martedì 14 aprile 2020

Fontana e il virus dei libri

Si sa dell’odio che i bigotti e i fascisti (che almeno un po’ s’accompagnano) hanno sempre avuto per i libri. Quella carta stampata, portatrice d’idee e di possibili ribellioni, a loro proprio non va.
Ce lo racconta Cervantes, nella sua ironica cronaca di quando il barbiere e il curato gettano nel fuoco i libri della biblioteca di Don Chisciotte, causa probabile delle sue insensate gesta.
Assai più tragica la storia dei roghi di libri da parte dei nazisti.
Comunque, la paura delle idee.
Così, quando nell’ultimo decreto, il governo ha deciso di riaprire le librerie il 14 aprile, il presidente della Lombardia Fontana si è opposto e ha confermato, con atto d’imperio, che questi esercizi dovranno rimanere chiusi in tutta la regione. Sembra che questa disposizione sarà condivisa anche dal Piemonte a presidenza Cirio.
Si tratta di una decisione singolare, per un presidente regionale che non ha lesinato la sua condiscendenza alla Confindustria e che non voleva e non vuole chiudere nulla.
Fontana non ha voluto dichiarare zone rosse le valli bergamasche dove si diffondeva il contagio per non disturbare la produzione e altrettanto ha fatto nel bresciano.
E preme sul governo per una riapertura rapida di tutte le attività, in spregio alla salute dei lavoratori. Più della metà dei lavoratori lombardi è stata costretta a presentarsi ogni giorno nella sua impresa.
Tuttavia, Fontana si accanisce sulle librerie. La carta stampata proprio non gli piace. Forse perché teme che possa far riflettere i lombardi sulle giunte corrotte e miserabili di Formigoni, Maroni e sulla sua; o, più dignitosamente, a parte tali miserie, sulle sorti del capitalismo. Oppure per semplice indifferenza alla cultura delle pagine scritte.
Ma quanti libri avrà letto Fontana nei quasi settant’anni della sua vita? O forse teme che dopo lo spettro, si aggiri per l’Europa il virus del comunismo?

venerdì 10 aprile 2020

Riaperture. Il blocco prosegue fino a maggio, con alcune deroghe

La scelta era se prolungare il blocco in tutto il paese fino al prossimo 26 aprile o prolungarlo oltre il ponte del Primo Maggio. Alla fine la decisione del governo sembra essersi orientata verso la seconda ipotesi.
Questa indicazione è emersa nel corso dell’incontro di ieri tra il presidente del consiglio Conte con le parti sociali. Cgil Cisl Uil al termine della videoconferenza hanno dichiarato che “il presidente del Consiglio ci ha confermato che, a oggi, non ci sono ancora le condizioni per far ripartire le attività sospese. Prima di tutto la salute dei lavoratori”. Più nel dettaglio, sebbene il premier a quanto sembra non abbia indicato una data per la riapertura, secondo diverse fonti il governo starebbe già lavorando a un nuovo Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri per estendere la serrata fino al 3 maggio.
Secondo il presidente del Consiglio Superiore di Sanità (Css), Franco Locatelli, “tutto quello che riguarderà la riaccensione delle attività produttive non essenziali andrà fatto con molta cautela per evitare una seconda ondata dell’epidemia”.
Nel frattempo si starebbe comunque valutando la possibilità di poche riaperture mirate, con un probabile alleggerimento del codice Ateco, soprattutto per quanto riguarda i settori collegati ad attività già operative e necessarie e una estensione ad altri settori. Potrebbero essere interessate librerie e cartolerie, produzione di macchine agricole, ceramica, commercio all’ingrosso di materiale per ferramenta, florovivaistica.
Su quest’ultimo punto ci sarebbe tra altro un’intesa tra la Confindustria e i Cgil Cisl Uil, sulla volontà di “non creare polemiche sul tema” ossia nel mettere sulla graticola le imprese private che intendono riaprire e tornare a fare affari nonostante le autorità sanitarie sostengano che è troppo presto. Come noto due giorni fa le Confindustrie delle quattro regioni a maggiore vocazione manifatturiera, Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, avevano indirizzato al Governo una sorta di diktat con l’obiettivo del superamento blocco produttivo ormai e dei criteri sui codici Ateco delle aziende da riaprire o no.
Dal lato dell’esecutivo il ministro degli Affari regionali, Boccia, ha rassicurato le imprese affermando che sulle riaperture “ci sarà una cabina di regia con all’interno tutti i rappresentanti delle Regioni, dell’Anci, della comunità scientifica e delle parti sociali”.
Per far tornare in attività imprese, aziende e studi professionali, le misure di sicurezza dovranno prevedere il minimo di affluenza negli uffici. Si dovrà continuare a privilegiare lo smart working, mentre per chi va in sede si dovranno prevedere turni alternati divisi per orario o fasce giornaliere. Su autobus e metropolitane i passeggeri dovranno viaggiare distanziati, quasi certamente a file alterne. I ristoranti, quando riapriranno, dovranno garantire due metri di distanza tra i tavoli per consentire il passaggio dei camerieri.
Gli spazi verdi e i parchi pubblici saranno invece aperti più in là nel tempo, per evitare il rischio di pic-nic e assembramenti. A lavorare ci si può andare, prendere un pò d’aria – anche distanziati – invece sarà ancora un miraggio

