giovedì 22 novembre 2018

Ikea verso i licenziamenti

La holding di Ikea Ingka ha annunciato piani di ristrutturazione a causa del calo delle vendite nei negozi e l'aumento delle vendite online. "Stiamo osservando che il settore delle vendite al dettaglio sta cambiando ad un ritmo come mai prima'', ha sottolineato Jesper Brodin, Ceo di Ingka. Ikea ha annunciato un piano per espandere le vendite online e per creare nei negozi in centro città dove poter scegliere l'arredamento. L'azienda spera che le misure creino fino a 11.500 nuovi posti di lavoro in tutto il mondo entro il 2020.
Tuttavia, 7.500 dei 160.000 posti di lavoro attuali potrebbero essere tagliati, in particolare posizioni non specializzate all'interno dei 30 uffici nazionali dell'azienda. In termini netti, la società creerebbe 4.000 nuovi posti di lavoro.
 Sebbene la gente vada ancora nei negozi di mobili - i numeri sono ancora in crescita - il concetto probabilmente diventerà meno popolare in futuro e alla fine anche obsoleto. In Germania, le vendite online di Ikea sono cresciute più velocemente delle vendite al dettaglio. I ricavi globali di Ikea sono cresciuti del 4,7% a 34,8 miliardi di euro (39,7 trilioni di dollari) nell'anno fiscale 2018, conclusosi il 30 agosto.

mercoledì 21 novembre 2018

1 mld da taglio pensioni d'oro

La riforma delle pensioni annunciata dal governo potrebbe essere adottata per decreto legge. Ad annunciarlo all'Adnkronos, il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon che spiega: "Stiamo valutando anche l'ipotesi del decreto legge. L'alternativa è un emendamento alla manovra". Quanto alle novità in arrivo, Durigon conferma gran parte delle ipotesi circolate: da quota 100 con 38 anni di contributi e 62 di età, alla reintroduzione delle finestre d'uscita, passando per il contributo di solidarietà per le pensioni d'oro che dovrebbe portare poco più di un miliardo di euro nelle casse dello Stato in 5 anni.
QUOTA 100: potranno lasciare anticipatamente il lavoro le persone con almeno 38 anni di contributi e 62 di età. Sono reintrodotte le cosiddette finestre d'uscita nel numero di 4, una ogni tre mesi, il che significa che per uscire dal lavoro una volta raggiunto il requisito occorre aspettare la prima finestra utile. Viene comunque ipotizzato un meccanismo di finestra mobile di 3 mesi che fa in modo che dalla maturazione del requisito non si superano mai i tre mesi per andare in pensione.

DIPENDENTI PUBBLICI: per i dipendenti pubblici oltre al meccanismo delle finestre viene introdotto anche un preavviso di 6 mesi che servirà agli uffici per gestire eventuali richieste massicce che potrebbero mettere in difficoltà il funzionamento stesso della macchina amministrativa.
PENSIONI D'ORO: Per le pensioni cosiddette d'oro verrà introdotto un contributo di solidarietà per 5 anni accompagnato dal raffreddamento dell'indicizzazione. In particolare, il contributo di solidarietà dovrebbe portare poco più di un miliardo di euro nelle casse dello Stato in 5 anni e colpirà le pensioni di importo lordo superiore a 90.000 euro annui con scaglioni differenziati: per gli importi superiori a 90mila euro, ma inferiori a 130mila euro, il taglio sarebbe dell’8%, per salire al 12% per le pensioni fino a 200mila euro, al 14% per quelle fino a 350mila euro lordi annui, per poi passare al 16% per quelle fino a 500mila euro lordi annui, per arrivare al 20% se la pensione supera la soglia dei 500 mila euro lordi annui. I tagli non si applicherebbero a chi ha una pensione interamente calcolata con il metodo contributivo.
INDICIZZAZIONE: Dal raffreddamento dell'indicizzazione arriveranno invece circa 300 milioni l'anno. In pratica per le pensioni fino a 2.000 euro netti al mese ci sarà un aumento del recupero, mentre per quelle di importo superiore scatterà un progressivo raffreddamento della perequazione fino a un sostanziale azzeramento per le pensioni oltre i 5.000 euro netti.
APE SOCIAL: viene confermata per un anno dell'Ape social e l'opzione donna, due misure introdotte dal precedente governo per consentire l'uscita anticipata a determinate categorie.
ALITALIA: confermata la norma per consentire al personale di volo (piloti e assistenti) di Alitalia di uscire con 7 anni di anticipo. Per lasciare il lavoro saranno sufficienti 60 anni d'età anzichè 62.
INAIL: confermata anche l'ipotesi di ridurre i premi Inail per le imperse per un importo complessivo di 600 milioni

