venerdì 10 maggio 2019

Italia. Cresce la ricchezza privata. Il problema rimane la mancata redistribuzione

Un rapporto congiunto tra Banca d’Italia e Istat, certifica che dopo tre anni di riduzione costante, tra il 2016 e il 2017 la ricchezza privata delle famiglie italiane è cresciuta di 98 miliardi (+1%) e ha raggiunto quota 9.743 miliardi. Il dato, misurato come la somma di tutte le attività reali (casa, terreni, eccetera) e di quelle finanziarie (depositi, titoli, azioni) si considera “al netto” delle passività finanziarie che è solo di 926 miliardi (prestiti a breve termine, a medio e lungo termine). Il grosso di questa ricchezza privata continua ad essere quello delle rendite immobiliari, seguito subito dopo da quella finanziaria.
Nonostante la perdita di valore registrata – tra il 2005 e il 2011 il peso degli immobili sul totale delle attività delle famiglie è salito dal 47% al 54% per poi ridursi negli anni successivi sino al 49% nel 2017. Gli immobili continuano a rappresentare la principale forma di investimento dei nuclei familiari e, con un valore di 5.246 miliardi di euro, rappresentano la metà della ricchezza lorda.
Le attività finanziarie, completano il quadro raggiungendo i 4.374 miliardi di euro, in crescita rispetto all’anno precedente; la loro incidenza sulla ricchezza netta è risultata tuttavia inferiore a quella registrata in altre economie.
I dati  (non quelli contenuti in questo rapporto) ci dicono che in Italia i primi sette miliardari possiedono una ricchezza pari a quella del 30% della popolazione.  Il 20% dei più ricchi hanno in cassaforte patrimoni e liquidità che valgono il 69% della ricchezza complessiva del paese. I più poveri invece stanno sempre peggio. Dal 2008 a oggi le fasce più deboli infatti hanno perso il 24% del loro reddito. Le radici di questa crescente e insopportabile disuguaglianza sono confermati dallo studio della Banca d’Italia.

Le attività non finanziarie (quindi macchinari, beni reali etc.) rappresentano solo il 3,8% della ricchezza. In pratica la ricchezza privata si basa al 96% sulla rendita, in molti casi del tutto parassitaria, e con un livello di concentrazione diventato scandaloso.
Quando dicono: ma dove andiamo a prendere i soldi per i servizi, le abitazioni pubbliche, il welfare? Possiamo tranquillamente rispondere: lì dove stanno!!

giovedì 9 maggio 2019

Trump rilancia i dazi e affossa l’economia

Fretta e paura sono pessime consigliere. Ed è vero per tutti, potenti e irrilevanti. Ovvio che quando paura e fretta – causa crisi permanente – attanagliano la principale superpotenza economico-militare, ogni decisione presa diventa uno tsunami oncontrollabile nelle sue conseguenze.
Donald Trump – non proprio il più riflessivo tra i presidenti Usa – ha deciso che le trattative commerciali con la Cina procedevano “troppo lentamente” e quindi ha deciso di rilanciare, come in una mano di poker: da venerdì 4 maggio i dazi sulle merci cinesi saliranno dal 10 al 25%, per un totale stimato in 200 miliardi dollari.
Per rincarare la dose, verranno applicate imposte doganali del 25% ad altri prodoti fin qui esenti, per un ammontare di 325 miliardi.
Se l’intento era chiaramente quello di spaventare l’interlocutore – che, secondo molti economisti ha rami superato gli Usa come Pil annuale “a parità di potere d’acquisto” – il risultato pratico rischia di esser l’opposto: a Pechino starebbero valutando di uscire totalmente dalla trattativa, perché “la Cina non discute con una p,iostola puntata alla tempia”.
Tutta una serie di Stati l’hanno fatto, nel passato anche recente, e dunque a Washington si è presa la brutta abitudine di mettere la pistola sul tavolo per alzare il prezzo. Gioco che riesce ora molto più difficile con chi – almeno sul piano economico – si sente ed è grosso modo alla pari. Con in più, cosa da non sottovalutare, idee e progetti colossali, con tutta la liquidità necessaria a realizzarli.
La mossa del pistolero non sembra del resto troppo lucida stando anche a,gli ultimi tweet sparati dell’immbiliarista col ciuffo: “Per 10 mesi ,la Cina ha pagato agli Stati Uniti dazi del 25% su 50 miliardi di dollari di hi-tech e del 10% su 200 miliardi di dollari di altri prodotti. Questi pagamenti sono in parte responsabili dei nostri buoni risultati economici”. Insomma, se salta il banco gli Usa si danno la zappa sui piedi.
Tanto più che lo stesso Trump, solo due giorni fa, ha annunciato un piano di infrastrutture pubbliche da 2mila miliardi di dollari. La strategia presidenziale era stata enfatizzata – e poi abbandonata – in campagna elettorale con il titolo “Rebuilding America”. Ora viene rilanciata, nella speranza di spingere l’economia americana nel 2020 – anno delle elezioni, in cui tradizionalmente il Pil rallenta per l’incertezza sulle intenzioni del prossimo presidente – addirittura con il sostegno politico dei rivali “democratici”.
Ma che proprio l’inasprimento della guerra dei dazi con la Cina potrebbe rimettere in dubbio. Investire così tanto mentre le entrate calano e la dinamica economica rallenta, non è poi una cosa semplice.
Se n’è accorta subito anche la Heartland, raggruppamento delle associazioni commerciali Usa: “Tassare gli americani quando comprano mobili, elettronica, utensili non ha niente a che fare con la ricerca di un accordo con la Cina”.
Perché è ovvio che alzare i dazi rende meno convenienti le merci cinesi, ma se non produci merci alternative di pari livello, in realtà stai aumentando prezzi e tasse al tuo popolo. E, nell’anno delle elezioni, se lo ricorderà di sicuro…
Le conseguenze planetarie sono invece scontate. Le borse di tutto il mondo stanno “soffrendo” enormemente, a cominciare da quelle cinesi (Shanghai -5,58%, e Shenzhen (-7,38%) e asiatiche, per poi dilagare negli altri continenti: tutte le piazze europee perdono oltre il 2%, e anche Wall Street è per ora attesa su quei livelli.
Non sei più la superpotenza di una volta, prendine atto…