martedì 17 marzo 2020

Si può scioperare se non c’è sicurezza sul lavoro.

L’Unione Sindacale di Base ha più volte dato indicazione alle proprie strutture operanti nei servizi pubblici essenziali di proclamare scioperi, senza preavviso né guarentigie, laddove sia messa in pericolo la salute e/o l’incolumità dei lavoratori per mancata adozione di tutti i dispositivi di protezione necessari, utilizzando l’articolo 2 comma 7 della Legge 146/90 e successive modificazione nota come “Legge antisciopero”.
Oggi la Commissione di garanzia sul diritto di sciopero ha emanato una circolare (in calce) che invita tutte le amministrazioni e le aziende eroganti servizi pubblici essenziali ad osservare scrupolosamente le direttive in materia di sicurezza sul lavoro per ovviare a proclamazioni di sciopero fatte a norma proprio dell’art. 2 comma 7 come da noi indicato.
La Commissione sta ammettendo implicitamente la legittimità di questi scioperi e contemporaneamente ammette che molte amministrazioni e aziende che erogano servizi essenziali non stanno rispettando le norme.
Ora è necessario intensificare la vigilanza e le iniziative di lotta e di scioperi per affermare il diritto alla salute, prima di ogni altra cosa, per chi opera per la tutela di tutti e/o fornisce servizi essenziali.
Qu idi seguito la sintesi della nota diffusa dalla Commissione di Garanzia sul diritto di sciopero
“Da notizie di stampa si registrano nel Paese azioni di sciopero attuate a seguito dell’asserita mancata applicazione, da parte delle aziende, delle misure di sicurezza contenute nei recenti provvedimenti del governo, relative all’emergenza epidemiologica legata alla diffusione del coronavirus. Alcune di tali astensioni sono state proclamate richiamando la disposizione contenuta nell’articolo 2, comma 7, della legge n. 146 del 1990 e successive modificazioni – scrive la Commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali, in una comunicazione inviata a tutte le associazioni datoriali e alle aziende erogatrici di servizi pubblici essenziali – A tal proposito, la Commissione rivolge un fermo invito alle aziende e alle amministrazioni erogatrici di servizi pubblici ad osservare scrupolosamente quanto previsto dai richiamati provvedimenti governativi, dal momento che eventuali blocchi totali dei servizi (ad esempio trasporto pubblico), non in linea con detti provvedimenti, possono comportare l’aggravamento dell’attuale situazione emergenziale, oltreché essere oggetto di valutazione di questa Autorità”.

