venerdì 14 febbraio 2020

Sulla Cina l’Italia si rivela paese gregario e disorientato, con o senza coronavirus

Tra i tanti effetti collaterali del coronavirus si segnala anche una mezza crisi diplomatica tra Roma e Pechino.
L’Italia è stata tra i primi paesi a bloccare i voli da/per la Cina, «sottovalutando» (è un eufemismo) i «disagi» (anche questo un eufemismo) che avrebbe causato in questo modo a migliaia di turisti cinesi presenti nel nostro paese, nonché a centinaia di connazionali che si trovano in Cina – tutti alle prese con grandi difficoltà a rientrare nei rispettivi paesi –, e alla gran quantità di persone che viaggiano per affari da un paese all’altro. Soprattutto, la decisione dello stop italiano ai collegamenti aerei – che segue a ruota quello statunitense, ed è ancora più restrittiva – è stata presa senza consultare la controparte cinese: la seconda economia del pianeta, trattata come l’ultimo micro-stato insulare del Pacifico.
Gli aeroporti italiani sono importanti: con Fiumicino primo in Europa per connessioni dirette (12) con la Repubblica popolare, il Belpaese rappresenta per i cinesi una porta d’accesso privilegiata all’area Schengen.
La scelta di blindare i nostri scali ai cinesi è stata presa il 31 gennaio scorso con una ordinanza del ministro della Salute, Roberto Speranza (Liberi e Uguali), contro la raccomandazione dell’Organizzazione mondiale della sanità, secondo cui «non esiste alcuna ragione per misure che interferiscono con i viaggi e con il commercio internazionale. Invitiamo tutti i paesi ad applicare decisioni coerenti e basate su fatti».

Non sappiamo come la decisione sia maturata all’interno del governicchio giallo-rosé, ma, in teoria, dovrebbe essere stata condivisa con la presidenza del Consiglio e il ministero degli Esteri.
Sia come sia, giovedì scorso il vice ministro degli esteri cinese, Qin Gang, ha manifestato tutta la sua insoddisfazione all’ambasciatore italiano a Pechino, Luca Ferrari. E, contemporaneamente, Xinhua ha compiuto una forzatura, annunciando un’imminente riapertura dei collegamenti aerei.
A quel punto il governo italiano (probabilmente anche per non dare l’impressione di cedere alle pressioni cinesi, prestando il fianco agli attacchi di salvini) ha smentito seccamente la notizia dell’agenzia di stampa cinese e la frittata era fatta. Una bella frittata nel 2020, cinquantenario delle relazioni diplomatiche, «Anno della cultura e del turismo Italia-Cina». Oggi la Cina ha insistito, auspicando che l’Italia «possa avere una valutazione obiettiva, razionale e fondata sulla scienza all’epidemia di coronavirus nel Paese asiatico – ha detto il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang – e che si trattenga dal prendere misure eccessive».
Le mosse del governo sono state fin qui improntate all’improvvisazione. Sulla home page del sito della presidenza del Consiglio non c’è un accenno all’emergenza coronavirus. Né si segnalano – in un anno così importante per le relazioni bilaterali – sostanziali iniziative di solidarietà con il popolo cinese da parte del governo Conte II. A spedire un aereo pieno di 700.000 mascherine ci ha pensato il Vaticano. Mentre il presidente della Repubblica, il democristiano Sergio Mattarella, ha messo in scena un beau geste riparatore, andando a visitare una scuola romana frequentata da tanti bimbi cinesi, una mossa per contrastare la psicosi alimentata dai media e i tanti episodi di sinofobia segnalati negli ultimi giorni. Ma che sul piano politico cambia poco.
La catastrofica gestione dell’emergenza coronavis nelle relazioni bilaterali con la Cina da parte del governicchio giallo-rosé arriva a meno di due mesi dalla relazione con la quale il Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti (Copasir) ha trasmesso al governo italiano l’indicazione statunitense di sbarrare la strada in Italia alla telco cinese Huawei nella costruzione dell’infrastruttura della rete 5G, provando ad arruolare Roma nella guerra dichiarata dall’Amministrazione Trump alle tecnologie innovative made in China.
A Pechino sono rimasti sbalorditi dalle mosse del camaleontico presidente del consiglio Conte, che nella versione precedente (giallo-verde) aveva apposto – unico paese del G7 – la firma a un protocollo d’intesa sulla nuova via della Seta a favore della Cina, e nella sua colorazione attuale (giallo-rosé) ha chiuso subito tutti i collegamenti con la Cina ed è rimasto incantato dalle sirene trumpiane.
Ad analizzarli dall’Italia, il memorandum sulla via della Seta e la decisione di chiudere subito tutti i collegamenti aerei sono in realtà frutto della medesima improvvisazione, della mancanza di consapevolezza all’interno della classe politica nazionale del ruolo della Cina, di un minimo di elaborazione su come vada gestito il rapporto con questo gigante in ascesa.

