mercoledì 4 dicembre 2019

Sul Mes ormai è battaglia di “finti tonti

Tutto quanto avveniva sui tavoli europei, a livello tecnico e politico, era pienamente conosciuto dai membri del primo Governo da me guidato, i quali prendevano parte ai vari Consigli dei Ministri, contribuendo a definire la corale posizione dell’Esecutivo italiano sul tema”.
E’ questa la sintesi di quanto ha dettp il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, nell’informativa alla Camera sul Mes. “Mi sono sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui ‘disinvoltura’ a restituire la verità e la cui ‘resistenza’ a studiare i dossier mi sono ben note, quanto del comportamento della deputata Meloni’ nel ‘diffondere notizie allarmistiche, palesemente false’ sul Mes“.
Con una buona dose di “perfidia politica”, Conte ha poi citato la seduta del 27 febbraio 2019 nella quale “il Consiglio dei Ministri aveva preso atto, all’unanimità, dei passaggi da fare in vista dell’approvazione del Mes e nessuno dei ministri presenti, compresi quelli della Lega (e del M5S, ndr), aveva mosso obiezioni sul punto e, in particolare, sulla relazione da presentare alle Camere. Entrambe le relazioni sono state presentate alle Camere e approvate definitivamente dal Parlamento dopo una ampia discussione sviluppatasi nel corso di diverse sedute delle Commissioni”.
Il vertice di Palazzo Chigi convocato da  Conte alla vigilia dell’informativa in Parlamento non ha ancora chiuso la partita del Mes nella maggioranza di governo. Le posizioni di M5S e Pd “sono diverse”, ammette lo stesso Luigi Di Maio. E Conte pare orientato ad affidare la decisione definitiva alla riforma del Mes al Parlamento. La data indicata è il prossimo 11 dicembre quando, dopo le comunicazioni del premier in vista del Consiglio Ue, la maggioranza sarà chiamata a votare una risoluzione comune. Saranno otto giorni al cardiopalma sui quali aleggeranno – anche con uno sguardo al passato e uno al futuro – almeno due domande:
  1. Ma ministri e parlamentari leggono e capiscono quelle che firmano in sede europea ed internazionale?
  2. Trattati devastanti come quello di Dublino nel 2013 o il Fiscal Compact nel 2012 chi li ha letti e poi firmati? O ancora più indietro quello di Maastricht nel 1992? Ed ora il Mes? Tutti, tutti quelli che magari qualche anno dopo fanno i finti tonti
Una cosa è certo se ci sarà vita, dignità, coerenza e conoscenza in questo paese non potrà essere che fuori e contro questa classe politica, sia essa fascioleghista, liberalpiddina o governista a cinque stelle.