martedì 20 novembre 2018

Mezzo milione di italiani non ha i soldi per curarsi

Oltre mezzo milione di italiani non si sono potuti permettersi cure mediche e farmaci nel 2018, mentre circa 13,7 milioni di italiani hanno limitato le spese per visite e accertamenti. È quanto emerge dal Rapporto 2018 «Donare per curare: povertà sanitaria e donazione farmaci», realizzato dalla Fondazione Banco Farmaceutico onlus. Il Rapporto è stato presentato a Roma nella sede di Aifa, l'Agenzia italiana per il farmaco.
Nell'ultimo anno 539 mila poveri non hanno avuto i soldi per le cure di cui avevano bisogno. A causa di spese più urgenti, le famiglie povere riservano alla salute solo il 2,54% della propria spesa totale, contro il 4,49% delle famiglie non povere. In particolare, possono spendere solo 117 euro l'anno (11 euro in più rispetto all'anno precedente), mentre il resto delle persone può spendere 703 euro l'anno per curarsi (8 euro in più rispetto all'anno precedente). Per le famiglie indigenti, inoltre, la quota principale della spesa sanitaria è destinata ai medicinali: 12,30 euro mensili, pari al 54% del totale. Il resto delle famiglie destina ai farmaci solo il 40% della spesa sanitaria, perché investe maggiormente in prevenzione. È particolarmente significativa la spesa delle persone in stato di indigenza per i servizi odontoiatrici: 2,35 euro mensili, contro 24,83 euro del resto della popolazione.
La strategia del risparmio nelle spese sanitarie, che riguarda di fatto oltre 5 milioni di famiglie, si configura quindi, spiega il Rapporto, come «un vero e proprio comportamento di massa». Nel triennio 2014-16 la percentuale di italiani, non poveri, che ha limitato il numero di visite e accertamenti è passata dal 24 al 20%. Il dato, invece, è aumentato tra le famiglie povere, passando dal 43,4% al 44,6%. «Nonostante questa strategia di contenimento della spesa sanitaria a proprio carico - si legge nel Rapporto - i dati ufficiali indicano una progressiva divaricazione tra la spesa pubblica (in riduzione) e quella privata (in aumento). In particolare, la quota di spesa per assistenza farmaceutica non sostenuta dal Servizio Sanitario Nazionale e a carico totale delle famiglie sfiora il record storico, passando al 40,6% rispetto al 37,3% dell'anno precedente».
La crisi economica sta uccidendo? È la domanda che si sono posti i ricercatori a fronte dell'aumento dei decessi nel nostro Paese. «Dal più recente bilancio demografico diffuso dall'Istat, nel 2017 i morti, in Italia, sono stati 649 mila, 34 mila in più rispetto al 2016 - scrive il demografo Gian Carlo Blangiardo nel suo editoriale contenuto nel Rapporto - Nel 2015, i morti sono stati 50 mila in più rispetto al 2014. Nell'ultimo secolo, solo nel corso della Seconda guerra mondiale (1941-1944) e nel 1929 si registrano picchi analoghi. Il richiamo al 1929 evoca un legame tra malessere economico e debolezza del sistema socio-sanitario che, pur con tutte le varianti e le riletture indotte dai tempi moderni, può aiutarci a capire l'altalena della mortalità su cui rischia di adagiarsi la popolazione italiana».
«Sono davvero troppe le persone che non hanno un reddito sufficiente a permettersi il minimo indispensabile per sopravvivere - commenta Sergio Daniotti, presidente della Fondazione Banco Farmaceutico onlus -. I dati pubblicati quest'anno dimostrano che il fenomeno si è sostanzialmente consolidato nel tempo e che, prevedibilmente, non è destinato a diminuire sensibilmente nei prossimi anni. Siamo anche convinti che il nostro Paese è caratterizzato da una cultura del dono che si esprime in maniera particolarmente visibile durante la Giornata di Raccolta del Farmaco, quando centinaia di migliaia di cittadini donano un medicinale per chi è più sfortunato. La strada per cambiare le cose è che quella cultura si diffonda sempre più anche tra le istituzioni e le aziende farmaceutiche e che queste ultime inizino a contemplare la donazione non più come un'eccezione, ma come parte del proprio modello di sviluppo imprenditoriale destinato al bene di tutta la comunità»