La vicenda del memorandum venne portata avanti da un ambizioso e scaltro sottosegretario al Mise, il «professor» Michele Geraci, con scarso coinvolgimento del ministero degli Esteri e del governo Conte I. Risultato? Alla Cina il leghista siciliano fece un grosso regalo politico (l’Italia è stato l’unico paese del G7 ad avallare la strategia della via della Seta), senza ottenere nulla in cambio (come avrebbe potuto essere altrimenti, per un’iniziativa gestita a livello personale?), né in termini di bilanciamento dell’interscambio né di miglioramento delle relazioni politiche. In compenso quella decisione contribuì ad accentuare l’isolamento dell’Italia all’interno dell’Unione europea e fece arrabbiare gli Stati uniti, partner strategici.
E forse proprio questo ha indotto qualcuno nel Conte II a volersi dimostrare più realista del re nei confronti di Washington, varando immediatamente dopo l’alleato una misura che si è dimostrata affrettata, senza valutazione delle conseguenze pratiche (per i cittadini cinesi e italiani) e politiche, nelle relazioni bilaterali con Pechino.
Certo, la Cina resta un partner politico e commerciale marginale per l’Italia. L’anno scorso abbiamo esportato nella Repubblica popolare 13 miliardi di beni (soprattutto meccanica, tessile e farmaceutica) importandone 33 miliardi. Perfino nel vino, continuiamo a mantenere una quota di mercato del 6-7%, surclassati dai cugini francesi, che si sono mossi molto prima e molto meglio.
Ma a qualcuno nell’Amministrazione è mai venuto in mente che questi ritardi (gravi per un paese manifatturiero ed esportatore come il nostro) forse dipendono anche dalla condotta politica, da una politica estera nei confronti della Cina inesistente, quando non autolesionista?
L’amicizia con la Cina si costruisce nei tempi lunghi, con un dialogo politico continuo e con manifestazioni di amicizia nei momenti importanti, come, ad esempio, la crisi del “coronavirus”.
L’ascesa della Cina è un fenomeno complesso, che sta sollevando un mare di contraddizioni all’interno del capitalismo globale, nonché di paure (spesso irrazionali) nelle opinioni pubbliche nazionali. Tuttavia siamo di fronte a un cambiamento storico rispetto al quale si rivelano del tutto inadeguati sia le iniziative personali più o meno improvvisate, sia lo schierarsi pavlovianamente dalla parte dell’alleato statunitense, anche quando ciò rischia di compromettere i cosiddetti «interessi nazionali» le relazioni con un attore sempre più importante come la Cina.

Continuare ad affidare al Geraci o allo Speranza di turno la gestione di questioni così complesse, con un attore così ingombrante come la Cina vuol dire condannarsi a darsi una zappa sui piedi dopo l’altra.

venerdì 7 febbraio 2020

Il Mes al traguardo, alla faccia della “logica di pacchetto

Tutto come previsto. E non era difficile, perché nella definizione delle regole l’Unione Europea funziona sempre nello stesso modo. Negativo, ci mancherebbe…
Ricorderete la pesante questione del Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes, o Esm secondo l’acronimo in inglese), su cui abbiamo scritto molte volte è che è stato al centro anche di iniziative di piazza. I governi europei si erano accordati per “riformarlo”, accrescendo enormemente i poteri del suo managing director (il falco tedesco Klaus Regling), fino al punto da sanzionare di fatto interi Stati senza alcun passaggio politico.
Tutto è nato dalla necessità di varare una più “efficiente” regolamentazione dei salvataggi bancari, cui ogni governo nazionale ha provveduto fin qui in modo completamente autonomo (i tedeschi, ovviamente) oppure secondo regole suicide (il bail in che ha danneggiato pesantemente azionisti, obbligazionisti e persino normali correntisti di istituti ciprioti, italiani, ecc).
Cuore della “riforma” è la valutazione da dare ai titoli di Stato posseduti dalle banche. Ed è chiaro che se si giudica “pericoloso” un titolo di debito emesso da uno Stato questo significa dare un giudizio pesantemente negativo sia sulla stabilità finanziaria di quel paese, sia sulla bontà degli asset di una banca privata. E non si tratta di un giudizio “tecnico”, anche se viene dipinto così, ma din un giudizio politico che espone interi paesi e sistemi bancari all’assalto della speculazione finanziaria.
In questo mondo di lupi, se si afferma per via istituzionale che un certo soggetto è “debole”, si dà il via all’assalto della preda. Non c’è possibilità di fregarsene (“è roba che riguarda lo Stato e le banche”), perché in questo Paese ci viviamo noi, e tra l’altra siamo anche tutti – perlomeno chi lavora – “clienti” di una banca.
Ricostruita la storia, veniamo alla notizia di questi giorni.
Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, lo scorso 30 gennaio, ha inviato una lettera per informare il Consiglio Ue e tutti i premier nazionali che i lavori sul “nuovo Mes” si concluderanno «entro marzo». Specificando che l’unico tema ancora aperto riguarda i “meccanismi di ponderazione delle clausole collettive” (le Cacs single limb, su cui il governo Conte aveva preannunciato delle proposte di modifica). Per il resto, sostanzialmente, nulla verrà modificato.
Come si vede, la spinosissima questione della valutazione dei titoli di Stato è fuori dalle possibilità di revisione.
Vero è che lo stesso Centeno rinvia a successive discussioni aspetti importanti dell’Unione bancaria e del “meccanismo di ponderazione dei rischi”, ma questo riguarderà quasi soltanto le modalità di applicazione delle nuove regole, non i criteri fondanti.
In pratica, “l’accordo è chiuso”, sulla base di quanto stabilito nel dicmbre 2018, confermato poi nelle riunioni del giugno 2019 e infine del dicembre scorso. Le promesse fatte in Parlamento da Giuseppe Conte e dal ministro dell’economia Gualtieri (che si presenta fra l’altro alle elezioni suppletive nel collegio 1 di Roma, con il Pd, per sostituire il neo-commissario europeo Paolo Gentiloni), di attivarsi in sede europea per “rivedere il Salva-Stati in una «logica di pacchetto», sono carta straccia.
Il che aprirebbe un problema politico in un Paese serio, con una classe dirigente credibile. Non in questo.
Ieri, alla Camera, la Lega ha inscenato una farsa con tanto di striscione (“dal pacchetto al pacco”, come peraltro titolato da diversi quotidiani economici specializzati), cercando di far dimenticare che era al governo – e dunque corresponsabile – quando l’accordo politico sul Mes è stato raggiunto (dicembre 2018 e giugno 2019). Ma questo conferma solo l’assoluta identità di fondo tra Lega e Pd (i Cinque Stelle non sembravano aver capito la gravità del Mes né prima, né ora), entrambi più che sottoposti alla “sovranità europea”, al di là delle parole.
Le parti che restano da discutere nella Ue sono davvero di ordine “tecnico” e relative alla sola Unione bancaria, come ricordano su StartMag.
1) Completamento dei fondi nazionali di garanzia dei depositi e graduale costituzione di un fondo comune di garanzia dei depositi.
2) Incentivare le banche a ridurre il rischio di concentrazione dei titoli governativi, attraverso la graduale introduzione della contribuzione al fondo in base al livello di rischio che tenga conto anche del livello di concentrazione di questi titoli. Graduale introduzione di un costo per l’eccessiva concentrazione di debito sovrano.
3) Gestione delle crisi bancarie: miglioramento degli strumenti esistenti ed introduzione di nuovi.
4) Potenziare l’integrazione transfrontaliera delle banche.
A nessuno che conosca i mercati può sfuggire che “Incentivare le banche a ridurre il rischio di concentrazione dei titoli governativi” significa spingerle a vendere quei titoli, provocando uno tsunami sulle successive aste (per “piazzare” Btp, Bot, Cct, ecc, bisognerà accettare riduziojni di prezzo e aumento dei rendimenti, con aggravio pesante degli interessi da pagare e quindi aumento del debito pubblico negli anni a venire).
Un saccheggio organizzato, di fatto, che il direttore del Mes Klaus Regling (e i successori) potranno scatenare quando vorranno, senza dover ascoltare né capi di Stato, né premier. E tra le potenziali “prede” l’Italia è certamente il boccone più succulento… Di sicuro, quella il cui Parlamento neanche immagina cosa va maturando nelle trattative europee fin quando “la partita è chiusa” e immodificabile.
Come i predecessori – tutti, Salvini compreso –  Conte e Gualtieri hanno obbedito a Bruxelles mentre in Parlamento garantivano che “si sarebbero battuti come leoni”.
Ma tranquilli… E’ “per il nostro bene”…