lunedì 16 marzo 2020

Spagna. Il governo “requisisce” la sanità privata per fronteggiare l’emergenza Coronavirus

Il governo spagnolo ha deciso di mettere la sanità privata al servizio del Sistema Nacional de Salud, mai successo finora. Lo ha annunciato il ministro della salute spagnolo, Salvador Illa, in una conferenza stampa insieme agli altri ministri del consiglio che gestisce l’emergenza Coronavirus. Da oggi sono scattate le misure “all’italiana” per il contenimento dei contagi, ormai arrivati a 8.794 casi accertati e 297 decessi.
Dopo l’impennata dei casi registrata a partire da martedì 8 marzo, il Primo Ministro Sanchez aveva annunciato lo scorso sabato l’adozione dello Stato di emergenza per (almeno) i 15 giorni successivi. Questo prevede che il governo abbia il potere di limitare il movimento di persone, requisire ogni tipo di merce, occupare temporaneamente le fabbriche o qualsiasi altro spazio (a eccezione delle abitazioni private), regolare la produzione di beni e l’attività nei servizi, razionare il consumo di determinati prodotti, o invece ordinare la fornitura dei negozi.
La misura annunciata oggi segna una svolta politica importante e un segnale forte a tutti i paesi dell’UE. Infatti, in queste ore, verrà discussa nella riunione dell’Eurogruppo l’approvazione del MES, scalata nell’ordine del giorno al terzo punto dall’originario primo.
Una mossa che non dimostra l’imbonimento delle istituzioni europee ma la paura oggettiva di una nuova e profonda crisi economica in concomitanza con una grave recessione a livello mondiale. Tenere in pieni un palazzo dalle fondamenta di sabbia che sta vacillando fortemente non è facile, specialmente quando le dichiarazioni della BCE si limitano a mettere una toppa su una voragine aperta sotto la credibilità dell’unica istituzione europea che aveva, in passato, dimostrato qualche capacità operativa.
Il governo, basato sulla coalizione di maggioranza guidata da Pedro Sánchez e formata da PSOE-Podemos-Izquierda Unida, ha deciso di attuare misure senza precedenti nel campo della salute.
La prima, di enorme importanza, prevede di mettere a disposizione del sistema sanitario nazionale la sanità privata: il governo ha concesso un termine di 48 ore alle aziende e ai privati che hanno o possono produrre materiali come attrezzature diagnostiche, maschere protettive, guanti e altri prodotti medici e farmacologici “per portarli all’attenzione” delle autorità, sotto la minaccia di sanzioni per coloro che non lo fanno. Saranno i consulenti sanitari di tutte le Comunità Autonome a poter disporre di tutti i mezzi necessari del sistema privato per affrontare l’epidemia.
Nel decreto approvato nella sera di domenica vengono prese misure per rafforzare le risorse umane dei centri sanitari, fortemente decimate dalle infezioni e dalle quarantene causate dal virus. Il provvedimento stabilisce che tutti gli studenti del quarto anno tirocinanti e specializzati in medicina interna, medicina intensiva e geriatria, vedranno un prolungamento del loto contratto.

