mercoledì 18 settembre 2019

Grandi giochi a destra. Renzi esce dal Pd

Chi guarda ai movimenti della “politica” con la mente e gli occhiali dei decenni precedente in genere non capisce un fico secco di quel che è diventata quella roba lì. Ad esempio, se credi che un’alleanza tattica o occasionale tra grillini e Pd possa essere un “argine” al neofascismo a guida salviniana, finisci a fare la guardia ai giochi altrui, come il Prc nell’Umbria.
E invece “la politica” italiana – intesa come gruppi di individui che provano ad interpretare i desideri della grande e piccola impresa, all’interno del recinto disegnato dai trattati europei – è oggi come mai assolutamente “gassosa”, più che “liquida”, con travasi continui da una parte all’altra perché, letteralmente, non esistono più, per questo ceto di truffatori, delle “parti” che si possano in qualche modo distinguere in modo stabile.
E’ questo l’unico senso concreto che si può del resto dare al mantra grillino (e di tanti altri) per cui “non esistono più destra e sinistra”. Sono tutti al servizio di interessi diversi – da quelli giganteschi delle multinazionali o della finanza, fino a quelli dei bottegai in crisi – e si muovono cercando di “coprire” quegli interessi attraverso leggine, emendamenti, pressioni, alleanza momentanee e scambi di favori. La “grande politica”, del resto, viene decisa altrove…
Solo chi lavora o è disoccupato, pensionato, studente povero, ecc, è senza rappresentanza politica. Dunque senza “santi in paradiso”, o almeno nel palazzo. E senza strumenti per farsi valere in modo vincente.
La lunga premessa è necessaria per inquadrare “la notizia del giorno”, ossia la fuoriuscita di Matteo Renzi e una parte dei suoi dal Partito Democratico.
La mossa era nell’aria fin da quando aveva perso il referendum sulla riforma contro-costituzionale e piduista, il 4 dicembre 2016. E del resto anche i sassi sapevano, a Firenze, che il vero padrino della scalata del Matteo Primo al Pd era stato l’allora berlusconiano Verdini. Giochi di massoneria (non “deviata”, proprio quella “normale”), che in Toscana ha sempre visto di sera sotto i cappucci gente che di giorno faceva parte della Dc, dei liberali, repubblicani, socialisti e buona parte dei notabili del Pci.
Caduto il Muro, le differenziazioni partitiche sono diventate meno importanti e la “mobilità” massonica assai più alta. Tanto…
Esaurita la fase del declino berlusconiano e anche quella del “riformismo democratico”, anche la posizione degli interessi catalizzati intorno ai renziani non ha più necessità di rispettare almeno formalmente il posizionamento in campi, sulla carta, “avversi”.
Guardando alle mosse di Renzi negli ultimi mesi tutto risulta abbastanza evidente.
Di fronte alla crisi del governo giallo-verde ha avuto un ruolo decisivo nello spostare il Pd a favore di una nuova alleanza con i grillini, terrorizzati quanto il Pd (e lui stesso) dalle elezioni anticipate. Ha potuto farlo grazie al suo unico patrimonio politico residuo: la massiccia presenza di suoi uomini e donne nei gruppi parlamentari (avendo quasi monopolizzato i candidati alle elezioni politiche del 4 marzo 2018).
Ora che il governo è formato, e tutto il Pd sogna un’alleanza di lungo periodo, gestita oltretutto da posizioni di governo, stacca la spina e si mette nella posizione dell’ago della bilancia: il governo starà in piedi finché vuole lui. O meglio: finché l’insieme di interessi alle sue spalle non avrà individuato una configurazione del potere politico più rispondente.
Il resto è pura chiacchiera, com’è nel suo stile e in quello del suo gemello, l’Altro Matteo (uniti dalla famiglia Verdini, guarda caso..).
Uno “stai sereno” a Giuseppe Conte ed al governo, che suona piuttosto macabro dopo l’esperienza di Enrico Letta. Un “meglio così anche per il Pd”, che riduce – portandosi via una trentina di parlamentari – da pilastro a comprimario della coalizione di governo.
Nessuno pensa che questa “svolta” produrrà davvero un “nuovo partito”. Di formazioni ce ne sono persino troppe, vista la scarsità di differenze strategiche o valoriali. E’ il primo di una serie di smottamenti necessari per riconfigurare “la politica italiana” su una linea organicamente “europeista” e “atlantica” sul piano internazionale e delle politiche economiche, anti-democratica su quello costituzionale e delle libertà politiche, classista su quello sociale.
Basta mettere in fila con un briciolo di freddezza le “perle” che ha seminato nell’intervista a Repubblica.
Per quanto riguarda il rapporto con quella che solo i media continuano a definire “sinistra” (ossia le origini del Pd): “Mi hanno sempre trattato come un estraneo, come un abusivo, anche quando ho vinto le primarie; è il riflesso condizionato di quella sinistra che si autoproclama tale e che non accetta di essere guidata da uno che non provenga dalla Ditta. Del resto, il contrappasso è semplice: io esco, nei prossimi mesi rientrano D’Alema, Bersani e Speranza. Va via un ex premier, ne torna un altro. Tutto si tiene”. L’ultima coltellata ad una formazione senza senso che l’aveva scelto – lui, ex democristiano in odor di grembiulino – come leader della veltroniana “vocazione maggioritaria”.
Per quanto riguarda gli assetti istituzionali: “sogno che Zingaretti e Di Maio si sveglino un giorno proponendo il monocameralismo, il doppio turno, un sistema in cui la sera sai chi ha vinto le elezioni. Non cambio idea”. Ossia proprio quello che Salvini, ancora domenica dal palco di Pontida, predica per poter disporre un giorno di “pieni poteri” (lui o chi per lui).
E in pratica mette il veto – disponendo della “differenza marginale” in Parlamento – su una legge elettorale integralmente proporzionale. Ci stavano cominciando a ragionare, Zingaretti e i grillini, per disegnare un processo elettorale che desse un po’ più di ruolo al Parlamento e meno alla roulette russa del maggioritario, in cui magari uno che prende meno del 30% si ritrova con tutti gli assi in mano. Ora sanno con certezza che non passerà mai, e anche con una soglia di sbarramento siderale.
La parte più interessante, ancorché falsa, sta nel dichiarare “nemico ufficiale” l’Altro Matteo: “Voglio passare i prossimi mesi a combattere il salvinismo nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche. Faremo comitati ovunque”. Perché “il Pd è un insieme di correnti. E temo che non sarà in grado da solo di rispondere alle aggressioni di Salvini e alla difficile convivenza con i 5 Stelle”. Una constatazione, facile per chiunque…
Qui c’è il nocciolo del “progetto politico” che qualcun altro immagina per risolvere l’instabilità italiana.
Il salvinismo è una modalità troppo rozza per rappresentare in modo efficace gli interessi sia del capitale internazionale che quelli del piccolo capitalismo in stile Nordest. Se ne è avuta la verifica con i 13 mesi di governo gialloverde, chiusi con una mossa che ancora deve trovare una spiegazione razionale convincente.
Ma aver seminato per tanto tempo così tante idiozie nel “senso comune” nazionale (razzismo, anti-europeismo senza piani alternativi, nostalgie autoritarie, bigottismo integralista, narrazioni pre.moderne, ecc) significa aver riempito di veleni un corpo sociale che va comunque governato, altrimenti impazzisce e può sfuggire di mano.
Questo non può esser fatto né con il salvinismo leghista, né con il finto “buonismo europeista” del Pd o – tantomeno – le giaculatorie anti-casta dei grillini, che hanno dimostrato di non essere affatto un’alternativa di sistema.
Ergo, va “rottamato” il tripolarismo imperfetto creato da un decennio politicamente senza legami forti tra politiche di governo (eterodirette) e “popolo” che deve subirle.
La prima mossa è l’indebolimento strategico del Pd e del governo appena nato, aprendo una crisi che ne segnerà probabilmente la fine. Le altre arriveranno dalla decomposizione della famiglia berlusconiana, dallo sfarinamento grillino e dalla possibile messa in discussione della leadership di Salvini nella Lega. Ovvio che il Truce non sia d’accordo e che abbia voluto una Pontida da record per fermare, o rallentare, il redde rationem.
Ma di un dj da Papeete, il grande capitale non sa che farsene, una volta usato

