giovedì 7 febbraio 2019

Auto, il carburante del futuro: idrogeno al posto della benzina

Auto, arriva il carburante del futuro: creato da una startup israelo-australiana e basato sull’idrogeno liquido garantirà maggiore autonomia ai veicoli ma a dei costi dimezzati. Ad annunciarlo è stata la Electriq Global, società che ha brevettato un carburante nuovo di zecca che combinerebbe i vantaggi dell’idrogeno a quelli della classica benzina e delle batterie delle auto elettriche, tanto che secondo gli sviluppatori consentirebbe di raggiungere livelli di autonomia tipici delle vetture endotermiche percorrendo di fatto circa 1000 km con appena 25 dollari (dunque circa 22 euro). Insomma, una vera e propria rivoluzione nel mondo delle quattro ruote che la startup ha annunciato dopo aver trovato un sistema per stabilizzare l’idrogeno, rendendolo liquido al 60%: questo carburante nuovo di zecca, infatti, potrebbe fra qualche anno portare a dire addio ai vecchi motori a benzina o diesel, avendo come ulteriore vantaggio non solamente quello di essere molto più economico ma pure riciclabile e quindi in linea con una filosofia “green”.

COME FUNZIONA IL NUOVO CARBURANTE

Andando a vedere nel dettaglio in cosa consiste il carburante brevettato dalla Electriq Global, si vede come si tratti di un ibrido, dato che combina i vantaggi non solo dell’idrogeno ma pure delle batterie: in sostanza si tratta di un liquido che si ottiene dalla stabilizzazione dello stesso idrogeno liquido, in modo che lo stesso materiale possa venire non solo trasportato ma pure stoccato in tutta sicurezza. Nella mente degli sviluppatori, dovrebbe infatti affiancarsi al serbatoio principale una sorta di “modulo” che avrebbe il compito di rilasciare quello che viene definito un catalizzatore che estrae l’idrogeno contenuto nella miscela; in seguito viene inviato in una cella in cui avviene la trasformazione in energia elettrica. Una vera e propria rivoluzione dato che unirebbe la comodità di fare un rifornimento veloce come accade oggi con diesel e benzina alla filosofia “zero emissioni” introdotta dalle auto elettriche. Ad ogni modo, per verificare l’impatto di quella che è stata annunciata come una svolta bisognerà attendere ancora tre anni: infatti la commercializzazione del nuovo carburante dovrebbe partire solo dal 2022 per tutti i veicoli, mentre dal 2020 prenderà il via la sperimentazione su mezzi quali bus cittadini e camion a idrogeno.

mercoledì 6 febbraio 2019

Il “salasso” in bolletta per chi consuma (e guadagna) meno

Aumentare la bolletta di 20 milioni di famiglie (soprattutto quelle meno abbienti); incoraggiare l’aumento dei consumi (e degli sprechi) di energia elettrica; disincentivare l’autoproduzione di energia e gli interventi di efficienza energetica; bloccare lo sviluppo delle energie rinnovabili; e offrire ai distributori di energia entrate maggiori e garantite, a scapito della libera concorrenza. 
Cinque pessimi risultati in un colpo solo. Il capolavoro è firmato dall’Autorità per l’energia elettrica il gas e il sistema idrico (Aeegsi), che lo scorso 2 dicembre ha approvato la riforma delle tariffe elettriche, un provvedimento che non solo si manifesta come socialmente ingiusto perché penalizza le fasce di utenti più deboli, ma rappresenta anche un passo indietro nel processo globale di transizione verso modelli di produzione e consumo dell’energia più sostenibili. La riforma interesserà i 30 milioni di utenti elettrici domestici italiani, diventerà operativa a partire dal 1° gennaio 2016 e con gradualità sino al 1° gennaio 2018.
Il punto più discusso della delibera 582/2015/R/eel, con cui l’Aeegsi ha portato a conclusione l’iter per la riforma delle tariffe elettriche, riguarda l’impostazione di fondo destinata a generare un effetto che può essere riassunto nella formula “Più consumi meno paghi”. L’impianto ideologico della riforma era infatti fondato sul tentativo di superare l’attuale struttura progressiva delle tariffe di rete e degli oneri generali di sistema che prevede un costo unitario del kWh che cresce per scaglioni all’aumentare dei prelievi: questo significa che sino a oggi è stato penalizzato chi ha avuto maggiori consumi e premiato chi ne ha avuti di meno. 
Il sistema italiano a struttura progressiva (pur avendo indubbiamente dei limiti) ha quindi premiato quegli utenti che hanno cercato di ridurre i consumi investendo in apparecchiature più efficienti (ad esempio, elettrodomestici in Classe A) o in fonti rinnovabili (ad esempio, con impianti fotovoltaici) in grado di tagliare drasticamente la richiesta di energia dalla rete. 
Come sarà il nuovo meccanismo introdotto dalla riforma dell’Aeegsi? Sostanzialmente i costi di rete verranno spostati dalla quota variabile a quella fissa. Questi costi saranno quindi pagati da tutti gli utenti senza alcuna proporzionalità rispetto alla quantità di energia consumata. Le utenze con consumi minori si troveranno quindi aumentata la voce relativa ai costi di rete, mente le utenze “energivore” beneficeranno di uno snellimento artificioso del costo del kWh. Di fatto si tratta di un trasferimento di oneri da una parte dell’utenza all’altra.
In questo modo la riforma dell’Aeegsi introduce dei cambiamenti che porteranno a un aumento della bolletta per due terzi (circa 20 milioni) delle famiglie italiane, soprattutto quelle con basso reddito, e una riduzione dei costi in bolletta per quella fetta di utenti con alti consumi che corrispondono in massima parte a famiglie con maggiori disponibilità economiche e stili di vita più dispendiosi, come confermato da numerose ricerche.
A essere penalizzati non saranno solo le famiglie con consumi (e redditi) più bassi, ma anche chi negli anni scorsi ha investito in efficienza energetica. Ridurre i consumi, autoconsumare l’energia prodotta da un impianto fotovoltaico non sarà più un elemento virtuoso, mentre si incoraggia un maggiore consumo di elettricità prelevata dalla rete e l’aumento della potenza impegnata. Quindi la differenza di costo in bolletta tra chi consuma tanto e chi consuma poco verrà appiattita, disincentivando così l’utilizzo di apparecchiature più efficienti e i comportamenti più virtuosi. 
E attenzione: non si tratterà di un cambiamento a saldo zero. Sette associazioni (Adusbef, Codici associazione consumatori, Greenpeace, Italia Solare, Kyoto Club, Legambiente e Wwf) hanno calcolato a regime un maggiore esborso per le famiglie italiane pari a 1 miliardo e 540 milioni all’anno. Qualche esempio? Secondo i dati forniti dalla stessa autorità, un’utenza con consumi da 1.500 kWh all’anno avrà aumenti per 78 euro. Una con 3.200 kWh all’anno beneficerà invece di un taglio di 42 euro.
Che si tratti di una grave disparità, lo ha capito anche l’autorità stessa. E infatti nel documento di riforma si parla della necessità di intervenire con un bonus sociale a favore delle famiglie disagiate per attenuare le conseguenze della riforma (e così avviare un nuovo meccanismo burocratico-assistenzialista di cui si farebbe volentieri a meno).
Nel complesso è evidente che siamo di fronte a un provvedimento antistorico, che va nella direzione opposta a quella indicata anche dai recenti lavori della conferenza internazionale sul clima di Parigi (Cop21), che ha sottolineato l’importanza di una migrazione verso sistemi energetici low carbon come scelta inderogabile per la difesa dell’ambiente e del futuro del pianeta.
A chi conviene questa riforma? Ovviamente ai distributori di energia che venderanno più kWh, e che quindi guadagneranno di più con entrate garantite dall’aumento della quota fissa.
Le già citate sette associazioni hanno già presentato un esposto al Garante della Concorrenza e uno alla Commissione europea. «È stato superato il limite della decenza», ha dichiarato Averaldo Farri, membro del comitato dei saggi di Italia Solare. «Si tratta di un colpo di mano scriteriato, una riforma miope, messa in atto contro gli interessi delle fasce più deboli della popolazione. È vergognoso come nel nostro Paese l’Aeegsi, da organo di equilibrio e di controllo, diventi uno strumento asservito a pochi».
Nell’esposto al Garante, le associazioni contestano uno dei più gravi effetti della riforma: “La discriminazione del mercato della generazione distribuita e dell’efficienza energetica rispetto al mercato della generazione centralizzata di energia”. E sta proprio qui il vero nodo del contendere: il confronto/scontro tra due modelli differenti. Uno, legato a logiche del passato e difeso dal presidente di Aeegsi Guido Bortoni, che prevede la presenza di pochi grandi big player che di fatto monopolizzano il settore dell’energia. Un altro, che invece favorisce l’energia distribuita e l’autoconsumo, ad esempio quella degli impianti fotovoltaici; un modello che sta ottenendo successi planetari con crescite annuali del 25-30% delle installazioni solari in tutto il mondo, soprattutto nei paesi più industrializzati come Usa, Cina, Germania e Giappone. 
Questo secondo modello, si potrebbe anche chiamare “sussidiarietà energetica”: perché acquistare dai monopolisti un prodotto che si può realizzare autonomamente a costi inferiori e con enormi benefici per l’ambiente? La risposta è facile. Ma l’Aeegsi di Guido Bortoni ha un’altra idea per il futuro degli italiani. E per i loro portafogli.

