giovedì 29 novembre 2018

10 aprile 1991: la tragedia del Moby Prince

Proviamo a contare con le dita di una mano. Dal 10 aprile 1991 quanti anni sono passati? Tanti, tantissimi, talmente tali che ne servono più di cinque, di mani. Oltre 27 anni da quel dì in cui, nel porto di Livorno, il traghetto Moby Prince va a fuoco, uccide 140 persone (75 passeggeri e 65 membri dell’equipaggio) e lasciando un solo superstite, Alessio Bertrand.
Dopo anni di buio totale – ma tranquilli, è una cosa ordinaria in Italia, – due indagini della magistratura nel 1991 e nel 2006 che hanno diradato poche nubi, qualche mese fa la procura della bella città toscana ha aperto un nuovo fascicolo e richiesto tutti gli atti della commissione d’inchiesta del Senato, che pare abbia scoperto nuovi elementi utili per non far cadere il solito e triste velo d’oblio su una ennesima vicenda drammatica. Sembra quasi che nel Belpaese, dove trionfano le mezze verità e da almeno 70 vige un regime non scritto di “deficit di verità”, ci si diverta a erodere la memoria. Individuale e collettiva.
Chi ricorda davvero cosa è successo quella drammatica notte? Sono passati da pochi minuti le 22 quando il traghetto “Moby Prince” parte da Livorno in direzione di Olbia. Pochi minuti più tardi, si scontra con la petroliera “Agip Abruzzo” e la sua prua penetra nella cisterna contenente circa 2.700 tonnellate di greggio, che in parte si riversano in mare e in parte investono il Moby Prince. L’impatto delle lamiere delle due imbarcazioni è fortissimo e produce le scintille che causano l’incendio. Inizialmente, però, il fuoco non si propaga immediatamente su tutto il traghetto in quanto le fiamme, per raggiungere il salone dove verrà ritrovata la maggior parte dei corpi, impiegheranno presumibilmente diverso tempo. Ma è qui, però, che accade la prima cosa strana. La velocità dei soccorsi. Prenderanno il mare solo dopo ripetute richieste di intervento da parte della Agip Abruzzo e solo verso la petroliera, senza mai cercare la “Moby Prince”. Perché?
Accade allora che, incredibile ma vero, lo scafo in fiamme del traghetto verrà raggiunto solo dopo le 23.35. In attesa dei soccorritori (e l’incendio è già divampato da un’ora e mezza), l’equipaggio fa affluire tutti i passeggeri in quel famigerato salone, predisposto per resistere al fuoco, ma le fiamme arrivano a circondare, ben presto, quella che diventerà una trappola e una carneficina.
Le indagini iniziano subito, ma hanno esito prima contradditorio e poi fallimentare, ma guardando tutto ciò che c’è dietro a quella strage (interessi economici non sempre dichiarati e spesso vigorosamente negati, collegati ai costi delle assicurazioni e dei risarcimenti, responsabilità di autorità portuali e marittime che non si vollero o si poterono approfondire, sciatteria e pressappochismo), non poteva essere altrimenti.
La Commissione d’inchiesta, allora, sembra quasi essere stata una manna dal cielo, soprattutto per le associazioni delle vittime, “10 aprile 1991” e “Moby Prince 140”.
Il perché è semplice. Dopo due anni di lavoro, decine di testimonianze, migliaia e migliaia di documenti consultati, sei perizie, atti inediti e nuove tecniche di analisi sui filmati dell’epoca, i risultati sono talmente significativi da far saltare dalla sedia. Il primo è che quella notte la nebbia non c’era, e quindi quella che è stata indicata per decenni come causa del disastro si rivela infondata. Il secondo, il più importante, è il rocambolesco ritrovamento di alcuni documenti inediti che testimoniano dell’accordo armatoriale tra la compagnia di navigazione di cui faceva parte il Moby Prince e proprietaria dell’Agip Abruzzo. Carte che provano una forte intesa fra i due gruppi a “non attribuirsi reciproche responsabilità”. E c’è pure un terzo elemento, il non coordinamento dei soccorsi da parte della Capitaneria di porto livornese. Che non ha cercato né il traghetto, né di mettersi in contatto radio con le imbarcazioni presenti in rada, né indirizzare i soccorsi per spegnere l’incendio a bordo del Moby Prince o per salvare passeggeri ed equipaggio.
Tocca ora alla magistratura far sì che quel lutto privato, diventato in questi anni memoria pubblica, trovi infine un risarcimento di verità e di giustizia.