martedì 17 settembre 2019

Ecco come il Pentagono condiziona e finanzia la ricerca scientifica in Italia

La ricerca scientifica nelle università e nei laboratori di istituti pubblici e privati italiani? Sempre più finalizzata allo sviluppo di armi e tecnologie belliche e con il generoso contributo delle forze armate degli Stati Uniti d’America. E’ quanto emerge dall’analisi del data base relativo alle spese effettuate dal governo di Washington, consultabile liberamente in rete (vedi https://gov.data2www.com). La sistematizzazione dei dati, non certo facile per l’enorme mole degli indicatori e delle informazioni contenute, ha permesso di documentare come a partire dal 2010 ad oggi il Dipartimento della Difesa USA, congiuntamente a US Army, US Air Force e US Navy abbia sovvenzionato con oltre 15 milioni di dollari programmi, sperimentazioni, conferenze, workshop e scambi internazionali delle università e dei più noti centri di ricerca nazionali.
Principali beneficiarie delle sovvenzioni dell’apparato militare a stelle e strisce sono, in ordine, l’Università degli Studi di Padova (22 i progetti per un ammontare complessivo di 1.427.549 dollari, di cui erogati 1.125.267); il Politecnico di Milano (1.183.353 dollari, di cui utilizzati in parte per un controverso studio sui mammiferi marini d’interesse della Marina militare statunitense); l’Università di Trieste (1.061.080); la Sapienza di Roma (957.194). A seguire ci sono poi l’Università di Bologna (602.620 dollari); Genova (454.388); la Cattolica del Sacro Cuore di Milano (432.000 per un programma di ricerca scientifica applicata sulla “modulazione delle funzioni cerebrali”, appena conclusosi); Catania (372.500 dollari, prima tra le università meridionali grazie ai programmi elaborati dal Dipartimento di Ingegneria Elettronica ed Informatica); Parma (363.500 dollari, in buona parte destinati alla ricerca e allo sviluppo del “Low Cost 3rd Vision”, presumibilmente visori di ultima generazione per militari e robot); il Politecnico di Bari (346.000); l’Università di Siena (316.000); Pisa (317.000, tutti al Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione); Brescia (300.500), L’Aquila (264.000); Firenze (260.346); Milano (224.050); la Federico II di Napoli (230.940 dollari, in buona parte per un progetto triennale di ricerca sulla “sopravvivenza dei materiali compositi in ambiente marino”, che si concluderà a fine settembre 2019); l’Università di Trieste (211.345 dollari, quasi tutti al Dipartimento di Fisica e un modestissimo contributo al Dipartimento di Scienze Politiche per coprire parzialmente le spese di viaggio per una conferenza sugli Stati Uniti); l’Università Politecnica delle Marche (207.000); Bari (200.000); Perugia (192.500, tutti al Dipartimento di Fisica); l’Università degli Studi della Calabria (169.000); dell’Insubria di Varese (153.500); del Sannio di Benevento (128.229 dollari su un capitolo-fondi dell’Istituto per le tecnologie USA per “misurare il sistema di calibramento” delle famigerate electroshock-weapon, le armi elettro-schock entrate di moda tra le forze armate e di polizia di mezzo mondo); Udine (125.850); Torino (100.000). Sovvenzioni minori e/o simboliche sono state erogate dal Dipartimento della Difesa e dalle forze armate USA all’Università degli Studi di Roma 3 (76.000 dollari); all’Ateneo di Bergamo (70.000); al Politecnico di Torino (59.353 dollari per una ricerca sui sistemi operativi satellitari dell’US Air Force); all’Università di Camerino (27.000); Pavia (25.000); alla Fondazione degli Studi Universitari di Vicenza (20.000); Roma Tor Vergata (10.000).
Inquietante l’ammontare dei contributi del Pentagono a favore di diversi istituti del CNR, il Consiglio Nazionale delle Ricerche, il maggiore ente pubblico scientifico italiano. Si tratta complessivamente di 1.538.920 dollari (1.053.800 già erogati); beneficiari, in ordine di valore, l’Istituto di Ingegneria del Mare (CNR-INM) di Roma (894.000 dollari in buona parte per ricerche di idrodinamica e sul funzionamento dei mezzi navali ad alta velocità); l’Istituto di Scienza e Tecnologia dei Materiali Ceramici (CNR-ISTEC) di Faenza (195.000 dollari); l’Istituto per i Polimeri Composti e Biomateriali (CNR-IPCB) di Napoli (150.000 dollari per il programma Shedding Light on Brain Microdomains, avviato nel febbraio 2017 e che si concluderà a fine gennaio 2020); l’Istituto Nanoscienze (CNR-NANO) di Pisa (93.419); l’Istituto Superconduttori Materiali Innovativi (CNR-SPIN) di Genova (55.000); l’Istituto dei Materiali per l’Elettronica ed il Magnetismo (CNR-IMEM) di Parma (100.000); l’Istituto di Scienze Marine (CNR-ISMAR) di Venezia (26.000); l’Istituto di Fotonica e Nanotecnologie (CNR-IFN) di Padova (10.000); l’Istituto delle Metodologie Inorganiche e dei Plasmi (CNR-IMIP) di Bari (10.000);  l’Istituto per la Microelettronica e Microsistemi (CNR-IMM) di Catania (5.000).
A riprova dell’interesse strategico rivestito dal Pentagono per le aree marittime, va segnalato l’imponente contributo (861.621 dollari) a favore delle ricerche dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale di Trieste, noto anche come OGS – Osservatorio Geofisico di Trieste, denominazione in vigore fino al 1999, anno di trasformazione in ente pubblico nazionale. In particolare il Dipartimento della Difesa USA ha contribuito agli studi dell’osservatorio triestino sulle correnti marine nell’area orientale del Mar Mediterraneo, del Mar di Marmara (tra l’Egeo e il Mar Nero), nell’Oceano Atlantico a ridosso delle coste del Senegal. Sorprendenti per alcuni versi, invece, i contributi delle forze armate USA alle ricerche di due dei più prestigiosi centri medico-sanitari privati italiani, l’Istituto Europeo di Oncologia e l’Istituto Ortopedico “Galeazzi”, entrambi con sede centrale a Milano. Nello specifico, al primo sono stati erogati 519.311 dollari per analizzare i potenziali rischi dell’esposizione ai raggi X con la tomografia computerizzata. Al “Galeazzi” sono andati invece 349.689 dollari per “ricerche medico-militari” sulla diffusione delle metastasi. Il Pentagono ha inoltre sovvenzionato con 16.000 dollari il Centro Internazionale di Fisica Teorica (ICTP) “Abdus Salam” di Trieste e pure l’ENEA, l’ente pubblico di ricerca nazionale che opera nei settori dell’energia e delle nuove tecnologie (5.000 dollari). Sovvenzioni sono state effettuate pure a favore di società private (50.000 dollari alle Industrie Bitossi S.p.A. di Vinci, Firenze per una ricerca sulle leghe di alluminio “per applicazioni balistiche” e 10.000 dollari alla EAAT Design e Prototyping di Napoli per la “ricerca applicata Eurocorror 2014”) e ad alcuni ricercatori italiani: 150.020 dollari all’ingegnere aeronautico Sara Cerri di Gattinara, Vercelli (collaborazione al programma co-finanziato dall’Unione europea di sviluppo delle fonti energetiche alle isole Hawaii) e 90.000 dollari all’ingegnere elettronico pugliese Vito Roppo, per uno studio sui semiconduttori negli anni 2010-2016 (nel curriculum vitae del dottor Roppo si fa anche riferimento al coordinamento di “5 progetti per un valore complessivo di 120mila euro” presso il Centro di ricerca d’ingegneria missilistica dell’aviazione di US Army di Huntsville, Alabama, novembre 2007-settembre 2012).
Il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti d’America ha infine contribuito economicamente ad alcuni progetti di sviluppo di sistemi da guerra sottomarini realizzati dal NATO Centre for Maritime Research & Experimentation, il Centro per la ricerca e la sperimentazione marittima con sede a La Spezia, sotto il controllo dell’agenzia della NATO che si occupa di scienza e nuovi sistemi tecnologici. Complessivamente al centro ligure sono stati erogati 816.840 dollari. Anche in questo caso è presumibile che una parte del denaro sia stato utilizzato per programmi a cui hanno collaborato gli istituti universitari e i centri di ricerca pubblici e privati italiani partner. Presso il Centro Interuniversitario di Ricerca sui Sistemi Integrati per l’Ambiente Marino (ISME), attivato nell’ateneo di Genova, sono operativi infatti i laboratori di Oceanic engineering per la “progettazione e lo sviluppo di robot, veicoli autonomi e droni navali e sottomarini”, in collaborazione con la struttura NATO di La Spezia, le industrie belliche e la Marina militare italiana. Nel marzo 2015, il Polo “Guglielmo Marconi” di La Spezia dell’Università degli Studi di Genova, ha inoltre sottoscritto un accordo di collaborazione con il NATO Centre for Maritime Research & Experimentation per lo “sviluppo di sistemi robotici e ingegneristici e tecnologie di comunicazione sottomarini”. Un master di II livello sull’elettroacustica subacquea è stato attivato invece dal Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa, sempre in collaborazione con il Centro NATO di La Spezia e alcune importanti aziende del complesso militare industriale nazionale.