martedì 7 maggio 2019

E ora il popolo” contro la corsa al disastro dell’UE

Il 18 aprile è uscito nelle librerie “La France tra Macron e Mélenchon. La sfida di France Insoumise” (Pgreco Edizioni, 2019) di Giacomo Marchetti, Andrea Mencarelli e Lorenzo Trapani. Il libro indaga tre differenti “oggetti politici”: l’affermazione e la crisi del Macronismo, la crescita e il posizionamento politico de La France Insoumise, lo sviluppo e le dinamiche del grande movimento di protesta popolare dei Gilets Jaunes.
Le questioni sono numerose, articolate, intrecciate, complesse, risultato di una realtà oggettiva che richiede uno sforzo maggiore di comprensione, andando a coniugare all’attenzione quotidiana un approfondimento concreto, soprattutto in una fase di accelerazione degli eventi e di loro continua evoluzione.
Il libro rappresenta un tentativo in questa direzione, attraverso una cronaca ragionata basata sulla rielaborazione dei contributi pubblicati in chiave giornalistica, interviste inedite e traduzioni dei documenti. Senza alcuna presunzione didattica, si cerca di offrire una fotografia dinamica del contesto politico e sociale francese negli ultimi due anni, andando a cogliere quegli aspetti fondamentali che segnano l’evoluzione e la trasformazione del panorama d’oltralpe.
Qui la prefazione: http://contropiano.org/news/cultura-news/2019/04/08/la-francia-tra-macron-e-melenchon-la-sfida-di-france-insoumise-0114256
Pubblichiamo l’intervista a Clémentine Autain (deputata di France Insoumise e direttrice della rivista Regards) realizzata da Andrea Mencarelli e contenuta nel libro. Si ringrazia Giada Pistilli (Potere al Popolo! Parigi) per la collaborazione e per la trascrizione dell’intervista.
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Sei stata tra i firmatari de “L’appello dei 58” (“Noi manifestiamo durante lo stato di emergenza”), a seguito della decisione di François Hollande di attuare lo stato di emergenza dopo gli attacchi del 2015. Hai sostenuto la mozione di rifiuto dell’estensione voluta da Emmanuel Macron, in quanto pregiudizievole per le libertà civili e il diritto di manifestare. Le conseguenze sui dimostranti sono state visibili durante la lotta contro la Loi Travail e la COP21. Recentemente, Amnesty ha dichiarato che il diritto di manifestare è sotto minaccia in Francia, in particolare nel contesto degli ultimi mesi con la mobilitazione dei Gilets Jaunes. Questo rischio esiste davvero?
Dall’epoca di Thatcher in poi, c’è stato un binomio ben funzionante tra il liberalismo economico e la deregolamentazione, da un lato, e una maggiore repressione e autoritarismo, dall’altro. Tutto ciò contrariamente alla favola che ci è stata raccontata per molto tempo, secondo la quale sarebbero stati il comunismo e le esperienze in stile sovietico ad essere etichettate come totalitarismo, e quindi società liberticide. Inoltre, ci hanno raccontato che il capitalismo avrebbe naturalmente portato con sé più libertà, più democrazia…
Siamo in una nuova fase politica ed economica in cui vediamo un’affermazione dello Stato attraverso un maggiore controllo sociale. E in Francia questo non è del tutto nuovo. Direi che con Macron, a differenza della sua parvenza (il fatto che sia giovane, che affermi di essere “moderno”, che sembri aperto e amichevole), non ci aspettavamo necessariamente che ci cadessero addosso leggi così violente dal punto di vista dei diritti umani.
La prima, che credo abbia avuto un impatto significativo sulla mente delle persone, è stata l’incorporazione delle misure di emergenza nel diritto comune: esse hanno trasposto misure eccezionali nel diritto comune (la prima legge che viola i diritti e le libertà fondamentali). Poi hanno fatto questa Loi Asile-Immigration, che è prima di tutto uno scandalo in relazione all’obbligo di umanità necessaria nel momento storico che stiamo attraversando, ma è anche uno scandalo insieme al fatto che Macron si è presentato ai francesi come il bastione contro l’estrema destra.
Il governo si vantava di aver trovato un equilibrio, dicendo: “È protezione e fermezza”. Questo equilibrio non è affatto presente nel testo, poiché non migliora per niente i diritti dei migranti. Al contrario, la legge complica la possibilità di accedere a un permesso di soggiorno e di essere accolti in Francia. Contiene misure particolarmente inaccettabili, come quelle che consentono l’incarcerazione di giovani minori.
Quindi, non solo tutto rimane complicato nel diritto di accesso al permesso di soggiorno (è quindi la fermezza che ha dominato), ma ci sono anche misure molto dannose per i diritti dei bambini, il che è assolutamente allucinante.
Dall’arrivo di Macron come Presidente della Repubblica, la situazione sembra essere peggiorata sotto i suoi stessi auspici, come dimostra anche il caso Benalla.
A mio parere, non si dice abbastanza, ma l’ONU ha ripreso la situazione francese; c’è un funzionario dell’ONU che è venuto a redigere una relazione preliminare in estate e che ha messo in guardia sulla questione delle libertà pubbliche in Francia. Siamo quindi in una situazione di conflitto… per non parlare del profilo monarchico del nostro Presidente della Repubblica: egli è veramente il monarca! E lui stesso ci aveva avvertito! Durante le elezioni ha detto in sostanza che i francesi avevano bisogno di un re!
I francesi sarebbero nostalgici del re ed è per questo che lo chiamano Giove. E il caso Benalla evidenzia questo rapporto con i diritti e la giustizia, poiché il Presidente della Repubblica ne ha parlato molto chiaramente. In Francia è un grosso scandalo che ci ha tenuto molto occupati la scorsa estate – e non è ancora finita! Perché ogni giorno ci sono nuovi pezzi della storia che vengono aggiunti.
É pazzesco: in questo caso, quando si deve effettuare una perquisizione a casa di una persona prossima al Presidente della Repubblica, questa può essere rinviata al giorno successivo. Nel frattempo, la cassaforte che gli investigatori erano andati a prendere è scomparsa nella notte…
E Benalla ha passaporti diplomatici che avrebbero dovuto essere restituiti dopo il suo licenziamento, ma l’amministrazione non li ha dichiarati nulli e lui è andato all’estero a fare i suoi affari!
Anche l’apparato statale repressivo ha trovato nuovi metodi e meccanismi per reprimere le proteste sociali degli ultimi anni, derivanti dalla crisi economica e dalle politiche liberali dei governi di Hollande e Macron.
Poiché il sistema economico sta colpendo molto violentemente le persone, è imperativo avere un modo per controllare la rabbia legittima, che certamente si esprimerà. E così, per arginarla, ci sono oggi mezzi di coercizione piuttosto violenti. Inoltre, il movimento dei Gilets Jaunes è stato represso ad un livello mai visto dal maggio 1968. Abbiamo avuto più di 5.000 persone in garde à vue, più di 1.000 feriti (dati di gennaio), alcuni dei quali gravemente (avendo perso una mano o un occhio), per l’uso di flashball a tutto campo e delle famose granate GLI-F4 (che sono utilizzate solo in Francia) e un tono di violenza estremamente eccessivo.
I sindacati sono in difficoltà anche perché il ruolo negoziale e di mediazione che hanno svolto nel XX secolo è al livello minimo. Perché tutti i governi che si sono succeduti – non è solo Macron, ma comincia già da prima – non giocano più un ruolo nel mediare e dare guadagni ai sindacati…
Quindi siamo in una situazione in cui la partita si gioca altrove – è il caso del movimento dei Gilets Jaunes – perché c’è un problema di credibilità anche per i sindacati relativa alla loro capacità di essere buoni convogli per migliorare le condizioni di vita e di lavoro e far progredire le rivendicazioni.
Così tutto ciò accade all’esterno del gioco istituzionale e si crea una situazione di crisi sociale e politica. Inoltre, la questione della mediazione è una vera problematica, specialmente in una società in cui tutte le possibilità di mediazione sono state tagliate fuori (quelli che in Francia rappresentano i “corpi intermedi”).
Abbiamo parlato del movimento dei Gilets Jaunes. Puoi darci in breve la tua opinione sulle rivendicazioni?
Quello che ci ha colpito in Francia è che, di solito, mobilitazioni sociali di questo tipo hanno a che fare con il movimento operaio; significa che sono spinte, infuse, penetrate dai sindacati, dalle forze comuniste/socialiste (sto parlando delle lotte del XX secolo e anche dell’inizio del XXI secolo).
Dall’inizio del XXI secolo, ma già da prima (’95, il movimento dei pensionati, il movimento degli insegnanti, il CPE…), tutte le lotte sociali che abbiamo avuto negli ultimi decenni sono state fatte da movimenti in cui noi ci siamo comportati naturalmente, come pesci nell’acqua, e li abbiamo sostenuti.
Qui, con i Gilets Jaunes, il fenomeno è abbastanza nuovo: ci troviamo con una mobilitazione che non è guidata da dirigenti di organizzazioni note al movimento operaio, sostenute in parte dall’estrema destra e molto da noi – il che è estremamente atipico!
É necessario essere in grado di comprendere questa situazione senza precedenti. Questo riguarda sia la parte di persone che si sono mobilitate per via della loro appartenenza geografica, abbastanza chiara in quei luoghi come le rotatorie, e che corrisponde ad un certo tipo di popolazione che costituisce il popolo, ma non l’intero popolo!
Per esempio, io sono deputata di Seine Saint-Denis… Nella periferia popolare non sto dicendo che non ci sono Gilets Jaunes, ce ne sono alcuni, ma non è un grande movimento come il movimento dei ferrovieri, infermieri (che all’inizio diceva “non vogliamo stare con i gilets gialli”).
La sfida e la difficoltà per il futuro sarebbe riuscire a federare queste diverse parti del popolo: assicurare che ci sia una possibile convergenza tra coloro che continuano ad esistere perché fanno parte della tradizione del movimento dei lavoratori e tra ciò che di nuovo si cristallizzando intorno ai Gilets Jaunes.