mercoledì 28 novembre 2018

Ischia, il condono populista spiegato

I 5stelle l’avevano proposto quando erano all’opposizione nel 2013 e ora che sono al governo l’hanno fatto. Si tratta del cosiddetto condono per le zone terremotate di Ischia (e dell’Italia centrale), inserito nel “Decreto Genova” per la ricostruzione del ponte, convertito dalla legge 130 del 16 novembre 2018 approvata in Senato.
Ischia è un’isola che ha dato molto al Movimento 5 Stelle, che lì ha preso il 42% alle ultime politiche per la Camera, con punte del 44% a Forio e Lacco, due dei comuni colpiti dal terremoto del 2017. Percentuali che prima nell’isola andavano a Forza Italia.  E se, come stima Legambiente, nell’isola di Ischia le domande di condono sono circa 28mila su una popolazione di 64mila abitanti, non si tratta più di devianza marginale dalla norma, ma di un movimento popolare al quale il populismo non può sfuggire. In un video pubblicato sulla pagina Facebook del “Movimento Ischia isola verde”, che si definisce “Gruppo di lavoro territoriale a supporto del M5S”, un agitato signore con fare veemente così conclude il suo intervento: «Oggi volete venire a fare la retorica su cosa è abusivo e su che cosa non è abusivo? ma andate a farvi fottere!».
Dunque cosa meglio del terremoto per cogliere l’occasione e rilanciare la proposta? I 5stelle si sono sempre dichiarati contro i condoni, al grido di «onestà  onestà», ma di fronte a percentuali cosi alte sia di consensi che di abusi non c’è argomento che tenga. I due cosiddetti alleati di governo hanno capito da tempo che il consenso del sud è essenziale per avere la maggioranza. La Lega deve ancora conquistarlo, prendendosi i voti di Forza Italia che nel sud aveva una delle sue roccaforti, mentre i 5 stelle devono amministrare il loro successo consolidando la loro base. E questo spiega forse sia l’uscita di Salvini sugli inceneritori che il condono edilizio.
I due condoni per Ischia e l’Italia centrale nascono dallo stesso problema giuridico e amministrativo. Solo gli edifici danneggiati, interamente in regola con le norme urbanistiche, hanno diritto ai contributi dello Stato per la loro ricostruzione. Occorre quindi stabilire la situazione giuridica di ciascun edificio danneggiato, e definire le pratiche di condono ancora sospese o sanare gli abusi compiuti successivamente.
Per quanto riguarda Ischia, la legge approvata rimanda la definizione delle domande di condono relative agli immobili danneggiati dal sisma del 2017, presentate ai sensi delle tre leggi di condono del 1985, 1994 e 2003, alla esclusiva applicazione della legge del 1985. La logica vorrebbe che ciascuna domanda venisse valutata in relazione alla norma vigente all’epoca della sua presentazione. Su questo punto si è concentrata la battaglia dei due dissidenti 5stelle, i senatori Gregorio De Falco e Paola Nugnes, che in sede di commissione Lavori pubblici e ambiente del Senato sono riusciti a cancellare il rimando alla legge del 1985, che poi invece è stato reintrodotto in aula.
Tanta pervicace volontà politica nasconde il desiderio di semplificare la vita agli abusivi e arrivare all’approvazione del maggior numero di domande di condono degli edifici danneggiati, stimate in circa 2mila per Ischia, anche con una procedura accelerata la cui scadenza è prevista entro sei mesi.
A Ischia con la legge approvata non valgono i limiti di superficie e volume per l’accoglimento delle domande di condono presentate sino al 2004. Valgono solo i vincoli di inedificabilità assoluta come quelli derivanti dalla previsione di un’opera pubblica ma devono essere anteriori all’abuso edilizio. Gli altri vincoli, cioè quelli di inedificabilità relativa, sono derogabili, se approvati dall’autorità preposta alla tutela del vincolo.
Differente il caso delle zone terremotate dell’Italia centrale, dove l’abuso si ripara fino alla data del sisma (2016), ma solo se c’è la conformità al piano urbanistico vigente al momento della domanda. Si tratta quindi di una norma più restrittiva che crea una evidente disparità.
Ma c’è di più. Dopo che il caso di Ischia è stato sollevato all’inizio di ottobre sulla stampa, con accuse al decreto di finanziare la ricostruzione delle case abusive, si è stabilita l’esclusione dei contributi statali per i volumi abusivi ancorché condonati. Cosicché si crea un concentrato di disparità. Si trattano le domande pendenti di condono a Ischia in maniera differente da quelle precedentemente esaminate nella stessa isola, e da quelle degli altri comuni campani e italiani, inclusi i comuni terremotati dell’Italia centrale, e si negano i contributi ai volumi abusivi ma condonati che dovrebbero avere pari diritti rispetto agli altri edifici.
A Roma le case abusive dei Casamonica vengono abbattute, mentre a Ischia si aprono le maglie dei condoni precedenti, in presenza di 600 demolizioni disposte dalla Procura di Napoli  alle quali si sarebbe potuto applicare Salvini con la sua proverbiale ruspa, ma finora non l’ha fatto. E così si conclude la parabola: l’inosservanza della legge si punisce quando è di pochi, ma se è del “popolo” allora in qualche modo diventa legge. Una sorta di “democrazia diretta”. In questo caso le promesse possono essere mantenute perché non ci sono vincoli di bilancio da rispettare: chi ci rimette è solo l’ambiente.

