimane ancora una ipotesi del tutto teorica.

In compenso Biden ha riaperto i bandi di arruolamento per gli Stati europei nella “Guerra Ibrida” contro la Cina e la Russia. Nel Consiglio europeo Biden ha detto che “Usa e Ue devono essere uniti nella difesa dei valori condivisi per fronteggiare i regimi autoritari, su temi come i diritti umani e la cyber sicurezza”.

E i governanti e i giornalisti europei cosa hanno fatto? Hanno anche battuto le mani. Il ben addentrato giornale “Politico”, scrive che “Il presidente degli Stati Uniti Joe Biden si è unito alla riunione dei leader dell’UE su invito del presidente del Consiglio Charles Michel e, almeno dagli screenshot che sono stati resi pubblici, c’erano un sacco di veri sorrisi attorno al tavolo della conferenza virtuale”.

Unica reazione degna di nota è stata quella di Angela Merkel la quale ha sottolineato che “Con gli Usa abbiamo valori di base comuni, questo è indiscutibile”, ma in Europa abbiamo anche i nostri interessi”. Il riferimento è alla costruzione del gasdotto Nordstream 2, osteggiato dagli Usa proprio per sabotare le relazioni energetiche tra Germania e Russia.

Per il resto assistiamo ancora a reazioni al discorso di Biden a cavallo tra la stupidità e il servilismo, un atteggiamento che impone di “girare il volto altrove” ogni volta che uno di essi ti compare davanti

venerdì 26 febbraio 2021

E nemmeno la divulgazione scientifica si salvò dalla geopolitica

 

Martedì sera ho assistito ad un pezzo del talk che va in onda su La7, #dimartedì. Ad un certo punto, sotto la conduzione del solito Floris, si fronteggiavano sul tema emergenza Covid la biologa e divulgatice Barbara Gavallotti, la nostra compagna di PaP, Marta Collot ed un tale che dicono faccia il direttore del Corriere dello Sport, che ne sparava una più grossa dell’altra.

Marta, ad un certo punto della discussione, ha fatto notare che, nonostante 60 anni di embargo (#Bloqueo = blocco economico imposto dagli USA), Cuba è riuscita a produrre un suo vaccino, mentre noi rincorriamo e subiamo lo strapotere ed il ricatto delle multinazionali, come dimostra anche l’ultima decisione di Astra Zeneca di dimezzare le dosi di vaccino destinate per contratto all’Italia e che, sicuramente, finiranno al mercato nero parallelo.

Marta ha, poi, concluso il suo breve ragionamento affermando che l’unica soluzione a questa impasse che rischia di allungare di anni il piano di vaccinazione, è pubblicizzare (violandoli) i brevetti e riconvertire la produzione nelle fabbriche farmaceutiche adatte  allo scopo, ed ha citato, come esempio, la piccola Cuba che è riuscita a produrre il suo vaccino Soberana, pubblico e gratuito.

A quel punto Marta è stata contraddetta da Barbara Gallavotti che ha affermato “il vaccino cubano Soberana02 è ancora in Fase 1. Il vaccino cubano è solo una speranza di vaccino“.

Qui in Italia non abbiamo neanche la speranza, verrebbe di dire. Ma comunque quell’affermazione è falsa, non è così.

Nonostante le durissime restrizioni economiche causate dall’embargo statunitense, che incidono pesantemente proprio sulle forniture mediche e cliniche, scrivono Ed Augustin e Natalie Kitroeff sul NewYorkTimes (organo ufficiale del partito comunista cubano?), Cuba entrerà, fra pochissimi giorni, nella fase tre della sperimentazione di uno dei quattro vaccini contro il covid-19 attualmente allo studio sull’isola.

Ma prima ancora del NYT, ci aveva pensato Fabrizio Chiodo, immunologo italiano che dal 2014 collabora con l’istituto di vaccini Finlay de L’Havana, dove è anche professore alla Facoltà di Chimica, a farci il punto sugli ottimi risultati raggiunti dall’equipe cubana di cui fa parte.

Il compagno e professore Fabrizio Chiodo, tornato da qualche settimana in Italia, ci ha anche illustrato i motivi che hanno portato l’isola sotto embargo ad avere solo 140 morti su 11 milioni e mezzo di abitanti da inizio pandemia: “a Cuba c’è un sistema medico totalmente pubblico e di qualità, c’è un arsenale biotecnologico di altissimo livello e c’è il più alto numero di medici di famiglia per cittadino.”

Per questo, conclude l’immunologo italiano espert e, prima ancora, la carriera, of course.
E intanto, qui, da noi, siamo già alla terza ondata ed a quasi 100.000 morti, perché il Covid (come gli altri virus) – si sa – se ne frega bellamente della geopolitica e dei vecchi totem novecenteschi, tipo, “l’atlantismo”.o di tecnologie farmaceutiche, “c’è grande fiducia nella scienza e non c’è bisogno di nessun obbligo vaccinale“.

Ero un ammiratore di Barbara Gallavotti ed indubbiamente a lei sono debitore di tantissimi chiarimenti riguardo innumerevoli aspetti della pandemia di covid. Non mi aspettavo che cadesse su una questione così delicata e complessa come quella delle speculazioni e dei brevetti dei vaccini, proprio mentre il nostro paese sta per toccare la tragica cifra di 100.000 morti.