lunedì 19 novembre 2018

Francia. “La collera dei dimenticati

Le Monde racconta che per ore hanno giocato a gatto e topo con la polizia. Ma alla fine le centinaia di “giubbotti gialli” arrivati e mobilitati a Parigi non sono riusciti a raggiungere l’Eliseo e le finestre di Emmanuel Macron, Di fronte a queste proteste contro l’aumento del prezzo della benzina (soprattutto con aumenti delle accise decise dal governo), dalle autorità non sono arrivate le risposte attese dai giubbotti gialli. Il governo infatti ha confermato, per bocca del ministro alla Transizione Ecologica, quello che definisce la sua “politica fiscale ed ecologica”, quindi l’aumento della benzina ci sarà.
Una dichiarazione che certo appare come benzina sul fuoco. E i giubbotti gialli hanno deciso di proseguire con i blocchi stradali in tutta la Francia. Il media indipendente Mediapart definisce quanto sta accadendo come la “collera dei dimenticati” e lo definisce come un movimento destrutturato e proteiforme che ormai sta superando la sola protesta contro l’aumento delle tasse sui carburanti.

La “lista delle doglianze” infatti è diventata assai più ampia:  le tasse sui carburanti, i prezzi elevati del gas, le limitazioni di velocità a 80 km / h, le pensioni tagliate, la perdita del potere d’acquisto, i ricchi sempre più ricchi e l’aumento dei poveri hanno fatto scendere la gente in piazza per strada in strada. Il Ministero degli Interni parla di 283.000 dimostranti sparsi in oltre 2 000 raduni e blocchi stradali.
Una cifra inferiore a quella annunciato da chi protesta che parlano di almeno un milione di persone in tutto il paese. “È in corso un enorme momento di autoorganizzazione popolare. La gente ha già superato gli ostacoli della diversione e della deterrenza. Scoprirà l’ostinazione del potere ” ha affermato il leader della France Insoumise,
Jean Luc Melenchon, contestando i numeri riduttivi sulle proteste diffuse dal governo.


Ma da chi sono composte queste manifestazioni di protesta? Giovani, anziani, madri, contadini, impiegati, artigiani, disoccupati, molti di loro non certo abituati a manifestare.
Le Monde cita il caso di Johnny Herter, 25 anni che vive in una piccola città vicino ad Angers. Presto sarà papà per la quarta volta. Ha fatto molti lavori in fabbrica e nel commercio ma in questo momento è disoccupato e “non ce la fa più”. Questa è la sua prima azione militante e per l’occasione è venuto insieme con i suoi cugini e amici. “Sentivo che con i “giubbotti gialli”  avremmo finalmente messo le cose in movimento. Ha funzionato bene nel maggio 1968, quindi perché non ora? “

venerdì 16 novembre 2018

Un mondo senza uccisioni del(l’Impero) USA?