martedì 27 novembre 2018

Il Pentagono confessa di aver perso l’egemonia globale

Il governo degli Stati Uniti, incerto sulla propria superiorità militare globale, nominò un gruppo di esperti interistituzionali per determinare la reale coerenza della difesa nazionale in caso di guerra, conducendo una valutazione meticolosa dell’industria militare. I risultati chiariscono i passi compiuti nello scontro commerciale contro nemici e alleati.
Tra le azioni ostili di Donald Trump c’è la guerra commerciale contro la Cina, una scommessa per aumentare i dazi ai prodotti cinesi importati negli Stati Uniti, misura che ha raggiunto nella prima fase articoli cinesi per 50 miliardi di dollari e che a settembre ammontavano a 250 miliardi per 5745 prodotti. In questo modo s’intende proteggere fabbriche, produttori nazionali e recuperare posti di lavoro. Questo, secondo l’argomento delle “pratiche commerciali sleali e furto di proprietà intellettuale” da parte del gigante asiatico, ne fa una questione di sicurezza nazionale. Sebbene la copertura di tale conflitto tra i maggiori partner commerciali del mondo parli degli effetti sull’industria generale statunitense, la recente declassificazione di un documento del Pentagono indica l’industria militare. Le precedenti valutazioni del Mckinsey Global Institute studiando le prestazioni finanziarie delle aziende, stabilivano che mentre le multinazionali superavano gli ostacoli della crisi finanziaria grazie al trasferimento dei processi industriali in Paesi dai costi più competitivi, la debolezza delle piccole e medie aziende nazionali, che riforniscono i grandi appaltatori, registrava una crescita negativa in due decenni, dato che non possono riprendersi dai tagli alla spesa pubblica degli Stati Uniti. Nel 2017, i dati relativi alle fabbriche statunitensi mostravano la perdita di 60000 aziende e 5 milioni di posti di lavoro. Abbattendo queste cifre e calcolandone le conseguenze sul campo militare, tenendo conto del fatto che gli USA stanziano il maggiore budget per la difesa rispetto a qualsiasi altro Paese, si trovavano vulnerabilità cruciali nel soddisfare le richieste dell’agenda militare internazionale. Ciò fu richiesto dall’ordine esecutivo 13806, emanato dal presidente Donald Trump nel luglio 2017, per cercare d’identificare i rischi per la base industriale del complesso militare statunitense. I risultati di quell’indagine, in parte pubblicati nel documento intitolato “Valutazione e rafforzamento della base industriale della produzione e della difesa e resistenza della catena di approvvigionamento degli Stati Uniti”, allarmavano i funzionari del dipartimento della Difesa, individuando almeno 300 lacune nella catena di approvvigionamento dei produttori di armi che potrebbero ostacolare le future guerre.
Sfide dell’industria statunitense degli armamenti
Secondo un articolo preparato dal ricercatore economico F. William Engdahl per il portale New Eastern Outlook, si descrive in dettaglio la “insufficienza o carenza della catena di approvvigionamento industriale che alimenta le componenti vitali per le Forze Armate degli Stati Uniti negli ultimi anni”. In un anno, 16 gruppi di lavoro inter-agenzie, determinati dall’Ufficio delle politiche commerciali e produttive della Casa Bianca e dall’Ufficio delle politiche industriali del dipartimento della Difesa, ebbero il compito di ordinare la base industriale della produzione nei settori che vanno da aerei e missili a manodopera e materiali, dando priorità agli effetti sulle