Certo, non aveva mai speso nemmeno una parola per il vaccino russo Sputnik che ha concluso con esito brillante (91,6% di efficacia) la fase 3 della sperimentazione già da alcune settimane ed i cui risultati sono stati pubblicati su The Lancet, prestigiosa rivista scientifica britannica secondo cui, quel vaccino è ‘peer reviewed‘, ovvero, validato da esperti scientifici esterni.

E che importa se l’Agenzia europea per i medicinal e, prima ancora, la carriera, of course.
E intanto, qui, da noi, siamo già alla terza ondata ed a quasi 100.000 morti, perché il Covid (come gli altri virus) – si sa – se ne frega bellamente della geopolitica e dei vecchi totem novecenteschi, tipo, “l’atlantismo”.i (Ema) ha fatto sapere di non aver ancora ricevuto alcuna domanda di autorizzazione per il vaccino russo Sputnik V, “nonostante ci siano articoli che affermano l’opposto”.

Certo i russi sono orgogliosetti, ma in quanto a permalosità pure l’EMA non scherza proprio. Non dovrebbero venir prima la vita e la salute di noi tutti, piuttosto che le scaramucce ed i dispetti tra russi e UE?

E nemmeno una parola, la simpaticissima e bravissima Barbara Gallavotti, ha mai speso sul fatto che mentre a Cuba – come del resto in Cina e Vietnam – i decessi da Covid si contano sulle dita di una mano, mentre nella “più grande democrazia del mondo”, gli Stati Uniti, i morti di Covid sono più di mezzo milione.

Ma cosa contano tutti quei morti davanti agli interessi supremi del “libero mercato” e della “concorrenza”?

Paga o muori: è questo l’imperativo, sacro e irrevocabile, su cui si regge tutto il cucuzzaro che consente ad una risibile minoranza di paperoni di continuare ad arricchirsi selvaggiamente su tutto proprio tutto, salute compresa. E cosa è meglio di una pandemia come quella da Covid19 per spostare ogni attività speculativa su ciò di cui l’umanità ha ora più bisogno, ovvero, gli irrinunciabili vaccini?

D’altronde, atlantismo, europeismo ed una spruzzata di “ambientalismo” sono i cardini del “governo di salute pubblica” del restauratore Draghi (dopo gli sbandamenti a corrente alternata in politica estera, a volte pro-Cina e a volte pro-Russia) e chissà che alla brava Barbara Gallavotti non arrivi una bella chiamata per un bel posto prestigio. Hai visto mai…

Che se poi ti sbilanci, non ti chiamano più a Quark e nemmeno a La7. Oddio…

Prima la scienza? Ma nooo, prima la “geopolitica”. E.e, prima ancora, la carriera, of course.

E intanto, qui, da noi, siamo già alla terza ondata ed a quasi 100.000 morti, perché il Covid (come gli altri virus) – si sa – se ne frega bellamente della geopolitica e dei vecchi totem novecenteschi, tipo, “l’atlantismo”.

giovedì 25 febbraio 2021

Ingiunzione ai big del delivery. I rider devono essere regolarizzati

 

Alle maggiori società di delivery come Just Eat, Glovo Foodinho,  Uber Eats e Deliveroo verranno recapitati i verbali con le sanzioni disposti dalla Procura della Repubblica di Milano che imporranno di trasformare i contratti dei rider da lavoratori autonomi a parasubordinati, cioè co.co.co, con contratto di lavoro coordinato e continuativo.

Ciò significa che almeno 60.000 rider dovranno essere assunti. Non più pagati a cottimo, – che tra l’altro e fino ad ora è vietato dalla legge – ma con un contratto fisso, con tanto di obbligo di visite mediche, formazione e fornitura di attrezzature adeguate.

Tra gli indagati ci sono i vertici delle società, tra amministratori delegati, presidenti dei consigli di amministrazione e delegati per la sicurezza e in tema di contratto di lavoro. Le multe sono state comminate per violazione della legge 81, che nei suoi vari articoli prevede obblighi di prevenzione dei rischi, obbligo di visite mediche e protezione individuale e di formazione specifica per le attività: le presunte violazioni hanno portato poi “alla contestazione di una serie di reati contravvenzionali per il totale di 733 milioni“, che possono essere estinti pagando fino ad un quarto della pena massima. Le aziende hanno novanta giorni per adeguarsi, e non incappare in un decreto ingiuntivo.

L’ indagine era partita dalla Procura di Milano e si è via via estesa al resto del paese dove ogni giorno vediamo per le strade migliaia di fattorini,

L’agenzia Agi riferisce che nelle disposizioni dei magistrati viene condannato anche il “meccanismo del ranking“: “Perché non è affatto vero che hanno libertà di decidere quando andare a lavorare, perché chi non può farlo, anche solo per un giorno magari per motivi di salute, viene penalizzato” dall’algoritmo” sostengono i magistrati.

“I rider sono cittadini che hanno bisogno di una tutela giuridica” – ha affermato il procuratore capo di Milano, Francesco Greco – “In questa situazione di Covid i rider hanno svolto una funzione essenziale sia per portare da mangiare alle persone, sia per permettere a molte imprese di sopravvivere, con le consegne“.

