giovedì 17 ottobre 2019

Il treno di mezzanotte, da Palazzo Chigi a Bruxelles

E’ scattata come tutti gli anni a mezzanotte la timeline che la Commissione europea impone al governo italiano per l’invio della legge di bilancio che solo dopo l’esame di Bruxelles potrà essere presentata al Parlamento.
Una procedura umiliante che si ripete da anni e che dà la cifra della subordinazione ai vincoli imposti dalla Ue sulle scelte economiche per il nostro paese.
Il Consiglio dei ministri entro la mezzanotte di ieri, ha approvato il decreto-legge che introduce “disposizioni urgenti in materia fiscale e per esigenze indifferibili e il disegno di legge recante il Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2020 e il bilancio pluriennale per il triennio 2020-2022”. I due provvedimenti compongono la manovra finanziaria e trovano la loro traduzione sul piano contabile nel Documento programmatico di bilancio per il 2020, che è stato trasmesso alla Commissione europea.
La Commissione europea emette poi entro il 30 novembre il suo parere sul documento programmatico italiano, rilevando eventuali dissonanze rispetto ai vincoli previsti dai trattati europei. La legge deve essere infine approvata entro il 31 dicembre dell’anno in corso, che è la scadenza naturale dell’esercizio finanziario.


Al primo punto ovviamente c’è la questione della copertura delle clausole sull’Iva che impegna ben 23 miliardi sui 30 messi in bilancio per la manovra finanziaria che verrà presentata nelle prossime settimane. “Al fine di evitare un aumento delle imposte a carico dei consumatori, con ripercussioni sulla distribuzione e il commercio, gli incrementi dell’Iva pari a 23,1 miliardi di euro previsti a legislazione vigente per il 2020 sono stati completamente sterilizzati, senza ricorrere a interventi sulle rimodulazioni delle aliquote capaci di aumentare il gettito di tale imposta”, si legge nella nota del Consiglio dei ministri. Il che significa che da mettere in campo per misure “espansive” le risorse rimaste a disposizione diventano ben poca cosa.
Per quanto riguarda le misure a sostegno del lavoro “si riduce già dal 2020 il cuneo fiscale a carico dei lavoratori – spiega la nota del Cdm -, avviando un percorso di diminuzione strutturale della pressione fiscale sul lavoro e di riforma complessiva del regime Irpef per tutti i lavoratori dipendenti”. Sempre sulla questione fiscale si legge che :“Vengono messe in campo politiche di contrasto all’evasione e alle frodi fiscali in più settori. Si prevede un inasprimento delle pene per i grandi evasori. Si introducono misure per contrastare l’illecita somministrazione di manodopera e l’aggiramento della normativa contrattuale in tema di appalti da parte di cooperative o imprese fittizie, che in tal modo evadono l’Iva e non procedono al versamento delle ritenute sui redditi dei lavoratori. Si rafforzano le misure contro le frodi nel settore dei carburanti.

Si implementa il contrasto all’evasione e all’illegalità nel settore dei giochi, attraverso l’istituzione del registro unico degli operatori del gioco pubblico e il blocco dei pagamenti per i soggetti che operano dall’estero senza concessione, anche attraverso l’istituzione dell’agente sotto copertura”. Sul terreno delle detrazioni fiscali per ora “vengono prorogate le detrazioni per la riqualificazione energetica, gli impianti di micro-cogenerazione e le ristrutturazioni edilizie, oltre a quelle per l’acquisto di mobili ed elettrodomestici di classe energetica elevata a seguito di ristrutturazione della propria abitazione. Viene introdotta per il 2020 una detrazione per la ristrutturazione delle facciate esterne degli edifici (il ‘bonus facciate’) per dare un nuovo volto alle nostre città”.
Sottolineato poi l’obiettivo di aumentare i pagamenti elettronici, con un piano che prevede, tra l’altro, l’introduzione di un super bonus da riconoscersi all’inizio del 2021 in relazione alle spese effettuate con strumenti di pagamento tracciabili nei settori in cui è ancora molto diffuso l’uso del contante, nonché l’istituzione di estrazioni e premi speciali per le spese pagate con moneta elettronica e sanzioni per la mancata accettazione dei pagamenti con carte di credito o bancomat.
Assai più generici e misteriosi si diventa sulle materie di carattere sociale.“Vengono destinate ulteriori ingenti risorse agli interventi per la famiglia, che saranno oggetto di un piano di razionalizzazione e semplificazione”. Nel documento si legge che “Si prevede la cancellazione del cosiddetto superticket in sanità, a partire dalla seconda metà del 2020, con un corrispondente incremento delle risorse previste per il sistema sanitario nazionale, destinate comunque ad aumentare nel prossimo triennio”. Ed ancora: “Per le politiche di sostegno alle persone diversamente abili vengono stanziate le risorse necessarie all’attuazione della delega in materia. Allo stesso tempo, nuove risorse sono previste in tre distinti fondi per la tutela del diritto al lavoro, per l’assistenza e per le esigenze di mobilità”. Sono enunciate, ma non ancora dettagliate, le risorse per i contratti di lavoro dei lavoratori pubblici scaduto quest’anno. Leggiamo che: “Sono ampliati gli stanziamenti del triennio 2019-2021 per il rinnovo dei contratti del pubblico impiego del comparto Stato”.
Nelle settimane scorse il nuovo governo ha parlato spesso di investimenti “green” per incentivare la transizione ecologica. Tale priorità viene così declinata: “Si istituiscono due nuovi fondi per finanziare gli investimenti dello Stato e degli enti territoriali e un fondo per contribuire (con garanzie, debito o apporto di capitale di rischio) alla realizzazione di investimenti privati sostenibili nell’ambito del green new deal. A queste risorse vanno aggiunte quelle relative al sostegno degli investimenti privati sotto forma di contributi e di incentivi”. Anche sugli investimenti sulla innovazione tecnologica, si parla molto di quelli destinati all’industria 4.0, assai meno a quelli sulla ricerca. “Si stanziano le risorse necessarie a proseguire gli incentivi del programma “Industria 4.0” per sostenere gli investimenti privati e favorire il rinnovo dei sistemi produttivi: tra questi il Fondo centrale per le piccole e medie imprese; il super e l’iper ammortamento (per beni tecnologici, software ed economia circolare); il rifinanziamento della legge Sabatini; il credito di imposta per la “Formazione 4.0”.