lunedì 16 settembre 2019

Germania in recessione: per l’Unione è l’Anno zero

Le conferme fioccano: il vecchio mondo europeo e tedesco-centrico nato dopo il 1989 è in crisi nera.
La vittoria sul “socialismo reale” è stata – non paradossalmente – un disincentivo all’innovazione del modello di sviluppo europeo, che anzi è stato parzialmente ridisegnato secondo i dettami dell’ordoliberismo teutonico: centralità delle esportazioni, bassi salari, precarietà contrattuale, taglio della spesa e degli investimenti pubblici, estromissione dello Stato dall’economia reale e sua funzione solo “regolativa” del libero gioco del mercato (l’”ordo” che accompagna, senza affatto temperarlo, il “liberismo”).
Il trentennio della “globalizzazione” si è ormai chiuso, la concorrenza tra macro-aree continentali capitaliste si accentua di giorno in giorno (la “guerra dei dazi” trumpiana ha anche Berlino nel mirino) e il modello di sviluppo continentale si scopre ancora incentrato sull’industria automobilistica a trazione diesel. In termini evolutivi, alla preistoria.
Tutta l’Unione Europea – il suo sistema di trattati e di sanzioni – è stato costruito su questo “modello di sviluppo ineguale” che ha accresciuto le distanze tra paesi forti e deboli, aree sviluppate e non, classi sociali favorite e penalizzate (i lavoratori di tutta Europa, tedeschi compresi, non vedono aumenti salariali reali – in termini di potere d’acquisto – da almeno venti anni).
Ora tutto trema, ma cambiare modello in corso è sempre complicato. Ancor più quando, invece di una struttura federale tendenzialmente unitaria e “compensativa”, si ha a disposizione solo una tecnostruttura costruita per esacerbare la concorrenza interna, comprimendo i consumi di massa. Qualcuno dovrebbe investire il proprio sovrappiù accumulato negli anni, ammodernando la propria struttura produttiva in termini di prodotto (non solo “di processo” tendente a risparmiare lavoro con l’automazione) e permettere così anche ai paesi o le aree più deboli di uscire dalla tenaglia tra crisi e austerità.
Qualcuno dovrebbe insomma rinunciare ai vantaggi di cui ha goduto per 30 anni, prendendo a cuore il “bene comune” del Continente anziché il gretto interesse nazionalistico e di classe.
Vi sembra realistico? Vi sembra che l’attuale classe dirigente europea sia in grado di avere questo storico “colpo d’ala”?
L’editoriale di Guido Salerno Aletta per Milano Finanza aiuta a chiarirsi le idee e sgombrare il campo dalle illusioni.
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Germania in recessione: per l’Unione è l’Anno zero

Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
L’economia tedesca, già in rallentamento, è prossima alla recessione: dopo aver registrato una contrazione congiunturale dello 0,1% nel secondo trimestre di quest’anno, si prevede che ne segua una identica contrazione nel terzo. Ed è l’unico Paese dell’Eurozona ad avere questa performance negativa, seguito solo dall’Italia che alla fine del secondo trimestre è entrata in stagnazione.
Occorre approfondire ciò che sta accadendo in Germania per comprendere se si tratta di fenomeni congiunturali, evanescenti, oppure se sono il sintomo di modifiche strutturali del quadro interno ed internazionale.
Andiamo per gradi. In ordine ai fattori determinanti della crescita economica nel secondo trimestre dell’anno, Eurostat ha rilevato che l’Eurozona nel suo complesso ha subìto un contributo negativo da parte della componente estera: mentre l’export non ha subito variazioni apprezzabili, l’import è cresciuto dello 0,2%.
I dati diffusi da Destatis, l’Istituto di statistica tedesco, chiariscono le dinamiche che stanno caratterizzando le relazioni commerciali della Germania con l’estero: la contrazione del prodotto che è stata registrata nel secondo trimestre dell’anno deriva dal più consistente rallentamento dell’export rispetto a quello dell’import. Una volta aggiustato ai prezzi e destagionalizzato, l’export si è contratto dell’1,3% rispetto al trimestre precedente. Le importazioni sono invece diminuite solo dello 0,3%.
Questi dati congiunturali potrebbero essere considerati trascurabili se non ci fosse una corrispondente tendenza di più lungo periodo, visto che il commercio internazionale ha contribuito al rallentamento della crescita tedesca anche su base annua: in termini reali, dunque aggiustato ai prezzi, l’export si è contratto dello 0,8%. Le importazioni di beni e servizi, invece, sono cresciute dell’1,8%.
La manifattura tedesca, fin qui una gloriosa macchina da guerra, si è inceppata: in termini reali, rispetto al secondo trimestre del 2018, ha registrato una contrazione del 4,9%. Ed è un comparto di enorme rilievo, visto che pesa per un quinto dell’intera economia tedesca.
Se nei dodici mesi il valore aggiunto prodotto in Germania si è contratto complessivamente solo dello 0,1%, lo si deve all’andamento particolarmente dinamico dei settori delle costruzioni (+2,8%) e dei servizi di comunicazione ed informazione (+3,3%). Ci sono stati dunque due andamenti negativi: la caduta dell’export e quella della manifattura.
Sul versante della distribuzione del reddito, che in Germania in questo stesso periodo annale è aumentato in termini monetari complessivamente del 2,7%, si sono verificati due andamenti tra loro completamente opposti: mentre la remunerazione del lavoro è cresciuta del 4,5%, le rendite ed i profitti di impresa sono calati del 1,9%.
Sembra dunque che il successo del mercantilismo tedesco di questi ultimi anni, basato sulla crescita costante delle esportazioni manifatturiere e su un contemporaneo rigidissimo controllo dei costi salariali, sia arrivato al capolinea.
C’è un altro aspetto che va considerato: l’accumulazione di saldi strutturali attivi sull’estero comporta, alla lunga, una esposizione debitoria insostenibile. All’interno dell’Eurozona, dopo la crisi del 2010, un default del debito sovrano o del sistema bancario di uno dei tanti Paesi strutturalmente deficitari sul piano della bilancia dei pagamenti correnti e delle relazioni finanziarie con l’estero avrebbe portato al collasso dell’euro.
All’interno dell’area è stato realizzato un processo di generale riequilibrio nelle relazioni commerciali e finanziarie che ha ridotto lo spazio per una crescita tedesca fondata su un attivo strutturale: il saldo per merci è infatti crollato dai 128 miliardi di euro del 2007 ai 56 miliardi del 2018. Di converso, numerosi Paesi, tra cui Polonia, Grecia e Spagna, hanno ridotto drasticamente il loro passivo. Solo la Francia e la Gran Bretagna hanno ingigantito, più che raddoppiandolo, il loro passivo commerciale infra-Ue: la prima è passata da -53 a –103 miliardi di euro, la seconda da -51 a -107 miliardi.
L’Italia, pur con qualche violenta oscillazione al ribasso, è rimasta in attivo attorno agli 8-10 miliardi di euro annui. La Germania ha però recuperato ampiamente il suo attivo commerciale strutturale, focalizzandosi sui Paesi non appartenenti all’Eurozona.
Ora, però, la prospettiva della Brexit, il nuovo corso politico americano che implica relazioni commerciali non solo libere ma anche equilibrate, ed il completamento della trasformazione della economia cinese nel comparto manifatturiero, rappresentano altrettante incognite per l’economia tedesca e per il modello mercantilistico su cui ha prosperato.