attuali operazioni militari. L’analista Engdahl nomina, tra gli elementi che gli Stati Uniti hanno poche fonti di produzione nazionali (nei casi più gravi arrivano a un unico fornitore nazionale), a “le terre rare”, una serie di metalli scarsi che sono vitali nelle diverse applicazioni tecnologiche di l’industria militare. L’industria mineraria domestica, smantellata dalle pratiche globalizzanti delle grandi imprese, sedotta da materie prime poco costose acquistate al di fuori del Paese, ha indotto la nazione statunitense ad importare l’81% delle terre rare direttamente dal nemico commerciale, la Cina. Le compagnie di avanguardia che il dipartimento della Difesa assume, come le industrie aerospaziali Boeing e Lockheed Martin, subappaltano a loro volta la catena di approvvigionamento a produttori cinesi, grazie alla loro efficienza. D’altro canto, aziende di secondo e terzo livello, che in alcuni casi era l’unica fonte nazionale di approvvigionamento di materiali, hanno chiuso le fabbriche o lasciato la produzione nazionale importando gli elementi dal continente asiatico per il costo minore che implicano. Il rapporto sottolinea che questa unità copre diverse stazioni nella catena di produzione, tra cui “la dipendenza da una singola fonte per gli assi portaelica delle navi della Marina, le torrette dei cannoni per i carri armati, il carburante per i missili e rivelatori a infrarossi spaziali per la difesa antimissile”. Una delle aree sensibili è l’apporto del perclorato di ammonio, acido utilizzato nella fabbricazione di circuiti stampati e presente nella composizione di qualsiasi dispositivo elettronico. Attualmente esiste una sola fonte domestica di questa risorsa negli Stati Uniti, mentre esiste una sola compagnia nazionale che produce queste parti elettroniche. In confronto, l’Asia ne produce il 90% e metà della produzione è in Cina.
L’aumento del 10% dei dazi sulle merci cinesi, annunciato lo scorso settembre dall’amministrazione Trump, include i circuiti stampati tra i prodotti tecnologici e gli articoli elettronici. Engdahl evidenzia un’altra componente fondamentale inclusa tra le 300 vulnerabilità associate al crescente uso di fonti straniere. Comprende la produzione di carbonio impregnato ASZM-TEDA1, materiale utilizzato nei sistemi di filtrazione chimica e che serve a proteggere da gas tossici e attacchi chimici. Gli Stati Uniti hanno un unico fornitore locale: la società Calgon Carbon di Pittsburgh, acquisita ufficialmente dalla Kuraray Co. Ltd, conglomerato manifatturiero del Giappone, che si avvicina alla Cina in cerca di partnership che stabilizzi l’economia della regione asiatica dopo l’escalation delle tensioni commerciali cogli Stati Uniti. Questi esempi sulle limitazione dell’autonomia nell’acquisizione di materiali per le armi sono argomenti che localizzano coerentemente tutte le azioni del governo degli Stati Uniti nel corso del 2018 accusando di “pratiche sleali” i cinesi nel commercio internazionale e tentando d’invertire la vulnerabilità a cui è esposto. Allo stesso modo, il rapporto sulle capacità dell’industria militare riflette la preoccupazione per la scarsa disponibilità di manodopera qualificata che assume posizioni chiave nella linea di produzione, inclusi operatori, tecnici, distributori e macchinisti. Il divario nel settore manifatturiero generale nordamericano aumenterà da 488mila posti di lavoro oggi non coperti a 2,4 milioni nel 2028, secondo una proiezione dell’Istituto di produzione. Questa debolezza si estende ai campi dell’ingegneria, della scienza e della tecnologia. Il rapporto indica che l’81% dei professionisti universitari che hanno curriculum elettrico e petrolifero nelle università statunitense, sono di origine straniera. In informatica, la percentuale corrisponde al 79%. La maggior parte di questi studenti stranieri proviene dall’Asia, principalmente dalla Cina.