Allo stesso modo, i turnover vengono sospesi e viene autorizzata l’assunzione di medici che non sono riusciti a completare la loro specialità dopo aver superato il test dell’abilitazione in quanto medico. Non saranno le uniche risorse che le comunità, sotto il comando del Ministero della Salute, potranno utilizzare d’ora in poi. “Potranno essere messi a disposizione anche tutti gli spazi pubblici e privati” ritenuti necessari per trasformarli temporaneamente in nuovi luoghi di cura per i malati.
Inoltre, vengono stabilite regole chiare sulla “pubblicazione di informazioni e dati” riguardanti l’evoluzione dell’epidemia. Finora questi venivano forniti quotidianamente dal Ministero della Salute, ma le comunità li aggiornavano quando lo ritenevano opportuno, il che in diversi momenti ha creato non poca confusione sulle cifre. Con il decreto di ieri, questi dati saranno pubblicati solo una volta, a metà mattina, e su base giornaliera dal Ministerio de Sanidad.
La formazione politica Anticapitalistas aveva già pubblicato la settimana scorsa un comunicato richiedendo un “Piano di emergenza sociale e politico contro il Covid-19”. Nero su bianco venivano definite una serie di misure politiche e sociali necessarie per contrastare l’epidemia e denunciare le responsabilità dei tagli alla sanità pubblica di questi anni sotto i diktat dell’austerità della Troika (Commissione Europea, BCE e FMI). Per Anticapitalistas il sistema sanitario pubblico deve essere in grado di prendere tutte le misure necessarie e ciò implica una sufficiente disponibilità di bilancio, rifiutando immediatamente le restrizioni di spesa imposte dai vincoli dell’UE.
Nel comunicato venivano rivendicate la riapertura dei letti d’ospedale nel sistema sanitario pubblico, il reclutamento urgente del personale sanitario necessario di tutte le categorie professionali, la copertura del loro congedo per malattia fin dal primo giorno (in caso di contagio, il loro congedo deve essere considerato come una malattia professionale e non comune).
Ma non basta. Perché, come si legge sempre nel comunicato di Anticapitalistas, queste misure devono essere accompagnate da un controllo e coordinamento da parte delle autorità sanitarie pubbliche di tutte le risorse, del personale e delle attività di assistenza sanitaria privata e dal controllo delle aziende farmaceutiche e delle aziende che producono materiale sanitario e scorte, nonché della loro distribuzione e dei prezzi.
Si tratta di primi passi per invertire i processi di deterioramento e privatizzazione del sistema sanitario che hanno massacrato socialmente la Spagna in questi anni, portando gli ospedali pubblici ad operare in condizioni di difficoltà strutturale e quindi a non essere pronti di fronte ad una situazione di questo tipo.