Ovviamente, non siamo ancora a quel punto. E può volerci un altro po’: c’è molta resilienza in quella costruzione, e negli USA stessi.
Ma alcuni segni sono inequivocabili. Gli USA stanno come ritirandosi dal mondo – dall’Asia orientale, dall’Afghanistan, e da alcune parti dell’Asia occidentale – il “Medio Oriente” per come visto da Londra – e piantando le tende in Nord America; in quello che in questa rubrica si è per decenni chiamato MEXUSCAN, un acronimo neutro dei tre paesi da sud a nord.
Però Washington lo chiama UMC, ossia USA-Messico-Canada con sé per prima (ovviamente), poi seguono il Messico latino e il Canada anglico.  Non proprio a caso, “UMC” sta anche per US Marine Corps, il cui capo se n’è deliziato.
A parte questo, comunque: dal considerarsi in cima al mondo al vedersi in cima al solo Nord America c’è pur sempre una “contrazione” non da poco. Anche se gli USA si ritirano concentrandosi sul Nord America con la loro ben nota massima “nessuno sopra, nessuno neppure al fianco” intatta. Quindi incontestata America per Prima, ma fra 3 non più 193 stati. Contrazione, appunto.
Ciò che resta qua e là per il mondo è una certa formazione di forze locali presumibilmente disposte a combattere guerre USA, senza partecipazione di sue truppe. E “consiglieri” e “formatori”– non proprio la stessa cosa. E un’enorme quantità di materiale, armi e piattaforme; pronta ad accedere a un mercato degli armamenti più fiorente che mai.
Beh, unità USA ad alta mobilità avranno ancora per qualche tempo impatto come pura potenza d’intervento, e sua minaccia. E, seppure non più in gestione militare e politica del mondo intero ma di una sua modesta fetta, non hanno concorrente mondiale alla propria cultura in quanto cultura mondiale. Se la leadership USA fosse stata più culturale e meno militare-economica-politica, avrebbero celebrato di più la loro diffusione culturale globale e deplorato meno i propri deficit militari-economici-politici.
I circa 248 interventi militari USA da quello di Thomas Jefferson in Libia nel 1801 vengono giustificati negli USA in quanto procurano agli affari USA una portata globale nell’accesso a risorse e mercati. Il Messico e il Canada stanno ora provando che cosa questo comporti con il concentrarsi su di sé e qualche neo-associato NAFTA di molta dell’enorme potenza USA.
Tuttavia, c’è una valida alternativa aperta per Washington: gli USA stessi; come pure il Canada con enormi spazi aperti da colonizzare e sviluppare. Il nuovo limite dopo il ritiro dal mondo come insieme e la nuova attenzione al Nord America è il cielo ove si tratti di livello materiale di vita. Però, molti cittadini USA, forse i più, sembrano credere a un mantra chiave dei nostri tempi: “così davvero basta”.
Non chiamare solo uno dei 35 stati del continente “America”, e i suoi cittadini “Americani”: seppur ben informato, Thomas Friedman ha difficultà a venirne fuori.  “USiani” sarebbe giusto ma brutto, quindi: “cittadini US”.  Non d’America, bensì in America.
Con tutto ciò non si vuol negare che qualcuno dei ca. 248 interventi militari US possa aver fatto qualcosa di buono, ma negare che gli US fossero, siano e restino indispensabili nel farlo. L’ONU, un frutto di elaborazioni mentali US in buona parte, ormai quasi adulto col proprio cervello in un’Assemblea Generale con un voto per stato, potrebbe, può e potrà svolgere meglio i compiti indicati ai capitoli 6 e 7 senza una concorrenza US non richiesta – alla quale si è invece finora spesso ceduto.
In breve, anche se in future possono esserci casi malsani in cui un rapido intervento alquanto unilaterale US potrebbe aver funzionato meglio di quanto possa combinare l’Assemblea Generale ONU, l’affidarsi a 1 dei 193 stati è di per sé sintomo patologico: si chiama mon-archia; dittatura.
Inoltre, che liberazione per gli US condividere con altri la responsabilità della “stabilità” come la chiamano loro, anziché reggerla da soli! Ci saranno errori in futuro, come al presente e in passato, ma l’Assemblea Generale ONU è il posto dove discernere tali faccende, non Washington DC.
Un mondo senza uccisioni US sarebbe un grosso contributo a una pace negativa, al “mondo non omicida” di Glenn Paige; il suo paese, con o senza pena di morte, che smette di uccidere ovunque capiti. Sta arrivando. E in quanto a US e una pace positiva? Potrebbero meno uccisioni US contribuire anche a quello?  Anche ciò è in arrivo, come mutamento della mentalità US.
Recentemente si rilevano vari segni in tale direzione, come espressione del fatto che Washington ora veda i limiti alla “politica con mezzi militari”. Ci sono suggerimenti dalla Casa Bianca tipo “far questo, far quello, per una pace con mezzi pacifici”, da accogliere tutti. Sarebbe però ingenuo supporre che l’opzione militare non sia ancora sul tavolo US – Washington assicura ancor sempre al mondo che lo è.
Se quest’analisi è più o meno corretta, la pace è in procinto di avere un vettore piuttosto importante: gli US, con enormi risorse di pensiero, parola e azione. Il che influirà su altri, che saranno indotti ad accordare i propri strumenti ai temi della pace. Nel nostro mondo attuale multi-polare di coesistenza pacifica passiva, USA e Israele sono i due restanti stati belligeranti. Cambiando gli US cambierà pure Israele, da stato espansionista e colonialista in terre altrui “dal [Nilo] (in Africa) all’Eufrate”, a stato membro di una Comunità West-Asiatica, una WAC. Gli US nel NAFTA, Israele nella WAC, tutt’e due per la pace —.
Fra gli altri pezzi grossi mondiali, si può sostenere che la UE sia già su questa linea, e così il  Commonwealth. E l’Unione Africana; e l’ELAC; e soprattutto la Shanghai Cooperation Organization (SCO) dal 2002, con l’India e il Pakistan una buona metà dell’umanità.
Può però la Cina recedere dalla sua attuale gara degli armamenti alla sua precedente strategia di pace Win-Win? Certamente, in effetti è già a tal punto, ma adesso con un sovrastrato molto convenzionale di gara per gli armamenti interstatale.
Con gli US che diventano un campione di pace, come in questo saggio non solo si spera ma si asserisce, gli US restano un faro per il mondo. Con luce verde, non più rossa.