E’ inevitabile sottolineare che nel 2013 l’Italia ha dovuto approvare il cosiddetto Fiscal Compact, ossia il “trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria”. Il trattato prevede l’impegno degli Stati a inserire nelle proprie costituzioni l’obbligo dell’equilibrio di bilancio, ammettendo un deficit strutturale fino allo 0,5% del Pil; un rapporto fra deficit e Pil non superiore al 3%; l’attivazione di un meccanismo di correzione che intervenga quando si registrano «deviazioni» rispetto all’obiettivo di bilancio; l’obbligo, per i paesi con un debito superiore al 60%, di ridurlo a un ritmo di 1/20 l’anno per la parte che eccede questa misura. 
Il Parlamento italiano (praticamente tutti i partiti, di destra o di centro-sinistra) hanno ratificato la norma con la legge costituzionale 1 del 2012, nota per aver introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio. I risultati, stagnazione e recessione economica, regressione sociale, deindustralizzazione etc, sono visibili agli occhi di tutti, ma si fa finta di non vederli. La subordinazione delle scelte economiche e sociali ai diktat di Bruxelles è il problema, non la soluzione. L’ultima edizione del World Economic Outlook del Fmi appena pubblicata e presentata a Washington, per l’Italia stima la crescita 2019 a quota zero (dal +0,9% dello scorso anno) mentre quella del 2020 viene collocata al +0,5% con un taglio rispettivamente uno e tre decimi di punto rispetto alle previsioni di luglio. Ma sono tutti i principali Paesi dell’Eurozona ad aver registrato riduzioni nelle previsioni da parte del Fmi. E’ evidente che le ricette imposte dall’Unione Europea non hanno funzionato, non funzionano più