C’è dunque una morsa che sta bloccando strutturalmente la dinamica economica tedesca: il meccanismo mercantilistico della crescita fondata sugli attivi commerciali strutturali è stato azzoppato sia sul versante dell’export, per via dei processi di riequilibrio delle relazioni commerciali, sia all’interno dell’Eurozona che nei confronti degli altri principali partner extra europei, sia su quello dell’import per via dell’aumento delle retribuzioni interne.
Ci sono tre ulteriori questioni, sempre strutturali. In primo luogo, l’economia tedesca è fortemente legata alla manifattura tradizionale ed in particolare al settore dell’auto, che è in profonda trasformazione per la trazione elettrica e la guida autonoma: le nuove tecnologie abbatteranno il vantaggio competitivo accumulato in decenni di investimenti nelle tecnologie meccaniche.
La Cancelliera Angela Merkel, che con tanta forza in passato aveva ribattuto alle richieste ultimative del Presidente americano Donald Trump di procedere ad un riequilibrio commerciale nel settore automobilistico, vantandosi dell’eccellenza impareggiabile dei prodotti tedeschi, ha dovuto ammettere in questi giorni, inaugurando a Francoforte il Salone dell’automobile, che questa industria vitale per la Germania deve sviluppare nuove tecnologie e riconquistare la fiducia persa tra i consumatori. Soprattutto dopo il dieselgate, che ha visto il colosso Volkswagen truccare i test delle emissioni di 11 milioni di veicoli circolanti in tutto il mondo.
Ci si muove su un crinale assai delicato, anche per le industrie dei Paesi partner come l’Italia.
In secondo luogo, in Germania la percentuale di produzione energetica da fonti fossili, tra cui il carbone, è ancora molto alta e richiederà sforzi assai consistenti per realizzare la transizione verso le fonti rinnovabili ed il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2.
Infine, il segmento dei servizi è ancora molto debole: nel periodo gennaio-luglio di quest’anno, la bilancia dei pagamenti correnti della Germania ha registrato in questo settore un passivo di 11,4 miliardi di euro, in peggioramento rispetto a quello dello stesso periodo dell’anno precedente, quando era stato di 9,9 miliardi.
La Germania si trova ad affrontare con enorme ritardo una serie di problemi strutturali. Ed è stato lo stesso Governatore della Bce, Mario Draghi, nel corso della conferenza stampa tenuta giovedì scorso al termine della riunione del Board, ad invitare i Paesi che hanno “spazio fiscale” a farne subito uso per contrastare le tendenze recessive: da sola, la politica monetaria accomodante non basta.
Il riferimento alla Germania è stato chiaro a tutti, e trapelano indiscrezioni sulla decisione del governo tedesco di intervenire in modo deciso, mediante istituzioni e strumenti che si muovano in parallelo rispetto al bilancio pubblico.
Una strategia strumentale, per non rimettere in discussione il Fiscal Compact. Questo Trattato è stata una gabbia per tutta l’Europa: non solo ha impedito gli investimenti pubblici infrastrutturali, ma soprattutto il sostegno alle innovazioni in campo ambientale ed al progresso tecnologico su cui ora scontiamo un ritardo irrecuperabile.
Alla Germania è servito per mantenere un assetto produttivo tradizionale ed un modello di competizione mercantilistica che oggi la penalizzano per prima, e più degli altri. E’ servito a tenere sotto controllo debitori e competitor.
Il rischio, ora, è che il Fiscal Compact venga utilizzato ancora, per consentire solo alla Germania di procedere in solitaria alla riconversione ed alla ristrutturazione produttiva. Sarebbe comunque un impegno immane, considerando lo sbilanciamento strutturale della economia tedesca.
Ritornano sempre gli stessi nodi da sciogliere, primo tra tutti il divario tra i diversi paesi dell’Eurozona in termini di debito pubblico e di oneri connessi al suo servizio, che risalgono ai tempi del Trattato di Maastricht e che si sono vieppiù aggravati dopo dieci anni di crisi dell’Eurozona.
Non è solo il Fiscal Compact che va rimesso in discussione, ma l’architettura finanziaria, fiscale e monetaria europea che si è andata stratificando a partire dal Trattato di Maastricht. Non si tratta solo di rimuovere i tanti divieti disseminati dappertutto, che ad esempio impediscono alla Bce di assumere la funzione di prestatore di ultima istanza o di intervenire sul mercato per stroncare sul nascere la speculazione sui titoli di Stato, quanto di preordinare le istituzioni e gli strumenti idonei a sostenere una fase nuova, di crescita sostenuta ed equilibrata in tutto il Continente europeo, e non solo nei Paesi tradizionalmente più forti.
C’è in gioco, ormai, non solo la coesione sociale e la stabilità economica e finanziaria dell’Eurozona, quanto la stessa sopravvivenza politica dell’Unione. Dalla deglobalizzazione in corso alla disgregazione, il passo è davvero piccolo.