Se non arriviamo a questa convergenza, penso che ci troveremmo in una situazione pericolosa, perché ci potrebbe essere una lettura sommaria e superficiale, propria dell’estrema destra, che dirà “guardate, sono i bianchi della periferia di cui stiamo parlando, e che hanno voluto sfuggire a queste pericolose periferie dove c’è una popolazione risultato dell’immigrazione, loro rappresentano il vero popolo bianco, di commercianti, indipendente”.
Hai fortemente criticato il disegno di legge sui Gilets Jaunes proposto dal governo Macron, che, di fronte al desiderio di giustizia sociale e fiscale, distribuisce solo le briciole. Quali sono le responsabilità della sinistra, negli anni precedenti e soprattutto oggi?
Penso che sia stato necessario fin dall’inizio essere presenti, sia per andare lì (alle manifestazioni dei Gilets Jaunes) sia per anticipare con estrema precisione le difficoltà in cui ci saremmo trovati dopo. La nostra strategia è proprio quella di essere presenti, pur avendo chiari i limiti del pericolo che esiste, ovvero quello di offuscare i punti di riferimento politici. Avevamo anche bisogno di lungimiranza per capire che stavamo iniziando un rapporto di forza che ci era sfavorevole…
Voglio dire, Le Pen era al secondo turno delle elezioni presidenziali; il rapporto di forza in tutti i sondaggi dimostra ancora che non siamo davanti all’estrema destra, quindi sono in un certo senso più avanti di noi. Quindi, se non comprendiamo tutto questo, il voto sull’efficacia del discorso politico andrà più al Front National che a noi.
Penso che questa sia la sfida, come quando abbiamo lottato nel 2005 durante la consultazione sulla Costituzione europea, dove ci siamo trovati subito in quella che poteva essere trappola del “no”, dove c’era anche l’estrema destra. Il rischio è il tono del dibattito potesse essere quello del ripiegamento nazionale identitario, la xenofobia, ecc…
Invece abbiamo lottato bene, abbiamo fatto collettivi per il “no” al TCEU da sinistra, con sindacati, partiti politici, personalità, appelli di intellettuali. Era davvero un movimento centripeto, molto orizzontale e vario. Alla fine, abbiamo vinto la battaglia delle idee e ciò significa che il “no” è stato totalmente importato dalla nostra famiglia politica, dalle nostre idee per il progresso, per la nostra idea di Europa e non per la chiusura delle frontiere.
Il movimento dei Gilets Jaunes ci mostra come ci stiamo muovendo in un’era senza un vero e proprio movimento operaio e dei lavoratori. In più, il movimento delle donne in gilets giallo non mi è piaciuto affatto e su quello bisogna intervenire, perché ho sentito cose del tipo “noi siamo donne, ma non femministe”.
Dobbiamo provare a raccontare questa realtà dei Gilets Jaunes come sta facendo Ruffin. Quando dici qualcosa, il modo in cui lo fai contribuisce alla lettura del fenomeno, anche se credo che funzioni fino ad un certo limite. Ma di sicuro non si può vivere nel completo rifiuto di affrontare questa analisi e queste sfide.
Che dire del rischio di recuperi da parte dell’estrema destra?
Questa è la nostra difficoltà: come esserci dentro (ovviamente, perché è una rabbia popolare – come non essere sensibili ad un movimento che è contro le disuguaglianze territoriali e finanziarie?), ma vedendo che c’è una potenziale trappola. Isolare questa parte del popolo dal resto della popolazione sarebbe un rischio e un errore (penso in particolare alle periferie popolari o ai ferrovieri).
Come fare questa sintesi? Come federiamo questo popolo e come riusciamo ad essere ben identificati su una questione di progresso sociale, che non è assolutamente quella dell’estrema destra?
Non meno importante, ciò che il movimento dei Gilets Jaunes ci insegna molto chiaramente è che fino ad ora, quando abbiamo parlato di popolo, abbiamo avuto una visione che si basava principalmente sulla questione dello status o dello stipendio, e non sulla questione dell’appartenenza ad un territorio. Penso che la questione dell’uguaglianza territoriale (del territorio e degli stili di vita che lo accompagnano – perché quando ci si trova in un territorio sono coinvolti anche gli stili di vita) sia fondamentale.
Catherine Tricot (giornalista di Regards) lo dice in un articolo molto interessante su Le Monde, dove parla del desiderio di gran parte dei Gilets Jaunes, che si trovavano in fondo alla scala sociale e che vogliono fuggire dalla banlieue, ma che sognano di trasferirsi una casa con il proprio barbecue e avere una certa indipendenza professionale. Questo è ancora un sogno piuttosto liberale, che ha portato molte persone a contrarre debiti. In più, la distanza sempre maggiore dai servizi pubblici è una questione che non è mai stata affrontata e che rende la loro situazione ancor più difficile.
Quindi, questa questione del territorio, a mio parere, si presenta anche con i Gilets Jaunes e deve essere affrontata a testa alta. Abbiamo alcuni pensatori di quella che chiamiamo la geografia del capitale e di tutte queste questioni legate al territorio, due grandi pensatori come Henri Lefebvre e David Harvey, che hanno lavorato bene su queste sfide e su questo modo di pensare politicamente la questione del territorio.
Eri con i collettivi del 29 maggio per la campagna contro il Trattato costituzionale europeo, durante il referendum francese del 2005. Oggi nel programma politico per le elezioni europee di Francia Insoumise è chiaramente scritto che “bisogna uscire dagli attuali trattati europei”. Penso che la France Insoumise abbia ben articolato la sua posizione sull’Unione Europea e sul ruolo dei trattati europei. Puoi spiegare quali sono state per te le tappe principali di questa evoluzione?
Abbiamo capito chiaramente questa difficoltà all’epoca dell’episodio greco, che certamente rappresentava in Francia, anche nelle nostre sfere militanti, una terribile spina nel fianco, se confrontata ai nostri discorsi. Anche se ne eravamo già abbastanza consapevoli, credo che tutti abbiano ora compreso la determinazione della Troika e della violenza concreta che la Germania e tutti gli attori di questa logica possono assumere a livello europeo.
Quindi, comprendiamo bene la portata delle difficoltà, ma il nostro punto di partenza è poter affermare che “vogliamo essere in grado di implementare il nostro programma”, qualora venissimo eletti.
Vorrei aggiungere un secondo punto, oltre ad attuare il nostro programma, relativo al fatto che la storia ci ha insegnato che il socialismo in un singolo paese non dà ottimi risultati, soprattutto perché oggi siamo in un mondo sempre più globalizzato. Questo per dire che, in questo mondo globalizzato, l’idea che la Francia da sola, limitandosi entro i suoi confini, possa riuscire ad affrontare il capitalismo globalizzato è un’idea piuttosto folle.
Quindi, non si tratta esclusivamente della possibilità di applicare il nostro programma, ma della necessità di costruire una mobilitazione popolare a livello europeo che permetta di imporre in tutti i paesi un altro corso degli eventi.
Oggi l’Unione Europea sta andando verso il disastro – in più perde pezzi con la Brexit – e siamo in un momento in cui non sappiamo se e quanto questa tenuta durerà. Quello che vogliamo, intanto, è poter costruire delle collaborazioni di cooperazione con gli altri paesi.
Su questo punto siamo molto diversi dall’estrema destra, perché a questa non importa se c’è una più ampia solidarietà continentale internazionale, ma è soltanto interessata ai francesi in patria e non guarda al resto del mondo.
Quali sono le prospettive politiche, a questo proposito, dell’appello “E ora il popolo!”?
Trovo molto positivo che siamo riusciti a costruire una lista con elementi comuni, con Podemos, con Potere al Popolo, con Bloco de Esquerda, ecc… Per me questo appello comune e questo impegno è davvero una grande speranza per costruire questo progetto politico per l’Europa.
Dobbiamo ancora riflettere attentamente su come uscire da questi trattati, come fare alleanze che ci permettono di andare avanti non solo in Francia… ma il punto di partenza dell’appello “E ora il popolo” è davvero buono.
Come dicevo, c’è una questione fondamentale, ovvero applicare il nostro programma anche a livello europeo, essendo ben consapevoli che non riusciremo a farcela da soli e che abbiamo bisogno di una scala politica più ampia della sola Francia. L’Europa è quindi un ovvio sostegno, ma per il momento questa Unione Europea ci sta letteralmente portando allo sfascio, quindi dobbiamo riorientarla e questo significa sviluppare dei rapporti internazionali.
Tutti devono essere in grado di progredire. Lo si può e lo si deve fare insieme, elaborando solidarietà, integrazione e cooperazione internazionale tra i paesi che condividono questa visione. Quindi, oggi l’appello “E ora il popolo!” restituisce entusiasmo e permette di avviare questo processo, anche alla luce di quanto successo in Grecia qualche anno fa, quando i greci sono morti per mancanza di solidarietà.
Abbiamo partecipato alla riunione della corrente Ensemble-Insoumis in ottobre, nella quale Laurence Lyonnais ha introdotto il dibattito “Nè Macron, Nè Orban: quale orientamento per la campagna delle europee”. Come Potere al Popolo, si è detto che, dal punto di vista mediatico, esiste una falsa alternativa tra l’europeismo liberista di sinistra e il nazionalismo liberista di destra. Che ne pensi?
Penso all’esempio di Prodi, ovvero alla morte della sinistra italiana quando tutti si sono messi dietro Romano Prodi per “combattere meglio Berlusconi”. Non solo non sono ci sono riusciti, ma poi Berlusconi è diventato ancor più forte. Quell’idea è stata un fallimento totale. Il fatto che la sinistra italiana del tempo si sia allineata solo su questo tema, non solo ha reso Berlusconi più forte, ma ha affossato anche la sinistra stessa.