mercoledì 16 ottobre 2019

La politica estera dei social network? E’ pro-Erdogan

Un algoritmo ammazza l’intelligenza. O, se volete, l’intelligenza artificiale è politicamente un potente idiota. Che lavora per chi dice di voler combattere.
La pagina Facebook di Contropiano è stata nascosta, al pari di decine di altre che in questi giorni ha scritto o postato contenuti filo-curdi e contro Erdogan.
La motivazione, come sempre, non c’è. La frase che “giustificherebbe” questa decisione è di singolare stupidità: “Sembra che un’attività recente sulla tua Pagina non rispetti le Condizioni delle Pagine Facebook”. In pratica avrebbero dovuto scrivere: “non sappiamo neanche noi perché la tua pagina sia stata bloccata, perché abbiamo creato degli algoritmi ciechi che scattano automaticamente quando incontrano certe parole o foto”. Ma avrebbero fatto una pessima figura…
L’intenzione dichiarata di Facebook è combattere “l’odio”, che naturalmente è come dire che vuoi combattere l’aria. Non è infatti possibile alcuna definizione universalmente condivisa dell’”odio”, così come non lo è del “terrorismo”, perché in un mondo pieno di conflitti chiunque combatta – per ragioni sacrosante oppure ignobili – ha (e dà) un’idea ottima di sé e totalmente negativa dell’avversario. Per combattere, insomma, bisogna amare sé stessi (la propria parte, il proprio popolo, la propria causa) e odiare il nemico.
Chi è estraneo da un particolare conflitto può giudicare assurdo o disdicevole che quel conflitto ci sia, e che si manifesti informe aspre come una guerra, una guerriglia, ecc. Ma non può mai, sul piano logico e “ontologico”, dare di quel conflitto una defizione accettabile per tutti.
Per questo, qualsiasi cosa si faccia dentro un conflitto, non si è mai “al di sopra delle parti” ma sempre al fianco di una delle parti. Come nella Resistenza, l’”area grigia” della popolazione è stata di fatto al fianco dei nazifscisti finché questi sono stati dominanti, per poi riversarsi in un’istante dal lato degli americani una volta finita la guerra.
Ma Facebook, Instagram e gli altri social che in questi giorni stanno oscurando migliaia di pagine solidali con il popolo curdo sotto l’attacco di Erdogan sono qualcosa di molto peggio. Costituiscono infatti il tentativo di creare un campo delle opinioni ammissibili a livello mondiale che prescinde dalle ragioni dei conflitti in atto.
Per somma vergogna, questo tentativo non è fatto attraverso la definizione di scelte politiche ufficialmente rivendicate – e dunque contestabili come ogni altra – ma sulla base di un politically correct arbitrariamente definito dai vertici delle varie società e affidato alla gestione di algoritmi. I quali, per loro natura, rispondono a seconda di come sono stati scritti.
E una “morale universale”, oltre a non esistere in un mondo conflittuale, è anche impossibile da tradurre in linee di codice. E’ come scrivere le istruzioni di un navigatore e non prevedere che un viadotto possa crollare o una strada sparire per frane o terremoto.
Facebook aveva ricevuto diversi consensi quando aveva deciso la chiusura delle pagine di CasaPound e Forza Nuova. Noi, da antifascisti militanti, avevamo visto l’assurdità di un “antifascismo” affidato ad una società informatica di dimensione globale. Quegli stessi algoritmi, infatti, “punivano” sia i siti fascisti che quanti scrivono per condannare e combattere il fascismo.
L’algoritmo cieco, paradossalmente, è incapace di distinguere tra like e unlike (e infatto Zuckerberg aveva dovuto mettere il famoso “bottone”, che ogni umano clicca o no, secondo criteri umani e non algoritmici).
La strage di pagine filo-curde è ovviamente un appoggio esplicito a Erdogan. Voglia o non voglia Facebook, Instagram e simili.
Probabilmente, in qualche riga dell’algoritmo, scatta l’allarme rosso alla parola “curdi” che, secondo la logica politica di Erdogan, è sinonimo di “terrorismo”.
In queste ore hanno subito la nostra stessa sorte persone e collettivi ampiamente conosciuti per il loro impegno umano e/o politico. Ad esempio Instagram ha bloccato il reporter Michele Lapini, per una foto scattata durante il corteo in solidarietà con il popolo curdo svoltosi a Bologna mercoledí 9 ottobre. Nell’immagine, si vedeva infatti uno striscione con su scritto «Erdogan assassino». Alla protesta del reporter il social ha risposto nel solito modo: «viola gli standard in materia di persone e organizzazioni pericolose».
Nelle stesse ore e con identica motivazione, Facebook ha oscurato la pagina Binxet – Sotto il Confine, con un documentario di Luigi D’Alife che racconta la resistenza del Rojava e le responsabilità dell’Europa nelle atrocità del confine turco-siriano. Con la voce narrante di Elio Germano, il video aveva già superato il mezzo milione di visualizzazioni.
Chiuse anche molte pagine della Rete Kurdistan, del centro culturale Ararat. Nei mesi scorsi erano inciampati nella censura “articialmente intelligente” anche la campagna Rojava Calling. Facebook, qualche giorno dopo, bloccò una vignetta di Zerocalcare con la scritta Cizira-Botan Resiste, per denunciare il massacro di Cizre dell’esercito turco contro uomini, donne e bambini (28 morti ed oltre 100 feriti).
Stessa sorte per il profilo di Davide Grasso, autore di Hevalen, di ritorno dal fronte in Rojava contro l’Isis.
Ma anche nel resto del mondo non si contano le censure a pagine di supporto alla lotta dei curdi contro l’Isis (nel 2015 il sito francese Streetpress denunciò la censura della campagna Fuck Daesh, support PKK).
La stupidità degli “algoritmi intelligenti” è nota anche ai vertici dei social network, che hanno reclutato nel mondo centinaia di “pulitori umani” delle pagine dubbie. Il problema è che si tratta di precari che lavorano dieci ore al giorno, pagati spesso a cottimo (più pagine “pulisci”, più guadagni), reclutati senza alcuna selezione politically correct. E che dunque rispondono da un lato alle assurde “condizioni delle pagine” (Facebook o Instagram, ecc), dall’altra ai propri convincimenti.
E quindi ti puoi tranquillamente trovare una “squadretta turca” che fa tabula rasa dei filo-curdi (molto più difficile assumere una “squadretta curda” che operi in senso contrario, vista la situazione), così come fanno le “squadrette israeliane”  con chi appoggio la lotta dei palestinesi…