martedì 5 febbraio 2019

Gialloverdi in crisi di nervi, governo in piedi fino alle europee

La breve esperienza del governo “gialloverde” sembra già all’epilogo. Non c’è giornae che in questi gkorni non abbia registrato il crescendo di momenti di scontro tra Lega e Cinque Stelle, con il contorno indicativo di parole al limite dell’insulto, ben dentro il normale turpiloquio da osteria.
Al contrario dei media mainstream, però, a noi sembra che dietro l’allargamento delle rime di frattura tra i due azionisti di governo pesino più le questioni globali (economiche ed internazionali) che non i mal di pancia pre-elettorali. Certo la necessità di distinguersi in vista delle elezioni europee – in cui corrono facendo riferimento a “famiglie” politiche piuttosto diverse, con i 5S che ancora “cercano casa” – stimola la conflittualità, e di sicuro il se votare o no l’autorizzazione a procedere per Salvini costituirà da solo un buon motivo per rompere, quando se ne saranno determinate le condizioni necessarie.
Altrettanto di sicuro pesano i mugugni delle rispettive basi elettorali deluse chi dall’esiguità delle risorse a favore del “reddito di cittadinanza” (constringerà tanti a vere e proprie forche caudine per sentirsi poi rifiutare il modesto contributo), chi dalle trappole esplosive poste intorno a “quota 100”, che certificano come la “legge Fornero” rimanda tranquillamente in vigore, alla faccia degli annuncia sulla sua “rottamazione”.
Ed è assolutamente vero che a dividerli con forza ci sono anche le lobby pro-Tav, che accomunano Lega, Pd e berlusconidi, ma non hanno particolari o consolidati agganci con i vertici Cinque Stelle, arroccati a difesa dell’ultima promessa elettorale di una qualche visibilità sociale.
Ma ancora di più pesano le pressioni internazionali, che vanno disgregando quel tanto di tessitura costruita con i trattati istitutivi dell’Unione Europea.
Lo vediamo in questi giorno con il ridicolo “ultimatum europeo” a Maduro: “nuove elezioni” da indire addirittura in otto giorni (scaduti ieri sera) oppure “riconoscimento” del quisling Gaidò, scelto dagli Stati Uniti per farsi riconsegnare il petrolio venezuelano. Tutti i paesi dell’Unione hanno accettato il diktat statunitense, meno uno: l’Italia (la Germania ha schivato l’isolamento accodandosi all’ultimo minuto). Due paesi diversi in tutto (condizione economica, peso europeo, tipo di governo, ecc), ma anche le principali potenze manifattutiere del Vecchio Continente (Francia macroniana a parte).
E si capisce lontano un chilometro che la Lega, su questo punto, avrebbe voluto far valere fino in fondo il proprio zelo filo-atlantico, ma ha dovuto incassare in silenzio una presa di posizione – se non “neutrale” – sicuramente molto critica verso l’escalation in corso.
Tutti i nodi in elenco non sono questioni davvero “mediabili”, ma la questione venezuelana si pone come un aut-aut che non lascia spazio agli equilibrismi lessicali con cui la Casaleggio Associati gestisce di questi tempi la “comunicazione” grillina.
Non sappiamo per quanto tempo i grillini potranno reggere da soli in una posizione così scomoda, ma per loro – e soprattutto i loro elettori – si tratta di una prova che può erodere consensi già in forte calo. Parliamo di quei “voti di sinistra” che sono finiti da quelle parti per l’assoluta impossibilità di continuare a votare Pd e che non sono per ora andati verso Potere al Popolo in virtù del residuo di “voto utile” che ancora alberga in tante menti (solo con il 4 marzo, in effetti, si è tornati ad un sistema prevalentemente proporzionale).
Stando ai sondaggi, par di capire che la componente destrorsa dell’elettoralto grillino si sia già complessivamente ricollocata sotto il mantello “cattivista” di Salvini. Dunque, smottare anche “sinistra” (su Tav e Venezuela) può diventare il crollo di una diga…
L’orizzonte temporale vero di questo esecutivo è dunque la fine di maggio. Una volta chiuse le urne continentali, contati i voti, ci sarà giusto il tempo di fare una veloca riflessione sui risultati e subito dopo lo splashdown.
Non importa su quale tema: i tavoli di scontro aperto sono ormai decine…