Ma il magistrato ha anche precisato che “Ci troviamo davanti ad un’organizzazione aziendale che funziona attraverso l’intelligenza artificiale. Non c’è più il caporalato che conoscevamo prima, con il capo-reparto che sorveglia i lavoratori, ma in questo caso è un programma a sorvegliarli. E questo è un problema che ha dei risvolti giuridici. I nuovi tipi di lavoro pongono poi “problemi di competenza territoriale e giurisdizione“.

Su Uber Eats, è stata aperta a Milano anche una indagine di tipo fiscale. Il fascicolo ha l’obiettivo di “verificare se ci sia una stabile organizzazione occulta” che nasconde al Fisco italiano gli introiti delle grandi società di delivery.

I magistrati proveranno a verificare “se si debbano riportare in Italia” le entrate ottenute “attraverso l’attività dei ciclo-fattorini“. Il capo dell’ufficio inquirente milanese ha spiegato che “i pagamenti” da parte dei clienti “sono effettuati online e non sappiamo dove vengono recepiti“.

Nei mesi scorsi sempre da Milano era partito il commissariamento per caporalato verso Uber Italy, la filiale italiana della multinazionale del delivery. Il tribunale aveva disposto l’amministrazione straordinaria, dopo aver scoperto delle ditte di intermediazione che pagavano i fattorini meno di 3 euro a consegna con la compiacenza di una dirigente di Uber. Il processo con rito abbreviato per la parte penale è ancora in corso.

martedì 23 febbraio 2021

Chi assorbirà il grande dissenso popolare al governo Draghi?

 

chi assorbirà il dissenso popolare, già ampio oggi malgrado la martellante pubblicità e che nei prossimi mesi crescerà (come accadde a Monti e tutti i sedicenti governi tecnici)?

Fateci caso: secondo il sondaggio ad avere fiducia in Draghi è il 65% degli italiani; ma alla Camera la fiducia gliel’ha data il 91% dei deputati (535 sì e 56 no).

In altre parole, su questa questione, piuttosto rilevante, più di un quarto dei cittadini (il 26%, ottenuto sottraendo al 35% di italiani antidraghisti il 9% di parlamentari che hanno votato no) non è rappresentato dai partiti che aveva votato.

Cosa farà questa gente fra due anni? I giornalisti e le celebrity già lavorano per indurla all’astensionismo rispolverando (non sanno fare altro) il logoro slogan del “tanto sono tutti uguali”; che nella fattispecie è anche vero, ma non dovrebbe impedire a chi è insoddisfatto di farlo sapere votando contro.

Magari Potere al Popolo, tanto per vedere l’effetto che fa, e la volta dopo, se non avesse funzionato, qualcos’altro, non importa cosa, purché sia davvero altro (non la solita lista civica che ricicla leghisti, piddini e berlusconiani). 

Naturalmente sarebbe meglio se invece nascesse una forza politica credibile e apertamente antiliberista, come un tempo pensavo fosse il M5S (e potrebbe tornare a essere), che però non ambisca al governo a qualsiasi prezzo e non si identifichi con l’intero paese pur avendo ottenuto al massimo il consenso di un terzo degli elettori (adesso ridotto a un sesto se pure).

No, il suo scopo dovrebbe essere dar voce agli scontenti aggregandoli gradualmente e organizzandoli in una forza di opposizione determinata e aggressiva, non succube e non affetta da complessi di inferiorità; traendo vantaggio dagli errori e dalle porcherie che immancabilmente Draghi e i suoi alleati ed eredi commetteranno, e facendosi trovare pronta quando la prossima catastrofica crisi colpirà, e allora cogliere l’occasione, senza scrupoli e senza incertezze, spazzando via questa élite marcia e i suoi servi in un colpo solo e in modo definitivo.

lunedì 22 febbraio 2021

La scommessa economica di Biden e le sfide della UE

 

La crisi del modo di produzione capitalistico è un fatto acclarato. Allo stesso tempo lo è la sempre più aspra competizione che genera tra i tre maggiori blocchi politico-economici: USA, UE e Cina.

Questa crisi è stata aggravata dalle conseguenze particolarmente rilevanti della Pandemia a causa dell’incapacità strutturale di affrontarla da parte di due sistemi sociali come quello statunitense e quello “europeo”.

Se la crisi è un tratto comune a tutti gli attori dell’attuale economia-mondo, differenti sono le risposte che si stanno attuando per superarla.

Va detto subito che la Cina sembra essere la potenza più attrezzata per superare le storture relative a quegli aspetti della propria economia, che aveva in parte mutuato dal modello di sviluppo del capitalismo occidentale.

USA e UE ricorrono invece a formule che sembrano destinate a generare maggiori mali di quelli che si vorrebbero curare, con ricette solo parzialmente di rottura.

Partiamo dalla semplice considerazione del fallimento empirico delle soluzioni proposte dopo la crisi innescata dai mutui “sub-prime”, poco meno di quindici anni fa o, come afferma l’autore dell’articolo che abbiamo qui tradotto:

“Nel decennio successivo a quella crisi, l’economia statunitense, insieme a quasi tutte le altre economie avanzate, non è riuscita a tornare sul percorso della produzione pre-crisi.”

La pandemia poi ha reso evidente che le oligarchie statunitensi ed europee non sono andate oltre alla logica del cane che si mangia la coda.