Guerra su acciaio e alluminio: questione di sicurezza nazionale?
Le disposizioni protezionistiche imperniate alle incoerenti imposizioni tariffarie su acciaio ed alluminio che colpiscono Unione europea, Messico e Canada, nonché Cina, hanno senso quando vengono messe in relazione con la crisi della base industriale militare dettagliate nel documento del dipartimento della Difesa. Questa connessione è spiegata dal consulente commerciale nordamericano, Peter Navarro, citato nel testo di Engdahl. I dazi sui metalli sono, secondo il falco anti-cinese, sono una “forte difesa contro il palese furto della Cina e il trasferimento forzato della proprietà intellettuale e delle tecnologie statunitensi”, che insieme all’aumento del bilancio militare e ai regolamenti che il governo impone sui prodotti domestici, dovrebbe sollevare la forza industriale smantellata del Paese. Rigenerare l’apparato produttivo dell’alluminio è urgente per il Pentagono, per l’essenzialità di questo componente nella costruzione di navi, aerei e veicoli militari. La produzione degli Stati Uniti nel mercato mondiale, che alla fine del 2 ° secolo li posizionava a primo produttore, attualmente contribuisce solo 742000 tonnellate di alluminio, collocandosi al 12° posto nella classifica mondiale, ben al di sotto dei Paesi che minaccia di sanzioni, come Russia, Canada e Cina, che guida la classifica con una produzione di 32000000 tonnellate.
Ripercussione del modello neoliberale e bilancio onesto delle intimidazioni belliche degli Stati Uniti
L’egemonia decadente degli Stati Uniti è sfidata in campo militare, sul suo più forte deterrente. Ciascuno dei dati pubblicati nella radiografia ottenuta dall’esame dell’apparato industriale degli armamenti, mostra le sfide che si presentano a questa potenza militare erosa e in un momento geopolitico caratterizzato da continue minacce di escalation in conflitti bellici ed interventi militari contro Paesi rivali. Ora, gli sforzi si concentrano sulla correzione dell’impatto del modello neoliberista, che in pochi decenni ha esaurito il mercato nazionale coll’alluvione di prodotti stranieri, limitando la possibilità di rispondere efficacemente all’aumento delle esigenze militari. Col tempo contro, gli Stati Uniti applicano queste misure perché sono preoccupati dall’investimento nazionale ottimale in armi, operazioni e formazione di Cina e Russia, dove il bilancio è destinato a fornitori di proprietà nazionali o fortemente influenzati dallo Stato, fornendo equipaggiamento militare a costi inferiori rispetto a quando importati. Il blocco emergente coordinato da queste nazioni, con oppositori politici degli Stati Uniti tra cui Venezuela, Siria, Iran e Corea democratica (questi ultimi due con l’addizione nucleare), tutti possibili bersagli di una guerra regolare, ostacolano le pretese aggressive del presidente Trump, che ha alle sue spalle il compito tardivo di riequilibrare gli investimenti carenti nelle spese militari delle precedenti amministrazioni, basandosi su un violento protezionismo che fin dall’inizio mostra le conseguenze dell’attacco all’essenza globalista dell’economia nordamericana