lunedì 2 dicembre 2019

Mes incostituzionale, oltre che suicida

Alla fine, oltre ad essere assurdamente svantaggioso (per l’Italia e altri paesi) il trattato che riforma il Meccanismo Europeo di Stabilità (Mes) è anche incostituzionale. Sia nel contenuto che nell’iter procedurale.
In più, risulta essere la prova inconfutabile dell’idiozia contrattuale della nostra “classe politica”, pronta a firmare quel che gli altri partner europei – a cominciare ovviamente da quelli più forti, la Germania – si guardano bene dal sottoscrivere.
Un’analisi costituzionale e non soltanto economica del testo solleva infatti “delicate questioni di legittimità costituzionale e di uguaglianza dell’Italia nei rapporti internazionali”. Parole che appaiono sull’editoriale di Milano Finanza, a firma di Guido Salerno Aletta (L’Unione dei diseguali), non in qualche scantinato leghista.
In ballo ci sono due “piccoli dettagli” come il principio di sovranità (chi comanda dentro i confini dello Stato) e il ruolo del Parlamento, cui la sovranità popolare viene delegata con il normale processo elettorale.
Da sempre, l’Italia firma i trattati europei senza una vera discussione parlamentare (addirittura a Camere chiuse, come avvenne per il Trattato di Maastricht!) e sicuramente senza alcun esame della Corte Costituzionale.
Tanto per restare nell’esempio tipico, la Germania agisce in modo opposto, tanto che – come nel 2012, quando fu decisa la struttura istituzionale del Mes ancora oggi vigente – il Bundestag approvò il trattato solo il 27 settembre, dopo una sentenza dell’Alta Corte che metteva rigidi paletti all’approvazione del trattato stesso.
L’Italia invece lo aveva approvato il 23 luglio, tra le tante cosette che un Parlamento con le valige in mano, pronto a traslocare in qualche spiaggia assolta, vota senza neanche starci a pensare un attimo.
La corte tedesca poneva infatti due condizioni, come ricorda Salerno Aletta: «la necessità che ogni incremento dell’ammontare della dotazione dell’Esm fosse preventivamente ed esplicitamente approvato dal Parlamento tedesco». Perché quando si parla di impegnare soldi pubblici, foss’anche per un’istituzione europea, il Parlamento deve farlo con tutta la consapevolezza e la formalità necessaria.
E «la necessità di assicurare una sufficiente influenza parlamentare sulla maniera in cui vengono gestiti i fondi». Ossia: non è che noi (la Germania) mettiamo soldi nostri e poi qualcun altro decide come spenderli; in ogni passaggio noi (la Germania) vogliamo decidere a chi si danno, come, perché e in che modo debbono essere restituiti.
Per maggiore sicurezza pretesero la nomina di Klaus Regling a capo del Mes.
.Ma non basta. La stessa Corte Costituzionale germanica mise altre tre condizioni: “nello strumento di ratifica del Trattato si sarebbe dovuta inserire una riserva formale che recepisse le condizioni di merito stabilite dalla Corte medesima; occorreva inoltre inserirvi la clausola secondo cui la Germania non desidera essere vincolata da quanto stabilito dal Trattato medesimo nella sua interezza se dette riserve dovessero risultare inefficaci sul piano del diritto internazionale; infine, si precisava che le altre Parti che avevano già ratificato il Trattato avrebbero dovuto esprimersi sulle riserve poste dalla Germania, accettandole o meno.”
Della serie: “partner europei, avete capito che noi non ci accolleremo nessun carico senza prima vedere se ci conviene?”
In ogni caso, bontà loro, veniva dato per scontato anche anche gli altri paesi avrebbero potuto avanzare le stesse “riserve”, limitando così le funzioni del Mes.
Ma quando mai… Dall’Italia non venne neanche un vagito, figuriamoci una perplessità. Non sarebbe stato facile, perché “non sarebbe stata sufficiente la sola dichiarazione ministeriale di accettazione unilaterale delle riserve tedesche, resa senza l’assenso preventivo del Parlamento.” Altrimenti “ sarebbe intervenuta, senza averne titolo, su un atto del Presidente della Repubblica”, ossia la firma al trattato.
In altre parole, la “diseguaglianza tra [finti] uguali” ha nell’Unione Europea una lunga storia, fatta di complicità – sposata a incompetenza e debolezza – e “volontà di potenza” di chi ha un peso economico superiore. Ma è una diseguaglianza che è andata crescendo oltre ogni ragionevole tolleranza, e che genera le “tensioni” popolari che sprezzantemente vengono derubricate a “populiste” o “sovraniste”, ma che riguardano effettivamente le condizioni di vita dei vari popoli europei ed anche la loro (residua) sovranità popolare, inscritta in genere nelle loro Costituzioni.
Ma, giunti a questo punto, come se ne esce? Giustamente Salerno Aletta fa notare che – per tentare di salvare capra e cavoli – almeno si sarebbe dovuta ripristinare la “parità tra partner”. Ovvero: “Una volta che la Germania ha affermato l’incomprimibilità della responsabilità del Parlamento in ordine alle decisioni di spesa, e visto che la medesima prescrizione è contenuta nella nostra Costituzione per quanto riguarda i trattati internazionali, è via obbligata accedere alla impostazione della riserva tedesca e inserirne una di identica portata da parte italiana”.
Ma di questa consapevolezza nella nostra “classe dirigente” – non solo della sua parte “politica” – non c’è alcuna traccia.
La Lega solleva strumentalmente il problema, è vero. Ma il problema esiste e il gruppo dirigente della Lega lo sapeva benissimo. Il “documento” con il testo del nuovo Mes campeggia infatti al 4 dicembre 2018 sul sito del Consiglio Ue, e che illustra in dettaglio ciò che poi sarebbe stato concordato sei mesi dopo. Una “location” certo poco attrattiva per i “leoni da tastiera”, ma sicuramente non ignorata dai Bagnai, Borghi e Garavaglia – le “teste economiche” del Carroccio.
Il problema politico ora è piuttosto incasinato. Divisioni partitiche a parte, infatti, accettare questo trattato è finanziariamente un suicidio. L’Italia dovrebbe garantire copertura (in caso di necessità) per 125 miliardi ad un fondo gestito non all’unanimità (in cui avrebbe insomma diritto di veto), ma in base alla maggioranza delle quote. Germania e Francia, insieme, dispongono del 47%; basterà aggregare Olanda, Austria o Finlandia per raggiungere la maggioranza e farci neri. AL resto penseranno come sempre “i mercati”…
L’analisi sulla sostenibilità del debito pubblico dei vari paesi, infatti, passerebbe dall’essere esclusiva della Commissione Europea (organo politico, dunque in qualche misura “sensibile” o “sensibilizzabile” alle ragioni di opportunità, equilibrio, cautela, ecc) a prerogativa principale del Mes, che assume però “il punto di vista del creditore”. Ossia di chi vuol rientrare del proprio capitale (cui contribuiscono però i vari paesi, non “appartiene” al Mes) e se ne fotte se il debitore va sul lastrico.
E’ il massimo dell’idiozia, ci sembra, finanziare (sia pure “a garanzia”) lo strumento che potrebbe decapitarci come Paese e gettare milioni di lavoratori/correntisti (obbligati) in pasto alla speculazione.
L’unica soluzione decente sarebbe non ratificare il trattato (ormai “inemendabile”, garantisce il ministro dell’economia, nonché ex tecnoburocrate di Bruxelles ed ex senatore Pd) e far saltare il tavolo.
Ma di certo non lo faranno queste orde di mentitori professionali e statisti mancati che abitano le stanze di Cinque Stelle, Lega e, a maggior ragione, Pd, Fratelli d’Italia e frattaglie varie. I “sovranisti da operetta”, quando il gioco si fa duro, farfugliano e si arrendono.

giovedì 28 novembre 2019

L’Italia è una “pacchia” per le multinazionali

Le filiali italiane delle grandi corporation del Web hanno versato al fisco italiano “solo” 64 milioni di euro nel 2018. Appena 5 in più rispetto ai 59 milioni versati nel 2017, e a seguito di accordi con le autorità fiscali italiane, hanno dovuto pagare sanzioni per un totale di 39 milioni (erano stati 73 mln nel 2017).
Lo rivela il rapporto dell’Area Studi Mediobanca sui giganti del Websoft (Software & Web companies). Occorre dire che il giro d’affari delle loro filiali in Italia  ha un peso assai relativo rispetto al totale mondiale del settore: nel 2018 il fatturato dei giganti del web in Italia ha superato i 2,4 miliardi, occupando però solo oltre 9.840 unità ossia lo 0,5% dei dipendenti a livello internazionale. Ma il 2018 è stato un anno molto “generoso” per le imposte delle multinazionali.
A livello mondiale, quasi la metà dell’utile ante imposte delle WebSoft viene tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con un conseguente risparmio fiscale di oltre 49 miliardi nel periodo compreso tra il 2014 e il 2018.
Microsoft, Alphabet e Facebook hanno risparmiato rispettivamente 16,5, 11,6 e 6,3 miliardi di imposte nel periodo 2014-2018. La tassazione in paesi a fiscalità agevolata combinata alla riforma fiscale Usa, e ai crediti d’imposta sulle spese in ricerca, ha fatto sì che nel 2018 il tax rate effettivo delle multinazionali WebSoft risultasse pari al 14,1%, ben al di sotto di quello ufficiale del 22,5%.
In particolare, nel periodo 2014-2018 la tassazione in Paesi a fiscalità agevolata ha determinato per Apple un risparmio fiscale cumulato che sfiora i 25 miliardi.