“Convivere con il virus” per non contrarre ulteriormente l’economia e stare al passo con gli altri competitor, oltre ad una strage di vite umane, non ha minimamente fermato la corsa verso l’abisso di sistemi economici già stressati ma ha senz’altro avviato un ciclo di ristrutturazione su amplissima scala, dai ritmi piuttosto scadenzati in un ampia gamma di settori.

Noi ci troviamo quindi dentro questo ciclo di ristrutturazione del capitale monopolistico per il rilancio dell’economia nella fase post-pandemica, in un passaggio di fase che comunque vada ri-configurerà la società nel suo complesso, compresa quella cosa chiamata politica.

Lo vediamo anche nel nostro ridotto nazionale, dove la crisi politica che ha portato alla fine del Conte-bis ha aperto la strada al commissariamento di fatto del nostro Paese da parte della UE con Draghi, che sarà prima capo dell’esecutivo e poi Presidente della Repubblica, ed tutto il ceto politico costretto ad un aut-aut secco: o mangi questa minestra, o salti dalla finestra.

La fine della transizione politica in USA ed il commissariamento del nostro Paese sono due fenomeni contemporanei ed in parte intrecciati.

Per focalizzarci sugli USA, che è l’oggetto dell’articolo qui tradotto, è necessario chiarire  subito che le formule adottate da Biden sono in netta continuità con le politiche fin qui perseguite attraverso indebitamento, immissione di liquidità ed un costo del denaro irrisorio.

Per essere realizzate, il dollaro dovrà essere in grado di conservare la sua rendita di posizione internazionale, scaricando i costi dello sperato rilancio economico USA – che ha importanti aspetti di sviluppo in settori strategici dell’economia – sul resto del mondo, mantenendo inalterata l’appetibilità dei propri mercati finanziari e dei propri differenti titoli pubblici.

Intanto ha proceduto ad una manovra di stimolo economico con dimensioni da New Deal che, se si sommano i provvedimenti presi dalla precedente amministrazione Trump e dell’entrante Biden, ammontano addirittura al 14% del PIL. La differenza sta appunto nell’ordine di grandezza.

Il dibattito economico è acceso, e l’unica paura dei pezzi da Novanta del pensiero economico sembra essere la possibile crescita dell’inflazione. Uno spauracchio per chi ha fin qui sostenuto la deflazione salariale senza se e senza ma e quindi il contenimento del potere d’acquisto delle classi subalterne, surrogato da un maggiore accesso al credito su cui si costruivano i castelli di carta dell’economia finanziaria.

L’Unione Europea sembra seguire a rimorchio, costretta a fare salti in avanti epocali per cercare di reggere la competizione, senza avere però né la rendita di posizione della valuta statunitense, né la sua potenza militare, né tanto meno i livelli di centralizzazione del potere politico. Dispone però comunque di alcuni punti di forza.

Deve adeguarsi ed in fretta ed impedire che le sue fragilità strutturali diventino il ventre molle in cui i competitor affondano i propri artigli.

Riprendiamo il discorso del Financial Times.

“Tra coloro che guardano con invidia oltre l’Atlantico ci sono gli europei, che temono che l’eurozona sarà ancora una volta inferiore agli Stati Uniti in termini di azione politica e risultati. Erik Nielsen, capo economista di UniCredit, afferma che con il sostegno fiscale dell’UE pari a circa la metà di quello degli Stati Uniti, l’Europa è ora ‘congelata dalla paura’, il che probabilmente porterà a ‘altri tre o cinque anni di sotto-performance della crescita europea rispetto agli Stati Uniti'”.

L’UE tutta dovrebbe quindi fare un salto di qualità – whatever it takes, potremmo dire – pena il fatto che le oligarchie europee vengano derubricate ad attori regionali in conflitto con altre potenze regionali (Turchia, Russia e petromonarchie del Golfo) nei suoi tradizionali territori di penetrazione, dal Medio-Oriente all’Africa trans-sahariana passando per i Balcani, ma rinunciando ad assumere un qualche ruolo di leadership globale ed una reale autonomia strategica.

Una potenza periferica a livello sub-regionale, insomma, che i concorrenti si mangiano pezzo dopo pezzo; una specie di Impero Ottomano del XXI Secolo.

“Se continua lungo le linee esistenti e non segue gli Stati Uniti, dice: ‘L’Europa avrà una ripetizione della lenta ripresa dopo la crisi finanziaria'”, afferma Robin Brooks.

Senza comprendere questo “grande gioco” a cui l’aspirante polo imperialista europeo è chiamato in un clima da nuova guerra fredda, è impossibile capire sia 1) le convulsioni di un vecchio ceto politico da rottamare, che 2) l’urgenza della sfida della rappresentanza politica per le classi sociali subalterne ed il ceto medio-impoverito.

Sinceramente, come diceva qualcuno, tutto il resto è noia.

*****

L’enorme scommessa di Biden, le conseguenze economiche dell’“agire in grande”

La strategia di Biden per l’economia statunitense è la più radicale virata dalle precedenti politiche dalle riforme di liberalizzazione del mercato di Ronald Reagan, quarant’anni fa. Con piani per prestiti pubblici e un regime di spesa su una scala mai vista dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’amministrazione sta portando avanti un enorme esperimento fiscale. Il mondo intero sta a guardare.