Noi ci siamo affidati al vostro contro-esempio, che penso sia rappresentato da quello che Mélenchon ha fatto con il Front de Gauche prima e ora con la France Insoumise: resistere, reagire, non lasciarsi coinvolgere nel fallimento di Hollande, senza rinunciare ai nostri valori e alle nostre idee in nome della lotta contro il Front National.
Proprio per esistere in futuro dobbiamo avere questa sinistra di rottura e di cambiamento. Ho l’impressione che il panorama politico in Francia non è lo stesso del vostro in Italia, perché abbiamo anche imparato qualcosa dall’evoluzione del Movimento 5 Stelle e da come questa alleanza di governo con la Lega sia un disastro.
In questo momento, direi che il caso del M5S serve anche più come supporto quando diciamo di “fare attenzione a quello che facciamo e dove andiamo”. Oggi l’estrema destra “modernizzata” trova punti di vicinanza e di alleanza anche con quella che in Francia è la destra repubblicana, con la quale ci sono relazioni molto importanti che stanno diventando operative (intorno a Marion Le Pen, ma anche con Mariani, che viene comunque da quell’area e che ora si trova a sostegno di Marine Le Pen e del Front National). Possiamo comprendere come il recente posizionamento del FN sta facendo saltare in aria gli argini che erano stati posti da Jean Marie Le Pen, con questo partito che si sta muovendo verso una soluzione di maggioranza.
C’è un senso della storia in Francia e non dobbiamo perderlo. Vedo che tra i giovani non è sempre ovvio: l’antifascismo, il rifiuto assoluto e viscerale dell’estrema destra… non riesco a ritrovarli nei giovani che hanno 20-30 anni. E tutto questo l’abbiamo visto al secondo turno delle elezioni presidenziali, quando tanti giovani si sono trovati a dover votare Macron o Le Pen: “Le Pen è terribile, ma Macron è l’inferno liberale”. In questo senso, il rischio si concretizza nel discorso “l’estrema destra non è buona, sono razzisti, ma alla fin fine…”. Inoltre, Marine Le Pen è forte e ha risorse economcihe alle sue spalle, non deve essere sottovalutata per la rilevanza della battaglia da combattere.
Qual è il nostro ruolo nel rompere questa falsa dicotomia tra due visioni che rappresentano due facce della stessa moneta?
Penso che, di fronte a loro, ciò che ci rende efficaci è opporre a una visione coerente. Per questo motivo continuo a credere che la lotta all’immigrazione non sia una lotta marginale. É una lotta che va combattuta e che dobbiamo immaginare che possa assumere un ruolo guida nel paese, soprattutto quando tra l’opinione pubblica c’è il 70% dei francesi che oggi pensa che non possiamo più accogliere i migranti… è un orrore!
Dobbiamo vincere questa battaglia, dobbiamo combatterla contro l’estrema destra, ma anche contro Macron. Guardando i migranti che muoiono nel Mediterraneo e pensare che Francia, Italia, ecc… nessuno è in grado di accogliere una barca con 30 o 40 migranti che rischiano la morte, mi sembra davvero assurdo. Francamente, penso che dobbiamo lavorare su questo perché dobbiamo convincere la gente del contrario.
Un altro tema è sul quale lavorare è quello della battaglia ambientale, anche in opposizione all’estrema destra. Molto spesso è scettica sulle questioni ambientali e climatiche, ma anche quando ammettono che c’è un problema di questo tipo, non li sentirete mai parlare di ecologia, perché non è assolutamente il loro argomento.
Infine, un altro tema di confronto è relativo alla questione della democrazia e delle libertà. Su questo punto, noi pensiamo che abbiamo bisogno di una Sesta Repubblica. Per farla dobbiamo opporci all’estrema destra, combattendo queste battaglie.
Ad esempio, le questioni relative alla redistribuzione della ricchezza e all’accoglienza dei migranti possono essere utilizzate per fare una chiara differenza con lo status quo difeso dalle politiche liberali di Macron e dalle politiche reazionarie di Le Pen.
Se c’è una questione sulla quale stiamo facendo bene, è quella della redistribuzione della ricchezza, una battaglia sulla quale c’è una convergenza abbastanza forte con i Gilets Jaunes. Macron è arrivato, ha abolito l’Impôt de Solidarité sur la Fortune, ha donato miliardi ai più ricchi e poi spiega al popolo che ora, a causa dell’elevato debito pubblico, deve fare dei sacrifici.
Ovviamente tutto ciò non può funzionare. Eppure l’estrema destra non si è posizionata con forza né in aula né a livello globale contro questa riforma dell’ISF. Inoltre, è anche contraria all’aumento del salario minimo, ovvero una delle rivendicazioni essenziali dei Gilets Jaunes. Pertanto possiamo dire che la redistribuzione della ricchezza non è una faccenda che interessa né Macron né Le Pen. Penso che spetti a noi portare avanti questa battaglia, soprattutto perché la loro visione sociale ed economica è stata messa in discussione da più parti ed è un completo fallimento.
La mia convinzione è che dobbiamo essere concentrati su un progetto sociale più globale, non solo nel dimostrare che il Front National sta mentendo. Bisogna indicare chiaramente che tipo di politiche vuole mettere in campo e dire espressamente che noi non siamo d’accordo!
Non penso che dovremmo mettere il tema dell’immigrazione sotto il tappeto, perché sarebbe aberrante, come altre questioni che non sono immediatamente popolari. Penso che ciò ci renderà veramente credibili e dobbiamo andare a prendere le persone sulle tematiche di sinistra.
L’espressione sembra non avere più alcun significato, perché la parola “sinistra” stessa è stata così maltrattata durante il quinquennio di Hollande. Quindi è un problema quando si arriva sui media e si dice la parola ” sinistra” perché per molte per molte persone non significa più niente.
D’altra parte, credo è che ci sono alcune convinzioni nelle caratteristiche più profonde del paese che sono dalla parte di questo progresso, di questa emancipazione umana. Ad esempio, se si guarda alla mappa elettorale del voto di Mélenchon, si può notare una corrispondenza, non totale ma in buona parte, con la mappa elettorale del voto storico verso il PCF. I sobborghi rossi, come per esempio quello di Seine Saint-Denis, dove il PCF faceva punteggi assolutamente incredibili, Mélenchon ha ottenuto i suoi punteggi migliori.
C’è un potenziale per risvegliare non solo tutte le persone che da sempre hanno votato in quel modo, ma anche tutti quelli che ormai sono disillusi ma che condividono questo nostro stesso punto di vista.
A livello politico, sei sempre stata attiva sui temi dell’emancipazione femminile e della parità di genere. Qual è la situazione attuale in Francia?
La sfida per la parità di genere in Francia è passare dall’uguaglianza formale a quella sostanziale. Nel XX secolo sono stati conquistati diritti, tra cui il diritto di voto, il diritto all’aborto (almeno la liberalizzazione dell’aborto), e altri importanti progressi legali che fanno sì che l’uguaglianza sulla carta esista in un certo modo.
Però, la difficoltà che abbiamo è come passare da questa parità di diritti formale a un’uguaglianza praticata nella vita reale, il che significa lottare duramente contro ogni forma di sessismo e coinvolgere le autorità pubbliche in questo settore. E per farlo, non vedo come si possa combattere questa battaglia nel quadro dell’austerità. Perché un modo per combattere queste forme di sessismo è sviluppare moduli didattici sul tema, formare personale per accogliere donne vittime di violenza, creare assistenza nel tessuto sociale e luoghi di ascolto.
Sono solo alcuni esempi concreti, ma che dimostrano che abbiamo bisogno di investimenti pubblici per sostenere la transizione verso una società egualitaria dal punto di vista popolare.
Hai detto che con la Loi Asile-Immigration “le porte si stanno chiudendo mentre il Mediterraneo diventa un cimitero”. Hai denuncia il caso della nave Sea Watch e hai fatto un appello per interrogare politicamente il governo francese e l’Unione Europea, a seguito del rifiuto del governo italiano di accogliere la nave. Per quanto riguarda questa deriva xenofoba e securitaria che interessa molti paesi europei, quali politiche dovrebbero essere messe in atto per affrontare quello che qualcuno chiama il “problema dell’immigrazione”? Sempre se esiste un problema reale su questo tema…
Contestiamo fermamente il fatto che vi sia un problema di immigrazione, perché oggi assistiamo invece a una crisi di accoglienza. Non c’è nessuna invasione, non è vero. Dobbiamo portare la discussione e il dibattito al livello adeguato. Ci impegniamo per i diritti di tutte di tutti e crediamo che questa Loi Asile-Immigration è estremamente rigida nei confronti dell’accoglienza, producendo situazioni di illegalità e di mancanza di protezione, aggravando anche la divisione che esiste tra i lavoratori che hanno i documenti e quelli che non li hanno. Quindi, tutto questo sistema è assolutamente catastrofico e dobbiamo lottare per affermare una logica dell’accoglienza incondizionata.
È estremamente urgente vista la situazione nel Mediterraneo, per poter affermare prima di tutto il dovere all’umanità. Per quanto riguarda la regolarizzazione delle persone che si trovano sul nostro territorio, riteniamo già che tutti coloro che lavorano dovrebbero poter essere regolarizzati e che il ricongiungimento familiare non dovrebbe ancora essere impedito, ma al contrario incoraggiato.
Voglio ribadire con chiarezza che i problemi della Francia non sono in alcun modo legati all’immigrazione, come qualcuno vuole far credere. Dobbiamo adoperarci per contrastare questo ripiegamento xenofobo e per farlo non possiamo impedire a queste persone di avere diritti e di essere accolte con dignità. Pertanto, se vogliamo fare dei progressi dobbiamo affrontare la questione con la dovuta attenzione, mettendo in campo un discorso chiaro di apertura e non di ritiro.