lunedì 26 novembre 2018

La povertà toglie 10 anni di vita

I soldi non daranno la felicità, ma più chance di avere una vita lunga sembra di sì. Una nuova ricerca condotta in Gb fotografa un divario di ben 10 anni tra l'aspettativa di vita degli strati sociali più abbienti e quella delle classi disagiate. In altre parole: i poveri sono destinati a morire 10 anni più giovani rispetto ai ricchi, rileva lo studio firmato da ricercatori dell'Imperial College London e pubblicato su 'Lancet Public Health'. Il lavoro punta un faro in particolare sulle 'quote rosa' della società britannica, perché dall'analisi emerge che l'aspettativa di vita delle donne più povere è diminuita dal 2011 e questo trend viene definito dagli autori "profondamente preoccupante".
Lo studio, finanziato dal Wellcome Trust, ha analizzato i dati dell'Ufficio per le statistiche nazionali su tutti i decessi registrati in Inghilterra tra il 2001 e il 2016, in totale 7,65 milioni di morti. I risultati mostrano che il divario di aspettativa di vita tra le fasce più ricche e più povere della popolazione è aumentato per il gentil sesso da 6,1 anni nel 2001 a 7,9 anni nel 2016 e da 9 a 9,7 anni negli uomini. Nelle comunità più svantaggiate l'aspettativa di vita delle donne nel 2016 è stata di 78,8 anni, rispetto agli 86,7 anni del gruppo delle più abbienti. Per gli uomini era di 74 anni tra i più poveri, contro gli 83,8 anni tra i più ricchi.

Ad allarmare gli scienziati è il dato secondo cui l'aspettativa di vita delle donne nei settori più poveri della società è diminuita di 0,24 anni dal 2011. "Il calo dell'aspettativa di vita nelle comunità più povere è un indicatore profondamente preoccupante dello stato di salute della nostra nazione e mostra che stiamo lasciando i più vulnerabili al di fuori il guadagno collettivo", riflette l'autore senior della ricerca Majid Ezzati, della School of Public Health dell'Imperial.
"Al momento - osserva Ezzati - abbiamo una tempesta perfetta di fattori che possono avere un impatto sulla salute e che portano le persone povere a morire più giovani. Il reddito di lavoro è stagnante e i benefit sono stati tagliati, costringendo molte famiglie a rivolgersi al 'banco alimentare'. I prezzi di prodotti freschi come frutta e verdura sono aumentati rispetto a quelli di cibi non sani e lavorati", il che li rende "non alla portata dei più poveri".
Lo scienziato evidenzia che anche "la stretta sui finanziamenti per la salute e tagli ai servizi locali dal 2010 hanno avuto un impatto significativo sulle comunità più povere, portando a diagnosi tardive per malattie come il cancro e a morti più precoci per condizioni come la demenza". Il team ha analizzato nel dettaglio le patologie che hanno contribuito all'ampliamento del gap di aspettativa di vita fra ricchi e poveri. E, sebbene nelle fasce più svantaggiate la mortalità sia più alta per tutte le malattie, i ricercatori hanno identificato un certo numero di condizioni sulle quali si registra una differenza particolarmente marcata tra i due estremi opposti della società.
Le morti neonatali e le malattie dei bimbi, le patologie respiratorie, quelle cardiache, i tumori polmonari e delle vie digestive, le demenze: sono le problematiche che hanno portato a una perdita di longevità particolarmente elevata nei poveri rispetto ai ricchi. Secondo i dati, nel 2016 i bambini sotto i 5 anni delle fasce più svantaggiate avevano una probabilità 2,5 volte maggiore di morire rispetto ai coetanei benestanti. "Lo studio - incalza Ezzati - suggerisce che i poveri in Inghilterra stanno morendo di malattie che possono essere prevenute e curate. Un maggiore investimento in sanità e assistenza sociale nelle aree più svantaggiate contribuirà a invertire le tendenze osservate. Abbiamo bisogno anche di azioni governative e industriali per eliminare l'insicurezza alimentare e rendere più accessibili scelte alimentari sane, affinché la qualità della dieta di una famiglia non sia dettata dal reddito".