mercoledì 27 novembre 2019

Sull’ex Ilva di Taranto si gioca una partita che riguarda tutti

ArcelorMittal vuole “cannibalizzare” l’ex Ilva e lasciare a noi solo le ossa? A Taranto si gioca una partita decisiva su lavoro, salute e sviluppo complessivo del paese.
Scrive la rivista Il Mulino che per rispondere alla crisi del settore siderurgico in Europa – dovuta ai dazi messi dagli Usa, alla penetrazione dei prodotti provenienti da Cina, Turchia, India etc. – il modo in cui i grandi gruppi industriali stanno provando a fronteggiarlo “passa principalmente attraverso una sempre più intensa centralizzazione dei capitali, perseguita con fusioni e acquisizioni. Operazioni che consentono alle imprese non solo di ampliare le rispettive quote di mercato, ma altresì di estendere il controllo sulla capacità produttiva (…) Potendo contare su un numero maggiore di unità, operanti in diversi contesti o su diversi segmenti di mercato, un’impresa ha più margini anche per affrontare le crisi. Può scegliere di valorizzare le attività più remunerative e fermare – a tempo determinato o definitivamente – quelle in perdita. È sulla base di questa premessa che va letta la vicenda Ilva”.
I proprietari di ArcelorMittal, secondo Il Mulino potrebbero aver deciso (il condizionale è d’obbligo perché siamo a conoscenza solo di quello che trapela nel dibattito pubblico) di limitare i flussi di cassa negativi liberandosi dell’ex Ilva. “Una scelta comprensibile sul piano finanziario, e nell’ottica di breve periodo che orienta un’impresa quotata, che oltretutto mette a rischio la sopravvivenza di quel ramo d’azienda, prospettando la dismissione di una quota di produzione di un certo peso, con possibili effetti benefici sugli equilibri fra domanda e offerta. Tuttavia questa opzione non è esente da rischi”.
Se dopo il recesso di Arcelor Mittal un altro soggetto acquisisse le attività siderurgiche dell’ex Ilva, e ristrutturasse lo stabilimento rimettendole sul mercato, la multinazionale avrebbe fatto rinascere un concorrente sul mercato italiano. Secondo Il Mulino “Mittal scommette sull’irrealizzabilità di questa ipotesi, e ha dalla sua diversi elementi: su tutti, le difficoltà finanziarie che attanagliano gli operatori e le ristrettezze del mercato. Queste, combinate allo sforzo necessario per rimettere in campo Ilva, restringono le probabilità che quell’operazione possa verificarsi. Ma non le annullano del tutto”.
In qualche modo l’indagine aperta dalla Procura di Milano (e ci sentiamo di condividere questa ipotesi,ndr) sottolinea proprio questa eventualità, cioè che ArcelorMittal abbia acquistato l’ex Ilva non per ristrutturarla ma per chiuderla e “cannibalizzare” le sue quote sul mercato italiano della siderurgia. Era già accaduto con l’Italsider di Bagnoli negli anni ’80 ma, allargando l’orizzonte, potremmo dire che la stessa cosa è accaduta nella chimica, la farmaceutica, la produzione di autobus etc. etc. Con un eufemismo doloroso la chiamano “deindustrializzazione”, noi preferiamo chiamarla desertificazione industriale di un paese.
Il giro d’affari mondiale della filiera dell’acciaio è di quasi 2.900 miliardi di dollari. La World Steel Association stima in 96 milioni il numero complessivo dei lavoratori occupati nell’industria siderurgica.
Anche se preoccupati da un potenziale rischio di sovrapproduzione, la Cina e i paesi emergenti come India e Turchia, continuano a veder crescere il loro peso nel settore siderurgico.
Secondo le stime della World Steel Association, a settembre del 2018 la produzione mondiale ha raggiunto il livello di 151,71 milioni di tonnellate di acciaio, rispetto ai 145,28 del 2017, in aumento del 4,4%. In altre parole, sono state prodotte 6,4 milioni di tonnellate di acciaio in più rispetto allo stesso mese del 2017.
In Europa la produzione di acciaio nel periodo giugno-settembre è scesa del 13,6% a 10,4 milioni di tonnellate rispetto alle 12,1 milioni del secondo trimestre. Anche le spedizioni nel terzo trimestre sono diminuite del 17,9% a 9,7 milioni di tonnellate mentre le vendite sono state pari a 8,8 miliardi di dollari -15,4% rispetto ai 10,4 miliardi del secondo trimestre 2019.