venerdì 3 maggio 2019

Venezuela. Sconfitto nuovamente il golpe. Il popolo salva il popolo

In Venezuela ancora una volta è il popolo che scende in strada a difendere sé stesso e il proprio governo dal golpe orchestrato a Washington ed eseguito dal burattino Guaidó.
Il golpe è stato sconfitto. Leopoldo López, Juan Guaidó e gli altri golpisti sono in fuga, alla ricerca di nascondigli. Mentre il popolo in massa è sceso in piazza davanti a Miraflores per difendere Maduro, il golpista Lopez si è rifugiato nell’ambasciata spagnola. Altri golpisti si sono rifugiati nell’ambasciata de Cile. Alcuni militari disertori sono invece segnalati presso la sede diplomatica del Brasile.
 Come il 13 aprile 2002, anche stavolta la “unión civico-militar” si mostra una forza decisiva. Hanno provato di nuovo a spaccare le Forze Armate, hanno fallito. Hanno provato a costruire una mobilitazione reazionaria del Popolo ma hanno fallito.
L’attenzione per la giornata di oggi è massima. Ci sono le manifestazioni per il 1 Maggio e la destra potrebbe approfittarne per fare vittime e provocazioni. In particolare si monitorano gli aereporti, soprattutto fuori da Caracas, dove i golpisti potrebbero tentare azioni per consentire l’atterraggio di elicotteri con mercenari armati provenienti da fuori il Venezuela.
Di fronte all’ennesimo tentato golpe in Venezuela, emergono ancora una volta le convergenze trasversali di chi in Italia sostiene i golpisti. Quelli che dichiarano di essere diversi e in competizione tra loro, in realtà pensano le stesse cose e appartengono allo stesso campo: quella subalternità all’imperialismo. In un tweet il presidente del PD Paolo Gentiloni si schiera con i golpisti fascisti in Venezuela. Si aggiunge così alle altre due scimmiette di Trump che hanno già parlato: Tajani e Salvini.
Dei tre Gentiloni è sicuramente il peggiore, perché poi chiederà voti “per battere la destra”, mentre lui e il PD stanno con Trump, Bolsonaro ed i golpisti fascisti.
“Ha ragione Gentiloni, bisogna scegliere da che parte stare e noi stiamo con il Venezuela di Chavez e Maduro, con il popolo che lotta contro i fascisti servi dei ricchi e delle multinazionali e contro il PD che sta con loro, per questo mai più con il Pd”

giovedì 2 maggio 2019

Siamo ultimi in Europa per spesa in istruzione. Così ci condannano a essere un popolo ignorante