martedì 15 ottobre 2019

Il gas ucraino e i democratici yankee

L’Ucraina del majdan Nezaležnosti e, verosimilmente, anche di tutti i 28 anni della “indipendenza” dall’Unione Sovietica, somiglia molto a un Uncle Sam’s Hub per qualunque “figlio d’arte” yankee che – vien da dire, in questo caso a proposito, alla maniera russa: komù ne len – non sia un poltrone.
Dopo l’ormai inflazionato Hunter Biden (3 milioni di dollari e 50mila al mese dall’ucraina Burisma, per dire), figlio dell’ex vice Presidente e attuale sfidante democratico alla Casa Bianca, Joe Biden, ora ci informano che anche Paul Pelosi jr, figlio della speaker della Camera, Nancy Pelosi, ha fatto i suoi bravi affari col gas ucraino.
Certo, diranno sicuramente gli italici megafoni della “democrazia” yankee: insinuazioni simili non sono altro che la vendetta dei perfidi repubblicani contro gli angelici democratici e contro colei che ha chiesto l’impeachment per Donald Trump; perché, si sa, i democratici sono tali per definizione, come dice il nome stesso e come dimostra la filiale nostrana del partito democratico.
Ora, sinceramente, che differenza ci sia tra i democratici e i repubblicani USA, quali politiche, ora in una forma, ora in un’altra, conducano entrambi, e nell’interesse di quale classe, ce lo raccontano oltre due secoli di storia e ce lo dimostrano tutte le cronache guerrafondaie presenti; per cui, che le notizie d’oltreoceano a proposito di Paul Pelosi jr costituiscano o meno una “vendetta” personale, cambia poco alla questione.
E la questione è che, per l’ennesima volta nella loro storia, “famiglie” più o meno delinquenziali conducono “politiche” nell’interesse del grosso business statunitense e, già che ci sono, anche per il proprio personale tornaconto: il tutto, sulla pelle di nazioni, popoli e classi subalterne, condannate a pagare l’arricchimento di monopoli e banche a stelle e strisce.
E lo fanno, preferibilmente appaltando il lavoro quotidiano a conniventi governi “democratici” locali; ma, quando questo non basta, imponendo propri governi che di “democratico” non hanno nulla e sbandierano apertamente insegne naziste.
Nel caso in questione: l’Ucraina e la sua popolazione, costretta a trascorrere un altro inverno al freddo, dato che il gas (che sia quello russo, di transito in Ucraina, o di altro tipo. Ieri “Naftogaz” ha dichiarato di disporre di 21 miliardi di m3 nei depositi sotterranei) prende altre destinazioni e quello che rimane deve esser pagato dalla popolazione alle tariffe imposte dal FMI, mortifere per la maggioranza degli ucraini.
E dunque, Paul Pelosi jr, come scrive Patrick Howley, ripreso da National File, “was a board member of Viscoil and executive at its related company NRGLab, which DID ENERGY Business in UKRAINE”. Paul jr sostiene che la “visita” da lui fatta in terra ucraina nel 2017 riguardasse “partnership di calcio giovanile”; ma è un fatto che la stessa Nancy Pelosi compaia in un video in cui si reclamizza la ditta, registrata a Singapore, in cui è occupato il figlio.
Come pure è un fatto, ripreso da colonelcassad, che nel 2015 anche Nancy fosse stata in Ucraina per discutere di “sicurezza energetica”; e un altro fatto è che la NRGLab trattasse la questione del gas ucraino già prima del golpe del 2014.
Non usa mezze parole colonelcassd, ricordando come Nancy Pelosi avesse annunciato la procedura di impeachment per Trump, proprio sulla questione ucraina e gli affari ucraini della famiglia Biden e, titolando “La criminale famiglia Pelosi”, scrive che anche la speaker della Camera è “invischiata in uno scandalo corruttivo ucraino”. Viene anche riprodotto uno spot del 2013 (poi rimosso da YouTube) in cui Nancy e il figlio Paul jr reclamizzano tecnologie di risparmio energetico.
Insomma, scrive colonelcassad, mentre lavorava per “la NRGLab, Pelosi jr interagiva attivamente con la Viscoil, pubblicizzata dalla madre; quella Viscoil Holdings che ha oggi problemi con la legge e che, a inizi anni 2000, aveva nella direzione anche un cittadino russo, tale Sergej Sorokin”.
Che anche qualche magnate russo abbia avuto e abbia tuttora affari in Ucraina non è certo una scoperta; come pure che l’intrattenere rapporti ora con esponenti repubblicani, ora democratici, non sia determinato da “convinzioni politiche”, ma da molto prosaici interessi d’affari: affari capitalistici, a ovest e a est del Dnepr.
Ora, è evidente che i repubblicani stiano raccogliendo quanto più materiale possibile per affondare gli avversari di Trump e che l’Ucraina, con gli affari di Obama, Biden, Pelosi, ecc., faccia buon giuoco alla faccenda. Ancora una volta, disgraziatamente, sulla pelle di qualcuno: ora è il turno degli ucraini, “colpevoli” di abitare una terra ricca di risorse del sottosuolo, che fanno gola ai grossi monopoli, soprattutto energetici e agro-alimentari, non solo americani.
Quegli ucraini che, come nota news-front.info, hanno tutt’altra opinione della ex ambasciatrice USA a Kiev, Mari Jovanovič, rappresentante del duo Obama-Clinton in terra ucraina, rispetto all’immagine che ne vorrebbero dare i democratici di entrambe le sponde dell’Oceano, di vittima innocente delle “manovre trumpiane in Ucraina per infangare Biden”.
Secondo il politologo Aleksej Jakubin, il richiamo anzitempo in USA della Jovanovič, non è dovuto ad altro che “al fatto che lei non era esattamente una rappresentante neutrale dell’America, nel contesto degli allineamenti politici interni americani, ma rappresentava piuttosto una linea politica orientata verso i democratici”. Jakubin, senza nominare la Jovanovič, afferma che furono i democratici USA ad alimentare l’intervento ucraino a proprio favore nelle presidenziali USA del 2016, con alti papaveri di Kiev, coinvolti in reti di sostegno a politici americani, tra cui, per l’appunto, Joe Biden.
Ma, malauguratamente per qualcuno, tutto questo è ben lontano dal tirare in ballo il cosiddetto dipartimento segreto del GRU russo, il fantomatico reparto 29155, “svelato” dal New York Times e che tanta attenzione gode anche in Italia, alimentata dai fans nostrani della democrazia yankee, esportata allegramente nel mondo da democratici e repubblicani.