La siderurgia italiana fino ad oggi ha mantenuto un ruolo di primo piano nel contesto economico nazionale ed europeo, essendo la seconda potenza produttiva a livello europeo e la decima a livello mondiale.
Il 2017 era stato un anno positivo per l’industria siderurgica  italiana, grazie ad una produzione che ha superato i 24 milioni di tonnellate prodotte, un livello che non si vedeva dal 2013. Prodotti come laminazioni, trasformazioni e finiture e le fonderie italiane sono al primo posto a livello europeo, con un testa a testa con quelle tedesche. Nel comparto dei lunghi e dei prodotti di prima trasformazione (tubi saldati e senza saldature, filo trafilato e fucinati) l’Italia rimane uno dei leader europei.
La produzione di acciaio in Italia nel 2018
2010: 25,7 M.t. – 42 siti
2011: 28,7 M.t. – 42 siti
2012: 27,3 M.t. – 42 siti
2013: 24,1 M.t. – 41 siti
2014: 23,7 M.t. – 41 siti
2015: 22,0 M.t. – 41 siti
2016: 23,4 M.t. – 41 siti
2017: 24,1 M.t. – 39 siti
2018: 24,5 M.t. – 39 siti
(fonte: Federacciai, 2019)
In Italia viene prodotto il 14.6% della siderurgia dell’Unione Europea a 28. Il 25,3% viene prodotto in Germania, in Francia il 9,2%, in Spagna l’8,6%, in Polonia il 6,1%, in Belgio il 4,8. Nei restanti ventidue paesi europei viene prodotto il 31,4%.
Il fatturato totale in Italia della filiera siderurgica in senso stretto nel 2018 è stato di 62,403 miliardi di euro (erano 56,111 nel 2017, +11,2%).
ArcelorMittal Italia S.p.A. è dal novembre 2018 la filiale italiana della multinazionale franco-indiano- lussemburghese che si occupa prevalentemente della produzione e trasformazione dell’acciaio Il più importante stabilimento italiano è l’ex Ilva di Taranto che costituisce il maggior complesso industriale per la lavorazione dell’acciaio in Europa. Altri stabilimenti in ballo sono quelli di Genova, Novi Ligure, Racconigi e Marghera.
In questo scenario l’ArcelorMittal in  Italia ha visto la produzione a ottobre 2019 scendere a 4.5 milioni di tonnellate. Se hanno ragione i magistrati milanesi, il suo obiettivo è di operare affinchè diminuiscano ancora… fino a spegnersi. A quel punto la quota di mercato dei prodotti della ex Ilva sarebbe a disposizione di altri pescecani del settore, soprattutto se hanno a disposizione una filiera multinazionale su cui scaricare e abbattere i costi di produzione.
La chiusura dell’Ilva è stata invocata non solo dagli abitanti di Taranto avvelenati e uccisi da anni di inquinamento, ma anche da una parte dei lavoratori e dalla Usb.
Nel sondaggio condotto dall’Usb tra i lavoratori dell’Ilva di Taranto tra ottobre e novembre, per 1.223 operai (il 97,6% sulle 1.254 risposte ottenute), l’attuale ciclo produttivo integrale a carbone non è compatibile con il rispetto della salute umana e dell’ambiente

Già a luglio l’Usb aveva sostenuto coraggiosamente – e praticamente da sola – che “Taranto va liberata dai veleni mortiferi dell’acciaieria e va costruita un’alternativa occupazionale che garantisca salari, reddito, il diritto alla salute ed il rispetto dell’ambiente. Per questa ragione è necessario che il governo investa risorse ingenti in questo progetto. Senza un intervento pubblico non è sostenibile alcun progetto alternativo”.
Una tesi che ribadito anche lo scorso 4 novembre in sede di incontro con il ministro Patuanelli nel quale ha chiesto esplicitamente la pianificazione della chiusura dell’area a caldo ed un progetto straordinario di intervento pubblico delle bonifiche ambientali, per nuova occupazione, difesa del reddito e salvaguardia dei posti di lavoro. “Ora si tratta di riprendere Ilva in mano pubblica allo scopo di definire quel piano straordinario di chiusura delle fonti inquinanti,  difesa del reddito, bonifiche e riconversioni” sostiene l’Usb, “lo Stato, per responsabilità diretta dei governi, ci arriva nel modo peggiore. Il rischio serio è che, se di ricatto si tratta, questo possa trovare tanti solidi alleati, anche nel sindacato”.
Su questi temi e con questi obiettivi si discuterà a Taranto mercoledi sera nel convegno organizzato da Potere al Popolo, ci si confronterà in una assemblea operaia nazionale convocata dall’Usb per giovedi 28, si sciopererà e si manifesterà nella stessa città venerdi 29 novembre. E’ una sfida a tutto campo per lavoro, salute e ambiente, tre questioni su cui il mercato e la visione privatistica non sono e non saranno mai in grado di dare soluzioni che guardino al benessere sociale e collettivo.