mercoledì 5 febbraio 2020

Gli squali abbandonano le Sardine al loro destino

Do you remember Sardine? Sembra che, passata la paura per la possibilità che il bastione Emilia Romagna finisse in mani leghiste, sia iniziata l’operazione “sgonfiamento” di un “movimento” molto mediatizzato prima ancora che nascesse e caratterizzato dall’assoluto silenzio su tutte le questioni socialmente e politicamente “divisive”.
In pochi giorni si sono sommate molte pessime notizie per Mattia Santori & co. L’ultima, di ieri, parla di una “scissione” della filiale romana – quella che aveva organizzato l’evento di Piazza San Giovanni – con il “capo-referente” Stephen Ogongo che in un comunicato afferma: “Sardine di Roma, da oggi in autonomia. Incontro con i Benetton solo l’ultimo degli errori dei fondatori bolognesi”.
“L’incontro che i fondatori delle Sardine hanno avuto con Luciano Benetton è stato sbagliato, inopportuno. Un errore politico ingiustificabile, ma solo l’ultimo degli errori che Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa hanno commesso nelle ultime settimane”.
“Da questo momento le Sardine di Roma non fanno più riferimento ai 4 fondatori di Bologna né alla struttura che stanno creando. Le Sardine di Roma ripartono da quei valori che hanno fatto della manifestazione di Piazza San Giovanni la più grande e la più partecipata delle sardine: uguaglianza, libertà, giustizia sociale. Affiancarsi agli squali, o diventare come loro, non ci rafforza ma ci indebolisce, ci rende prede inconsapevoli”.
E dunque: “Chi lotta per la giustizia sociale e per un nuovo modo di fare politica non può dimenticare il grido di dolore delle famiglie delle vittime di Genova. Per chi ha creduto nei valori espressi nelle piazze delle Sardine è stata una delusione enorme che ha minato gravemente l’integrità e la credibilità del movimento”.
Chiaro ed esplicito, davvero in stile ben poco “sardinista”. E in effetti il summit con Benetton (malamente giustificato ex post come “incontro con il fotografo Toscani sulla creatività”) sembra aver pesantemente minato la credibilità dei “promotori”. I quali sono subito apparsi in affanno e piuttosto goffi – “un’ingenuità essersi prestati ad una photo opportunity”, che per dei “maghi della comunicazione” sembra davvero incredibile.
Presentarsi al mondo per “ripulire la politica” dalle incrostazioni volgari, “populiste, sovraniste, neofasciste”, ecc, e poi incontrarsi per ore con uno dei peggiori “prenditori” del capitalismo italiano, uno di quei “capitalisti bollettari” che fanno i soldi comodamente seduti al casello autostradale e lasciano andare in malora il bene pubblico loro affidato, fino alla strage del Ponte Morandi… è uno schiaffo in faccia a chiunque sia sceso in piazza dietro di loro e credendo al loro messaggio.
Neanche Ogongo è esattamente un’anima candida della politica politicante. In fondo è pur sempre quello che quello che aveva aperto a Casapound ed era stato ripreso e aveva rettificato. Probabile, insomma, che abbia provato a dare una “spallata da destra” a una leadership ora in discussione. Cavalcando, è chiaro, la “sofferenza” di tanti attivisti davanti a quella foto – e agli interrogativi che solleva – suscettibile di  trasformarsi velocemente in volontà di smarcarsi.
Non crediamo che questi tentativi avranno grande successo, perché – conoscendo piuttosto bene le dinamiche attraverso cui sorgono e muoiono i “movimenti” – sappiamo che ogni tentativo di gestire autonomamente “pezzi” di movimento in opposizione-distinzione rispetto al gruppo “fondatore-dirigente” è condannato ad esaurirsi in tempi rapidi quanto la sua esplosione.

martedì 4 febbraio 2020

Leghisti da “procurato allarme”, tacciono tutti i finti “difensori della legalità”