lunedì 14 ottobre 2019

Condanne pesanti per i leader indipendentisti della Catalogna

La Corte Suprema ha condannato l’ex vice presidente del Generalitat catalana, Oriol Junqueras, a 13 anni di carcere e 13 di interdizione assoluta per i reati di “sedizione” e “malversazione” in concorso con altri. L’accusa aveva chiesto 25 anni per “ribellione”, per aver cercato di proclamare l’indipendenza della Catalogna “al di fuori dei canali legali”.
Accusa sorprendente, visto che il “reato” sarebbe stato commesso convocando un referendum popolare – osteggiato con laforza dallo Stato centrale, ma egualmente vinto. Se neanche con il voto si possono cambiare “legamente” le cose, quali mezzi resteranno mai considerati tali?
La sentenza ha riconosciuto Junqueras responsabile della convocazione e dello svolgimento del referendum, nonostante l’esplicito divieto da parte della Corte suprema, e il tentativo di proclamare la Repubblica Catalana, dopo che il governo spagnolo ha fatto scattare l’articolo 155 della Costituzione, che ha poi fornito a base legale per il processo.,.
La Procura, durante il processo, ha affermato che a Junqueras e gli altri imputati “non era più sufficiente la disobbedienza e la legislazione parallela”, ma piuttosto “era necessario opporsi – con tutti i mezzi a loro disposizione, inclusa la violenza in un caso estremo – all’esecuzione delle ordinanze giudiziarie volte a rendere impossibile lo svolgimento del referendum dichiarato incostituzionale e da cui dipendeva la dichiarazione di indipendenza”.
Il ministero pubblico ha considerato Junqueras come coordinatore generale di tutta la pianificazione e l’organizzazione del referendum. Lo ha anche accusato di aver realizzato ripetuti appelli pubblici a votare, pur essendo “pienamente consapevole dell’illegalità del processo di secessione che stavano promuovendo, della palese illegalità dell’iniziativa referendaria e dell’altissima probabilità di incidenti violenti”.
Sia all’inizio del processo, durante il suo interrogatorio, sia nella parte finale, durante l’ultimo turno di parole, il leader del Esquerra Republicana (Cer) si è difeso da “prigioniero politico”.
“Sono accusato per le mie idee e non per le mie azioni. Sono in un processo politico, non risponderò alle domande dell’accusa. Sono stato destituito con l’applicazione dell’articolo 155 e al momento mi considero un prigioniero politico”.
Oriol Junqueras è stato difeso dall’avvocato Andreu Van den Eynde, che ha detto nella sua arringa finale che il processo era stato il prodotto di una “causa politica generale”, dove sono stati perseguiti i leader dell’indipendenza solo per mandarli in prigione. “Questo processo è un’opportunità per riportare la palla in politica”, ha detto l’avvocato.
Prima di abbassare il sipario, l’ex vicepresidente catalano ha usato il suo turno dell’ultimo minuto per insistere sull’idea di “riportare la questione nel campo della politica, della buona politica“. Ha concluso ricordando le sue convinzioni pacifiche, repubblicane e cristiane; convinzioni che condivide con quanti credono che “votare non può essere un crimine“.
Per gli stessi reati, gli ex consiglieri regionali Raül Romeva, Jordi Turull e Dolors Bassa sono stati condannati a 12 anni. Per l’ex presidente del parlamento, Carme Forcadell, la pena inflitta dal tribunale è stata di 11 anni e mezzo di reclusione solo per “sedizione”. Lo stesso reato per il quale Joaquin Forn e Josep Rull sono stati condannati a 10 anni e sei mesi. Per l’ex leader dell’ANC Jordi Sànchez e il presidente di Òmium Cultural, Jordi Cuixart, la pena è di nove anni.
Questa è la Spagna “democratica”, ora guidata da un “socialista” e non più dall’ex franchista Rajoy; nella “democraticissima” Unione Europea, che non ha sollevato fin qui una sola obbiezione contro il primo processo politico ordito contro rappresentanti popolari legalmente eletti e che avevano cercato di realizzare il mandato degli elettori con mezzi esclusivamente pacifici.