venerdì 13 settembre 2019

Il bazooka della Bce è solo una pistola ad acqua

Una piccola svalutazione competitiva, di quelle che scandalizzavano se fatte dall’Italietta anni ‘80 o da altre economie contemporanee, ma benedetta se disegnata dalla Bce in versione Mario Draghi.
Mai come questa volta “i mercati” avevano azzeccato tutte le previsioni. La Bce ha aumentato di un decimo di punto i tassi negativi sui depositi bancari, portandoli a -0,50%. Significa che le banche private che lasciano propri soldi in deposito presso la Bce perderanno – se sceglieranno di non muoverli di lì – un qualcosa ogni anno.
La mossa è fatta ovviamente per scoraggiare questa immobilizzazione, e spingere le banche a fare prestiti in direzione dell’economia reale, ossia a imprese e famiglie.
Nella stessa direzione va la terza fase di Tltro – prestiti a tassi quasi zero della Bce alle banche – che differenzia però leggermente il tasso di interesse richiesto, più favorevole per gli istituti che riprendono a far circolare liquidità nell’economia reale.
E altrettanto si può dire per la ripresa del quantitative easing, nella dimensione di 20 miliardi al mese ma a tempo indeterminato. In pratica, la Bce acquisterà titoli di Stato, ovviamente a partire da quelli più “sicuri” (tedeschi e olandesi). Ma rischia di trovarne relativamente pochi in circolazione, perché un terzo dei titoli oggi sul mercato sono già a tassi negativi. Persino i Btp triennali italiani, nell’ultima emissione, sono entrati ormai in questa fascia!
Insomma, la Bce ha fatto tutto quel che le veniva chiesto e che poteva fare. Ma che aveva già abbondantemente fatto, anche con sforzi maggiori, senza risultati apprezzabili per la “crescita” ma con l’unico effetto di evitare il crollo del sistema bancario e finanziario europeo.
Quindi anche la nuova fase di allentamento monetario non ha grandi speranza di smuovere l’economia reale, ormai sull’orlo della recessione, a partire da quella tedesca. I rischi sopravanzano le attese di profitto, quindi le imprese (e le banche) non troveranno particolari vantaggi o stimoli a mettersi in moto. Significativo è che Draghi, all’inizio di una nuova Commissione europea che si annuncia particolarmente debole e dunque “conservativa”, abbia anche lui raccomandato di fare investimenti pubblici, almeno a quegli Stati che se lo possono permettere grazie al surplus (a Berlino, insomma…).
Ma allora, quale significato ha questa ennesima decisione della Bce?
L’unico possibile: “difendere” ancora per qualche tempo il “modello mercantilista” tedesco ed europeo, svalutando un po’ la moneta unica rispetto a dollaro e yuan cinese (Trump si è subito inferocito, prendendosela con la “sua banca centrale, la Federal Reserve, che non fa altrettanto). Difendere insomma l’arretratezza industriale continentale dopo almeno 20 anni di “sciopero degli investimenti” – basti ricordare lo scandalo del dieselgate che ha travolto la credibilità dell’automobile tedesca – e un sistema finanziario diventata improvvisamente “contendibile” (l’Hong Kong Exchange ha avanzato un’offerta da 36 miliardi per il London Stock Exchange, ossia la società che controlla la Borda di Londra e quella di Milano).
Quindi possiamo dire fin d’ora che la decisione di ieri, l’ultima, in pratica, della gestione Draghi (su quelle future di Christine Lagarde ci sarà da ridere e piangere) è semplicemente inutile.
Non più un bazooka, ma una pistola ad acqua.