Se i piani di recupero dal coronavirus di Biden funzioneranno, dimostreranno che è possibile “ricostruire meglio” dopo la pandemia e che le economie avanzate sono state troppo ossessionate dall’inflazione negli ultimi 30 anni. Riporterà i governi al cuore di una gestione economica giorno per giorno.

Se il piano funzionerà, mostrerà che l’inutile timidezza negli ultimi decenni ha fatto sì che milioni di persone siano rimaste disoccupate senza motivo, molte opportunità per migliorare la qualità della vita siano state lasciate cadere e hanno contribuito ad ampliare le disuguaglianze.

Se la strategia fallisce, finirà con un’altissima inflazione, l’instabilità finanziaria, e l’economia tornerà ai livelli degli anni 70.

L’esperimento Usa del 2021 sarà ricordato come uno dei più grandi obiettivi di politica economica dopo la fallita “reflazione” di François Mitterrand, in Francia, nel 1981.

I prestiti e i piani di spesa per 1.9 trilioni di dollari di Biden non sono stati sognati nelle università, ma sono il risultato di un delicato equilibrio politico in un congresso diviso. Qualsiasi nuova cifra di stimolo di molto inferiore a quella prevista, pari al 9 per cento del PIL, rischia di far perdere più voti ai Democratici di quanti ne guadagnerebbero i Repubblicani.

“Questo è ciò che si può fare quando c’è una maggioranza sottile come il filo di un rasoio“, afferma il professor Kenneth Rogoff dell’Università di Harvard.

La nuova amministrazione sostiene che il piano di stimolo è un’estensione dell’'”economia ad alta pressione” sostenuta da Janet Yellen nel 2016, quando presiedeva la Federal Reserve, che fu la risposta alla ripresa debole dopo la crisi finanziaria.

L’amministrazione ritiene che questo sia il modo migliore per garantire un pieno recupero dalla crisi del Covid-19, con poche cicatrici durature. Ora, con Yellen come Segretaria al Tesoro, “agire in grande” è il nuovo slogan e l’establishment della politica economica statunitense è d’accordo.

Jay Powell, l’attuale presidente della Fed, ha sottolineato la scorsa settimana la necessità di una politica monetaria “pazientemente accomodante“, segnalando che la banca centrale degli Stati Uniti non è dell’umore giusto per “chiudere il bar” alzando i tassi di interesse prima che la festa inizi.

Aspettative di crescita

I piani hanno lasciato gli analisti economici in imbarazzo. Il FMI e l’OCSE hanno raccomandato una politica fiscale più flessibile per aiutare la ripresa, ma finora non nella scala pianificata dagli Stati Uniti.

Le previsioni apartitiche del Congressional Budget Office, che nelle ultime previsioni includevano solo lo stimolo finale di Trump, si aspettavano già che l’economia statunitense crescesse abbastanza velocemente quest’anno, per riguadagnare il livello di produzione pre-pandemia entro l’estate.

Si prevedeva inoltre che l’economia statunitense recuperasse tutto il terreno perso dalla pandemia di Covid-19 entro il 2025, senza cicatrici permanenti. Se i piani di stimolo dell’ex presidente Donald Trump fossero sufficienti per recuperare il terreno perduto, la domanda è: cosa otterrà uno stimolo aggiuntivo del 9 per cento del reddito nazionale?

Il CBO non ha ancora espresso il suo punto di vista, ma gli accademici e gli economisti del settore privato stanno prendendo sempre più una posizione. Consensus Economics riporta positivamente che i analisti indipendenti hanno aumentato le loro aspettative di crescita economica degli Stati Uniti per il 2021 e il 2022, con giusto un po’ di inflazione aggiuntiva.

Ellen Zentner, economista capo di Morgan Stanley, sostiene che l’economia ad alta pressione aumenterà la produzione statunitense entro la fine del prossimo anno di quasi il 3% al di sopra del livello che aveva stabilito prima della crisi del coronavirus. Presume che la Fed non cercherà di frenare i rapidi tassi di crescita.

Il contrasto con la crisi finanziaria del 2008-2009 è sorprendente. Nel decennio successivo a quella crisi, l’economia statunitense, insieme a quasi tutte le altre economie avanzate, non è riuscita a tornare sul percorso della produzione pre-crisi.

Nelle stanze dell’accademia, la vasta scala dell’esperimento statunitense è vista molto più controversa e ha creato cambiamenti nelle alleanze all’interno della professione economica, che pochi avrebbero potuto prevedere anche un mese fa.

Non c’è da stupirsi che Paul Krugman, premio Nobel per l’economia, abbia sostenuto il piano Biden, sostenendo che c’erano solo prove deboli per la teoria secondo cui i bassi tassi di disoccupazione aumentano i salari e quindi l’inflazione. Questa visione, ha detto, era “per lo più sbagliata“, portando la politica a essere eccessivamente “vincolata dalla paura di una ripetizione degli anni ’70“.

Ma il suo sostegno al piano Biden è eguagliato quasi altrettanto pienamente da Rogoff, diventato famoso durante la crisi finanziaria globale per aver avvertito dei pericoli degli alti livelli di debito pubblico. Dice “oggi siamo in un mondo diverso“, con tassi di interesse molto più bassi e una politica fortemente partigiana.