lunedì 4 febbraio 2019

IL Lavoro

Luglio 2018, il ministro del lavoro Luigi Di Maio, in riferimento ai dati Istat appena pubblicati, che certificavano il nuovo record di occupati a tempo determinato, 3 milioni e 74mila, diceva:  «Non è il record di occupazione, ma quello del precariato» , ribadendo di voler smantellare il Jobs act. «Iniziamo a farlo con il decreto dignità». Il decreto è stato poi varato ed è entrato in vigore il 14 luglio scorso, andando a pieno regime dal 1° novembre: con una stretta su durate massime e possibilità di proroghe dei contratti a tempo determinato e con la reintroduzione delle causali.
Gennaio 2019, sempre il ministro pentastellato, a commento dei dati Istat sul mercato del lavoro:  «Dati incoraggianti che ci dicono che siamo ai minimi nella disoccupazione dai tempi pre-crisi». Dal governo viene sottolineato che, rispetto a un anno, fa ci sono oltre 200mila posti di lavoro in più. A ben guardare però, mentre crescono i contratti e tempo determinato (oggi sono 3 milioni e 130mila) e i lavoratori indipendenti (incentivati forse anche dalla nuova flat tax a favore delle partite Iva), sono in calo gli occupati a tempo indeterminato. Ma non era proprio questo che il decreto dignità voleva evitare?
L’aumento di 202mila occupati a dicembre 2018 rispetto allo stesso mese dell’anno precedente è frutto di una crescita dei lavoratori a termine di 257mila unità e di quelli autonomi (+34mila), mentre i lavoratori a tempo indeterminato suono scesi - anno su anno - di 88mila.
L’Istat evidenzia che nei 12 mesi la crescita occupazionale si concentra ancora fortemente tra i lavoratori a termine (+8,9%), mentre calano quelli permanenti (0,6%).
I contratti a termine crescono, ma di meno
Una crescita, quella dei contratti a tempo determinato, che ha comunque rallentato la corsa nell’ultima parte del 2018, come evidenziato dalla congiuntura flash di Confindustria:  +0,1% rispetto a +2,6% medio nei primi tre trimestri. Nell’ultimo quarto del 2018, sottolineano da viale dell’Astronomia, il numero degli occupati in Italia è rimasto sui livelli del terzo (+12 mila unità), quando si era ridotto (-60 mila).
Il rallentamento dei contratti a termine «riflette soprattutto il fisiologico aumento delle trasformazioni (da determinato a indeterminato, dato il boom del primo nel 2017 e inizio 2018) - sottolinea il Centro studi di Confindustria - e la maggiore reattività del lavoro temporaneo al ciclo, che è in indebolimento».
«È presto per valutare l’impatto del decreto dignità sul mercato del lavoro - avverte Francesco Daveri, ordinario di politica economica all’Università di Parma e docente alla Sda Bocconi -. Il dato mensile dell’Istat va preso con la giusta misura perché potrebbe essere il risultato di una correzione statistica imperfetta. Con il dato annuale, invece, si hanno indicazioni più robuste, ma chiaramente si riferisce a un arco temporale che in parte non è interessato dal decreto dignità. Quello che emerge con evidenza è che la nostra economia è indebolita e questo rallenta le assunzioni a tempo indeterminato, mentre crescono quelle a termine e il lavoro autonomo».
I dati dell’Osservatorio sul precariato dell’Inps riflettono comunque un trend di rallentamento dei contratti a termine: da agosto in poi i nuovi contratti a tempo determinato siglati sono risultati in leggero calo rispetto all’anno precedente, anche se il totale gennaio-novembre 2018 (ultimo dato disponibile) ci dice che le assunzioni a termine sono state 3.128.541, rispetto a 3.000.441 dello stesso periodo del 2017.
«Dai dati Inps - commenta Marco Leonardi, docente di Economia alla Statale di Milano e consulente del Governo Renzi - si nota una inversione di tendenza in assunzioni lorde a partire da agosto 2018: meno assunzioni a termine e più a tempo indeterminato, come prevedibile effetto del decreto dignità, ma il saldo netto totale tra assunzioni lorde e nette della cessazioni è negativo da agosto in poi». Leonardi sottolinea poi: «Da quando si è insediato il Governo (maggio 2018) ci sono 122mila occupati a tempo indeterminato in meno (da 14,928 milioni di maggio ai 14,806 di dicembre) e 84mila lavoratori precari in più».
Lavoratori a termine: due su tre sono under 40
Restringendo poi l’obiettivo sulla generazione più giovane risulta che gli under 40 occupati con contratto a tempo determinato hanno sfondato la soglia dei due milioni nel terzo trimestre nel 2018: sono 2.041.000, il 27% in più rispetto allo stesso periodo del 2016, e rappresentano quasi i due terzi del totale. I giovani a tempo determinato fino a 24 anni di età sono cresciuti del 31%, rispetto a un crescita media di tutti gli occupati a termine del 25%.
«Gli effetti positivi dell’azione del Governo e del decreto dignità non si vedono sull'occupazione giovanile - sottolinea Alessandro Rosina, docente di demografia all’Università Cattolica di Milano -. Il tasso di occupazione nella fascia 15-24 continua ad essere il più basso in Europa e solo in timido rialzo. Gli occupati in età 25-34 sono addirittura in calo».
Lo scenario, insomma, continua ad essere incerto e contraddittorio. «Mentre le nuove generazioni continuano a presentare livelli di occupazioni lontani dalla media europea e senza un processo solido di convergenza in atto - conclude Rosina - ci troviamo davanti lo spettro di una nuova recessione».