giovedì 12 settembre 2019

L’Unione Europea degli schizofrenici

Una malattia grave si vede dai sintomi contraddittori, che rendono aleatoria qualsiasi terapia. L’Unione Europea, in questi primi giorni della nuova Commissione (il “governo”) presieduta da Ursula Von der Leyen, presenta il solito volto “rigorista” e “austero”. Mentre, tutti i soggetti che contano (“i mercati”) sperano che domani la Banca centrale europea – agli ultimi giorni di Mario Draghi – tiri un colpo di bazooka “ultra-accomodante”, varando una nuova stagione di quantitative easing, taglio ulteriore dei tassi sui depositi, ecc.
Se il paziente fosse furbo, si farebbe qualche domanda perché, se un medico consiglia il digiuno e un altro un po’ di bulimia, vuol dire stai messo proprio male e ti danno ricette a vanvera.
Partiamo dalle cose certe. Agli affari economici europei, com’è noto, è stato messo l’ultimo presidente del consiglio piddino, Paolo Gentiloni, in sostituzione del francese Pierre Moscovici, che tante volte ci ha bacchettato per non aver rispettato questo o quel parametro. Ma siccome quel ruolo permette di valutare se le manovre di aggiustamento dei vari paesi, i “rigoristi” del nord Europa hanno preteso ed ottenuto che questo Commissario fosse a sua volta commissariato. In particolare dal fisico lituano Valdis Dombrovskis, dalle competenze economiche sconosciute, noto per la assoluta indisponibilità a concedere “flessibilità” sulle leggi di stabilità nazionali, nominato vice-presidente con competenza sull’economia.
L’intento politico è insomma chiaro, ed esplicitato anche dalla neo presidente Von de Leyen: “Abbiamo un Patto di stabilità e crescita che è stato sviluppato con un largo consenso. Vogliamo un’economia forte e un’Unione europea forte: le regole sono chiare, i limiti sono chiari e la flessibilità è chiara. All’interno di queste regole affronteremo le diverse opzioni e i diversi problemi“. Insomma, a Gentiloni non sarà concesso di fare sconti particolari, in specifico riguardo all’Italia, visto che “dovrà collaborare moltissimo con Valdis Dombrovskis e tutte le decisioni saranno prese dal collegio dei commissari“. Ancora un passo e quella carica sarebbe da considerarsi puramente onorifica…
Anzi la stessa Von der Leyen ha voluto precisare che al ministero dell’economia italiano è stato messo non per caso Roberto Gualtieri (del Pd, ma con una carriera a Bruxelles): “viene dal Parlamento europeo, conosce perfettamente il patto di stabilità e sa esattamente quali sono le regole che abbiamo stabilito in Europa. Gualtieri sa cosa ci aspettiamo nella prossima legge di stabilita’“. Insomma, siamo stati “commissariati” a tutti I livelli, con un “europeo” al ministero nazionale più importante e un “ostaggio” in quello continentale.
Una blindatura che non lascia molto spazio ai sogni e ai bisogni urgenti, come quello di “modificare i trattati” sul patto di stabilità, come ribadito dal premier Conte e dal presidente Mattarella. Il bisogno è ormai avvertito anche dalla Germania, che si ritrova con un modello in crisi, quello export oriented, fondato sui bassi salari e la precarietà contrattuale. Ma cambiare i trattati è più difficile che firmarne di nuovi, non solo perché occorre l’unanimità, ma soprattutto perché quelli in essere sono fortemente asimmetrici rispetto ai singoli paesi. C’è chi ci perde e vorrebbe perciò riscriverli, e chi guadagna, e non ci pensa proprio.
Il massimo cui puntano gli osservatori è non considerare più il deficit strutturale come l’unico o principale parametro per valutare eventuali procedure di infrazione. Un modo insomma per allargare le maglie della “flessibilità” concedibile ai vari governi, senza però toccare la struttura dei trattati. Un modo democristiano, se volete, che distingue tra intangibilità delle regole di austerità e gestione “aumma aumma”, sulla base delle opportunità politiche.
Tutto l’opposto si pretende dalla Bce, teoricamente istituzione tecnica sganciata dalla politica. Le attese per domani sono sono così elevate che in molti, a partire dal vicepresidente De Guindos, appaiono preoccupati per una possibile “delusione dei mercati” davanti a misure meno audaci di quelle immaginate.
E di immaginazione ne gira parecchia, se persino l’austero Sole24Ore è obbligato a citare investitori che si attendono “il denaro dagli elicotteri”, addirittura nella forma di “soldi della Bce direttamente nei conti correnti dei cittadini europei”, per almeno 200 euro a testa. Una sorta di “reddito di cittadinanza” fondato sulla possibilità di “stampare soldi”, ma di difficile realizzazione pratica (e paradossalmente non vietato dalle regole statutarie!) e immense difficoltà politiche (a quale titolo i governi dovrebbero invece tagliare la spesa sociale per stare dentro I trattati?).
La schizofrenia è ancora più evidente se si tiene conto che tutti sono consapevoli del fatto che “la politica monetaria ha dei limiti”, che sono stati anche abbondantemente raggiunti. Anche Gentiloni, nel suo discorso di accettazione della carica di Commissario, lo ha ricordato.
Del resto, dopo anni di tassi di interesse a zero e di quantitative easing illimitato, l’unico effetto positivo è che la situazione non è precipitata. Ma di “ripresa” neanche l’ombra. Oltretutto, una simile politica monetaria ha creato “paradossi” assurdi per una economia capitalistica (e non), tipo i tassi negativi su titoli di Stato e addirittura mutui immobiliari, e quindi una situazione in cui “il denaro non rende”.
L’uscente Draghi, e ancora peggio l’impresentabile Christine Lagarde, designata sua successore, non può dunque fare molto di più che prolungare l’agonia di un “cavallo che non beve” (quando I soldi per gli investimenti produttivi ci sarebbero, ma nessuno si prende il rischio di usarli).
E, paradosso per paradosso, gli stessi che chiedono “soldi dagli elicotteri” per far crescere una domanda interna che compensi il crollo delle esportazioni, si guardano bene dall’indicare la via maestra: aumentare i salari.
E’ un problema di interessi di classe, non di “scienza economica”.