giovedì 15 novembre 2018

Il fascino “sinistro” dell’austerità

Nei scorsi giorni è uscito – e ha stimolato un certo dibattito – un contributo sulla rivista Left (rivista che, se il principio nomen omen ha un senso, dovrebbe essere di sinistra), dal titolo evocativo: “Le politiche di spesa in deficit non sono rivoluzionarie. Sono di destra”. Lo scopo immediato di questo articolo traspare già dal titolo ed è un paradossale attacco, da destra, al terribile governo pentaleghista, camuffato in modo pericoloso nella sua etichettatura formale da critica da sinistra.
Proviamo a sintetizzare il ragionamento e seguire i diversi salti logici di cui è intessuto. L’autore riconosce, francamente, che l’architettura istituzionale europea, nella sua attuale configurazione – la quale, è bene ricordarlo, è l’unica configurazione esistente, reale – ha di fatto sottratto ai paesi membri la possibilità di fare politica fiscale, paesi membri che, quindi, sono stati scientemente privati dello strumento principe per contrastare recessioni e disoccupazione. A questa presa di consapevolezza segue un periodo apodittico, secondo il quale “Non c’è nulla di sinistra e di rivoluzionario nel fare politiche di spesa in deficit: oggi, in Europa, la creazione di debito a livello nazionale è, per forza di cose, una politica sovranista, una politica antieuropea”. L’argomentazione è confusa ma, secondo l’autore, non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Il dato politico è, però, chiaro. Contro ogni evidenza, si riconosce al Governo la volontà di effettuare politiche espansive, di contrasto all’austerità. Nonostante questo sia patentemente falso, Left ci spiega che qui risiede il problema. Ribellarsi all’austerità – cosa che il Governo, è bene ribadire, non fa neanche minimamente – è sbagliato. Da qui l’attribuzione dell’etichetta di sovranista, la quale, pare di intendere, si applicherebbe anche ad un eventuale governo di sinistra seriamente intenzionato a riappropriarsi della propria sovranità economica.
A scanso di equivoci, è bene ricordare che l’attuale manovra del governo pentaleghista, al di là delle chiacchiere, non rompe con l’Europa sul fronte dell’austerità. È, infatti, completamente incentrata sulla sottrazione di risorse dall’economia mediante avanzo primario. Nel pezzo, tuttavia, si compie un capolavoro: da un lato non si menziona che anche questa manovra governativa è perfettamente nel solco di quelle che la hanno preceduta, l’ennesima esclusivamente nel segno dell’austerità. Dall’altro si ricorre ad una critica basata sulla forza redentrice dello spread, una posizione pericolosa tanto quanto quella dell’appoggio incondizionato a questo governo.
Con un ulteriore salto, l’articolo passa a discutere di quale sia il livello istituzionale al quale è giusto e necessario combattere le battaglie politiche in questione. L’unico livello di lotta politica oggi sensato, ci dice l’autore, è quello sovranazionale/europeo. A questo si fa subito seguire un classico non sequitur, piuttosto abusato nel dibattito a sinistra ma mai detto espressamente: dato che la battaglia è comune a tutti i lavoratori europei, allora questa battaglia va condotta dentro le istituzioni europee e dentro le regole stabilite dalle istituzioni europee stesse. Non sembra importare che queste regole abbiano, per costruzione, lo scopo di costruire una gabbia che impedisca ai Governi dei paesi membri ogni possibile tentativo di effettuare politiche espansive. Apparentemente, è più facile vagheggiare della necessità di una politica fiscale comune a tutti i paesi. Politica fiscale che, per qualche ragione, dovrebbe invertire la rotta che l’Unione Europea ha seguito dalla sua costituzione, fatta di austerità e tagli a spesa pubblica e stato sociale. Non sembra neanche importare, all’autore e a chi si fa portatore di queste istanze, l’implicazione più immediata. Seguendo questa linea di ragionamento, fino a che non si riuscirà a coordinare a livello europeo una fantasiosa politica comune fatta di copiosi investimenti pubblici, c’è una sola opzione sul tavolo: l’immobilità totale, nonostante disoccupazione galoppante e crollo del potere d’acquisto delle classi popolari. L’autore, e chi come lui, si dimentica anche di esplorare uno scenario tremendamente plausibile: nel caso non così remoto che i rapporti di forza a livello europeo non conducano a nessun cambiamento sostanziale negli orientamenti di politica economica, che compiti ha la sinistra di classe? A questo punto sarebbe legittimo interrogarsi su un’alternativa di rottura o si sarebbe ancora a rischio di scomunica sovranista?
La gabbia sovranazionale che attanaglia gli Stati membri dell’Eurozona è proprio quella che impone la matrice di totale austerità che, a parole, tanto preoccupa l’autore dell’articolo, e che permette a governi come il nostro di passare per (finti) rivoluzionari, a fronte di politiche che sono di destra in quanto basate su austerità e misure socialmente pericolose. Combattere per rompere questa gabbia, un’attività che non interessa neanche minimamente la compagine governativa, è univocamente di sinistra, invece. Da un lato, permette di sgomberare il campo da un equivoco di fondo: i gialloverdi, ed i loro amici europei dell’internazionale fascio-sovranista, sono perfettamente a loro agio dentro il perimetro della compatibilità europea. Dall’altro, permette la riappropriazione di uno spazio politico contendibile per il mondo del lavoro (italiano, spagnolo, greco, tedesco…europeo) ed in generale delle classi subalterne, nel quale lottare per l’attuazione di politiche economiche emancipative senza la scure preventiva dei vincoli europei. Negare questo vuol dire condannarsi al non fare nulla e ad accettare, nei fatti, lo stato delle cose attuale. È bene tenerlo in mente, quando ci raccontano favole come quella uscita su Left.