venerdì 1 febbraio 2019

Afghanistan: gli USA trattano la resa

Dopo oltre 17 anni di guerra, lunedì gli Stati Uniti hanno per la prima volta ammesso il raggiungimento di una bozza d’accordo con i Talebani per reintegrare il movimento fondamentalista islamico nelle strutture di governo dell’Afghanistan in parallelo al ritiro delle forze di occupazione americane dal paese centro-asiatico.

I dettagli dell’intesa devono essere ancora negoziati e, visti anche i precedenti, è del tutto possibile che i colloqui di pace finiscano nel nulla. La sola notizia proveniente da Kabul, tuttavia, rappresenta una clamorosa ammissione di sconfitta da parte di Washington, assieme alla conferma delle nuove priorità strategiche degli Stati Uniti, spostate dalla “guerra al terrore” e orientate sempre più verso il confronto con potenze rivali come Russia e Cina.

L’annuncio dell’accordo di massima è stato dato nella capitale afgana dall’inviato speciale dell’amministrazione Trump, Zalmay Khalilzad, a capo della delegazione americana che nell’ultima settimana è stata protagonista di intense discussioni con i rappresentati talebani a Doha, nel Qatar. I due punti chiave su cui le parti hanno trovato una convergenza sono la promessa da parte dei Talebani di non trasformare l’Afghanistan in una nuova base operativa di un qualsiasi gruppo terroristico e, appunto, il ritiro del contingente militare USA, oggi attestato sulle 14 mila unità.

I Talebani dovrebbero anche impegnarsi a sottoscrivere una tregua nel paese e ad aprire negoziati direttamente con il governo del presidente Ashraf Ghani. Quest’ultimo aspetto dell’intesa appare come il più problematico, poiché i Talebani hanno sempre definito i gabinetti succedutisi a Kabul come semplici fantocci degli Stati Uniti, preferendo perciò discussioni e trattative con gli americani. Le stesse modalità che hanno permesso la bozza di accordo presentata questa settimana, cioè quasi all’insaputa delle autorità di governo, confermano in larga misura la tesi fin qui sostenuta dai Talebani.

La decisione di Washington di accettare almeno come argomento di trattativa il ritiro delle forze di occupazione e, di conseguenza, permettere ai colloqui di giungere a un esito potenzialmente positivo, è in primo luogo la diretta conseguenza dell’impegno del presidente Trump a chiudere l’avventura bellica in Afghanistan. La revisione della strategia della Casa Bianca era infatti già sfociata nell’ordine di ritiro della metà delle truppe ancora dispiegate in questo paese.

Le ragioni del disimpegno voluto da Trump sono da ricondurre in parte a motivi di ordine elettorale, vista l’impopolarità di una guerra lunghissima e che ha fatto quasi 2.300 morti tra i militari americani. La decisione di accelerare sul fronte diplomatico risponde anche al tentativo di contrastare le recenti iniziative di pace in Afghanistan promosse dalla Russia, così come il riavvicinamento strategico tra l’Iran e i Talebani.

Ancora di più, però, è la necessità a cui si è già accennato di impegnare forze e risorse per contrastare la minaccia russa e cinese alla supremazia statunitense nel pianeta ad avere convinto almeno una parte della classe dirigente USA a preferire un disimpegno da un conflitto impossibile da vincere e che, secondo alcune stime, è costato l’incredibile cifra di mille miliardi di dollari.

Ciò non esclude ovviamente che gli interessi strategici che avevano portato la macchina da guerra americana in Afghanistan nell’autunno del 2001 vengano abbandonati in caso di pace con i Talebani. Al centro delle manovre afgane degli Stati Uniti c’è stato e continua a esserci l’obiettivo di esercitare un certo controllo su un’area strategicamente cruciale sia per la prossimità di ingenti risorse energetiche sia per il passaggio di rotte commerciali sempre più importanti nell’ambito dell’integrazione euro-asiatica promossa ad esempio da Pechino.

A ben vedere, in ogni caso, proprio il consolidarsi della presenza russa e cinese in quest’area del continente nell’ultimo decennio testimonia del fallimento dei disegni americani inaugurati da George W. Bush. Forse anche per questo, tuttavia, è improbabile che Washington decida alla fine di abbandonare l’Afghanistan senza cercare di conservare una qualche influenza anche in un futuro nel quale i Talebani potranno tornare ad avere un ruolo di primo piano.

Furono gli USA, d’altra parte, a promuovere in funzione anti-sovietica la guerriglia integralista che avrebbe anticipato la presa del potere degli stessi “studenti del Corano” a Kabul. Quei Talebani, cioè, che le amministrazioni americane avevano corteggiato fino alla vigilia dell’11 settembre 2001 e che proprio l’inviato speciale di Trump, Zalmay Khalilzad, raccomandava di utilizzare in opposizione al vicino Iran sciita prima di diventare uno degli architetti della crociata contro i protettori di Osama bin Laden.

Nei negoziati di Doha e in quelli che a breve dovrebbero affrontare i dettagli delle questioni in sospeso è praticamente certo dunque che sia stata e verrà trattata l’ipotesi di lasciare almeno una base americana in Afghanistan, con ogni probabilità quella di Bagram. Fonti del Pentagono hanno infatti già manifestato l’intenzione di mantenere un certo numero di forze speciali o dell’anti-terrorismo a Kabul, dove il loro compito ufficiale sarà quello di colpire eventuali gruppi terroristici che continueranno a operare in Afghanistan.