giovedì 22 novembre 2018

Ikea verso i licenziamenti

La holding di Ikea Ingka ha annunciato piani di ristrutturazione a causa del calo delle vendite nei negozi e l'aumento delle vendite online. "Stiamo osservando che il settore delle vendite al dettaglio sta cambiando ad un ritmo come mai prima'', ha sottolineato Jesper Brodin, Ceo di Ingka. Ikea ha annunciato un piano per espandere le vendite online e per creare nei negozi in centro città dove poter scegliere l'arredamento. L'azienda spera che le misure creino fino a 11.500 nuovi posti di lavoro in tutto il mondo entro il 2020.
Tuttavia, 7.500 dei 160.000 posti di lavoro attuali potrebbero essere tagliati, in particolare posizioni non specializzate all'interno dei 30 uffici nazionali dell'azienda. In termini netti, la società creerebbe 4.000 nuovi posti di lavoro.
 Sebbene la gente vada ancora nei negozi di mobili - i numeri sono ancora in crescita - il concetto probabilmente diventerà meno popolare in futuro e alla fine anche obsoleto. In Germania, le vendite online di Ikea sono cresciute più velocemente delle vendite al dettaglio. I ricavi globali di Ikea sono cresciuti del 4,7% a 34,8 miliardi di euro (39,7 trilioni di dollari) nell'anno fiscale 2018, conclusosi il 30 agosto.

mercoledì 21 novembre 2018

1 mld da taglio pensioni d'oro

La riforma delle pensioni annunciata dal governo potrebbe essere adottata per decreto legge. Ad annunciarlo all'Adnkronos, il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon che spiega: "Stiamo valutando anche l'ipotesi del decreto legge. L'alternativa è un emendamento alla manovra". Quanto alle novità in arrivo, Durigon conferma gran parte delle ipotesi circolate: da quota 100 con 38 anni di contributi e 62 di età, alla reintroduzione delle finestre d'uscita, passando per il contributo di solidarietà per le pensioni d'oro che dovrebbe portare poco più di un miliardo di euro nelle casse dello Stato in 5 anni.
QUOTA 100: potranno lasciare anticipatamente il lavoro le persone con almeno 38 anni di contributi e 62 di età. Sono reintrodotte le cosiddette finestre d'uscita nel numero di 4, una ogni tre mesi, il che significa che per uscire dal lavoro una volta raggiunto il requisito occorre aspettare la prima finestra utile. Viene comunque ipotizzato un meccanismo di finestra mobile di 3 mesi che fa in modo che dalla maturazione del requisito non si superano mai i tre mesi per andare in pensione.

DIPENDENTI PUBBLICI: per i dipendenti pubblici oltre al meccanismo delle finestre viene introdotto anche un preavviso di 6 mesi che servirà agli uffici per gestire eventuali richieste massicce che potrebbero mettere in difficoltà il funzionamento stesso della macchina amministrativa.
PENSIONI D'ORO: Per le pensioni cosiddette d'oro verrà introdotto un contributo di solidarietà per 5 anni accompagnato dal raffreddamento dell'indicizzazione. In particolare, il contributo di solidarietà dovrebbe portare poco più di un miliardo di euro nelle casse dello Stato in 5 anni e colpirà le pensioni di importo lordo superiore a 90.000 euro annui con scaglioni differenziati: per gli importi superiori a 90mila euro, ma inferiori a 130mila euro, il taglio sarebbe dell’8%, per salire al 12% per le pensioni fino a 200mila euro, al 14% per quelle fino a 350mila euro lordi annui, per poi passare al 16% per quelle fino a 500mila euro lordi annui, per arrivare al 20% se la pensione supera la soglia dei 500 mila euro lordi annui. I tagli non si applicherebbero a chi ha una pensione interamente calcolata con il metodo contributivo.
INDICIZZAZIONE: Dal raffreddamento dell'indicizzazione arriveranno invece circa 300 milioni l'anno. In pratica per le pensioni fino a 2.000 euro netti al mese ci sarà un aumento del recupero, mentre per quelle di importo superiore scatterà un progressivo raffreddamento della perequazione fino a un sostanziale azzeramento per le pensioni oltre i 5.000 euro netti.
APE SOCIAL: viene confermata per un anno dell'Ape social e l'opzione donna, due misure introdotte dal precedente governo per consentire l'uscita anticipata a determinate categorie.
ALITALIA: confermata la norma per consentire al personale di volo (piloti e assistenti) di Alitalia di uscire con 7 anni di anticipo. Per lasciare il lavoro saranno sufficienti 60 anni d'età anzichè 62.
INAIL: confermata anche l'ipotesi di ridurre i premi Inail per le imperse per un importo complessivo di 600 milioni