Lo sappiamo, dei comunisti veri non devono chiedere la galera per nessuno. Però…
Però noi abbiamo Nicoletta Dosio in carcere, condannata in via definitiva per una protesta al casello autostradale in Val Susa che ha provocato un danno di 38 euro alla società controllata da Gavio. Mentre Benetton, con 43 morti sulla coscienza per il crollo di Ponte Morandi, a Genova, non solo non vedrà un carcere neanche in fotografia (eventualmente fatta da Toscani, ci mancherebbe…), ma sta addirittura premendo – anche via Sardine – sul governo perché eviti accuratamente di prendere in considerazione una delle poche idee sensate dei Cinque Stelle: ritirargli la concessione a gestire ogni tipo di autostrada in questo paese.
Però qui tutti si lamentano dei “populisti di destra” che speculano sulle paure della gente e tutti i media “democratici” si preoccupano di rilanciare ogni loro starnuto controvento. Mentre i “politici” che dicono di condannare certe speculazioni da sciacalli non muovono un dito, terrorizzati dalla possibilità che una polemica ben fatta possa far guadagnare voti ai fascioleghisti e farli perdere a loro.
Però, oggi, noi ci vediamo rovesciare addosso da tutti i media questa stronzata: “I governatori di Veneto, Lombardia, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige hanno scritto una lettera congiunta al ministero della Sanità chiedendo che il periodo di isolamento previsto per chi rientra dalla Cina sia applicato anche ai bambini che frequentano le scuole”.
Non sappiamo quanti bambini ci siano tra i 57 cittadini italiani fatti rientrare dalla zona di Wuhan, in Cina, dove si è acceso il focolaio di Coronavirus. Però gli stessi media ci informano che “per almeno 15 giorni, i 57 rimarranno in isolamento in una palazzina alloggi all’interno del Centro sportivo olimpico dell’Esercito. A ciascuno è stata riservata una stanza con due letti e bagno privato, tv al plasma, telefono, wi-fi, armadi e una scrivania. Sono state anche prese in considerazione particolari necessità per gruppi familiari, in alcuni alloggi c’è la cucina. Lì saranno distribuiti i pasti e sarà soddisfatta qualsiasi esigenza degli ospiti, dai giornali ai libri. Senza contare gli accertamenti medici di controllo fino a metà febbraio, con i parenti che forse si trasferiranno in alberghi della zona. Poi il vero ritorno a casa”.
In pratica, dunque, nessun concittadino – né adulto né minorenne – potrà varcare quella soglia controllata da militari armati per i quindici giorni necessari a verificare che in loro non si manifestino i sintomi del contagio.
Dunque bis: in base a quale sragionamento da imbecilli i “4 governatori 4” chiedono che i bambini (eventuali) di ritorno dalla Cina “non vengano fatti entrare nelle scuole delle regioni da loro sgovernate?
Colui che ha avuto la faccia di provare a rispondere è il leghista veneto Luca Zaia: «Non c’è nessuna volontà di contrapposizioni politiche, né tantomeno di ghettizzare: vogliamo solo dare una risposta all’ansia dei tanti genitori visto che la circolare non prevede misure in tal senso».
Geniale… Siccome nei cittadini “c’è ansia”, noi “4 governatori 4” invece di assumere i consigli della comunità scientifica cerchiamo di moltiplicarla.
E dire che anche Andrea Ammon, direttrice dell’Ecdc (European Centre for Disease prevention and Control) si affanna a spiegare che per il momento nell’Ue «la situazione è veramente sotto controllo». Una eventuale sospensione della libertà di circolazione nell’area Schengen per contrastare il nuovo coronavirus identificato in Cina «è di gran lunga al di là delle nostre competenze come agenzia scientifica».
Insomma: non c’è ragione di bloccare la circolazione di persone e merci attraverso tutti i paesi dell’Unione Europea, ma “4 governatori 4” iscritti alla Lega “chiedono” al governo di non far eventualmente entrare alcuni bambini a scuola dopo – DOPO – che dovessero aver finito il periodo di quarantena all’interno di una struttura militare, sotto il controllo dei (giustamente) lodatissimi  virologi che per primi sono stati capaci si sequenziare la struttura del virus.
Ma se non si rifesricono a questi bambini, di chi mai stanno parlando? Dei bambini cinesi che rientrano dalle vacanze di capodanno? Da qualsiasi provincia o regione di quel paese?  Sorvolando disinvoltamente sul fatto che da giorni sono sospesi tutti i voli da e per la Cina? E che via mare o via terra servono diverse settimane? Insomma: si riferiscono a tutti quelli con gli occhi a mandorla?

Qui siamo ben oltre quel “giorno dello sciacallo” che diversi commentatori ricordano. Qui siamo completamente dentro il reato di procurato allarme.
Non lo conoscete? Eccolo qui, come da codice penale, al’art. 568: “Chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’Autorità (1), o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio [358] (2), è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da dieci euro a cinquecentosedici euro.” Non granché, ma almeno una sanzione concreta.
Di fatto, se uno di voi lettori scrive su un social quello che “4 governatori 4” hanno chiesto “con lettera ufficiale al governo” verrebbe inquisito e (giustamente) condannato alle pene indicate nell’art. 568. Se lo fanno i “4 governatori 4”, invece, tutti riportano le loro dichiarazioni senza nulla eccepire.
Che tacciano dei gazzettieri senza più credibilità e deontologia professionale, servi specializzati nel porgere il microfono e far sbobinare dalle segretarie quelle “dichiarazioni”, è in fondo la fetida “normalità” di questi tempi.
Ma che taccia persino la famosa “magistratura”, quella che sarebbe in teoria obbligata all’azione penale in ogni caso – e mai come in questo il reato è di “pubblica conoscenza” – è in realtà la riprova che “fra loro nun s’ingrugnano”. Competono per i posti di prima fila, certo, ma non fanno mica sul serio…
Se nessuno dei vari organi istituzionali fa nulla per stoppare con la necessaria “fermezza” (come si diverte la Storia a invertire il significato delle parole…) questo gioco al massacro fascioleghista, nessuno ci venga a dire che i “democratici” sono quelli che “fermeranno il fascismo”. Al massimo si metteranno d’accordo su chi deve pagare il caffè….