L’invasione e l’occupazione di questo paese da parte degli Stati Uniti e degli alleati NATO rappresentano comunque una tragedia di proporzioni enormi e hanno causato una serie di crimini ancora difficili da quantificare. I numeri più o meno ufficiali contribuiscono a rendere un’idea di ciò che ha provocato la guerra in Afghanistan. Oltre ai già ricordati soldati americani caduti, circa 1.100 sono le vittime tra gli altri contingenti stranieri che si sono succeduti, a cui vanno aggiunte le decine di migliaia segnati da danni fisici e psicologici permanenti.

Di gran lunga più pesante è poi il conto pagato dalla popolazione afgana. Militari e membri delle forze di sicurezza indigene, addestrati dagli americani e incaricati teoricamente di garantire la pace e la stabilità dell’Afghanistan, continuano a essere oggetto di attentati sanguinosi, mentre i civili morti dal 2001 solo a causa delle conseguenze dirette del conflitto sono almeno 200 mila.

La notizia dell’accordo preliminare tra USA e Talebani ha comprensibilmente innescato un acceso dibattito sulla stampa d’oltreoceano. Se il tutto andrà a buon fine è però difficile da prevedere, visti i fattori ancora avvolti dall’incertezza. Le condizioni concordate a Doha dovranno essere ad esempio discusse all’interno della leadership dei Talebani e il nodo più complicato potrebbe essere l’avvio di colloqui diretti tra questi ultimi e il governo afgano.

Proprio a Kabul rischiano inoltre di emergere le resistenze più forti a un processo di pace guidato da Washington. Le prime reazioni del presidente Ghani e di uomini del suo entourage hanno confermato come sia diffuso il terrore di vedersi travolti dall’ondata talebana una volta che gli americani avranno lasciato il paese. Lo stesso presidente afgano lunedì ha ricordato come le prospettive di pace dopo il ritiro sovietico finirono in un bagno di sangue, con l’allora presidente, Mohammad Najibullah, giustiziato sommariamente dai Talebani.

Negli ambienti di potere di Kabul si teme in particolare che gli USA abbiano promesso ai Talebani un governo di transizione in cui essi potrebbero entrare, usando la loro posizione per cambiare la Costituzione e tornare a imporre il regime precedente l’11 settembre. In definitiva, le ansie delle élites afgane sono legate al fatto che la loro sopravvivenza – politica e non solo – dipende unicamente dalla presenza militare americana e i cosiddetti “insorti” sono visti da una parte della popolazione come una forza di liberazione del paese. Senza quest’appoggio, infatti, i Talebani difficilmente avrebbero potuto allargare il loro controllo su circa la metà del territorio afgano di fronte all’esercito e all’alleanza militare più potenti dell’intero pianeta.

Resistenze infine si stanno già registrando anche a Washington. In molti hanno subito criticato l’amministrazione Trump per la fretta con cui potrebbe avvenire il ritiro del contingente di occupazione. In questo caso, il pericolo è individuato nel venir meno degli strumenti per garantire la difesa degli interessi americani in Asia centrale, anche se, ufficialmente, gli scrupoli sono quelli di lasciare un paese nel caos e nuovamente esposto alla minaccia del fondamentalismo islamico.

giovedì 31 gennaio 2019

Conte soccorre Salvini sulla vicenda della “Diciotti”.

Il vertice di ieri sera a Palazzo Chigi tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e i due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, non sembra aver sciolto i nodi sulle vicende incrociate della nave Sea Watch 3 e del deferimento di Salvini al Tribunale dei ministri sul caso Diciotti,
La “rognosità” delle due questioni sulla tenuta dell’alleanza di governo, era già emersa dall’esito di una precedente riunione tra Di Maio e i senatori M5s sulla linea da tenere riguardo all’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno. Salvini in una lettera pubblicata dal ‘Corriere della Sera’ aveva scritto che l’autorizzazione contro di lui “va negata” perchè la gestione della Diciotti ha riguardato l’”interesse pubblico”. Una mossa che ha aperto un grosso problema tra i M5S visto che, come ha ricordato Alessandro Di Battista, “è complicato per il M5s votare contro l’autorizzazione a procedere perchè non lo abbiamo mai fatto”. A cercare di parare le terga a Salvini è intervenuto Conte affermando che il caso della Diciotti è una sua responsabilità. “Io – ha detto Conte – sono la massima autorità di governo e quindi sono responsabile di questa politica, mi devo assumere la piena responsabilità politica di quello che è stato fatto e in particolare sulla Diciotti”.
La richiesta presentata dai magistrati nei confronti di Salvini è relativa a quanto accaduto la scorsa estate alla nave della Marina militare italiana “Diciotti” con dei naufraghi a bordo alla quale Salvini per giorni e giorni vietò l’attracco in un porto “italiano”. I Cinque Stelle affermano che intendono “studiare le carte”, e che non c’è nulla di già deciso.
Dal vertice di Palazzo Chigi, non è ancora uscita alcuna nota dopo oltre un’ora di confronto tra Conte, Di Maio e Salvini.
Sul piatto pesa anche la disponibilità manifestata da Conte al termine degli incontri a Cipro, di 5 paesi (Germania, Romania, Francia, Portogallo e Malta) che si sono detti disponibili ad accogliere i migranti a bordo della Sea Watch 3. Anche in questo scenario però i profughi a bordo della nave verrebbero fatti sbarcare in territorio italiano, una ipotesi che vede Salvini tirare calci, soprattutto dopo la mossa politica del premier di dichiararsi “responsabile” per il caso Diciotti.
Sulla emergenza della Sea Watch si registra una pilatesca posizione della Corte Europea dei diritti umani ha infatti chiesto al governo italiano di “prendere tutte le misure necessarie”, il “più rapidamente possibile”, per portare ai migranti a bordo della Sea-Watch 3 assistenza medica, acqua e cibo, ma non ha chiesto invece di farli sbarcare. L’ong tedesca Sea-Watch aveva annunciato di essersi rivolta alla Corte Europea contro l’Italia dopo il rifiuto di accogliere 47 migranti soccorsi nel Mediterraneo dieci giorni fa dalla nave, che incrocia attualmente al largo delle coste della Sicilia.
Insomma si discute e si rimpallano responsabilità ma decine di persone in carne ed ossa sono ancora in mezzo al mare.

mercoledì 30 gennaio 2019

La tesi di sinistra contro i confini aperti

Prima del “Costruite il muro!”, c’era il “Butti giù questo muro!”. Nel suo famoso discorso del 1987, Ronald Regan chiese che la “cicatrice” del Muro di Berlino fosse cancellata e ribadì che l’oltraggiosa restrizione alla circolazione che esso rappresentava equivaleva niente di meno che a una “questione di libertà per tutto il genere umano”. Continuò dicendo che quelli che “rifiutavano di unirsi alla comunità della libertà” sarebbero “stati superati” come risultato dell’irresistibile forza del mercato globale. E così fu. Per celebrare, Leonard Bernstein ha diretto una rappresentazione dell'”Inno alla gioia” e Roger Waters si è esibito in “The Wall”. Le barriere alla mobilità del lavoro e dei capitali crollarono in tutto il mondo; fu dichiarata la fine della storia; e seguirono decenni di globalizzazione dominata dagli Stati Uniti.