“Sono molto solidale con quello che sta facendo Biden“, aggiunge Rogoff, anche se c’era un costo a lungo termine per il debito pubblico aggiuntivo e un rischio di maggiore inflazione. “Sì, c’è qualche rischio di instabilità economica lungo la strada, ma ora abbiamo instabilità politica“.

Voci scettiche

Tra coloro che guardano con invidia oltre l’Atlantico ci sono gli europei, che temono che l’eurozona sarà ancora una volta inferiore agli Stati Uniti in termini di azione politica e risultati.

Erik Nielsen, capo economista di UniCredit, afferma che con il sostegno fiscale dell’UE pari a circa la metà di quello degli Stati Uniti, l’Europa è ora “congelata dalla paura“, il che probabilmente porterà a “altri tre o cinque anni di sotto-performance della crescita europea rispetto agli Stati Uniti”.

Dall’altra parte della discussione sono allineati diversi economisti, che finora sono stati i più accesi sostenitori del prestito e della spesa pubblica. Larry Summers, ex segretario al Tesoro che è stato uno dei principali consiglieri economici di Barack Obama all’indomani della crisi finanziaria, ha trascorso gran parte dell’ultimo decennio a mettere in guardia sulla “stagnazione secolare“, l’opinione che le economie avanzate fossero bloccate in un stallo semi-permanente  e avessero dunque bisogno di più stimoli.

Ma ora che lo stimolo è sulle carte, ha avvertito che ci si è spinti troppo oltre e si rischia di innescare “pressioni inflazionistiche di un tipo che non vediamo da una generazione“, che limiterebbero anche lo “spazio per investimenti pubblici profondamente importanti“.

Olivier Blanchard, ex capo economista del FMI, che ha acceso il dibattito sugli stimoli fiscali globali nel 2019 con il suo discorso presidenziale all’American Economics Association, accetta di essere noto per essere a favore di un debito pubblico più elevato. Tuttavia, avverte che il programma di Biden “da 1,9 trilioni di dollari potrebbe surriscaldare l’economia in modo così grave da essere controproducente“.

Alcuni economisti temono che queste voci scettiche dissuaderanno l’Europa dall’adottare lo stimolo fiscale che ritengono necessario per riprendersi completamente dalla pandemia.

Adam Posen, capo del Peterson Institute for International Economics, teme che i “conservatori” del fisco in Europa coglieranno qualsiasi aumento dell’inflazione o segnali di spreco nel programma. “La fornitura di buoni risultati non genera la stessa ondata di un avvertimento prudente“, afferma. “Non vorrei che [il piano Biden] si facesse una cattiva reputazione all’estero“.

I sostenitori del piano, soprattutto quelli che lo guardano da una prospettiva internazionale, hanno lavorato duramente per giustificare la portata dello stimolo fiscale.

Il nucleo dell’argomento per “diventare grandi” è la prova vista nell’ultimo decennio, che i paesi hanno molto più spazio per la crescita economica e la disoccupazione più bassa prima che ci sia qualsiasi pressione inflazionistica.

Negli Stati Uniti, il tasso di disoccupazione è sceso al 3,5 per cento all’inizio del 2020 prima della pandemia, il minimo degli ultimi 50 anni, senza alcun segno di aumento dell’inflazione.

La Banca centrale europea ha lottato per mantenere l’inflazione vicino al suo obiettivo del 2%, portando molti a pensare che ci sia stato uno stimolo fiscale insufficiente. Ciò suggerisce che gli economisti e i responsabili politici hanno costantemente sottovalutato l’output gap, il concetto economico che stima il grado in cui le economie funzionano al di sotto di un livello che manterrebbe l’inflazione stabile.

Robin Brooks, capo economista presso l’Institute of International Finance, che rappresenta le più grandi istituzioni finanziarie del mondo, ha condotto una campagna su ciò che chiama gli “output gap senza senso“, specialmente nell’Europa meridionale, stimati dall’FMI e da altri.

Secondo lui, c’è sempre stato più spazio per politiche fiscali espansive senza inflazione e le stime sul basso output gap hanno impedito la crescita e la prosperità, minando ulteriormente le finanze pubbliche dei paesi.

“I divari in uscita sono un fattore chiave per stabilire se e quanto surriscaldamento dell’economia potremmo ottenere“, afferma. Sebbene ritenga che il dibattito negli Stati Uniti sul surriscaldamento sia appropriato, l’Europa può permettersi molti più stimoli senza inflazione. Se continua lungo le linee esistenti e non segue gli Stati Uniti, dice: “L’Europa avrà una ripetizione della lenta ripresa dopo la crisi finanziaria“.

Oltre alla possibilità di più ampi output gap, un altro argomento in favore di un grande finanziamento in deficit è che la spesa pubblica, in particolare per i progetti di investimento, può essa stessa aumentare la velocità delle economie prima che generino inflazione.

Se il piano Biden dimostrerà di aver generato tassi di crescita futuri più alti e più “verdi”, quello sarebbe il Santo Graal dell’intervento del governo, afferma Mariana Mazzucato, professoressa di economia all’University College di Londra. Se è fatto bene, dice, “ci sono enormi vantaggi disponibili“.