mercoledì 14 novembre 2018

Il decreto Genova, le opere e le autorità di sorveglianza

Avanza il decreto per la ricostruzione del Ponte Morandi e si aggravano le accuse della magistratura sulle responsabilità. Ancora in verifica Gronda e Terzo Valico e serviranno altri 43 decreti attuativi. Ma soprattutto serve un’idea di città resiliente e sostenibile per il futuro. A Genova e non solo lì.
A quasi tre mesi dal crollo del Ponte Morandi con i suoi 43 morti e centinaia di sfollati, la magistratura prosegue le sue indagini sulle cause e le responsabilità, mentre il Parlamento si è occupato a più riprese del disastro e della ricostruzione, con audizioni, mozioni ed infine con il decreto legge Genova (Dl 28 settembre 2018, n. 109), approvato alla Camera in prima lettura il 31 ottobre e ora all’esame del Senato. A smentita degli annunci iniziali del governo e di Autostrade per l’Italia, in cui tutto sarebbe stato svolto in modo rapido, si prosegue tra polemiche continue e aggiustamenti di tiro, sia per le divergenze dentro la maggioranza e sia per la complessità delle misure da realizzare, ampiamente sottovalutate nei primi annunci.
Riprova ne sia che a differenza degli applausi per il governo durante i funerali delle vittime, a fine settembre sfollati e genovesi hanno contestato il ministro Danilo Toninelli leggendo la prima stesura del decreto legge di aiuti, così come è avvenuto con il braccio di ferro sulla nomina del commissario straordinario per la ricostruzione che ha visto bruciare nomi già indicati per poi ricadere sul sindaco di Genova Marco Bucci. O ancora con le divergenze tra il governo Giuseppe Conte e il presidente della Regione Liguria sul ruolo di Aspi nella ricostruzione del ponte Morandi ed il ruolo della stessa Regione nella gestione dell’emergenza.
Estremamente pesanti le critiche del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone al testo del decreto legge Genova approvato in Consiglio dei ministri, in cui si consentiva la ricostruzione in deroga a tutte norme vigenti, incluse quelle antimafia, creando preoccupazione per le infiltrazioni e la corruzione che potrebbe essere alimentata dagli investimenti e movimenti terra dei lavori. Una misura che a seguito della segnalazione dell’Autorità Anticorruzione è stata parzialmente corretta dalle modifiche approvate in Parlamento.
Cosi come giova ricordare che il decreto legge Genova è diventato un decreto omnibus su cui sono state inserite vergognose misure per il condono edilizio ad Ischia, un altro condono per le zone terremotate del 2016 nel centro Italia e la possibilità di sversare nei campi fanghi ripieni di idrocarburi di cui è stato innalzato appositamente il limite.
La Commissione ispettiva istituita subito dopo la tragedia dal ministro Toninelli al Mit (ridimensionata per le dimissioni di alcuni esperti e responsabili di uffici pubblici che sono poi risultati coinvolti nelle indagini dalla magistratura) ha consegnato a fine settembre le sue conclusioni. “Il rischio di crollo del ponte Morandi a Genova era evidente già negli anni scorsi, e ancor più lo era nel progetto di retrofitting di Autostrade del 2017. Eppure il concessionario ha sottovalutato “l’inequivocabile segnale di allarme”, ha “minimizzato o celato” la gravità della situazione al ministero delle Infrastrutture, e “non ha adottato alcuna misura precauzionale a tutela dell’utenza”. È quanto si legge nelle nette conclusioni della relazione della commissione Mit, ovviamente contestata da Autostrade per l’Italia che le ha definite “mere ipotesi”.
L’indagine della magistratura prosegue e si aggravano le accuse