Abbiamo tutti un aneddoto sulle condizioni fatiscenti del sistema scolastico italiano: non c’è studente di qualsiasi latitudine che non abbia il ricordo di mediocri pasti della mensa – quando la mensa c’è – o di giornate passate al freddo per un guasto al sistema di riscaldamento. All’università è normale sedersi a terra in aule affollate o ascoltare le lezioni dal corridoio, perché i locali sono troppo piccoli per accogliere tutti.
In Italia, fra studenti e professori si instaura un rapporto di mutua rassegnazione, ma basta andare all’estero, conoscere un Erasmus, ascoltare racconti di esperienze diverse – danesi, svedesi, tedeschi – per rendersi conto di quanto l’Italia, nel campo dell’istruzione, sia arretrata rispetto al resto d’Europa. 
Non è un luogo comune, ma una realtà provata dalle statistiche. Da anni l’Italia è terzultima in Europa per investimenti nel settore educativo: secondo un rapporto Eurostat, l’Italia riserva alla scuola circa il 3,8% (passato al 3,5% per il 2019 con l’ultimo documento programmatico di Bilancio) del Pil, almeno un punto in meno rispetto alla media europea – che si attesta al 4,9% del Pil – e molto al di sotto di altri Paesi: la Danimarca guida questa classifica con 7 punti percentuali, seguita dalla Svezia, con 6,5 punti, e dal Belgio con 6,4. Solo la Romania e l’Irlanda registrano un dato peggiore di quello italiano, rispettivamente con il 3,1% e il 3,7% del Pil. Anche altri Paesi europei che non fanno parte dell’Unione spendono più di noi: l’Islanda destina all’istruzione quasi l’8% del suo Pil, mentre Norvegia e Svizzera si attestano sopra i 5 punti percentuali.
Guardando i dati si potrebbe obiettare che anche la Germania, con il suo 4,3%, si trova sotto la media europea, ma se consideriamo il valore del Pil tedesco, Berlino investe nell’istruzione 127,4 miliardi di euro l’anno, contro i 65,1 dello Stato italiano. Per quanto riguarda la percentuale di spesa dedicata all’istruzione rispetto alla spesa pubblica totale, l’Italia riconferma il trend negativo e si trova addirittura all’ultimo posto della classifica con il 7,9%. La Grecia spende l’8,2%, la Romania l’8,4%. L’Islanda il 15%.
Sul tema dei finanziamenti scolastici l’esecutivo gialloverde sembra intenzionato a fare economia almeno quanto i governi precedenti. Lo scorso febbraio il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti, rispondendo a chi chiedeva più soldi per gli istituti scolastici del Meridione, ha dichiarato che “Non servono più fondi. Serve più sacrificio, più lavoro, più impegno. Vi dovete impegnare forte”. Il vicepremier Luigi Di Maio si è affrettato a fare marcia indietro: “Se un Ministro dice una fesseria sulla scuola, chiede scusa. Caro Marco, siamo noi al Governo che evidentemente dobbiamo impegnarci sempre di più”. Un impegno che stenta ad arrivare dato che già in passato Bussetti si era espresso contro la possibilità di aumentare gli stipendi inadeguati dei docenti: “Lo stipendio degli insegnanti dovrebbe essere all’altezza del ruolo che hanno e dell’impegno. Non possiamo però far finta di non conoscere la difficile situazione dei conti dello Stato,” aveva dichiarato.
Oltre agli stipendi del personale anche le strutture sono inadeguate e spesso fatiscenti. Secondo l’ultimo rapporto nazionale sulla sicurezza delle scuole – stilato da Cittadinanzattiva – un edificio scolastico su due ha ricevuto il collaudo statico, meno di uno su dieci è stato migliorato dal punto di vista sismico, e in media ogni quattro giorni si verificherebbe un crollo. Il rapporto restituisce un Paese spaccato: se in Lombardia si spendono in media 119mila euro per una manutenzione ordinaria, in Puglia si arriva a malapena a 3mila, mentre in Calabria si superano di poco i 2mila euro. Al Nord il 64% degli istituti scolastici è in possesso del certificato di prevenzione incendi, mentre al Sud il dato scende al 17%, così come solo il 15% degli istituti ha il certificato che attesta il rispetto delle norme igienico-sanitarie, contro il 67% delle scuole settentrionali.
Allo stesso modo, al Nord le verifiche tecniche hanno riconosciuto il 63% degli edifici scolastici come agibile, mentre al Sud i controlli hanno dato parere positivo solo nel 15% dei casi. Il Centro non versa in condizioni migliori: il 19% delle scuole ha il certificato di prevenzioni incendi, solo il 18% quello sanitario e il 22% quello di agibilità.
Sono le regioni del Centro e del Sud a mostrare i più gravi segni di ritardo: nel Lazio l’agibilità è attestata solo per il 9% delle scuole, il 6% in caso di incendi; In Campania il dato migliora di poco: 11% per l’agibilità e 17% per la prevenzione incendi; di poco sopra la Calabria con il 12% di agibilità.
Non può dirsi migliore la situazione delle università. I fondi scarseggiano e l’istruzione “pubblica” è in gran parte a carico delle famiglie. Secondo Anvur l’Italia è il terzo Paese in Europa per le rette più alte, superata solo da Inghilterra e Paesi Bassi. Di contro solo uno studente su cinque ha accesso a una borsa di studio, costringendo l’80% degli universitari italiani a cavarsela da soli, con le proprie forze o con il contributo economico della famiglia.
All’estero la situazione è sensibilmente diversa: in Germania circa il 25% degli studenti percepisce borse di studio, in Spagna il 30% e in Francia il 40%. Inoltre in Germania e Austria non sono previste tasse universitarie, mentre in Danimarca, Finlandia e Svezia gli studi sono gratuiti per i cittadini europei.
Andando più nello specifico, in Danimarca gli studenti possono usufruire di aiuti su base mensile o settimanale: chi vive con i genitori può arrivare a percepire 346 euro, mentre chi vive da solo prende fino a 804 euro. In Finlandia gli aiuti dello Stato ammontano a 11.260 euro annui per studente, che se ha un reddito inferiore a 11850 euro annui ha diritto anche a un bonus affitto di 201 euro mensili per 9 mesi l’anno.
In Germania non ci sono tasse – escluso l’abbonamento ai mezzi – e le borse di studio possono garantire 735 euro mensili. In Norvegia gli studenti pagano una cifra a semestre che oscilla tra i 30 e i 60 euro. In Scozia la laurea triennale è gratuita, mentre in Francia le università hanno una tassa unica per tutti gli studenti di 181 euro l’anno per una magistrale e 250 per un master (a esclusione di politecnici e facoltà di medicina dove la cifra sale a un massimo di 600 euro). Inoltre lo Stato francese garantisce un bonus tra i 115 e i 200 euro mensili per le spese di affitto. 
In Italia i fondi sono gestiti male e non si fa niente per invertire la tendenza. Dal 2013 è fermo il decreto che destina il 3% del denaro confiscato alla mafia al Fondo Integrativo Statale per la concessione di borse di studio universitarie. Mancano i decreti attuativi per rendere effettiva questa misura. Secondo Elisa Marchetti, coordinatore nazionale dell’Unione degli Universitari, “Queste risorse risultano fondamentali per il finanziamento del diritto allo studio e, oltretutto, riteniamo questa vicenda estremamente grave, considerando che si tratta di un ‘semplice’ trasferimento di risorse e non di fondi aggiuntivi per cui si renderebbe necessario trovare conseguenti coperture”. 
Con presupposti simili non stupisce che secondo un recente rapporto Ocse un quarto dei 500mila studenti che hanno sostenuto l’esame di maturità nel 2018 vivrà all’estero entro il 2020 per studiare o lavorare. Questo esodo imminente è il frutto dalla mancanza di lavoro, ma anche dalle scarse prospettive offerte dal nostro sistema scolastico.
Fra gravi deficit nelle infrastrutture e un costo elevato dell’istruzione, la scuola italiana è uno dei punti di maggior debolezza del nostro Paese. Chi concentra la sua attenzione su un’inesistente invasione straniera dovrebbe rendersi conto che il vero pericolo è affidare i propri figli a scuole che rischiano di crollare loro sulla testa e a un sistema universitario che li esclude con rette insostenibili per un numero sempre più alto di famiglie.