lunedì 3 febbraio 2020

Previdenza complementare e pensioni da fame

Siamo nel bel mezzo di un rinnovato dibattito sulle pensioni. Complice l’imminente fine della “sperimentazione” di quota 100 (che, ricordiamo, era prevista per il triennio 2019-2021) e del manifestarsi del cosiddetto “scalone”, si torna a parlare di come riformare il sistema pensionistico.
Nelle settimane scorse, sulle pagine de “Il Foglio” si è sviluppato un dibattito circa la previdenza complementare. La discussione trae origine da due recenti proposte: da un lato, quella avanzata dal presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, di istituire un fondo pensione complementare gestito dall’Inps, volontario e a capitalizzazione; dall’altro, quella rilanciata da Massimo Mucchetti, giornalista ed ex senatore del PD, di istituire un fondo pensione complementare pubblico, sempre a contribuzione volontaria e gestito dall’Inps, ma a ripartizione.
Come si vedrà, nessuna di queste proposte è rivoluzionaria. I problemi del sistema pensionistico italiano, che difficilmente possono essere risolti con forme di previdenza complementare, sono ben più profondi e ben diversi da quelli normalmente indicati dai “tecnici”, che suggeriscono riforme sempre più draconiane. Senza politiche finalizzate alla piena occupazione e ad un aumento significativo dei salari sul mercato del lavoro, il problema del nostro sistema pensionistico è destinato ad acuirsi di fronte al progressivo invecchiamento demografico.
Il dibattito menzionato, tuttavia, è interessante perché ci permette di evidenziare gli interessi che si muovono intorno alla ghiotta torta del risparmio dei lavoratori. Ma andiamo, come al solito, con ordine.
La previdenza complementare (o “previdenza di secondo pilastro”) è stata introdotta in Italia con il decreto legislativo 124 del 1993. Lo scopo di questa forma di risparmio previdenziale è quello di integrare la previdenza obbligatoria (o “previdenza di primo pilastro”), finanziata attraverso i contributi che il lavoratore e il datore di lavoro sono tenuti, per legge, a versare. In altri termini, i lavoratori possono decidere su base volontaria di versare una parte dei propri risparmi – nonché il proprio TFR (trattamento di fine rapporto, ossia la liquidazione) – in determinati fondi, con lo scopo di ottenere una prestazione pensionistica aggiuntiva rispetto a quella obbligatoria al momento del pensionamento. Si tratta, in sostanza, di una forma di detenzione del risparmio alternativa a quella che può essere rappresentata dall’acquisto di titoli di Stato, azioni, obbligazioni (e così via…), tramite intermediari finanziari o in autonomia.
A differenza, però, di queste forme di detenzione del risparmio, per la previdenza complementare sono previste alcune disposizioni specifiche: agevolazioni fiscali volte a incentivarne l’utilizzo; un’apposita autorità di controllo, la COVIP (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione); forme di silenzio-assenso per quanto riguarda il conferimento del TFR in fondi pensione. In particolare, se il lavoratore non decide cosa fare del suo TFR, in alcuni casi esso è automaticamente trasferito nel fondo pensione previsto dai contratti collettivi applicabili o dalla legge.
Esistono quattro diversi tipi di fondi pensione: i fondi pensione negoziali (istituiti dalle parti sociali, sindacati e datori di lavoro, nell’ambito della contrattazione collettiva), i fondi pensione aperti (gestiti da banche, assicurazioni e altri operatori finanziari), i piani individuali pensionistici e i fondi pensione preesistenti al 15 novembre 1992. La materia è regolata dal decreto legislativo 5 dicembre 2005, n. 252 e prevede un sistema di contribuzione volontaria e a capitalizzazione, mentre la previdenza di primo pilastro è obbligatoria e a ripartizione.
Ricordiamo in breve il significato di questi termini, che ci dicono con quale tipo di finanziamento è alimentata una determinata forma pensionistica. Un sistema a ripartizione è caratterizzato dal fatto che i contributi dei lavoratori di oggi vanno a finanziare le pensioni dei lavoratori di ieri (i pensionati di oggi). In un sistema a capitalizzazione, invece, ciascun lavoratore, ci si consenta l’estrema semplificazione, contribuisce alla propria pensione, andando ad accantonare i contributi in un fondo, sul quale si accumuleranno interessi e dividendi a seconda del rendimento della forma di investimento prevista dal fondo pensione al quale si aderisce.
Il sistema a ripartizione, quindi, è basato su un esplicito patto di solidarietà intergenerazionale; il sistema a capitalizzazione invece su un atto di risparmio e accumulazione individuale di risorse.
Eccoci, adesso, alle proposte su cui si è scatenato il dibattito. Sia la proposta di Tridico che quella di Mucchetti partono dalla constatazione che il sistema di previdenza complementare introdotto nel 1993 non ha dato i risultati sperati. Se l’obiettivo era quello, duplice, di favorire la partecipazione dei lavoratori a forme di risparmio pensionistico e incrementare la disponibilità di risparmi che andassero a finanziare il debito pubblico italiano e le imprese che effettuano investimenti in Italia, esso è ampiamente fallito.
I dati snocciolati dalla COVIP nella sua relazione annuale per l’anno 2018 parlano chiaro. Il numero di adesioni risulta molto limitato: a fine 2018 gli iscritti a forme di previdenza complementare sono circa 7,6 milioni di soggetti, meno di un terzo delle forze di lavoro; ad aggravare il quadro, i lavoratori effettivamente versanti sono stati meno di 6 milioni (meno del 23 per cento delle forze di lavoro).
Alcune categorie di lavoratori fanno particolarmente fatica ad alimentare la propria posizione pensionistica integrativa. Giovani, lavoratori meridionali, autonomi e donne sembrano particolarmente penalizzati, a causa di condizioni di lavoro peggiori e retribuzioni sensibilmente più basse.
E come stupirsi? Con stipendi da fame e grande discontinuità di retribuzione, figuriamoci se possono mettere da parte qualcosa per la pensione. Deludente è anche il contributo delle forme pensionistiche complementari agli investimenti produttivi e al finanziamento della spesa pubblica in Italia. Nel 2018 solo il 27,7 della massa patrimoniale dei fondi pensione è stato infatti rivolto a investimenti nazionali, mentre i titoli di Stato italiani fanno registrare investimenti pari a poco più di un quinto del totale del patrimonio dei fondi.