E’ dal 14 agosto che le indagini della magistratura di Genova vanno avanti senza sosta sulle cause e le responsabilità del crollo del Ponte Morandi, con 21 persone e 2 società – Aspi e Spea – iscritte nel registro degli indagati. Ma a fine ottobre le posizioni si sono aggravate perché più si approfondiscono le indagini, più i magistrati si sono convinti che Autostrade per l’Italia, la Spea (società di Aspi addetta a progettazione e monitoraggio della rete), il provveditorato alle Opere pubbliche della Liguria e il ministero delle Infrastrutture, avessero la percezione “dell’ammaloramento del ponte Morandi”: in pratica sapevano che fosse a rischio crollo, anche se ” ritenevano di poterlo evitare”. A seguito di queste indagini, la procura di Genova ha cambiato il capo di imputazione: non devono rispondere più solo di omicidio colposo, disastro colposo e attentato colposo alla sicurezza dei trasporti, ma di “colpa cosciente”. Si tratta di «un reato che contempla una aggravante», ha precisato il procuratore aggiunto Paolo D’Ovidio, infatti in caso di condanna gli imputati avrebbero l’aumento di pena di un terzo. Non resta che vedere gli sviluppi dell’inchiesta, molto complessa, sull’accertamento delle cause e delle responsabilità.
Il decreto legge Genova per la ricostruzione
È diventato un maxi decreto da 60 articoli il decreto legge “Genova”, anche detto “Urgenza” (DL 28 settembre 2018, n. 109) approvato dalla Camera in prima lettura il 31 ottobre 2018: ora il testo passa ora all’esame del Senato e deve essere convertito in legge entro il 27 novembre. Il provvedimento contiene le misure per la ricostruzione del Ponte Morandi crollato e quelle di indennizzo degli sfollati, dei cittadini e delle imprese di Genova danneggiate dal crollo. Il decreto stanzia complessivamente 630 milioni di euro, di cui 360 milioni per la ricostruzione del ponte e per le nuove case degli sfollati, oneri che secondo il testo dovrà comunque pagare Autostrade per l’Italia – e 270 milioni per minori tasse, zona franca urbana, e sostegni alle imprese. Il disegno di Legge di Bilancio 2019, appena arrivato in Parlamento, aggiunge poi altri 460 milioni di euro: 160 in due anni per indennizzi agli autotrasportatori, 100 in due anni ancora per la “Zona franca urbana”, 200 milioni per il piano di sviluppo portuale.
L’articolo 1 del decreto legge prevede la nomina, da parte del presidente del Consiglio, di un commissario straordinario per la ricostruzione del ponte Morandi e della viabilità connessa. Il 4 ottobre scorso il presidente Conte, dopo un lungo tira e molla delle forze politiche di governo, ha annunciato la nomina a commissario del sindaco di Genova Marco Bucci, ma il Dpcm non è ancora uscito in Gazzetta e serve un altro Dpcm per la costituzione della struttura di supporto al commissario.
L’articolo 1-bis, aggiunto con un emendamento alla Camera, stabilisce gli indennizzi per i proprietari di case da demolire, oggi sfollati, mentre l’articolo 1-ter stabilisce che il commissario debba individuare subito i tratti autostradali A7 e A10 funzionalmente connessi al viadotto Polcevera, che Autostrade per l’Italia deve immediatamente consegnare al commissario. Una sorta di revoca della concessione ad Aspi su questo tratto incriminato, in modo da consentire un rapido avvio della ricostruzione e limitare il contenzioso. La norma stabilisce che spetta ad Autostrade per l’Italia, non solo pagare la ricostruzione del ponte, ma anche pagare tutti gli indennizzi agli sfollati, per il trasloco e la nuova casa.
I poteri del commissario sono praticamente illimitati, con possibilità di deroga a ogni norma di legge extra penale, ma a seguito della segnalazione del presidente dell’Anac Raffaele Cantone, la Camera ho modificato il testo e ha stabilito che il commissario deve rispettare il codice antimafia (Dlgs 159/2011), con procedure però accelerate per il rilascio del certificato antimafia da parte delle prefetture da stabilire con decreto del ministro dell’Interno. Aspi dovrà pagare entro 30 giorni dalle richieste del commissario, e in caso di diniego quest’ultimo potrà chiedere anticipazioni a banche garantendo la restituzione con le coperture indicate in bilancio (360 milioni di euro).
Per l’affidamento degli appalti (demolizione, progettazione del nuovo ponte, lavori di ricostruzione), il commissario Bucci non potrà assegnare alcun incarico ad Autostrade o società controllate/collegate, ma ogni altra esclusione anche di altre concessionarie, è stata eliminata rispetto al testo iniziale.