lunedì 29 aprile 2019

I caccia F35 vanno comprati, che volino o no

L’incontro di ieri a Washington tra Donald Trump e il Primo ministro giapponese Shinzo Abe aveva tra i temi principali, come ovvio, i colloqui di giovedì scorso a Vladivostok tra Vladimir Putin e Kim Jong Un.
Ma non solo. Nei giorni scorsi vari media giapponesi davano per scontata l’inclusione nell’ordine del giorno anche della questione dei caccia F-35, soprattutto dopo la scomparsa in mare, il 9 aprile, nel corso di un’esercitazione, di uno di tali aerei.
Subito dopo l’incidente, sentito dall’agenzia nhk world-japaan, l’ex tenente generale dell’aviazione, Toshimichi Nagaiwa, ha detto che i F-35A dovrebbero costituire i futuri principali caccia del Giappone e, dato che il loro dispiegamento è in fase di sperimentazione, l’incidente pone un serio problema allo sviluppo del programma.
Quattro giorni fa, ancora nhk world-japaan scriveva che le ricerche hanno sinora consentito di recuperare solo alcune parti della coda del caccia, mentre il pilota è tuttora “disperso”. Per intensificare le operazioni, in una zona in cui i fondali raggiungono i 1.500 metri, è previsto l’arrivo del vascello oceanografico “Kaimei” e anche gli Stati Uniti prevedono di inviare una unità con elevate capacità di ricerca, data l’urgenza di recuperare i resti del velivolo, dotato di tecnologia stealth altamente classificata. Per il pilota, una prece…
Lo scorso 16 aprile, The Asahi Shimbun riassumeva in questo modo i termini della questione. “Il recente incidente con il caccia a tecnologia stealth avanzata F-35A solleva la questione se il Giappone debba continuare a comprare dagli Stati Uniti questi costosi aerei da guerra. Il governo dovrebbe per il momento congelare il programma d’acquisto e, come massima priorità, concentrarsi sul chiarire le cause dell’incidente”.
The Asahi Shimbun ricordava come il velivolo precipitato fosse stato il primo F-35 assemblato, meno di un anno fa, in Giappone, dalla Mitsubishi Heavy Industries su licenza della Lockheed Martin e avesse all’attivo appena 280 ore di volo.
L’aereo precipitato, scriveva il giornale, “è costato circa 14 miliardi di yen (125 milioni di dollari). Un esemplare della variante F-35B, a decollo corto e atterraggio verticale, si era schiantato in USA a settembre dell’anno scorso; ma l’incidente al largo della Prefettura di Aomori è stato il primo occorso a un F-35A a decollo e atterraggio convenzionali”. The Asahi non esclude errori umani o condizioni del pilota, ma precisa che questi, un maggiore 41enne, era un “veterano con circa 3.200 ore di volo, incluse circa 60 ore su un F-35A”.
Dunque, tra le possibili cause dell’incidente, “il governo dovrebbe considerare tutte le possibilità”, a partire da “problemi meccanici, problemi al motore, movimento e altitudine”, non dimenticando che in precedenza il velivolo aveva già “effettuato due atterraggi di emergenza a causa di problemi meccanici”.
Per la cronaca, a fine 2018 Tokyo ha approvato l’acquisto di 105 F-35 aggiuntivi – 63 F-35A e 42 F-35B – per oltre 1,2 trilioni di yen, con l’obiettivo di arrivare a un totale di 147 F-35. In contemporanea, Tokyo programma di riadattare i due cacciatorpediniere portaelicotteri della classe “Izumo”, trasformandoli in vere e proprie portaerei, adattandone i ponti di volo ai caccia F-35B, come d’altronde fatto dall’Italia – al pari del Giappone, in base al trattato di pace, non può avere portaerei propriamente dette – con i cosiddetti “incrociatori portaeromobili” “Garibaldi” e “Cavour”, di fatto vere e proprie portaerei STVOL (Short Take-Off and Vertical Landing).
La scorsa settimana, il Ministro della Difesa Takeshi Iwaya aveva detto che il governo non ha intenzione di cambiare i piani di acquisto dei caccia, ma se verranno messi in luce difetti tecnologici, il governo “non avrà altra scelta che effettuare una revisione radicale del programma”.
E’ il caso di ricordare come già quasi un anno fa un rapporto del U.S. Government Accountability Office (GAO) avesse rilevato poco meno di mille difetti non ancora sanati nel programma del F-35 e ora, sempre secondo il GOA, solo il 27% dei F-35 in servizio negli Stati Uniti sarebbero pienamente operativi e, di questi, circa la metà in grado di eseguire una sola missione di combattimento, a causa della mancanza di parti necessarie, ritardi nelle riparazioni e pezzi di ricambio inadatti. In base al rapporto GOA, il costante ammodernamento del velivolo rende obsolete le parti di ricambio stivate nei depositi: il 44% di esse non è già più adatta ai nuovi F-35 recentemente adottati dal Corpo dei marine.
Ma, Donald Trump, che intanto ha annunciato il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato internazionale sul commercio di armi, chiede (?) al Giappone di acquistare enormi quantità di armi statunitensi, tra cui F-35. Però, “il governo non dovrebbe procedere con il programma F-35 semplicemente perché ha già preso la decisione”, scriveva The Asahi all’inizio della settimana; il “primo test della risposta di Tokyo all’incidente arriverà al più tardi questa settimana, quando i principali esponenti della politica estera e della difesa dei due governi” si riuniranno.
Di fatto, secondo The Asahi, durante l’incontro di ieri alla Casa Bianca, oltre alla questione nord-coreana e al vertice Putin-Kim di giovedì scorso, Trump e Abe hanno affrontato soprattutto le questioni del contenzioso commerciale – lo squilibrio di 67,6 miliardi di dollari a favore del Giappone – le divergenze sulle tariffe (quelle giapponesi per i prodotti agricoli statunitensi e i dazi USA su auto, acciaio e alluminio nipponici, ecc.) e, a quanto pare, si sono travati pienamente d’accordo sul continuare nei fortissimi acquisti di equipaggiamenti militari USA da parte di Tokyo. Della questione dei caccia F-35 non c’è traccia nelle cronache di The Asahi Shimbun.
Sulla vicenda specifica del Giappone è intervenuta nei giorni scorsi anche la russa topwar.ru, rilevando come gli Stati Uniti non abbiano fornito alla Mitsubishi la chiave del software, per cui questa non ha potuto adattarlo alle esigenze dell’aeronautica giapponese. Riguardo alle voci su un congelamento degli acquisti, il sito russo scrive che “non ci saranno cambiamenti: i capi dei dipartimenti militari giapponesi e americani hanno precisato che tutti i contratti tra Giappone e Stati Uniti per i caccia di 5° generazione rimangono in vigore”. Questo, a dispetto del fatto che la stampa nipponica abbia pubblicato materiali secondo cui vari F-35A in servizio in Giappone sarebbero già stati costretti ad atterraggi di emergenza, in almeno sette occasioni, a causa dell’anormale funzionamento delle apparecchiature di bordo.
Anche dall’Italia non pare ci siano ripensamenti: i caccia F-35 vanno comprati.