Mucchetti propone, “per irrobustire le entrate dello Stato … senza imporre nulla ai contribuenti” e per favorire gli investimenti in Italia, la creazione di un fondo di previdenza complementare pubblico a ripartizione. Tridico, invece, pensa a un fondo a capitalizzazione. Al di là delle differenze tra i due fondi, è particolarmente interessante soffermarsi sulle obiezioni che tali proposte hanno sollevato.
Contro la proposta di Mucchetti si è scagliato Giuliano Cazzola, strenuo difensore della riforma Fornero, ex deputato, con un passato nel PSI, nel Popolo della Libertà, nel Nuovo Centro Destra e in Scelta Civica (il partito di Mario Monti). Oggi aderisce a +Europa. Basterebbe questo nutrito curriculum a qualificare qualsiasi suo intervento sulle pensioni come “la voce dell’austerità”, eco delle lacrime di coccodrillo della Fornero, ma prendiamoci la briga di leggere alcuni passaggi del suo intervento.
Scrive Cazzola che la proposta Mucchetti è figlia di una cultura statalista e risulterebbe una “catena di Sant’Antonio”. Nel sistema a ripartizione proposto da Mucchetti, argomenta Cazzola, i contributi non finirebbero “in una posizione individuale, fatta di risorse reali e gestita a capitalizzazione”, ma andrebbero a pagare i trattamenti in essere, “mentre la pensione più elevata, domani, sarebbe finanziata dai contributi versati, appunto, dai lavoratori di domani”. In altri termini, la proposta di Mucchetti finirebbe per chiedere ai giovani di sopportare un onere insostenibile: “il patto che lo Stato impone tra le generazioni diventerebbe ancora più leonino per quelle future”.
Alla proposta Tridico, invece, ha risposto Elsa Fornero in persona, che ha definito il fondo complementare dell’Inps “un altro passo sulla via del declino”. La Fornero scrive che, laddove il fondo “non debba offrire particolari agevolazioni fiscali o garanzie di rendimento – che ricadrebbero … sulla fiscalità generale, ponendo un problema di disparità di trattamento rispetto ai lavoratori iscritti agli altri fondi … – il loro vantaggio potrebbe derivare dai più bassi costi di amministrazione, e perciò da un maggiore rendimento netto”.
Ma sarebbe utile tutto ciò? Poco, scrive la Fornero. Meglio sarebbe una “campagna di formazione/informazione” per spiegare agli italiani come gestire i propri risparmi, accompagnata da interventi sui costi per rendere più appetibili i fondi pensione. Ma la proposta Tridico, secondo Elsa Fornero, fa peggio. La finanza pubblica, scrive, è sempre affamata di risorse “per l’incapacità di ridurre la spesa”. L’idea di utilizzare il canale della previdenza complementare per aumentare le risorse dello Stato per investimenti è pericolosa, in quanto non c’è nessuna garanzia che il pubblico sia più efficiente del privato nell’indirizzare le risorse.
Inoltre, scrive sempre la Fornero, ai rischi sul lavoro si aggiungerebbero i rischi sul risparmio, a causa di investimenti che, essendo gestiti dal pubblico, finirebbero per essere destinati a finanziare progetti di dubbia utilità, alla mercé di interessi localistici.
Lasciando perdere le dichiarazioni di principio sulla “cultura statalista” e sull’inefficienza del pubblico, concentriamoci su alcuni passaggi di queste obiezioni. La Fornero, dopo i danni procurati ai lavoratori quando era al Governo con Monti, continua a cercare di evangelizzare il dibattito con i suoi richiami alla responsabilità fiscale.
Se la finanza pubblica è sempre affamata di risorse non è “per l’incapacità di ridurre la spesa”, come dice la Fornero. Tale incapacità non c’è affatto, come abbiamo visto negli ultimi anni. La finanza pubblica richiede risorse perché proprio queste riduzioni di spesa hanno fatto avvitare su se stessa l’economia italiana, riducendo i tassi di crescita e, dunque, la base imponibile, facendo aumentare ulteriormente il rapporto debito/PIL.
E se, come scrive Mucchetti, è vero che pensioni più alte domani dovranno essere pagate da contributi più alti dei lavoratori (di oggi e di domani) è perché le regole di bilancio europee, di cui lui è un accanito difensore, impongono il perseguimento del pareggio di bilancio e il cosiddetto “pareggio attuariale” dei conti dell’Inps e delle altre casse di previdenza.
Il pareggio attuariale (ovvero la situazione in cui, in prospettiva, entrate e uscite del sistema pensionistico si bilanciano) è stato perseguito attraverso riforme volte ad aumentare l’età pensionabile, agganciare quest’ultima all’aspettativa di vita, estendere il sistema contributivo a discapito di quello retributivo. È proprio a causa di queste riforme e del feticcio dei bilanci in equilibrio che si crea un artificioso scontro generazionale tra pensionati e lavoratori. Ed è sempre a causa di queste riforme e ai vincoli di bilancio, che hanno ridotto drammaticamente gli importi delle future pensioni, che si è sostanzialmente costretti a inventarsi stratagemmi di ogni tipo per cercare di incrementare le pensioni senza influire sui contributi dei lavoratori e sulle finanze pubbliche.
Come se non bastasse, il sottotesto evidente di questo dibattito riguarda lo spazio a disposizione del mercato: le proposte di creazione di un fondo pubblico andrebbero a ridurre ulteriormente il numero di soggetti che versano parte del proprio stipendio ai diversi fondi complementari (negoziali, aperti, individuali), intaccando così gli utili dei soggetti privati coinvolti. In altre parole, le proposte discusse mettono in discussione – seppur timidamente – la priorità attribuita alla logica del profitto di fronte all’interesse generale.
Nulla di nuovo, insomma, sul fronte occidentale. Come da tradizione, i guardiani dell’austerità mettono i lavoratori gli uni contro gli altri, dipingendo le sacrosante rivendicazioni di una vita più dignitosa, di lavoro non precario e pensioni adeguate, come il perseguimento di interessi particolari a danno del benessere generale. È vero l’opposto: quelli che difendono interessi particolari sono loro.
Approfittiamo, dunque, di questo dibattito sul sistema pensionistico per ribadire quanto detto altre volte: l’austerità e le riforme neoliberiste del mercato del lavoro e del sistema pensionistico hanno un solo obiettivo, quello di arricchire i padroni e gli speculatori finanziari, dividendo i lavoratori. Davanti a questi continui attacchi, abbiamo il dovere di restare uniti e respingere con sempre maggiore forza le mire del capitale – quello, sì, mai sazio di profitti – e dei suoi interessati apostoli.