venerdì 11 ottobre 2019

Fallimento della Thomas Cook e turisti lasciati a terra. Una lezione sul capitalismo

Il fallimento della britannica Thomas Cook la più grande e storica agenzia turistica del mondo, aveva lasciato a terra, e sparsi sui 4 continenti, circa 140mila turisti britannici. Si è conclusa solo due giorni fa l’operazione di rimpatrio durata due settimane e che ha costretto il governo britannico a mettere a disposizione circa 150 aerei.
Il Sole 24 Ore ironizza paragonandolo a quello di Dunquerke cioè il più grosso rientro di cittadini dalla Seconda Guerra Mondiale. Il costo totale è pesante: 600 milioni di sterline tra rimpatri e rimborsi-risarcimenti per chi ha già prenotato e l’impatto fallimento. Ma il costo finale già veleggia verso il miliardo.
La Thomas Cook aveva accumulato un debito gigantesco di 1,7 miliardi, ed è saltata nonostante un piano di salvataggio da 1 miliardo che era pronto per partire.
Il paradosso , per il paese alfiere del liberismo e del disimpegno dello Stato dall’economia, è che riportare a casa i 150mila turisti costerà molto di più che se si fosse salvata la compagnia con i soldi pubblici: Thomas Cook infatti è andata in bancarotta per “soli” 200 milioni. Le banche coinvolte nel salvataggio volevano un ulteriore sforzo finanziario, per garantire a Thomas Cook di sopravvivere nei mesi invernali, quando le prenotazioni calano drasticamente. Un intervento dello Stato ventilato nei giorni scorsi, era però stato scartato per “non far pagare al contribuente il conto di un’azienda privata”, ma sarebbe costato molto meno che ora organizzare il rimpatrio di migliaia di turisti inglesi. Senza contare i costi indiretti sull’indotto: alberghi vuoti, località turistiche senza visitatori, etc.

In secondo luogo, il fallimento della Thomas Cook elimina oggi oggettività del mercato nelle cause che hanno portato al crac. Una di queste infatti risiede proprio nell’ingordigia dei cosiddetti consulenti privati chiamati a supportare le sorti della grande società.
Rileva il Sole 24 Ore che la società guidata dal manager svizzero Peter Fankhauser, finito sotto accusa per lo stipendio multimilionario, in questi anni ha sborsato circa 20 milioni di sterline a consulenti, i quali nonostante le laute parcelle non sono riusciti a fare quello per cui erano stati ingaggiati: salvare l’azienda.
A intascarsi le parcelle milionarie sono le solite società di revisione che abbiamo imparato tristemente a conoscere come advisor in molte privatizzazioni in Italia (PWC, E&Y, Kpmg e Deloitte). Inoltre ci sono ben 20 studi legali, il fondo di investimento che copre il piano assicurativo Atol, a copertura dei turisti in caso di problemi, e la stessa Aviazione Civile che aveva ingaggiato la Alvarez&Marsal, la più nota società di salvataggi aziendali: tutti profumatamente remunerati.
Gli effetti di questo fallimento, ennesima conferma della lordura del “privato è bello”, cominciano a farsi sentire anche sulla rete alberghiera in Italia, dove magari i turisti avevano già anticipato alla Thomas Cook i soldi ma arrivando all’hotel prenotato si vedono chiedere un nuovo pagamento perché l’azienda a cui avevano già pagato… è fallita e, a sua volta, non ha pagato gli hotel convenzionati. “Thomas Cook era un’istituzione, era la prima agenzia di viaggi al mondo – spiega Giancarlo Carniani presidente di Confindustria Alberghi Firenze –. È difficile dire cosa deve fare un albergo con un cliente che ha pagato a un’agenzia fallita: di solito si richiede nuovamente il pagamento e si invita a rivalersi sull’agenzia fallita”.
Praticamente come gettarsi in mare in mezzo agli squali e cercare di raggiungere la riva. Auguri!!!