venerdì 26 aprile 2019

Germania: chi semina sfruttamento raccoglie crisi

Secondo la saggezza popolare, l’erba del vicino è sempre più verde. Un caso di scuola di questo luogo comune si dà quando si discute della Germania e del suo modello economico. Quale che sia il tema specifico, il sottotesto ci parla sempre della supremazia tedesca dal punto di vista tecnologico, culturale ed economico, un risultato ottenuto a seguito di taumaturgiche riforme e che permette alla Germania di fare da locomotiva per la crescita di tutta l’Europa.
Se questo è il mito, la realtà ci offre tuttavia uno spaccato leggermente diverso. Ai racconti di un’economia vitale e rigorosa, che dovrebbe fungere da esempio terapeutico per tutti i Paesi mediterranei, si stanno pian piano sovrapponendo cronache più nefaste: la Germania starebbe finendo in recessione.
Stando alla lettura dei media, la frenata dell’economia tedesca deriverebbe, da un lato, dal rallentamento della domanda internazionale e, dall’altro, dal “complesso adeguamento dell’industria dell’auto ai più rigidi standard europei di emissione dei motori diesel”. Come vedremo, però, si tratta di una spiegazione parziale e che nasconde le cause più profonde e sistemiche, che hanno le loro radici in uno scellerato modello di crescita per sua natura insostenibile, basato sulla compressione salariale e sulla disponibilità di altri paesi a continuare comprare le merci prodotte internamente.
In qualche sobborgo di Wolfsburg sono stivate migliaia di auto invendute. Sarebbe facile associare questo fosco scenario semplicemente alle conseguenze dello scandalo Dieselgate, che ha coinvolto la celebre casa automobilistica “del popolo” (sic). Ma la storia non è così semplice. Al di là di questo caso ‘patologico’, il vero problema del modello economico tedesco è strutturale e per capirlo è necessario fare un passo indietro.
La Germania compete internazionalmente sui costi di produzione a suon di precarietà e delocalizzazioni. Si tratta di un modello di crescita, perfettamente coerente con l’attuale architettura dell’Unione Europea, che la Germania persegue da ormai vent’anni a colpi di mini-job, con ripercussioni drammatiche sulle classi subalterne. Non si tratta, infatti, di una partita tra Germania e resto del mondo, bensì di un vero e proprio scontro di classe senza confini geografici.
Da decenni la Germania ci viene spacciata per l’avanguardia dell’efficienza e della competitività, cui si contrappone un’improduttiva periferia europea incapace di adottare un modello di sviluppo “moderno” come quello tedesco. Il fiore all’occhiello dell’efficienza tedesca sarebbe rappresentato dalla capacità di vendere i propri prodotti sui mercati esteri: dal 1999 ai giorni nostri, la Germania ha in media esportato un ammontare di beni e servizi pari al 40% del proprio PIL (per un raffronto, in Italia lo stesso dato si aggira attorno al 25%).
Le ragioni della competitività tedesca sono facilmente individuabili andando a guardare i differenziali di prezzo: i beni realizzati in Italia, che generalmente non sono di minore qualità di quelli prodotti a Stoccarda o a Monaco (tant’è che molta della componentistica dei beni finali made in Germany è prodotta da aziende italiane), sono diventati dal 1999 ad oggi più cari del 20% rispetto alle merci tedesche. In breve, il segreto del modello tedesco risiede soprattutto nella capacità di produrre le stesse merci a costi minori, con l’ovvio risultato che, mentre la Germania è cresciuta grazie alla domanda estera, i Paesi della periferia europea hanno progressivamente perso pezzi pregiati della propria industria, con effetti drammatici sull’occupazione.
Questa strategia di crescita è frutto di una deliberata scelta di politica economica, definita “crescita trainata dalle esportazioni”. Generalmente, i beni prodotti da un’impresa possono essere venduti nel mercato domestico, traducendosi in domanda interna (ossia in consumi delle famiglie, investimenti di altre imprese, oppure acquisti fatti dal settore pubblico), o su quello estero, intercettando la domanda estera (esportazioni verso un soggetto residente in un altro Paese).
Nell’implementazione di un modello di crescita fondato sull’export diventa cruciale il contenimento dei salari, considerati un mero costo di produzione, al fine di moderare la dinamica dei prezzi e dare linfa (via maggiore competitività) alle vendite all’estero. La conseguente anemia della domanda interna (indotta da salari stagnanti), combinata alla fissazione di prezzi competitivi, obbliga e al tempo stesso permette alle aziende di vendere i proprio prodotti all’estero, intercettando la domanda proveniente da Paesi dove le stesse merci sono generalmente più care.
Come si può facilmente intuire, questa strategia fondata sulla repressione di salari e domanda interni per stimolare le esportazioni – una strategia definita in letteratura ‘mercantilista’ – presenta degli evidenti limiti.
Il primo limite è che questo modello, per costruzione, facendo leva sulla compressione dei salari, distrugge la domanda interna di un Paese. Oltre ad avere, quindi, conseguenze sociali particolarmente sgradevoli, in primo luogo per la classe lavoratrice, presenta un naturale elemento di vulnerabilità. Se la domanda estera inizia a stagnare (a causa, ad esempio, di una congiuntura economica avversa che coinvolte il resto del mondo), oppure entrano sul palcoscenico mondiale nuovi competitor ancora più concorrenziali (come i Paesi emergenti, caratterizzati da un bassissimo costo del lavoro), il Paese che persegue questa strategia finisce per cadere in crisi.
Non sorprendentemente, le recenti statistiche ci indicano che la Germania sta scivolando in recessione perché la crescita del commercio internazionale sta rallentando. Gli ultimi dati sugli ordinativi industriali in Germania parlano chiaro: a febbraio 2019, si è registrato un -4.2% su base mensile e un -8.4% su base annuale.
Il secondo limite ha invece a che vedere con la possibilità di generalizzare e replicare questo modello di crescita. Volendo dare credito alle raccomandazioni delle istituzioni internazionali, infatti, questa sarebbe la via maestra, soprattutto per le economie del sud Europa, per uscire dalle sacche della recessione. Non ci vuole molto, però, per capire la fallacia di questo ragionamento, poiché se qualcuno esporta, qualcun altro deve importare. In altre parole: non tutti i Paesi possono campare di export.
Ciononostante, questa rappresenta ormai la ricetta standard, suggerita dall’Unione Europea anche alla periferia europea come un modo efficace per uscire dalla crisi. Ci dovremmo quindi tutti imbarcare per questa china, ma questa strategia, oltre ad accrescere povertà e sfruttamento, risulterebbe addirittura inutile in termini di esportazioni qualora fosse applicata contestualmente da tutti i Paesi a colpi di svalutazione salariale.
Ecco il motivo delle auto stivate nelle periferie delle grigie metropoli tedesche: come accade in tutte le fasi di crisi, non c’è sufficiente domanda di merci, interna e/o esterna (nel caso tedesco, sono crollati sia gli ordinativi domestici che quelli esteri, scesi rispettivamente dell’1.6% e del 6%). Certo, nelle fasi di depressione economica internazionale, e di conseguente bassa domanda estera, ci sarebbe un modo relativamente semplice per tornare a crescere: sarebbe sufficiente riattivare la domanda interna, ormai agonizzante in quanto falcidiata dal contenimento dei salari (la cui quota sul reddito ha perso circa 3 punti percentuali in vent’anni), ma per farlo occorrerebbe invertire la rotta in cui l’economia tedesca è invischiata da ormai due decadi, in cui si è assistito alla pressoché totale deregolamentazione del mercato del lavoro e ad una concertazione tra imprese e sindacati tedeschi funzionale alla deflazione salariale.
Non in ultimo, occorre sottolineare che nel 2012 la Germania ha raggiunto il pareggio di bilancio e nei cinque anni successivi è arrivata ad accumulare un avanzo pubblico (avanzo totale, non solo primario, vedi qui per una spiegazione delle differenze tra queste due grandezze): in altri termini, anche lo Stato ha contribuito a frenare la domanda interna.
Se questa sottrazione di risorse da parte del settore pubblico non ha generato crisi nel recente passato è stato solo per effetto di un forte dinamismo dell’export: come i dati di oggi ci indicano, quando l’export cede il contenimento della spesa pubblica rappresenta la ciliegina sulla torta di una strategia completamente suicida.
Dalle nostre parti, tuttavia, non si respira un’aria molto diversa: in Italia, le esportazioni sono l’unica componente della domanda che mostra una certa vitalità, i consumi interni crollano a causa della stagnazione dei salari, e il processo di riforma del mercato del lavoro è in atto dai primi anni ‘90.
Per queste ragioni, non bisogna commettere l’errore di individuare il nemico nella Germania, bensì in un modello di crescita (di cui la Germania è solo un esempio di fulgida attuazione, con buona pace dei proletari tedeschi pagati un euro all’ora) che promuove precarietà, disoccupazione, crisi e, di conseguenza, redistribuzione del reddito dai salari ai profitti.
Queste considerazioni ci portano ancora una volta a riflettere sulla vera natura degli assetti politico-economici delle attuali economie avanzate, dove sulla contrapposizione tra ‘centro’ e ‘periferia’ europea si innesta la realtà di una società divisa in classi, in cui la deregolamentazione del mercato del lavoro, combinata alla libera circolazione di merci e capitali, non può che portare a pressioni a ribasso sul costo del lavoro, con l’unico effetto di spostare ancor più i rapporti di forza a favore dei capitalisti.