Nei suoi 29 anni di esistenza, circa 140 persone sono morte cercando di superare il Muro di Berlino. Nel mondo promesso della libertà e della prosperità economiche globali, sono morte 412 persone soltanto l’anno scorso nel tentativo di attraversare il confine tra Messico e Stati Uniti, e più di tremila sono morte l’anno prima nel Mediterraneo. Delle canzoni pop e dei film di Hollywood sulla libertà non c’è traccia. Cosa è andato storto?

Naturalmente, il progetto reaganiano non si concluse col crollo dell’Unione Sovietica. Reagan – e i suoi successori di entrambi i partiti – ha usato la stessa retorica trionfalistica per vendere lo svuotamento dei sindacati, la liberalizzazione delle banche, l’espansione delle esternalizzazioni, e la globalizzazione dei mercati lontano dal peso morto degli interessi economici nazionali.

Per questo progetto è stato centrale l’attacco neoliberale alle barriere nazionali alla circolazione della forza lavoro e dei capitali. In casa, Reagan sovrintese a una delle più significative riforme a favore dell’immigrazione nella storia americana, il “Reagan Amnesty” del 1986, che ampliò il mercato del lavoro permettendo a milioni di migranti illegali di ottenere uno status legale.

Inizialmente, i movimenti popolari che lottavano contro differenti elementi di questa visione post-Guerra Fredda insorsero da sinistra, nella forma di movimenti anti-globalizzazione e successivamente di Occupy Wall Street. Ma, mancando del potere negoziale per sfidare il capitale internazionale, questi movimenti di protesta non si risolsero in nulla. Il sistema economico globalizzato e finanziarizzato ha tenuto nonostante tutte le devastazioni che ha provocato, anche durante la crisi finanziaria del 2008.

Oggi, il movimento anti-globalizzazione di gran lunga più visibile ha preso la forma di una forte reazione contro i migranti, guidata da Donald Trump e altri “populisti”. La sinistra, nel frattempo, non sembra avere altre opzioni che ritrarsi inorridita dal “Muslim ban” di Trump e dalle nuove storie sull’ICE che bracca le famiglie di migranti; può soltanto reagire contro qualsiasi cosa Trump stia facendo. Se Trump è a favore dei controlli sull’immigrazione, la sinistra chiederà l’opposto. E così oggi i discorsi sui “confini aperti” sono entrati nel dibattito liberale mainstream, quando una volta erano confinati ai think tank radicali del libero mercato e ai circoli anarco-libertari.

Anche se nessun importante partito politico di sinistra sta offrendo proposte concrete per una società realmente senza confini, accogliendo gli argomenti morali della sinistra open-border e gli argomenti economici dei think tank del libero mercato, la sinistra si è messa all’angolo. Se “nessun essere umano è illegale!”, come affermano i canti di protesta, la sinistra sta implicitamente accettando la tesi morale a favore di nessuna frontiera o sovranità nazionale. Ma quali implicazioni avrà l’immigrazione illimitata su progetti come la sanità e l’educazione pubbliche universali, o la garanzia dei lavori federali? E come potranno i progressisti spiegare questi obiettivi in modo convincente all’opinione pubblica?

Durante la campagna delle primarie democratiche del 2016, quando il redattore di Vox Ezra Klein suggerì le politiche open border a Bernie Sanders, il senatore com’è noto dimostrò la sua età rispondendo: “Confini aperti? No. Quella è una proposta dei fratelli Koch” [1]. Questo per un attimo portò confusione nella narrazione ufficiale, e Sanders fu velocemente accusato di “parlare come Donald Trump”. Sotto le differenze generazionali rivelate da questo scambio, in ogni caso, c’è un tema più grande. La distruzione e l’abbandono delle politiche del lavoro implicano che, al momento, i temi dell’immigrazione possano essere messi in scena soltanto all’interno della cornice di una cultura di guerra, combattuta interamente sul terreno morale. Nelle intense emozioni del dibattito pubblico americano sulla migrazione, prevale una semplice dicotomia morale e politica. È “di destra” essere “contro l’immigrazione” e “di sinistra” essere “a favore dell’immigrazione”. Ma l’economia della migrazione racconta una storia diversa.

GLI UTILI IDIOTI

La trasformazione della posizione open border in una posizione di “sinistra” è un fenomeno del tutto nuovo ed è in contrasto con la storia della sinistra organizzata in diversi modi fondamentali. I confini aperti sono da lungo tempo un grido di battaglia per la destra degli affari e del libero mercato. Attingendo da economisti neoclassici, questi gruppi hanno sostenuto la liberalizzazione della migrazione sulla base della razionalità del mercato e della libertà economica. Si oppongono ai limiti alla migrazione per le stesse ragioni per cui si oppongono alle restrizioni sui movimenti di capitali. Il Cato Institute, finanziato dai Koch, che promuove anche l’abolizione delle restrizioni legali sul lavoro minorile, ha prodotto una difesa radicale delle frontiere aperte per decenni, sostenendo che il sostegno alle frontiere aperte è un principio fondamentale del libertarismo e “Dimenticate il muro, è già tempo che gli Stati Uniti abbiano confini aperti” [2]. L’Adam Smith Institute ha fatto lo stesso, sostenendo che “le restrizioni all’immigrazione ci rendono più poveri” [3].