lunedì 25 novembre 2019

Le elezioni in Gran Bretagna e la sfida del Labour

Il 12 dicembre si svolgeranno le elezioni in Gran Bretagna.
Da un lato, Boris Johnson sta giocando la campagna elettorale incentrandola sull’accordo che l’ex-primo ministro conservatore è stato in grado di raggiungere con i 27 dell’Unione Europea, prima dell’indizione delle snap elections il 29 ottobre; dall’altro, Jeremy Corbyn si è focalizzato su un vasto programma di riforme sociali avanzate, esposte organicamente nel Manifesto del Labour: “It’s Time for Real Change”, presentato giovedì di questa settimana alla Birmingham City University.
Come riporta The Guardian, Corbyn, durante la presentazione, l’avrebbe definito: “un manifesto pieno di politiche popolari che l’establishment politico ha bloccato per una generazione”. Un programma più radicale di quello presentato alle elezioni del 2017, volute da Cameron dopo il voto sulla Brexit ed in cui i tories persero la maggioranza, governando poi con Theresa May fino all’avvento di “BO JO” grazie ai voti degli “unionisti” nord-irlandesi.
Il Manifesto comprende un vasto programma di nazionalizzazioni: ferrovie, comparto energetico e delle comunicazioni, così come l’acqua e le poste, è centrato su un incremento della spesa pubblica in investimenti produttivi – per esempio con la creazione di una azienda farmaceutica statale e di un banca statale d’investimento – e soprattutto in welfare, dalla sanità all’istruzione (anche per gli adulti), e il ritorno all’università gratuita.
Articola il progetto di un transizione ecologica radicale – pagata attraverso un fondo ricavato dalla tassazione delle industrie inquinanti – per affrontare l’emergenza climatica, propone una riforma tributaria in senso progressista che colpisca l’élite economica autoctona o “straniera”, tra cui Amazon; parla di partecipazione dei lavoratori ai consigli d’amministrazione, di una radicale riduzione dell’orario a parità di salario, dell’introduzione di un salario minimo orario di 10 Sterline, di una parificazione effettiva tra le retribuzioni femminili e quelle maschili, della ripresa in carico da parte dello Stato della collettività con la creazione di 1000 nuovi Sure State centres, ecc.
L’accesso gratuito alla Rete Informatica, ovvero la “Free Broadband for all” – per esempio – verrebbe finanziata con le tasse alle multinazionali del settore tecnologico e con la parziale ri-nazionalizzazione della British Telecom…
Per dare un’idea di come il tema dell’incremento della spesa pubblica sia al centro della campagna – anche per gli stessi Conservatori – riportiamo i dati forniti dall’IFS (Institute for Fiscal Study), un organismo indipendente che ha valutato in 55 miliardi di Sterline, cioè 64 miliardi di Euro, le spese d’investimento previste dal partito Laburista, contro i 20 miliardi dei Tories, che puntano la propria narrazione riguardo ai temi sociali solo sulla riduzione delle tasse per i salari più bassi e la promessa di costruire un milione di case nei prossimi cinque anni. Mentre il Labour parla nel Manifesto di edificare 150.000 alloggi sociali l’anno, a basso costo ma “ad alta qualità di risparmio energetico”.
Un aumento significativo, considerato che l’anno scorso ne sono state costruite solo 6.287, come riporta The Morning Star.
Sia in casa laburista che, paradossalmente, in quella conservatrice, sono le politiche di “austerità” ad essere sconfessate. Una netta inversione di tendenza rispetto all’egemonia neo-liberale che, con Margaret Thatcher prima e Tony Blair poi, si era radicata nel quadro complessivo della rappresentanza politica britannica. Segno anche di quanto forte sia ormai il malessere sociale per le condizioni di vita e salariali.
***
Sempre nella settimana appena trascorsa, il primo dibattito televisivo svoltosi martedì sera tra i due leader ha “riproposto” questo tipo di schema, con una particolare rilevanza data da Corbyn alla difesa e potenziamento della NHS, il sistema sanitario nazionale pubblico, oggetto di grandi tagli da parte di Conservatori e che fa molta gola soprattutto ai grandi gruppi della white economy statunitense.
Quello della sanità pubblica è uno dei punti dirimenti dei laburisti, che accusano i tories di volere svendere questo gioiello britannico al settore privato nord-americano, all’interno della possibile stipula di un accordo di libero scambio successivo alla Brexit.
Secondo le stime sono “vacanti” 100.000 posti nella sanità pubblica e mancano 43.000 infermieri, come riporta The Morning Star.
Un articolo del 20 novembre di Jim Stone, dell’Indipendent,  dal significativo titolo “NHS overtakes Brexit as voters’ top priority for election, poll finds”, viene citato un sondaggio effettuato tra il 15 e il 18 novembre, in cui proprio il sistema sanitario nazionale britannico risulta in cima alle preoccupazioni dell’elettorato con un buon 60%; una percentuale superiore del 6% rispetto allo stesso sondaggio condotto tra l’8 e 11 d’ottobre.
Non è un caso che in una rilevazione di YouGov tra gli “indecisi” rispetto all’opzione di voto, effettuata dopo la tribuna elettorale televisiva, ha dato un notevole vantaggio a Corbyn rispetto a Johnson: 59 contro 41 per cento.
Mentre il leader del “Brexit Party” Nigel Farage, vero vincitore delle elezioni europee della scorsa estate – come caldeggiato da Trump – ha scelto di non presentare dei propri candidati nelle circoscrizioni papabili per i conservatori, di fatto andando a contendere solo i seggi laburisti in un sistema uninominale secco come quello britannico, i LiberalDemocratici hanno deciso di giocare la partita come i più accesi promotori di un secondo referendum sulla Brexit, e di collocarsi quindi come capofila dei remainers, cui si allineano su questo tema lo Scottish National Party ed i Verdi britannici, che rischiano di fare da “utili idioti” per Johnson; mentre il Partito Comunista Britannico sostiene calorosamente la politica del Labour.