venerdì 13 marzo 2020

Coronavirus e Crisi di Sistema

La situazione che si è determinata con la “globalizzazione” dell’epidemia di coronavirus non è un incidente di percorso o l’effetto di un complotto, ma è il prodotto diretto di una crisi sistemica che in questi anni ha manifestato diversi volti ed oggi si presenta drammaticamente nella veste di una pandemia.
L’epidemia raccontata dai mass media mainstream, come al solito, viene sistematicamente distorta e si continua ad evidenziare gli elementi secondari, quali la correttezza di questa o quella decisione del governo, se la tempistica avuta è stata giusta, sull’estensione o meno delle zone rosse o arancioni e tante altre cose su cui tutti, tutti, i cosiddetti “politici” mostrano la loro inconsistenza, nel tentativo di sviare l’attenzione dalle vere cause che hanno prodotto nel tempo questi drammatici risultati nella veste di una pandemia.
Se vogliamo capire cosa sta accadendo, non ci dobbiamo far deviare dalle quotidiane sceneggiate comunicative, ma dobbiamo andare ad analizzare i motivi strutturali di una condizione che ha una dimensione internazionale, e di cui il nostro paese ne è solo una accezione. Non solo, ma siamo chiamati a capire se la situazione in cui siamo arrivati è un punto di non ritorno per un sistema sociale che dopo un trentennio di “egemonia” è condannato a regredire amplificando tutte quelle contraddizioni che ha generato a cavallo del millennio.
Sta emergendo infatti che la mondializzazione – pensiamo sia utile riutilizzare i termini marxiani che ci aiutano meglio a capire – non può essere governata con una logica capitalista che ora si ripropone con i caratteri dell’Imperialismo e della competizione.
Il movimento comunista è sempre stato internazionalista, senza mai confondere l’internazionalismo con la tendenza storica del capitale alla unificazione del mercato mondiale, come qualcuno negli ultimi decenni può aver pensato. Da questa dimensione del problema la contraddizione che si sta manifestando è quella, classicamente marxista, tra sviluppo delle forze produttive e rapporti sociali di produzione; insomma mentre ci dicono che arriviamo su Marte e ci spiegano le magnifiche sorti del nostro assetto economico, la realtà sociale, lavorativa, ambientale – nella dimensione mondiale – degrada sempre più ed entra in contraddizione con lo stesso sviluppo imposto, generando nel suo sviluppo irrazionale sempre nuovi “intoppi”.
In quale altro modo, ad esempio, interpretare la pretesa dei nostri “imprenditori” di mandare comunque i lavoratori in produzione, a rischio della loro vita, senza entrare in formale contraddizione con i pronunciamenti dello stesso governo e generare un senso di paura, rabbia e ribellione che può rimettere in discussione la passività conflittuale del mondo del lavoro da loro perseguita con tanta pervicacia?
Un’altra considerazione può essere utile a interpretare gli eventi presenti.
Negli anni abbiamo sempre pensato, forse schematicamente, che la crisi del capitalismo si manifestasse o attraverso conflitti militari, oppure attraverso crisi finanziarie, vista l’attuale assoluta autonomia delle dinamiche monetarie. In verità, la crisi attuale sul coronavirus ci sta dicendo che la realtà è sempre più complessa dei nostri ragionamenti e la crisi di egemonia, da noi da tempo individuata, si sta facendo strada laddove l’avversario di classe pensava di aver vinto definitivamente la guerra e non solo le battaglie.
L’egemonia sta implodendo proprio sulla distruzione generalizzata dello Stato Sociale, concepita nei decenni scorsi anche come vendetta storica da parte delle borghesie mondiali sul conflitto di classe del XX° secolo. In altre parole, non può esistere alcuna mondializzazione capitalistica che non produca danni e drammi, e non ci può essere nessuna emancipazione per l’umanità nel suo complesso in questo modello sociale. Insomma la Storia non è affatto finita.
Ribadire e prendere le mosse da alcuni riferimenti teorici è necessario per avere un bandolo della matassa attorno al quale ricostruire scenari e dinamiche che si stanno mettendo in moto e che verranno accentuate dalla fine della crisi sanitaria internazionale.
Si tratta allora di mettere i “piedi a terra” nella realtà concreta e cominciare a trarre alcune conclusioni; innanzitutto non possiamo non evidenziare che il paese da cui è partita l’infezione è riuscito a metterla sotto controllo in tempi rapidi mobilitando un apparato immenso che solo uno Stato degno di tale nome può essere in grado di fare.
Non abbiamo la necessaria autorevolezza per dare o meno patenti di socialismo, però possiamo dire che la dimensione pubblica è la sola che è in grado di affrontare emergenze sociali di questa dimensione. Così come non possiamo non ricordare che Cuba, ancora una volta, ha dimostrato di essere all’avanguardia non solo della medicina, ma di una chiara concezione sociale dello Stato.
Sono queste valutazioni sommarie, ma non c’è dubbio che tali risultati non sono solo il prodotto di una “efficienza” statuale, ma anche di una dimensione culturale di popoli dove il collettivo è più forte del nostro devastante individualismo capitalistico.
I motivi strutturali della nostra crisi sanitaria, in Europa e nel resto dell’occidente, sono ormai evidenti anche se la comunicazione televisiva si ostina a rimuoverli sistematicamente, in quanto sa che sarebbero un feroce atto di accusa contro le politiche adottate da tutti i governi.
Il Servizio Nazionale Sanitario in Italia è stato alleggerito con tagli su tagli per 37 miliardi in soli 10 anni, controriformato per poter essere meglio privatizzato, riorganizzato in funzione delle cosiddette eccellenze, ed ora ha perso la capacità di essere strumento di difesa della salute pubblica.
Questo è il prodotto delle politiche di austerità della UE, che non hanno solo devastato il SSN ma tutta la struttura produttiva del nostro paese. Il crollo del ponte di Genova, e non solo, non è nient’altro che l’effetto della mancata manutenzione della rete autostradale affidata a privati “illuminati” quali i Benetton.