Seguendo Reagan e figure come Milton Friedman, George W. Bush ha sostenuto la liberalizzazione della migrazione prima, durante e dopo la sua presidenza. Grover Norquist, zelante difensore dei tagli fiscali di Trump (e di Bush e di Reagan), per anni si è scagliato contro l’intolleranza dei sindacati, ricordandoci che “l’ostilità verso l’immigrazione è stata tradizionalmente una causa sindacale” [4].

Non ha torto. Dalla prima legge che limitava l’immigrazione nel 1882 a Cesar Chavez e ai famosi lavoratori multietnici della United Farm che protestavano contro l’uso e l’incoraggiamento, da parte dei datori di lavoro, dell’emigrazione illegale nel 1969, i sindacati si sono spesso opposti alla migrazione di massa. Videro l’importazione deliberata di lavoratori illegali a basso salario come un indebolimento del potere contrattuale della forza lavoro e come forma di sfruttamento. Non c’è modo di aggirare il fatto che il potere dei sindacati dipende per definizione dalla loro capacità di limitare e ritirare l’offerta di lavoro, cosa che diventa impossibile se un’intera forza lavoro può essere sostituita facilmente ed economicamente. Le frontiere aperte e l’immigrazione di massa sono una vittoria per i padroni.

E i padroni la supportano quasi universalmente. Il think tank e organizzazione di lobbying di Mark Zuckerberg, Forward, che promuove la liberalizzazione delle politiche migratorie, elenca tra i suoi “fondatori e finanziatori” Eric Schmidt e Bill Gates, nonché amministratori delegati e dirigenti di YouTube, Dropbox, Airbnb, Netflix, Groupon, Walmart , Yahoo, Lyft, Instagram e molti altri. La ricchezza personale cumulata rappresentata da questa lista è sufficiente a influenzare pesantemente la maggior parte delle istituzioni di governo e dei parlamenti, se non a comprarli del tutto. Sebbene spesso celebrati dai progressisti, le motivazioni di questi miliardari “liberali” sono chiare. Non dovrebbe sorprendere la loro generosità verso i repubblicani dogmaticamente schierati contro il lavoro, come Jeff Flake della famosa “Gang of Eight“.

Certo, l’opposizione sindacale alla migrazione di massa nelle epoche precedenti è stata a volte mescolata con il razzismo (che era presente in tutta la società americana). Ciò che viene omesso nei tentativi dei libertari di diffamare i sindacati come “i veri razzisti”, tuttavia, è che ai tempi dei sindacati forti, questi erano in grado di usare il loro potere anche per organizzare campagne di solidarietà internazionale con i movimenti dei lavoratori in tutto il mondo. I sindacati hanno aumentato i salari di milioni di membri non bianchi, mentre oggi si stima che la de-sindacalizzazione costi ai maschi neri americani 50 dollari a settimana [5].

Durante la rivoluzione neoliberale di Reagan, il potere sindacale subì un duro colpo dal quale non si è mai più ripreso e i salari sono rimasti fermi per decenni. Sotto questa pressione, la sinistra stessa ha subito una trasformazione. In assenza di un potente movimento operaio, è rimasta radicale nella sfera della cultura e della libertà individuale, ma può offrire poco più di proteste inoffensive e appelli al noblesse oblige nella sfera dell’economia.

Con le immagini oscene di migranti a basso reddito che vengono braccati come criminali dall’ICE, di altri che affogano nel Mediterraneo, e la preoccupante crescita del sentimento anti-immigrazione in tutto il mondo, è facile capire perché la sinistra vuole impedire che i migranti illegali diventino bersagli e vittime. E con ragione. Ma agendo sulla base del giusto impulso morale a difendere la dignità umana dei migranti, la sinistra ha finito per trascinare la linea del fronte troppo indietro, difendendo efficacemente lo stesso sistema di sfruttamento della migrazione.

I benintenzionati attivisti di oggi sono diventati gli utili idioti del grande business. Adottando la difesa dei “confini aperti” – e un feroce assolutismo morale che considera ogni limite alla migrazione come un male indicibile – qualsiasi critica al sistema di sfruttamento delle migrazioni di massa viene effettivamente respinta come bestemmia. Persino politici saldamente di sinistra, come Bernie Sanders negli Stati Uniti e Jeremy Corbyn nel Regno Unito, sono accusati di “nativismo” dai critici se riconoscono a un certo punto la legittimità delle frontiere o delle restrizioni sulla migrazione. Questa radicalismo delle frontiere aperte in definitiva giova alle élite dei paesi più potenti del mondo, indebolisce ulteriormente il lavoro organizzato, deruba il mondo in via di sviluppo di professionisti di cui ha disperato bisogno e mette i lavoratori contro i lavoratori.

Ma la sinistra non ha bisogno di credermi sulla parola. Basta chiedere a Karl Marx, la cui posizione sull’immigrazione lo farebbe bandire dalla sinistra moderna. Anche se la velocità e le dimensioni attuali dei fenomeni di migrazione sarebbero stati impensabili ai tempi di Marx, egli espresse una visione estremamente critica degli effetti della migrazione che si verificò nel diciannovesimo secolo. In una lettera a due dei suoi compagni di viaggio americani, Marx sosteneva che l’importazione di immigrati irlandesi poco pagati in Inghilterra li costringeva a una concorrenza ostile con i lavoratori inglesi. Lo vedeva come parte di un sistema di sfruttamento, che divideva la classe operaia e che rappresentava un’estensione del sistema coloniale. Scrisse:

A causa della concentrazione sempre crescente delle locazioni, l’Irlanda invia costantemente il proprio surplus umano al mercato del lavoro inglese, e quindi fa scendere i salari e riduce la posizione materiale e morale della classe operaia inglese.

E la cosa più importante di tutte! Ogni centro industriale e commerciale in Inghilterra ora possiede una classe operaia divisa in due campi ostili, proletari inglesi e proletari irlandesi. Il comune lavoratore inglese odia il lavoratore irlandese come un concorrente che abbassa il suo tenore di vita. Rispetto all’operaio irlandese, si considera membro della nazione dominante e conseguentemente diventa uno strumento dell’aristocrazia e dei capitalisti inglesi contro l’Irlanda, rafforzando così il loro dominio su se stesso. Ama i pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro il lavoratore irlandese. Il suo atteggiamento nei suoi confronti è molto simile a quello dei “bianchi poveri” verso i negri negli ex stati schiavisti degli Stati Uniti. L’irlandese lo ripaga con gli interessi nella propria moneta. Vede nell’operaio inglese sia il complice che lo stupido strumento dei governanti inglesi in Irlanda.