martedì 20 novembre 2018

Mezzo milione di italiani non ha i soldi per curarsi

Oltre mezzo milione di italiani non si sono potuti permettersi cure mediche e farmaci nel 2018, mentre circa 13,7 milioni di italiani hanno limitato le spese per visite e accertamenti. È quanto emerge dal Rapporto 2018 «Donare per curare: povertà sanitaria e donazione farmaci», realizzato dalla Fondazione Banco Farmaceutico onlus. Il Rapporto è stato presentato a Roma nella sede di Aifa, l'Agenzia italiana per il farmaco.
Nell'ultimo anno 539 mila poveri non hanno avuto i soldi per le cure di cui avevano bisogno. A causa di spese più urgenti, le famiglie povere riservano alla salute solo il 2,54% della propria spesa totale, contro il 4,49% delle famiglie non povere. In particolare, possono spendere solo 117 euro l'anno (11 euro in più rispetto all'anno precedente), mentre il resto delle persone può spendere 703 euro l'anno per curarsi (8 euro in più rispetto all'anno precedente). Per le famiglie indigenti, inoltre, la quota principale della spesa sanitaria è destinata ai medicinali: 12,30 euro mensili, pari al 54% del totale. Il resto delle famiglie destina ai farmaci solo il 40% della spesa sanitaria, perché investe maggiormente in prevenzione. È particolarmente significativa la spesa delle persone in stato di indigenza per i servizi odontoiatrici: 2,35 euro mensili, contro 24,83 euro del resto della popolazione.
La strategia del risparmio nelle spese sanitarie, che riguarda di fatto oltre 5 milioni di famiglie, si configura quindi, spiega il Rapporto, come «un vero e proprio comportamento di massa». Nel triennio 2014-16 la percentuale di italiani, non poveri, che ha limitato il numero di visite e accertamenti è passata dal 24 al 20%. Il dato, invece, è aumentato tra le famiglie povere, passando dal 43,4% al 44,6%. «Nonostante questa strategia di contenimento della spesa sanitaria a proprio carico - si legge nel Rapporto - i dati ufficiali indicano una progressiva divaricazione tra la spesa pubblica (in riduzione) e quella privata (in aumento). In particolare, la quota di spesa per assistenza farmaceutica non sostenuta dal Servizio Sanitario Nazionale e a carico totale delle famiglie sfiora il record storico, passando al 40,6% rispetto al 37,3% dell'anno precedente».
La crisi economica sta uccidendo? È la domanda che si sono posti i ricercatori a fronte dell'aumento dei decessi nel nostro Paese. «Dal più recente bilancio demografico diffuso dall'Istat, nel 2017 i morti, in Italia, sono stati 649 mila, 34 mila in più rispetto al 2016 - scrive il demografo Gian Carlo Blangiardo nel suo editoriale contenuto nel Rapporto - Nel 2015, i morti sono stati 50 mila in più rispetto al 2014. Nell'ultimo secolo, solo nel corso della Seconda guerra mondiale (1941-1944) e nel 1929 si registrano picchi analoghi. Il richiamo al 1929 evoca un legame tra malessere economico e debolezza del sistema socio-sanitario che, pur con tutte le varianti e le riletture indotte dai tempi moderni, può aiutarci a capire l'altalena della mortalità su cui rischia di adagiarsi la popolazione italiana».
«Sono davvero troppe le persone che non hanno un reddito sufficiente a permettersi il minimo indispensabile per sopravvivere - commenta Sergio Daniotti, presidente della Fondazione Banco Farmaceutico onlus -. I dati pubblicati quest'anno dimostrano che il fenomeno si è sostanzialmente consolidato nel tempo e che, prevedibilmente, non è destinato a diminuire sensibilmente nei prossimi anni. Siamo anche convinti che il nostro Paese è caratterizzato da una cultura del dono che si esprime in maniera particolarmente visibile durante la Giornata di Raccolta del Farmaco, quando centinaia di migliaia di cittadini donano un medicinale per chi è più sfortunato. La strada per cambiare le cose è che quella cultura si diffonda sempre più anche tra le istituzioni e le aziende farmaceutiche e che queste ultime inizino a contemplare la donazione non più come un'eccezione, ma come parte del proprio modello di sviluppo imprenditoriale destinato al bene di tutta la comunità»