L’equazione più difficile per Jeremy Corbyn è proprio quella sulla Brexit, visto che la propria base elettorale ha votato massicciamente per il leave nel giugno del 2016, andando contro l’indicazione di voto del partito – Corbyn è un euroscettico di lungo corso, che a malincuore si è espresso per il remain – e i membri dell’organizzazione, divisi su questa opzione, con una strana accoppiata tra i remainers laburisti (che mettono insieme la “destra” del partito, cioè il ceto politico residuale del “New Labour” di Tony Blair, e “l’ultra-sinistra” che supporta il Labour anche in questa difficile campagna elettorale).
Recentemente da parte del Partito Laburista, sia in Scozia – dove i remain aveva ottenuto il 62% dei voti – che in Galles, è stata ribadita la libertà di fare campagna contro la Brexit in un eventuale secondo referendum …
Richard Leonard, leader dei laburisti scozzesi, terzo partito dietro SNP e i Tories, ha giustamente dichiarato: “con un governo laburista radicale pensiamo che le ragioni in favore dell’indipendenza saranno erose e verranno eclissate”, riferendosi alla questione di un nuovo referendum per l’indipendenza della Scozia, uno dei temi caldi agitato dal SNP in questa campagna elettorale.
La quadratura del cerchio tra i differenti punti di vista sulla Brexit e le differenti compagini locali è stata probabilmente trovata  concentrandosi su un vasto programma di riforme sociali, il cui l’architetto è un altro storico outsider della sinistra laburista, come Jeremy Corbyn: il “Cancelliere ombra” originario di Liverpool, John McDonnel.
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Sulla politica estera, il programma e le reiterate prese di posizione di Corbyn – oggetto di una oscena campagna della lobby sionista – parlano chiaro. E questa settimana il leader laburista ha ribadito tra l’altro che le colonie israeliane – riconosciute da Trump, dopo Gerusalemme capitale dello Stato Ebraico – sono una “violazione flagrante” della legge internazionale.
Da sottolineare come il Labour, in caso di vittoria elettorale, metterà fine al commercio di armi in direzione dell’Arabia Saudita per la guerra in Yemen (la Gran Bretagna è uno dei maggiori fornitori), così come verso Israele.
Per ciò che concerne la Palestina si tratta di un successo delle numerose campagne della sezione locale del BDS, che trovano concretizzazione nelle risoluzioni a riguardo degli ultimi due Congressi, quest’anno come l’anno precedente; anche se l’impostazione sulla questione continua ad avere dei limiti, costituisce comunque una delle più avanzate posizioni della sinistra radicale che abbia un’espressione parlamentare sul Continente.
È da ricordare che Corbyn, fedele alle sue posizioni di difesa della “rivoluzione bolivariana”, da vecchio internazionalista qual è ha preso posizione contro il Colpo di Stato in Bolivia…
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La campagna elettorale si sta giocando inoltre sull’asimmetria tra l’appeal esercitato dal Labour sulle giovani generazioni – cui ha dedicato una parte importante del proprio Manifesto – e quella “non esercitata” dai Conservatori.
Come ha detto il 20 novembre Tariq Ali, in una intervista su The Jacobin  a cura di Suzi Weissman:
“Il Labour ora ha una ben organizzato, e ben addestrato team di volontari per la campagna elettorale – per la maggior parte giovani – che stanno aggredendo i seggi marginali. Al contrario, i tories, la cui età media degli aderenti è ora oltre i sessanta, non hanno praticamente alcun giovane tra le loro fila e devo affittare un’azienda per la loro campagna. Hanno privatizzato le elezioni.”
Oltre che sui seggi marginali, vinti per una manciata di voti le scorse elezioni e ora al centro della campagna a tappeto della macchina elettorale laburista, supportata da “Momentum”, una grossa partita viene giocata sulla registrazione al voto degli aventi diritto; attività su cui il Labour ha investito molto, promuovendo una campagna coronata dal successo.
Lo scorso venerdì si sono registrate nel giorno scelto per questa campagna più di 300.000 persone, tra cui 200.000 cittadini sotto i 35 anni. Un trend che i laburisti sperano di conservare fino all’ultimo giorno valido, il 26 novembre, per ricreare quel “youthquake” – cioè quel terremoto giovanile che ha segnato le votazioni del 2017 – e far andare a iscriversi quella persona su sei che, secondo le stime, manca ancora all’appello.
Un video di Owen Jones – “You have the power to change it all, but you have to vote” – divenuto virale, mostra le ragioni per andare a votare: dallo strapotere dei proprietari di case nei confronti degli inquilini al collasso del sistema sanitario, dalla situazione dei pensionati all’emergenza climatica… “Perché se no la vostra voce sarà silenziata, mentre è necessario che sia ascoltata più alta che mai.”
Non sappiamo quale sarà l’esito che uscirà dalle urne. Da un po’ di tempo a questa parte sappiamo che gli strumenti di previsione elettorali classici, come i sondaggi, possono trasformarsi in “bussole impazzite”. Quel che è certo è che ci troviamo di fronte ad una campagna dai toni inediti, con Johnson che – alla sua prima uscita – ha paragonato Corbyn a Stalin; o la stampa reazionaria britannica che ha parlato, dopo la presentazione del Manifesto, di “agenda marxista nascosta”…
Non sappiamo se le “campane a morte” per il neo-liberalismo suoneranno per prime nella “Perfida Albione”, con la vittoria dei laburisti, né se questi, in caso di successo elettorale, manterranno in tutto o in parte l’agenda politica che hanno fin qui costruito.
Da un articolo del quotidiano comunista britannico, che abbiamo più volte citato, scritto da Amy Addison-Dunne, rubiamo la valutazione del Manifesto:
“In questo manifesto c’è qualcosa per tutti. Il Labour vuole democratizzare, ricostruire e rivoluzionare la nostra società. (…) Non sorprende che i miliardari si stiano spaventando.”