Questo antagonismo è artificialmente tenuto in vita e intensificato dalla stampa, dal pulpito, dai fumetti, in breve, da tutti i mezzi a disposizione delle classi dominanti. Questo antagonismo è il segreto dell’impotenza della classe operaia inglese, nonostante la sua organizzazione. È il segreto con cui la classe capitalista mantiene il suo potere. E quest’ultima è abbastanza consapevole di questo [6].

Marx continuava dicendo che la priorità per l’organizzazione dei lavoratori in Inghilterra era “far capire agli inglesi che per loro l’emancipazione nazionale dell’Irlanda non è una questione di giustizia astratta o di sentimento umanitario, ma la prima condizione della loro emancipazione sociale”. Qui Marx ha indicato la strada per un approccio che oggi difficilmente si trova. L’importazione di manodopera sottopagata è uno strumento di oppressione che divide i lavoratori e beneficia chi ha il potere. La risposta adeguata, quindi, non è un moralismo astratto sull’accoglienza di tutti i migranti come un atto immaginario di carità, ma piuttosto affrontare le cause profonde della migrazione nel rapporto tra le economie grandi e potenti e le economie più piccole o in via di sviluppo da cui le persone migrano.

IL COSTO UMANO DELLA GLOBALIZZAZIONE

I sostenitori delle frontiere aperte spesso trascurano i costi della migrazione di massa per i paesi in via di sviluppo. In effetti, la globalizzazione crea spesso un circolo vizioso: le politiche commerciali liberalizzate distruggono l’economia di una regione, che a sua volta porta all’emigrazione di massa da quella zona, erodendo ulteriormente il potenziale del paese di origine e deprimendo i salari per i lavoratori meno pagati nel paese di destinazione. Una delle principali cause della migrazione di manodopera dal Messico agli Stati Uniti è stata la devastazione economica e sociale causata dall’Accordo Nord Americano di Libero Scambio (NAFTA). Il Nafta costrinse gli agricoltori messicani a competere con l’agricoltura americana, con conseguenze disastrose per il Messico. Le importazioni messicane sono raddoppiate e il Messico ha perso migliaia di allevamenti di suini e coltivatori di mais a favore della concorrenza statunitense. Quando i prezzi del caffè sono scesi al di sotto del costo di produzione, il Nafta ha proibito l’intervento statale per mantenere a galla i coltivatori. Inoltre, alle società statunitensi è stato permesso di acquistare infrastrutture in Messico, tra cui, ad esempio, la principale linea ferroviaria nord-sud del paese. La ferrovia quindi interruppe il servizio passeggeri, determinando la decimazione della forza lavoro ferroviaria dopo aver schiacciato uno sciopero selvaggio. Nel 2002, i salari messicani erano diminuiti del 22%, anche se la produttività degli operai aumentava del 45% [7]. In regioni come Oaxaca, l’emigrazione devastò le economie e le comunità locali, mentre gli uomini emigrarono per lavorare nelle fattorie e nei macelli dell’America, lasciandosi alle spalle donne, bambini e anziani.

E che dire della consistente forza lavoro qualificata e dei colletti bianchi emigrati? Nonostante la retorica sui “paesi cesso” o sulle nazioni “che non mandano i migliori”, il prezzo della fuga di cervelli per le economie in via di sviluppo è stato enorme. Secondo le cifre del Census Bureau per il 2017, circa il 45% dei migranti che sono arrivati ​​negli Stati Uniti dal 2010 ha un’istruzione superiore [8]. I paesi in via di sviluppo stanno lottando per far restare i propri cittadini qualificati e i professionisti, spesso istruiti con un costo elevato per le finanze pubbliche, perché economie più ricche e più grandi che dominano il mercato globale hanno la ricchezza per prenderli. Oggi il Messico è anche uno dei maggiori esportatori al mondo di professionisti istruiti, e la sua economia soffre di un persistente “deficit di occupazione qualificata”. Questa ingiustizia nello sviluppo non è certamente limitata al Messico. Secondo la rivista Foreign Policy, “ci sono più medici etiopi che praticano a Chicago oggi che in tutta l’Etiopia, un paese di 80 milioni di persone” [9]. Non è difficile capire perché le élite politiche ed economiche dei paesi più ricchi del mondo vorrebbero che il mondo “mandasse il suo meglio”, indipendentemente dalle conseguenze per il resto del mondo. Ma perché la sinistra moralista a favore dei confini aperti fornisce un volto umanitario a questo puro e semplice egoismo?

Secondo le migliori analisi dei flussi di capitali e della ricchezza globale di oggi, la globalizzazione sta arricchendo le persone più ricche dei paesi più ricchi a spese dei più poveri, e non viceversa. Alcuni lo hanno chiamato “aiuti al rovescio”. Miliardi di pagamenti di interessi sul debito passano dall’Africa alle grandi banche di Londra e New York. La grande ricchezza privata viene generata ogni anno in industrie estrattive di materie prime e attraverso l’arbitraggio del lavoro, e rimpatriata verso le nazioni ricche in cui sono basate le multinazionali. Fughe di capitali di trilioni di dollari si verificano perché le multinazionali approfittano dei paradisi fiscali e delle giurisdizioni segrete, rese possibili dalla liberalizzazione per mano dell’Organizzazione Mondiale del Commercio dei regolamenti sulla fatturazione “inefficienti per il commercio” e di altra politiche [10].

La disuguaglianza della ricchezza globale è il principale fattore di spinta che guida la migrazione di massa e la globalizzazione del capitale non può essere separata da questa materia. C’è anche l’effetto di richiamo dei datori di lavoro sfruttatori negli Stati Uniti, che cercano di trarre profitto da lavoratori non sindacalizzati e con salari bassi in settori come l’agricoltura, nonché attraverso l’importazione di una grande forza lavoro impiegatizia già addestrata in altri paesi. Il risultato netto è una popolazione stimata di undici milioni di persone che vivono illegalmente negli Stati Uniti.