martedì 10 settembre 2019

Tassi negativi, le banche vorrebbero rifarsi sui conti correnti

In filosofia, quando si incontra un paradosso, scatta immediatamente la curiosità, perché indica l’esistenza e il manifestarsi di una contraddizione. In economia neoliberista, si fa invece finta di niente, ma qualcuno comincia a preoccuparsi, sia pure con toni molto pacati.
Il paradosso della finanza internazionale, da qualche tempo a questa parte, è il denaro che non rende. Ce ne siamo occupati, fin qui, per indicare l’esistenza ormai innegabile di una crisi sistemica, in particolare del capitalismo occidentale. Ma quando si parla in termini sistemici, o generali, il rischio è sempre che non si capiscano o si vedano le implicazioni per la vita quotidiana di tutti noi.
Vediamo quindi cosa comincia a significare il paradosso dei tassi di interesse negativi, introdotti dalla Banca Centrale Europea sui depositi che le banche private lasciano nelle casse di Francoforte. L’intenzione di Mario Draghi, che sta per essere sostituito da Christine Lagarde, era di “convincere” le banche a prestare quei soldi – a famiglie e imprese – in modo da stimolare investimenti, consumi, ecc. Insomma, a far muovere di più l’economia reale.
Questo non è avvenuto, perché l’incertezza sul futuro sconsiglia investimenti rischiosi (le imprese possono fallire, i capifamiglia possono essere licenziati, quei prestiti possono non tornare in cassa), e dunque molti “investitori istituzionali” hanno preferito una perdita certa ma minima (lo 0,40%) ad una forse superiore. In ogni caso di guadagni neanche l’ombra.
Il meccanismo si è poi trasferito sui titoli di Stato, a cominciare da quelli dei paesi più solidi (Germania e Olanda, nell’eurozona). Con grande beneficio per i conti pubblici di quei paesi (invece di pagare interessi sul debito pubblico ci guadagnano qualcosa), ma anche qui con perdite per le banche, soprattutto quelle tedesche.
Ma che una banca privata possa accettare a lungo di perdere soldi sui prestiti, anziché guadagnarci, è impensabile. Così proprio in Germania è partita una discussione davvero hard: le banche vogliono applicare tassi negativi su tutti i propri clienti.
Cosa significa? Che chiunque abbia un conto corrente – è obbligatorio per depositare lo stipendio, come sappiamo – potrebbe esser costretto automaticamente a “regalare” qualcosa alla sua banca, in aggiunta alle spese che già sostiene per la movimentazione del conto.
Non proprio una mossa popolare, diciamo. Tanto che persino il governo tedesco ha pensato bene di intervenire per bloccare questa ipotesi, scatenando le ovvie proteste delle banche che ritengono incostituzionale il divieto di rivalersi sui correntisti.
E’ evidente che un meccanismo si è inceppato. Non si è mai visto nella storia umana – anche prima del capitalismo, do you remember Shylock?  – che un prestatore di denaro debba prevedere una perdita sicura, oltre al rischio di non vedersi restituire la somma prestata.
Ma il dibattito tra economisti liberali ancora non affronta il cuore del problema, preferendo dilettarsi sull’”effetto reddito” e l’”effetto sostituzione”. Se sai che dal conto corrente spariranno comunque un po’ di soldi potresti essere tentato di spendere di più (effetto reddito) per farlo deprezzare il meno possibile; oppure potresti essere indotto a non spendere più (effetto sostituzione) per non aggravare la situazione.
In attesa che gli economisti teorici risolvano i loro dubbi, i clienti potrebbero cominciare a correre in banca a ritirare i propri soldi per metterli sotto il materasso. Con effetti davvero devastanti per il sistema. E  tanti saluti per il “ritorno alla normalità e alla crescita”.
E’ in fondo l’ennesimo paradosso: le politiche monetarie ultra-espansive che dovevano facilitare la ripresa dell’economia si trasformano lentamente in un ulteriore fattore di freno. Perché il paradosso è sempre apparente, mentre la crisi invece è reale.

lunedì 9 settembre 2019

Il caso Bellanova

Su tutte le prime pagine dei giornali campeggia la neo ministro dell’agricoltura Teresa Bellanova. I tastieristi fascioleghisti l’hanno insultata sui social per l’aspetto, i vestiti, il basso titolo di studio.
Questo ha suscitato giusta indignazione e solidarietà verso la persona colpita da ingiurie sessiste e classiste, che dimostrano ancora una volta come i fascioleghisti rappresentino non solo una regressione politica, ma anche civile e persino umana.
Questa regressione però non fa solo danno a chi la fa propria e a chi ne subisce i colpi, ma anche a chi la contrasta. Infatti nel difendere giustamente la bellissima storia passata di Teresa Bellanova si è oscurata la sua pessima storia presente.
La ministro ha vissuto la dura trafila dell’emancipazione e della crescita sociale civile e culturale del proletariato, il principale merito dei comunisti e dei socialisti in questo paese.
Così, da bracciante e da sindacalista dei braccianti Teresa Bellanova ha fatto propria un grande lezione di vita, una grande cultura. E quella cultura, ben superiore a quella di tanti laureati, bocconiani, detentori di master, le ha permesso di ascendere ai vertici della politica.
Ove quella cultura lei ha brutalmente abbandonato a favore di quella del mercato e dell’impresa.
Bellanova è diventata una ultrà renziana, e con questa appartenenza correntizia è anche collocata nel governo attuale. In quelli passati, al ministero del lavoro, è stata tra i più strenui sostenitori del Jobsact e della cancellazione dell’articolo 18, il fulcro di quello Statuto dei Lavoratori per cui impegnò la vita Giuseppe Di Vittorio, oggi a sproposito citato.
Al ministero dello sviluppo economico poi Bellanova è stata complice del massacro sociale dei lavoratori Almaviva, licenziati in massa con il suo benestare.
Ora i fascioleghisti l’insultano per la parte che invece va portata ad esempio della sua esperienza di vita; e paradossalmente la fanno sembrare per quello che Teresa Bellanova da tempo non è più.
Questo dimostra che i valori e la cultura autentica del movimento operaio hanno ancora una forza enorme e che i fascioleghisti sono funzionali ad un sistema politico che nel nome del profitto quei valori rinnega ogni giorno, salvo poi ipocritamente servirsene quando degli idioti gliene danno l’occasione.