venerdì 22 novembre 2019

Dove va il Movimento 5 Stelle?

Il Movimento 5 Stelle sarà presente con una propria lista alle prossime elezioni regionali che si terranno in Calabria e in Emilia Romagna. Questo il dato emerso ieri sera dopo che poco più di 19 mila (contro 8 mila) tra i 125 mila aventi diritto al voto sulla piattaforma Rousseau, hanno espresso la preferenza per il No, preferenza che nella formulazione del quesito – poco lontana da quelli “creativi” visti in occasioni ben più dirimenti, come la riforma costituzionale o la privatizzazione dell’acqua – significava la volontà di partecipare alla campagna elettorale.
Il risultato, si affrettano ad affermare molti quotidiani di oggi, va in direzione opposta alle indicazioni avanzate alla vigilia del voto dal “capo politico” Luigi Di Maio, di fatto esprimendo un’incrinatura evidente nelle relazioni tra la dirigenza del Movimento e la parte di elettorato che ancora rimane fedele all’opzione pentastellata.
Di certo, il dato politico messo in mostra dagli organi di informazione “interessati” alle quotazioni della borsa elettorale è talmente evidente che neanche i diretti interessati possono negarlo. I “non controllo più i miei” o i “è vero, siamo in difficoltà” pronunciati da Di Maio, a cui aggiungere i mal di pancia delle basi regionali/ provinciali ecc.,  sono qui a dimostrarlo.
Ma ciò su cui qui vorremmo soffermarci brevemente sono le ragioni profonde che hanno portato il M5S a questa situazione. Se, di nuovo, il dato è che la formazione che poco più di 20 mesi fa ha ottenuto la maggioranza relativa alle camere, a poche settimane dalle elezioni, non sa se presentare una propria lista in una delle regioni strategiche per la guida del paese, perché non saprebbe come affrontare un’altra batosta come quella rimediata alla tornata umbra, la questione centrale e meno dibattuta altrove è il perché di questo “sconvolgimento”.
Il motivo, paradossalmente, risiede nella stessa logica, non nuova, che da una parte ha portato il Movimento ai risultati del marzo 2018, e dall’altra al declino odierno: l’illusione che la dimensione, dell’onestà sia da sola in grado di offrire un’alternativa credibile al “cattivo” mondo odierno.
Sia ben chiaro, l’illusione non è nel valore dell’onestà in sé, quanto piuttosto nell’ipotesi secondo cui se tutti fossero onesti, il mondo (questo mondo, e in particolare questo paese) funzionerebbe bene. Illusione, appunto perché non riscontrabile nella realtà. che diventa addirittura becera repressione quando le si sovrappone la “logica manettara” del rispetto della legge a prescindere dalla sua “ragionevolezza”  – come nei sorrisi compiaciuti del ministro Bonafede all’atterraggio di Battisti dal Brasile o nei Decreti Sicurezza che portano il nome di Salvini –, senza porsi la domanda per chi e per quale scopo quella legge è stata pensata.
 A ben vedere, l’illusione dell’applicazione amministrativa onesta del già legittimato non è altro che il riflesso dell’ideologia (falsa coscienza per definizione), del “né destra né sinistra” con cui il Movimento ha scalato le vette del consenso; ideologia che peraltro è tutta interna (compatibile) alla narrazione della fine della storia e delle alternative (“Tina”, there is no alternative) con cui abbiamo a che fare da almeno un trentennio a questa parte.
Questo giochino ha funzionato benissimo finché si è trattato di coagulare un sentimento diffuso e reale, quanto legittimo, di rifiuto generale di un arco politico di bassissima lega, incapace e disinteressato a cogliere i bisogni che sopraggiungevano dalla popolazione.
Ma quando si passa dal ruolo destruens a quello costruens, ossia dall’attacco puro a tutto spiano contro le proposte degli avversari alla necessità di prendere decisioni programmatiche, e fare i conti con la materia disponibile a sostenere quelle decisioni, per le sorti economico-politico-sociali di un paese, allora la musica cambia.
Qui, senza un orizzonte di riferimento, un programma più o meno definito, o meglio ancora un’idea chiara e concreta (non illusoria dunque) del mondo che si vuole costruire, si perde la bussola e si finisce col governare con tutto e l’apparente contrario di tutto in poco tempo. Come è successo al Movimento, con il passaggio dal governo giallo-verde a quello giallo-blu (o giallorosa). Se poi il pilastro dell’offerta politica era sempre stata la promessa di non scendere a patti “con nessuno”, allora lo sconvolgimento, come scritto in precedenza, è la sola conseguenza razionale possibile.
La perdita della bussola ora si è trasferita anche all’elettorato, a cui, di fronte alle continue giravolte dei propri rappresentanti, comincia a girare la testa e fa sempre più fatica a riconoscere “i suoi”, fino a sconfessare – e torniamo così alla cronaca di oggi – l’indicazione di voto fornita dal “capo politico” sulla votazione online. Cosa mai accaduta fino a ora.
A dispetto di quanto ci vogliono far credere, la guida di un paese, a maggior ragione in un contesto di grande incertezza internazionale e con prospettive tutt’altro che rosee, non è mai una questione di “applicazione tecnica” del già esistente, ma è sempre inserito in una visione generale che guida, di volta in volta, le scelte particolari.
Tutt’al più, la tecnicizzazione degli organi decisionali politici è uno strumento funzionale di una di queste visioni; ma i 5 Stelle hanno creduto di poter fare di questo strumento la visione generale su cui basare la propria stabilità elettorale.
Evidentemente, così non può essere, e il Movimento – e con esso tutte quelle persone che avevano in buona fede creduto a questa proposta di cambiamento – è costretto a pagarne il prezzo. Che, se alla vigilia dell’elezione del futuro governatore di una delle regioni più ricche del paese mette in dubbio la tua presenza, comincia a essere molto salato.

giovedì 21 novembre 2019

I finti tonti sul “fondo salva stati”