Come i frequenti incidenti ferroviari sono il prodotto di una strategia che taglia i costi, inclusi quelli delle manutenzioni, come ha mostrato ancora una volta il deragliamento dell’AV nel Lodigiano (o di un Tgv in Francia), e aumenta le tariffe non per finalità sociali, ma per finanziare gli investimenti all’estero della Multinazionale FS, cosa questa da noi poco nota.
L’elenco degli effetti devastanti delle politiche di privatizzazione, targate UE e sostenute con convinzione dal partito trasversale del Pil – dal PD alla Lega – potrebbero continuare a lungo: dal capitalismo bollettaro, composto da famiglie ex industriali, che si è appropriato della gestione dei servizi e delle tariffe pubbliche, fino alla crisi industriale in atto, che è il prodotto dell’assenza di ogni politica industriale e di pianificazione dello Stato, che ha lasciato mano libera alla rapina dei fondi finanziari internazionali.
Quello che sta mettendo in evidenza la inaspettata crisi sanitaria internazionale è che si è arrivati a questo punto per le spinte immanenti del capitale che, dalla fine dell’URSS, ha trovato le migliori condizioni per accrescere profitti e potere, affermando la propria ideologia. Ora questo meccanismo non può tornare indietro, per motivi molto concreti che si palesano agli occhi di chi vuol vedere.
Il primo è che i margini di crescita per superare i problemi che pone la crisi attuale sono ridotti e insufficienti a dare una spinta generale all’economia capitalista. Come sappiamo, per il capitale le crisi sono anche occasione di ripresa, ma in questo caso la privatizzazione dei servizi pubblici operata a livello mondiale è stata cosi generalizzata e profonda che i margini di recupero attuali sono molto limitati.
In altre parole è entrato in crisi lo sviluppo nel settore terziario, che ha superato come dimensione la produzione industriale in sovrapproduzione dagli anni ’70, sviluppatosi piegando al profitto privato i servizi ed i beni pubblici accumulati dal conflitto di classe del ‘900, che indirizzò risorse e capitali a vantaggio della dimensione sociale.
L’altro dato che non fa intravvedere margini significativi di ripresa è il livello di composizione organica raggiunto dal capitale a livello mondiale. Ovvero: ormai il livello di automazione della produzione e dei servizi ha raggiunto una dimensione tale da cui è impossibile tornare indietro. Questo significa un incrudimento dello sfruttamento ed un peggioramento della condizione della forza lavoro intesa in termini larghi, dipendente e subalterna, che genera disoccupazione, precarietà e impedisce una risocializzazione della ricchezza prodotta in assenza, come è adesso, di un fortissimo conflitto di classe.
Infine, lo scontro che nasce da questi ridotti margini di profittabilità non si ripercuote solo verso le classi popolari, ma anche nello scontro tra potenze, come stanno mostrando con evidenza la vicenda dei dazi, le politiche protezioniste ed i conflitti militari fatti per affermare geopolitiche funzionali agli interessi di questa o quella forza imperialista. Ed anche la leva finanziaria, dopo la crisi del 2008, mostra una difficoltà a mantenere la propria funzione di stabilizzazione dell’economia, come dimostrano le guerre monetarie che si affacciano periodicamente.
In sintesi, chi crede che la crisi sanitaria possa far ripensare le politiche generali verso finalità sociali si sbaglia, in quanto questa situazione non è il prodotto di questa o quella scelta “errata”, come peraltro dimostra la dimensione mondiale dell’epidemia, ma di una condizione strutturale del capitalismo che dopo l’ubriacatura della vittoria sul socialismo ora si trova di nuovo a fare i conti con sé stesso.
Sappiamo bene che quando ciò accade le prospettive per l’umanità non sono di certo positive, come è avvenuto con le due guerre mondiali del secolo passato e come sta accadendo oggi in forme probabilmente inedite.
Il movimento di classe, i comunisti, arrivano all’appuntamento purtroppo completamente disarmati, certo anche a causa della repressione, perché il nemico di classe si incattivisce e stringe ancora di più le libertà di lotta e di organizzazione, ma il motivo di questa nostra impotenza è anche un’altro.
Questo risiede nella disgregazione materiale, politica e culturale del nostro referente sociale e di classe, favorita anche da chi, come “la sinistra” nostrana, in questi decenni di egemonia del capitale ha accettato l’idea che andava abbandonata la critica rivoluzionaria al capitalismo; da chi ha accettato i valori impliciti ed espliciti dall’attuale assetto; da chi ha pensato che doveva mettere in campo proposte “ragionevoli”, perché il socialismo ormai era obsoleto e non spendibile a livello sociale e ideologico.
Dalla predominanza del mercato sullo Stato, magari nelle utili forme del no profit, all’accettazione della competizione sociale e della “meritocrazia”, ci si è concepiti insomma solo dentro questo orizzonte, che in Italia ed in Europa è significato molto concretamente sostenere le politiche dell’Unione Europea.
Questa concezione va ribaltata. Combattere sul piano sociale e politico è importante, ma diviene insufficiente, e va aperto anche un altro fronte di lotta che è quello di ricostruire un impianto valoriale che rompa e non faccia compromessi con la cultura egemone e che contrasti fortemente il modello sociale in crisi.
Un modello che nega prospettive a fasce sempre più ampie della popolazione, a cominciare da quelle giovanili, che non vedono e non hanno prospettive.
Oggi va riqualificata a tutto tondo la lotta ideologica anticapitalista e comunista, arma trasformata in “parolaccia” da chi aveva imposto la sua egemonia culturale sulla società, ma strumento che oggi ritorna essenziale per dare forza e identità a pezzi sempre più ampi della società per combattere e contrastare una egemonia che sta disvelando sempre più la sua natura reazionaria.
Questo è l’impegno concreto che dobbiamo darci nel superamento dell’emergenza coronavirus per aprire un nuovo fronte di lotta e per impedire che il “dopo” non possa più essere come il “prima”