giovedì 30 gennaio 2020

Intanto nelle stanze del potere reale…

Mentre la gran parte degli italiani grida al bau bau Salvini, come per 25 anni ha gridato al bau bau Berlusconi, vi dico cosa succede nelle stanze del potere reale, fonte Il Messaggero di ieri.
Cassa Depositi e Prestiti aveva in precedenza deliberato un comitato nomine di 5 membri, di cui 2 indipendenti. Ieri c’è stato il blitz del Ministero del Tesoro, che controlla l’82% della Cassa e ha stabilito un Comitato nomine di 3 membri: il primo, presidente della cassa, espressione delle fondazioni bancarie, il secondo rappresentato dal ministero del Tesoro, il terzo l’amministratore delegato della cassa, che è espressione del ministero del Tesoro. 2 a 1, bingo.
Indovinate chi c’è al Ministero del Tesoro e a quale partito appartiene. Ebbene, il ministero del Tesoro esprimerà la maggioranza del Comitato nomine della Cassa Depositi e Prestiti, il quale sceglierà gli amministratori delegati Snam, Terna e Fincantieri, vale a dire decine di miliardi di investimenti, decine e decine di miliardi di fatturato, centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Il Ministero del Tesoro ha fatto questo blitz a seguito dell’esito delle elezioni in Emilia, comunicando che vuole capitalizzare il risultato. Mi raccomando, andate dietro le sardine, fate il bau bau a Salvini. Il potere, intanto, marcia trionfante.

lunedì 20 gennaio 2020

La scuola di classe (di Boeri e soci)