mercoledì 9 ottobre 2019

La maldestra fascinazione di Conte per i servizi segreti

Nel bel mezzo delle polemiche che infuriano per gli incontri riservati tra servizi segreti italiani e autorità statunitensi, il premier Giuseppe Conte – come a parlare di corda in casa dell’impiccato – ha partecipato alla cerimonia per il giuramento delle nuove “barbe finte” del Sistema di Informazione per la sicurezza della Repubblica, ossia i nuovi assunti nei servizi segreti italiani.
Il Presidente del Consiglio ha avuto parole di miele per l’intelligence italiana. Secondo Conte “è il presidio della democrazia, non essendo concepibile che si muova al di fuori del controllo parlamentare e dei compiti che il Governo le assegna”. Il premier ha sottolineato poi che “l’interesse nazionale è il perno dell’azione dei servizi”. Non ha mancato di ribadire “l’ancoraggio dell’Italia alla comunità euroatlantica e a un multilateralismo avveduto, aggiornato e realmente efficiente rappresentano per il nostro Paese un punto di riferimento imprescindibile della proiezione internazionale, come pure strumento migliore per far si che le logiche cooperative si impongano e prevalgano su quelle competitive”.
Come noto, fino ad oggi ed in entrambi i suoi governi, Conte ha la delega ai servizi segreti. Una competenza che, alla luce degli incontri riservati tra servizi italiani e autorità statunitensi, getta una ombra piuttosto sconveniente sul premier. L’uso degli apparati dello Stato come fattore di “facilitazione” nelle relazioni con un governo di un altro Stato e del suo controverso presidente (Trump), indica una improvvisazione irricevibile in un ambito per sua natura delicatissimo. Mettere il naso negli affari interni di un altro paese (e di un paese peso massimo come gli Usa) per facilitarne una componente (l’attuale amministrazione), significa pregiudicarsi i rapporti in futuro qualora prevalga un altra componente (i democratici). Insomma un errore che le vecchie volpi del passato non avrebbero mai commesso.
Prima di lui, e con analoga pervicacia, era stato Renzi a “improvvisare” cercando uno stretto controllo di Palazzo Chigi sui servizi, fino a cercare di infilare uno dei suoi fedelissimi amici e supporter, Marco Carrai, ai vertici dei servizi. Una operazione che fu però stroncata dai vertici dei servizi stessi per la sua invadenza e la sua “inopportunità”. Insomma se su vicende come queste c’è qualcuno che dovrebbe tacere, questi è proprio Renzi.
Sui contatti riservati – e non potrebbe essere altrimenti –  tra la nostra intelligence e il General Attorney (ossia il ministro della giustizia) degli Usa William Barr, il presidente del consiglio si è detto pronto a riferire al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica.
Era agosto, quando a Palazzo Chigi è arrivata una richiesta dall’ambasciata Usa con cui le autorità statunitensi chiedevano di consentire al ministro Barr di ottenere notizie su un controverso personaggio maltese Joseph Mifsud, professore alla altrettanto controversa Link University, che Washington considera legato al Russiagate e resosi irreperibile da tempo. La Link University è una creatura di ex ministro democristiano, Vincenzo Scotti, istituita nel 1999 come filiale dell’università di Malta.
Secondo la presentazione che viene fatta è “un’Università dell’Ordinamento Universitario Italiano. Il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, con proprio Decreto del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (n. 374 del 21 settembre 2011) e previo parere favorevole dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur), ha accreditato i Corsi di Laurea”. Ma, a seguito dell’istituzione dell’Università degli Studi Link Campus University, “per assicurarne la governance da parte di soggetti giuridici non più legati all’Università di Malta, in data 1° agosto 2011 è stata costituita la Fondazione Link Campus University, soggetto promotore dell’Università; i servizi necessari al funzionamento generale dell’Ateneo e dei suoi Corsi di Laurea sono garantiti da società dedicata”.
Secondo l’inchiesta del procuratore Robert Mueller – il docente della Link University, Joseph Mifsud, avrebbe rivelato a George Papadopoulos, consigliere della campagna elettore di Trump, l’esistenza delle mail compromettenti della sua rivale Hillary Clinton.
Ad agosto il controverso personaggio diventato rilevante nella vicenda Russiagate ha fornito una deposizione audio al Procuratore John Durham. George Papadopoulos è un giovanissimo collaboratore della campagna elettorale di Trump e viene presentato da Vincenzo Scotti a Mifsud durante un master alla Link Campus. In incontri successivi Mifsud dice a Papadopoulos che il Governo russo che lui rappresenta ha del “materiale compromettente” sulla Clinton.
Secondo il giornalista investigativo statunitense John Solomon: “Mifsud era un collaboratore di vecchia data dei servizi di intelligence occidentali cui venne richiesto specificatamente dai suoi contatti alla Link University di Roma e London Center of International Law Practice (Lcilp) – due gruppi accademici legati alle diplomazie e servizi di intelligence occidentali – di incontrare Papadopoulos a pranzo a Roma a metà marzo 2016″.  Solomon afferma di aver ottenuto queste informazioni direttamente dall’avvocato del professor Mifsud, Stephan Roh. L’avvocato sta cercando di dimostrare al procuratore John Durham che il suo assistito è un collaboratore dell’intelligence occidentale a cui è stato chiesto di presentare Papadopoulos ai russi. In una intervista rilasciata circa due anni fa a La Repubblica, Mifsud si limita ad ammettere che “Tutto quello che ho fatto è favorire rapporti tra fonti non ufficiali, e tra fonti ufficiali e non, per risolvere una crisi. Si fa in tutto il mondo. Ho messo in contatto think- tank con think- tank, gruppi di esperti con altri esperti”. Un linguaggio e categorie classiche di chi agisce nella zona grigia dei servizi segreti.
Di fronte alla richiesta statunitense, Conte questa estate ha autorizzato il gen.Vecchione (capo del Dipartimento Sicurezza che coordina i servizi segreti italiani) a ospitare Barr nella sede dei servizi segreti a Roma, nella nuova sede in piazza Dante. Era stato un incontro preliminare, a seguito del quale il gen.Vecchione ha poi organizzato una riunione effettiva con Barr alla presenza dei vertici di Aisi (servizi interni) e Aise (servizi per l’estero) cioè il prefetto Mario Parente e il generale Luciano Carta.
Adesso Conte dovrà riferire al Copasir, affidato al leghista Raffaele Volpi (ex sottosegretario alla Difesa durante il primo governo Conte). Difficile prevedere se vorrà o saprà rendere più trasparente la zona grigia – o meglio ancora il verminaio – in cui tutta questa vicenda appare ben avviluppata.