A quanto pare, anche la miserevole “classe politica” e l’ancor più miseranda “informazione” mainstream si sono accorte che esiste una trattativa tra i paesi dell’Eurozona per la riforma del Mes, il Meccanismo europeo di stabilità, altrimenti noto come “fondo salva stati”.
Nel nostro piccolo ce ne siamo occupati più volte, spesso costretti ad attingere alla stampa internazionale, visto il silenzio pudico di quella nostrana, capace di parlarne soltanto a favore senza spiegarne il contenuto.
Ora Salvini l’ha “scoperto” a fini scopertamente elettorali, parlando di “fondo ammazza stati”, e chiedendone conto a Conte e al governo attuale. D Maio prova a non farsi spiazzare e chiede un vertice di maggioranza sul tema, ricordandosi soltanto ora della “centralità del Parlamento” in queste materie. Il Pd tace, come sempre quando c’è in ballo la subordinazione all’Unione Europea.
La domanda è semplice: il governo (nelle persone del presidente del Consiglio e del ministro dell’economia) ha accettato o no un “accordo” con gli altri paesi europei, che ora bisognerebbe “chiudere” nella forma definitiva?
La risposta, sotto i mille distinguo formali, è “sì”, ma senza firmare nulla.
Come si usa nelle discussioni inter-statuali sulla riforma di un trattato, prima si raggiunge un accordo di massima tra tutti i paesi (è prevista l’unanimità), poi si articola dettagliatamente – grazie al lavoro degli sherpa tecnici – e infine si sottopone alla firma definitiva dei governi.
I quali dovrebbero presentare e spiegare quel trattato, ognuno al proprio Parlamento, per ricevere l’autorizzazione alla firma. Sappiamo benissimo che quasi mai è andata così, in Italia. Il trattato di Maastricht, il più importante perché avviva la strutturazione istituzionale attuale della UE, fu firmato da Giulio Andreotti a Camere sciolte. Praticamente senza mandato (anche se c’era stata una ricca discussione parlamentare da cui erano emersi qualche dissenso – a sinistra (Napolitano, nel Pci, era addirittura contrario al varo dell’Euro) – e parecchie perplessità.
La seconda domanda, decisiva per stabilire chi sono i “traditori della patria” che hanno dato l’ok a proseguire nella riforma del Mes, è: quando è stato pronunciato quel “sì” provvisorio?
Anche qui la risposta è chiara: il 21 giugno scorso, nel corso della riunione dell’Eurogruppo (che riunisce i ministri dell’economia, pur non essendo previsto da nessun trattato europeo).
E qui le cazzate di Salvini e Di Maio escono allo scoperto. Il 21 giugno entrambi erano vicepremier nello stesso governo, e nessuno dotato di senno può credere che Giuseppe Conte e Giovanni Tria, allora “ostaggi tecnici” delle due forze della maggioranza, possano non aver informato i due capi assoluti di quanto stava maturando a Bruxelles.
Rimane in piedi dunque giusto l’ipotesi che entrambi, piuttosto deboli sul piano economico, possano non aver capito di cosa si stava parlando. Ma entrambi disponevano di un folto gruppo di viceministri e sottosegretari “tecnici”, posti a guardia dei due “senza tessera”, in grado di farglielo capire nei dettagli: Bagnai, Borghi, Castelli, Garavaglia, Bitonci, Villarosa, ecc.
L’ipotesi più probabile, insomma, è che l’avessero saputo e capito benissimo, fin dai mesi (2018) in cui c’era da “convincere” la Commissione ad accettare una manovra 2019 contenente due misure “atipiche” rispetto ai parametri di Bruxelles (quota 100 e reddito di cittadinanza). Secondo la normale logica della trattativa, l’ok europeo alla manovra è arrivato in cambio di un “sì” di massima rispetto alla riforma del Mes e qualche altro dettaglio.
Un quadro “blindato”, per il futuro, tanto da far decidere a Salvini di darsela a gambe in pieno agosto.
Di cosa tratta il “nuovo Mes”?
In effetti, come avevamo capito da soli, diventa un fondo “ammazza paesi deboli”. Sono stati costretti ad ammetterlo europeisti di chiara fama come Giampaolo Galli, e persino il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco (la riforma del Mes potrebbe implicare “grossi rischi” in particolare “una spirale perversa di aspettative di default che potrebbe essere una auto-realizzante”).
In pratica vengono cambiati la governance del Mes (dalla mediazione intergovernativa ad un organismo “tecnico” che procede all’applicazione delle regole in automatico) e i parametri da rispettare per accedere agli aiuti.
Secondo l’allegato III della bozza la “linea di credito precauzionale e condizionata” per il Paese in difficoltà è disponibile solo se tutte le seguenti caratteristiche sono rispettate:
– deficit non superiore al 3% sul Pil,
– un budget strutturale in linea con il benchmark,
– rapporto debito Pil sotto il il 60% “o una riduzione nel differenziale a tale soglia nella misura di un ventesimo all’anno nella media dei due anni precedenti”.
Inoltre è richiesta “l’assenza di gravi vulnerabilità del settore finanziario che mettano a rischio la stabilità finanziaria del membro Mes”.
L’intento dichiarato è in teoria quello di “garantire” ogni paese dell’eurozona da possibili attacchi speculativi, fornendo un “prestatore di ultima istanza” (privo però della possibilità di intervenire “illimitatamente”, essendo dotato di soli 2.600 miliardi). Ma le condizioni imposte, e prima elencate, fanno sì che proprio i paesi che potrebbe finire (o sono già finiti) nella morsa della speculazione dei “mercati” sarebbero impossibilitati ad accedere agli aiuti (pur contribuendo alla formazione del fondo comune).

Insomma: se si chiede “aiuto” al Mes senza avere quei parametri (e non ce li ha praticamente nessuno, salvo la Germania e qualche altro paese del Grande Nord), il rifiuto diventa automatico ed espone ancor più quel paese agli attacchi speculativi.
A meno che non accetti di sottostare a un supervisione della Commissione tale per cui la scrittura della “legge di stabilità” – la principale legge dello Stato, che decide annualmente come reperire le risorse e come utilizzarle – viene completamente delegata a Bruxelles (oggi viene “concertata” passo dopo passo, da aprile fino al 31 dicembre).
Abbiamo dunque un doppio danno, da questa “riforma” del Mes: a) maggiore e non minore esposizione ai rischi di mercato, b) totale perdita dei residui di “sovranità” sulle proprie risorse (visto che con la legge di stabilità di decide la composizione della spesa pubblica e la politica fiscale).
Con il contorno non secondario di una crisi indotta anche per il “nostro” sistema bancario. Che infatti reagisce come prevedibile. Proprio stamattina il presidente dell’Abi (l’associazione delle banche italiane), ha avvertito con la massima chiarezza: «Noi siamo liberi di comprare titoli sovrani, non abbiamo un vincolo di portafoglio e in questa fase abbiamo circa 400 miliardi di debito pubblico italiano (nei bilanci delle banche, ndr). Il problema è che cosa fa la Repubblica italiana per tutelare il debito pubblico. Non si tratta di debito delle banche, e se le condizioni relative al debito pubblico alterano o per maggiori assorbimenti o per elementi che favoriscono sinistri è chiaro che le banche sottoscriveranno meno debito pubblico, non li compreremo più». Lo spread salirebbe immediatamente in cielo, per la felicità della grande finanza multinazionale…

Parlare di “governo nazionale”, a quel punto, sarebbe un puro eufemismo…

Come vedete, la miseria della “classe politica” è tale che invece di preoccuparsi del collasso progressivo del paese, accentuato dalla governance europea, ci regala il penoso spettacolo di chi prova a cavalcare anche quel collasso a fini personali o di consorteria.
E poi vengono anche a chiedere “vota per me”…