“Non stai solo inondando il sistema di liquidità, ma stai raggiungendo l’economia reale e creando una base industriale più forte“, afferma. “Questo è il tipo di cose che vogliamo vedere: espandere la capacità e prevenire l’inflazione“.

Gli argomenti a favore del piano di stimolo Biden non sono contestati dalla maggior parte di coloro che hanno espresso preoccupazione, ma considerano la sua dimensione fino al 14 per cento del prodotto interno lordo, comprendendo anche lo stimolo previsto da Trump a dicembre, semplicemente ingiustificata; e che potrebbe minare l’argomento per l’utilizzo della politica fiscale per aiutare le economie a riprendersi dalla pandemia.

Jason Furman, ex presidente del consiglio dei consulenti economici di Obama, afferma che la nuova amministrazione è del tutto giustificata nel cercare di testare il livello dell’output gap e un livello potenziale del PIL che non generi inflazione. “L’idea di testare il potenziale anno dopo anno, gettando legna nel fuoco, è incredibilmente avvincente, ma non è la stessa cosa che spendere oltre il 10% del PIL in un anno“, afferma.

Pochi si preoccuperebbero di un aumento dell’inflazione al 3% o anche temporaneamente un po’ più alto, aggiunge, ma la Fed dovrebbe reagire se si verificasse un periodo di inflazione prolungato.

Un pericolo citato da molti economisti è che se l’inflazione si radica in un’economia può essere difficile e dolorosa da sradicare, con le banche centrali che devono aumentare i tassi di interesse e causare recessione e disoccupazione per riportarla al ribasso.

Se Krugman ha ragione sul fatto che il legame tra disoccupazione e inflazione si è indebolito, c’è il timore che qualsiasi azione della banca centrale per abbassare l’inflazione richiederà molta più disoccupazione rispetto agli anni ’80 e ’90 per abbatterla.

Scarsamente mirato

Mentre un po’ di inflazione è certamente visto come un vantaggio della riforma, perché contribuisce a ingrassare le ruote di un’economia moderna, c’è anche un dibattito sul fatto se l’inflazione sia, in ogni caso, in procinto di aumentare.

Manoj Pradhan, fondatore di Talking Heads Macroeconomics, è preoccupato che le dinamiche inflazionistiche a breve termine del piano Biden si combinino con pressioni al rialzo a lungo termine sui prezzi che proverranno da una popolazione che invecchia, consuma di più e produce di meno.

“Anche prima [che Biden annunciasse il suo piano], gli Stati Uniti sembravano comunque un paese con inflazione“, dice Pradhan. E ciò che accade negli Stati Uniti tende ad essere esportato, aggiunge. “La politica fiscale ha guidato lo stimolo e se l’inflazione diventa accettabile negli Stati Uniti, dà il via libera al resto del mondo“.

Economisti di tutte le convinzioni temono anche che il piano Biden, con la sua forte enfasi sull’invio di assegni alle famiglie, sia scarsamente mirato e non così focalizzato sul miglioramento del potenziale di crescita futura come vorrebbero.

Randall Kroszner, ex governatore della Federal Reserve e ora vice decano della business school dell’Università di Chicago, dice che il pesante stimolo fiscale in risposta alla pandemia è appropriato, ma il debito creato ha un costo.

“Deve essere ripagato dalle generazioni future, quindi è molto importante assicurarsi che ci sia un ritorno a quella spesa“, dice.

Se ciò non fosse già abbastanza difficile, altri avvertono che l’Europa non può semplicemente imitare ciò che l’America sta facendo, in parte perché non ha lo stesso accesso ai finanziamenti, in parte perché c’è più scetticismo sul fatto che sia possibile semplicemente “ricostruire meglio” attraverso prestiti e spesa.

Robert Chote, il capo dell’Ufficio per la responsabilità di bilancio del Regno Unito, recentemente scomparso, affermava che le prospettive per la politica fiscale al di fuori degli Stati Uniti si concentreranno probabilmente meno sul dibattito sugli stimoli e più “sulla gravità di qualsiasi sfregio a lungo termine dell’economia – che è difficile da stimare con una certa sicurezza”.

Aggiunge che le finanze pubbliche sono più complicate del solo pensare agli stimoli. I governi, ad esempio, dovrebbero presto considerare di aumentare le tasse, soprattutto se “sentono il bisogno di spendere una quota permanentemente maggiore del reddito nazionale per l’assistenza sanitaria e sociale dopo la pandemia rispetto a prima, per costruire più resilienza nel sistema“. Queste questioni di finanza pubblica strutturale non scompariranno facilmente una volta che le economie si saranno riprese.

Per ora, tuttavia, tutti gli occhi sono puntati sull’enorme numero di stimoli provenienti dagli Stati Uniti. Il nuovo governo ha in programma di fare prestiti e spendere e Yellen ha invitato il resto del G7 a seguire l’esempio. Come dice Rogoff, è probabile che l’esperimento sia globale. “Se va male per gli Stati Uniti, va male per tutti.“

giovedì 18 febbraio 2021

L’urlo dei borghesucci che rischiano l’eliminazione

 

L’incarico a Mario Draghi ha sparigliato le carte della politica italiana, costringendo tutti a un riposizionamento complicato e rapidissimo. L’idea di fondo era semplice e drastica: mettiamo un pezzo da novanta, capace di fare da interfaccia con tutti quei poteri sovranazionali che ci dettano la linea, e azzeriamo la vecchia classe politica, incapace di pensare prima di aprire bocca.