lunedì 7 ottobre 2019

l “nuovo” partitino di Renzi ospiterà pure Renata Polverini

Il 4 dicembre 2016 si svolse il terzo referendum costituzionale nella storia della Repubblica Italiana fortissimamente voluto da Renzi per attuare una revisione costituzionale che avrebbe ridotto il Senato a un’assemblea non eletta dai cittadini; avrebbe sottratto poteri alle Regioni per consegnarli al governo ed avrebbe sancito la definitiva scomparsa delle Province.
La maggioranza dei votanti respinse il testo di legge costituzionale della cosiddetta riforma Renzi-Boschi che era stato approvata in via definitiva dalla Camera il 12 aprile 2016.
Nel 2015 il governo guidato da Renzi aveva approvato la legge elettorale nota come “Italicum” che prevedeva un sistema maggioritario con eventuale doppio turno, premio di maggioranza, soglia di sbarramento e cento collegi plurinominali con capilista “bloccati”, con la possibilità per lo stesso candidato di partecipare all’elezione in 11 collegi.
Nel gennaio 2017 la Corte costituzionale dichiarò incostituzionale il turno di ballottaggio, lasciando l’eventuale premio di maggioranza per la lista che dovesse ottenere il 40% dei voti validi al primo (e quindi unico) turno.
Insomma, la storia politica di Renzi è quella di un ragazzotto democristiano di provincia che ha scalato velocemente con l’appoggio ed il sostegno finanziario di forze più o meno oscure e sulla base di un accordo segreto con il plenipotenziario di Forza Italia, l’ex PCI facendone un partito personale arrivando a chiedere i pieni poteri come un Erdogan qualsiasi.
Quanti sono quelli che sono ancora nel PD e che fino alla batosta del 6 dicembre 2016 dicevano “con lui si vince sempre”… “evviva la sua idea di sinistra riformatrice” …“basta con i vecchi arnesi della sinistra”…“i veri partigiani votano Si” anche quelli che sfilano in blu il 25 aprile “perché così è più inclusivo”.? Tanti, e molti anche tra quelli che se ne sono successivamente staccati.
Vi ricorda qualcuno?
Ecco perché non mi stupisce affatto che una nota fascista dichiari di voler sposare il suo progetto proprio ora che quello di Salvini sembra essersi appannato mentre sono già partite le grandi manovre per depotenziare un suo eventuale ritorno mediante una nuova riforma elettorale.
Renzismo e Salvinismo non sono altro che due variabili della stessa malattia: la crisi del sistema politico italiano come conseguenza della crisi di egemonia delle classi dirigenti che, pur di mantenere intatto lo status quo, cavalcano questi personaggi per poi liquidarli non appena viene fuori tutta la loro inadeguatezza politica.