giovedì 12 marzo 2020

Usb convoca 32 ore di sciopero

L’Unione Sindacale di Base ha convocato 32 ore di sciopero nei settori industriali non essenziali chiedendo di fermare le fabbriche e di garantire salute e salario agli operai.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato lo stato di pandemia globale, tuttavia mentre la situazione nel nostro Paese si fa ogni giorno più grave, il governo Conte si è piegato nuovamente alla Confindustria, che insiste nell’imporre l’apertura di tutti i settori produttivi compresi quelli non essenziali.
Scorrendo il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’11 marzo si scopre che rimarranno aperte le industrie, le banche, i call center, le TLC, il commercio, le compagnie della logistica e buona parte degli uffici pubblici. Ossia milioni di lavoratori continueranno ad essere costretti ad andare a lavorare mentre c’è un’epidemia in corso.
Nella maggioranza dei casi ai lavoratori non vengono forniti gli strumenti minimi di protezione individuale, e sono poche le aziende che sanificano gli ambienti di lavoro.
Nel DPCM dell’11 marzo, ci sono disposizioni blande, lo smartworking è inutilizzabile da chi è in produzione, provocatorio è l’invito a chiudere i soli reparti non indispensabili per la produzione, tanto quanto le misure a carico dei lavoratori come l’utilizzo delle ferie.
Per affrontare questa emergenza occorrono misure drastiche ed esigibili dai lavoratori, che salvaguardino la salute e il salario, pertanto chiediamo:
  • il blocco temporaneo di tutte le attività industriali ad eccezione di quelle strettamente collegate alla lotta alla pandemia;
  • L’utilizzo degli ammortizzatori sociali, con l’integrazione piena del salario;
  • L’adozione, e il controllo degli organi preposti, di tutte le misure necessarie corrispondenti ai livelli di rischio legato alle specifiche situazioni lavorative;
L’USB ha più volte sollecitato il governo, senza ricevere alcuna risposta, e mentre torniamo a chiedere con forza un incontro con Palazzo Chigi ribadiamo il diritto dei lavoratori a scioperare per difendere l’incolumità, il salario e il benessere generale.
L’USB pertanto indice a far data dal 12 marzo un primo pacchetto di 32 ore di sciopero generale dei settori industriali, non essenziali, per ogni turno di lavoro. Tale pacchetto è rinnovabile e può essere aumentato oltre le 32 ore a livello territoriale e aziendale.