In fondo Draghi è uno dei principali “pensatori” del capitalismo multinazionale, in grado di essere ascoltato con attenzione e rispetto a Washington, Bruxelles e Berlino, mentre “i politici” da quelle parti sollevano soltanto sorrisetti di compatimento.

Per essere ancora più espliciti, facciamo una maggioranza “totale”, da cui teniamo fuori – con il loro consenso – soltanto i fascisti al seguito della Meloni e casomai Fratoianni senza più colleghi. L’”opposizione” formalmente resta, ma tutti i partiti “seri” stanno dentro il solco “europeista”, pro-austerità e a favore della ristrutturazione economico-sociale del Paese.

Il funzionamento del piano è però concretamente un po’ più complicato. Per quanto esclusi dai ministeri-chiave per la gestione del Recovery Fund, quei partiti inutili debbono comunque disegnarsi una ragion d’essere che tenga insieme il voto per Draghi e la differenza rispetto ai “colleghi”. E dunque sono obbligati ad usare i ministeri che hanno avuto come rampa di lancio per un protagonismo di secondo piano, su questioni ritenute a Palazzo Chigi “non essenziali”.

Il caso degli impianti invernali diventa “dirompente” – sui media di regime, non certo nella realtà del Paese – solo a causa di quella necessità di “distinguersi” pur stando in un governo di secondo livello, con zero possibilità decisionali.

Il problema è però che questo strepitio di cornacchie rischia – a breve termine – di far percepire questo esecutivo come “il solito” governo da trent’anni a questa parte.

E dunque pone l’”angosciante quesito” se Draghi faccia bene a tacere o se non sarebbe meglio una sua “precisazione” su quello o altri problemi che già si vano delineando. Se, per dare consigli di comunicazione a Draghi, sono arrivati a scomodare persino Casalino (sfruttando la sua ansia di promuovere un “libro di memorie”), si vede che il problema dev’essere davvero “grave”. Cioè risibile.

Delle istituzioni serie si usa dire che “parlano attraverso gli atti”, ossia che il loro pensiero va derivato dalle decisioni che prendono. Al massimo, visto che siamo nella società della comunicazione, si possono fare delle conferenze stampa di accompagnamento delle decisioni, in cui sgomberare il campo dagli equivoci (pochi) e dalle incomprensioni (molte, stante il basso livello del giornalista medio). Ma prima si lavora, poi si parla.

Dunque Draghi parlerà intanto domani e giovedì, ripetendo due volte il discorso con cui chiederà al Parlamento la fiducia. Le indiscrezioni del mainstream più “draghista” (Repubblica e Corriere, naturalmente) danno per assodato un discorso “breve”.

Giustamente, più vengono tenute coperte le carte, meno problemi si sollevano. In fondo, quali “riforme” andranno messe in cantiere, e che di tipo, secondo quanto “ci chiede l’Europa” anche con le condizionalità del Recovery Fund, sono note a tutto il circuito mediatico e partitico. Meglio dare soltanto “i titoli”, senza dilungarsi nei dettagli. Perché tanto l’approvazione parlamentare, su quei temi, va data ormai a scatola chiusa. In quella materia, questi ridicoli partitucoli, non possono e debbono dire più niente.

Tacendo e facendo, insomma, Draghi e la sua squad di tecnici evitano di diventare come gli altri componenti dell’esecutivo, avanzi di nomenklatura riesumata col manuale Cencelli.

Questo però non cancella i rischi. Dal punto di vista della “comunicazione oggettiva”, ministri che si randellano reciprocamente in pubblico – nello stile da osteria abituale da quelle parti – finiscono per restituire l’idea che non molto sia cambiato rispetto a prima di Draghi.

I “risultati” delle decisioni strategiche si vedranno a lungo termine – non certo da qui all’estate – e con tutta probabilità saranno alquanto impopolari; mentre su tutte le questioni immediate, come la gestione della pandemia e la campagna vaccinale, il caos resta la cifra fondamentale.

Ma se il “protagonismo elettorale” dei partitucoli dovesse prendere il sopravvento – e con le amministrative nelle prime cinque città italiane non è affatto da escludere – diventerà poi alquanto difficile far risaltare “i risultati” ascrivibili allo stesso Draghi.

E si potrebbe arrivare a capire che “gestire i mercati”, fondati su attese razionali di profitto, è più semplice che controllare le dinamiche e gli interessi sparsi di un Paese senza più baricentro.

Non va infatti dimenticato che quegli orrendi partitucoli – tutti, dal Pd alla Lega, dai Cinque Stelle ai berluscones (chi l’avrebbe mai detto, al governo insieme) – rappresentano frazioni diverse della borghesia “nazionale”, quelle senza proiezione e visione internazionale.

Quelle che hanno fin qui annacquato le scelte miranti alla “ristrutturazione” economico-sociale, spezzettandosi e ricomponendosi cento volte in diverse configurazioni politiche. Alcune di quelle frazioni, nella ristrutturazione, dovranno essere semi-eliminate. E lo sanno. E urlano “fate fuori lui, non me!“.

O pensate che quella prevalenza di “settentrionali” nel governo sia soltanto un caso curioso?