Dietro la sua aura di progressismo e modernità, Tito Boeri nasconde il peggior disprezzo per gli strati sociali più poveri che ha sempre animato la cultura della classe dirigente, quel razzismo selettivo che può rivolgersi a diversi colori della pelle e provenienze geografiche, purché di poveri si tratti.
Così, dopo aver celatamente rivendicato lo sfruttamento dei migranti africani quale strumento per rimpinguare le casse previdenziali, più recentemente Boeri rivolge la sua attenzione agli studenti terroni e alle loro famiglie. Dalle pagine di Repubblica, Boeri si lancia in un’ambiziosa proposta per  “Un’altra scuola per il Sud”.
Il punto di partenza sono i risultati delle famigerate prove INVALSI, test sottoposti agli studenti dei vari ordini scolastici al fine di valutarne le cosiddette ‘competenze’ in Italiano, Matematica e Inglese. L’indagine INVALSI certifica che i punteggi del Sud e delle Isole, nel 2019, siano più bassi di circa il 15% di quelli del Nord. Tali verifiche finiscono per imputare agli studenti e ai docenti gli effetti che qualsiasi contesto socio-economico, in tutta la sua complessità, necessariamente produce sulla formazione delle persone che lo vivono, indipendentemente da meriti e colpe dei singoli.
Non siamo nuovi all’utilizzo delle prove INVALSI come una mannaia sulle sorti e sulle scelte delle classi subalterne e dell’istruzione, banco di prova delle politiche reazionarie: leggendo i risultati di quei test unicamente come il frutto degli sforzi individuali dei soggetti analizzati, e non anche come il precipitato dei contesti sociali in cui quei soggetti studiano e vivono, si giunge facilmente alla conclusione che le scuole meridionali siano meno efficienti di quelle settentrionali.
Nel certificare la distanza tra Nord e Sud, Boeri elenca una serie di ipotesi esplicative: “Qualcuno la attribuisce alla bassa spesa per l’istruzione, insegnanti pagati troppo poco” ma, sostiene l’economista, questo qualcuno sbaglierebbe. A parità di remunerazione, dice Boeri, gli insegnanti del Sud hanno uno stipendio, in termini di potere d’acquisto, ben più alto di quelli del Nord, e dunque si dovrebbe assistere ad un risultato capovolto se davvero gli stipendi degli insegnanti contassero qualcosa in questa storia.
Boeri introduce così nel discorso un suo cavallo di battaglia, le gabbie salariali: dal momento che vivono in regioni caratterizzate da prezzi più bassi, gli insegnanti meridionali dovrebbero essere pagati meno, in termini nominali, per avere il medesimo salario degli insegnanti del Nord in termini reali, cioè al netto delle differenze nei prezzi delle merci su cui quei salari sono spesi. Dimentica, Boeri, che gli insegnanti del Sud pagano già quella cronica carenza nei servizi pubblici essenziali, dalle infrastrutture alla sanità, che impoverisce i meridionali tutti, nonché una disoccupazione di massa che fa pesare spesso interi nuclei familiari su un singolo reddito da lavoro.
E così il primo tassello dei questa “altra scuola per il Sud” che sogna Boeri è la riduzione degli stipendi degli insegnanti meridionali.
Poi Boeri si chiede: sono forse i “divari socio-economici di partenza a spiegare questi enormi differenze negli esiti scolastici”? Meno che mai, è la sua risposta: a parità di situazione economica (cioè confrontando abitanti del Nord e del Sud che hanno il medesimo reddito) i risultati del Sud restano peggiori. Eppure questo risultato non ci stupisce affatto: il divario che si registra persino a parità di situazione economica non può che dipendere da variabili di contesto, che si riflettono negativamente anche sugli studenti di classe sociale più agiata.
Tali variabili di contesto riguardano proprio la maggiore arretratezza economico-sociale del Mezzogiorno, non certo le capacità individuali di chi ha compilato i test INVALSI. Se un contesto territoriale è più povero ed emarginato, anche lo studente proveniente da una famiglia benestante ne risentirà, sotto forma di un livello di insegnamento medio più basso, o di punti di partenza più arretrati nei processi di apprendimento sociali e collettivi, processi da cui tutti gli studenti di una comunità traggono le proprie conoscenze.
Ma Boeri non fa menzione di tutto ciò e, scartate queste due ipotesi, presenta finalmente la sua chiave interpretativa, l’asso nella manica, il frutto di anni e anni di studi di scienza economica: la colpa è delle famiglie. Le famiglie meridionali non darebbero un adeguato valore all’istruzione. La prova? Il divario tra gli studenti meridionali e quelli settentrionali aumenterebbe al crescere dei gradi di istruzione: così, secondo Boeri, quando cresce l’impegno a casa richiesto agli studenti (più si va avanti nel percorso scolastico, più aumenta l’importanza dello studio lontano dai banchi), gli studenti meridionali non verrebbero sufficientemente supportati dalle famiglie e dunque si paleserebbe un maggiore divario Nord-Sud.
Terroni cornuti e mazziati, insomma. Cornuti perché disoccupati, poveri e precari, mazziati perché ignoranti e poco attenti all’istruzione dei figli. Il livello dell’argomentazione, ammettiamolo, è talmente basso da richiedere uno sforzo sovrumano per rimanere nei ranghi di una critica puntuale.
Ma le mazzate di Boeri al Mezzogiorno non finiscono qui. Dopo aver proposto una riduzione degli stipendi degli insegnanti, e dopo aver detto che le famiglie meridionali non badano all’istruzione dei figli, rincara la dose suggerendo che le poche risorse disponibili siano sottratte alla stabilizzazione dei tanti precari della scuola e concentrate in premi per gli insegnanti le cui classi hanno ottenuto i migliori risultati INVALSI.
Una provocazione che non deve essere sottovalutata perché avrebbe un portato materiale consistente: favorire l’introduzione del cottimo – questo è il vero nome dei loro ‘meccanismi premiali’ – in settori dove una simile forma di sfruttamento del lavoro non sembrava neanche immaginabile. Col risultato, infine, di sottrarre ulteriori risorse alle scuole che hanno mostrato i peggiori risultati negli INVALSI: colpire chi rimane indietro, peggiorare la situazione di chi sta peggio.
Occorre sottolineare che nessun dato parla da sé, e Boeri ha semplicemente piegato i dati INVALSI alla sua proposta politica neoliberista, concepita per alimentare lo sfruttamento e le disuguaglianze. Difatti, è lo stesso rapporto INVALSI 2019 a sottolineare che “In tutte le materie testate dall’INVALSI e in tutti i gradi scolari, dalla scuola primaria alla scuola secondaria di secondo grado, è osservabile una correlazione positiva tra indice di status [socio-economico-culturale] e punteggio nelle prove”: migliore è il background sociale, migliori sono i risultati dei test. Inoltre, il retroterra economico-culturale incide anche sulla scelta del percorso scolastico: le famiglie con una situazione economica modesta orientano i figli verso gli istituti tecnico-professionali i quali, nelle prove, mostrano risultati sistematicamente peggiori dei licei.
I dati, insomma, ci restituiscono un Paese sì diviso a metà, ma in cui questa divisione non opera per caratteristiche geografiche, bensì di classe. Un quadro a tinte fosche da cui emergono tutti i tratti della scuola classista del secolo scorso che, forse ingenuamente, pensavamo di esserci lasciati alle spalle: una scuola funzionale a mantenere inalterate le divisioni di classe della società, in cui il figlio del ricco si candida a rimanere ricco e il figlio del povero è condannato a occupare, sempre e per sempre, la stessa casella sociale, la più bassa.
Se poi ci concentriamo sulle differenze territoriali, il rapporto SVIMEZ 2019 fotografa un continuo e drammatico aumento del flusso migratorio universitario dal Sud al Nord Italia che drena risorse al Sud sia direttamente, sia a causa del sistema di finanziamento universitario, che penalizza gli istituti meridionali. Gli atenei del Nord, infatti, attraggono più studenti e dunque più tasse universitarie perché inseriti in territori economicamente più prosperi, maggiormente prossimi ai luoghi dove il lavoro c’è, un enorme vantaggio competitivo rispetto agli atenei delle aree disagiate. Ma un vantaggio competitivo che nulla ha a che fare con la qualità di insegnamento e ricerca.
Paragonare, come fa Boeri, una scuola di via Monte Napoleone a Milano ad una scuola dello Zen di Palermo non solo non ha senso, ma risponde alla precisa volontà di perpetuare le disuguaglianze, scaricandone la colpa sugli stessi soggetti che quelle disuguaglianze tutti i giorni le subiscono. Benché sia travestita da analisi tecnica, quella di Boeri è un’operazione politica perfettamente coerente con la traiettoria imposta da oltre trent’anni al nostro Paese e al suo sistema formativo, una traiettoria fatta di tagli alla spesa pubblica e di smantellamento di quel presidio di democrazia e libertà che è la scuola pubblica.
Faceva scandalo “l’operaio che vuole il figlio dottore”, un tempo, quando si lottava sulle barricate per conquistare il diritto ad un’istruzione pubblica e di massa. Faceva scandalo e spaventava i padroni. Per questo, forse, Boeri prova a convincerci che quel ragazzo non diventerà mai dottore per colpa del padre operaio, della madre meridionale.