mercoledì 11 marzo 2020

La Cina sta vincendo la battaglia contro il coronavirus

Diciannove contagi. La Cina, nella giornata del 9 marzo, ha registrato soltanto diciannove nuovi casi di Covid-19, il nuovo coronavirus. Diciassette nella regione dell’ Hubei, l’“epicentro” dell’infezione, uno a Pechino ed uno nel Guandong.
Numeri che in Italia ci appaiono chimere, obiettivi da raggiungere per restituite normalità alla nostra vita e ridare forma alla nostra quotidianità. Un risultato enorme, se si pensa ai numeri: l’emergenza coronavirus è costata alla Cina 3.136 morti, per un numero totale di malati pari a 80.757 (per l’aggiornamento sui dati vedi https://www.arcgis.com/apps/opsdashboard/index.html#/bda7594740fd40299423467b48e9ecf6).
Numeri spaventosi, difficili da gestire. Eppure si è arrivati, con uno sforzo collettivo, a registrate un incremento di soli diciannove contagi. Questo è stato possibile grazie al fatto che lo Stato, al centro del meccanismo di controllo del paese, ha deciso che al primo posto ci fosse la salute dei cittadini.
Un “muoversi insieme” che ha coinvolto tutti, compresi i colossi dell’industria hi tech: Alibaba, Baid e Tencent – per citarne alcuni – hanno risposto prontamente all’appello lanciato dal presidente Xi Jinping, mettendo a disposizione del governo, quindi dello Stato, quindi della “cosa pubblica”, le loro possibilità tecnologiche per contribuire a combattere la diffusione del virus. Ed è anche grazie alla tecnologia che la Cina sta vincendo la sua battaglia contro il coronavirus. Utilizzando anche Intelligenza Artificiale, robotica, Big Data.
La Cina sta insegnando molto, rispetto a quello che ci si dovrebbe aspettare da uno Stato. Lo ha riconosciuto persino l’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha sottolineato in maniera entusiastica la capacità di far arrivare la Sanità Pubblica ovunque fosse necessario farla arrivare. Altro che tagli, privatizzazioni, regionalizzazione…
Un apparato coeso, univoco e deciso che ha posto come unico obiettivo l’interesse generale della collettività e di conseguenza il suo diritto alla salute. E parlano i risultati. Da un incremento di migliaia di malati al giorno ai dati di ieri: 19 malati in più.
E’ vero che la fase della loro emergenza è cronologicamente più avanti della nostra di circa un mese. Ma è anche vero che si parla di oltre ottantamila malati, e di oltre tremila morti: sono numeri diversi, ma già inferiori – in percentuale – a quelli che si registrano in Italia. Sarà interessante verificare quanto, in tema di scelte pubbliche, impareremo da questa emergenza e da quello che sta avvenendo in Cina, sopratutto in questa fase.