Il decreto nulla dice rispetto alle modalità di affidamento, ma il commissario Bucci ha già precisato che farà gare semplificate, dai tempi stretti, a inviti: saranno invitate 5-10 imprese per ogni incarico, scegliendo le migliori sul mercato, e affidando la scelta a una commissione di tecnici esterni.
Ancora non è chiaro poi quale sarà il ruolo di Fincantieri, che in un primo tempo secondo diverse dichiarazioni del governo, sembrava dovesse essere il principale attore e gestore della ricostruzione del Ponte.
Altre misure del decreto su infrastrutture, sicurezza e regolazione
Il decreto legge contiene altre misure più generali ma sempre riferite alle infrastrutture, sicurezza e regolazione. Un articolo impone a tutte le concessionarie autostradali di avviare subito un’attività «di verifica e messa in sicurezza di tutte le infrastrutture viarie oggetto di atti convenzionali, con particolare riguardo ai ponti, viadotti e cavalcavia», da concludere entro 12 mesi.
Una novità inserita nel decreto – all’articolo 12 – è l’istituzione di una nuova Agenzia per la sicurezza ferroviaria e stradale/autostradale (ANSFISA). In sei mesi dovrà accorpare ANSF, l’attuale Agenzia per la sicurezza ferroviaria, con nuove figure e nuove competenze sulla rete stradale e ferroviaria, a cui sono destinati oneri per 22 milioni di euro all’anno. Avrà compiti di regolazione, ispezione e sanzioni sui gestori delle reti, ai fini della sicurezza.
Per rafforzare le capacità di vigilanza da parte del ministero delle Infrastrutture sullo stato delle opere pubbliche viene istituito il nuovo Archivio informatico nazionale delle opere pubbliche (AINOP), una banca dati alimentata dai soggetti gestori, aggiornata costantemente e con sperimentazione anche di sensori posti sulle infrastrutture e connessi in tempo reale. A questo scopi il decreto autorizza l’assunzione di 200 nuovi tecnici al Mit (ministero dei Trasporti), con oneri per 7,2 milioni di euro l’anno.
Sempre in materia di infrastrutture e regolazione, il decreto all’articolo 16 comma 1, rafforza i poteri dell’Autorità di regolazione dei trasporti (ART) sulle concessioni autostradali, estendendo il compito di verifica di tariffe e assetti regolatori anche alle vecchie concessioni (quelle esistenti al 28 dicembre 2011) e non solo a quelle nuove e future. Si tratta di una significativa estensione di poteri ma che già ha dato luogo a diverse interpretazioni sulle reali possibilità di ART di intervenire sulle concessioni e relative convenzioni in corso di validità (praticamente tutte e con scadenze assai lontane nel tempo).
Inoltre la stessa norma aggiunge il parere della stessa ART per la revisione degli atti convenzionali vigenti, per la revisione delle tariffe e al verifica sugli investimenti effettivamente realizzati. Atti che restano sempre di competenza del Mit e del Mef (ministero dell’economia) da emanare con decreto. Quindi, se da un lato si estendono le funzioni di ART – e questo è certamente positivo – siamo però ancora lontani dai poteri di una Autorità indipendente sulla regolazione delle concessioni autostradali.
Nel decreto – sempre all’articolo 16, ma comma 2 – si anticipano 192 milioni di euro (già presenti nel Bilancio 2018) a favore di Strade dei parchi Spa, concessionaria della autostrada Roma-L’Aquila-Teramo (gruppo Toto,) al fine di avviare subito le opere più urgenti di messa in sicurezza sismica dei viadotti della A24/A25. Anche in questo caso è lo Stato che deve intervenire per mettere in sicurezza una autostrada in regime di concessione privata, a conferma dei gravi limiti delle attuali convenzioni autostradali.
Nasce infine la cabina di regia «Strategia Italia», a Palazzo Chigi, per il monitoraggio e il rilancio dei programmi di investimento in opere pubbliche, in particolare quelli per dissesto idrogeologico, antisismica, bonifiche. Anche questa non è una novità perché anche i governi precedenti avevano varato misure analoghe di coordinamento e vigilanza sugli investimenti.
Un limite oggettivo del decreto legge per Genova, è che prevede la redazione e approvazione di 43 decreti attuativi, che allungheranno i tempi di attuazione di diverse misure previste dalla norma. C’è da augurarsi che i tempi siano rispettati per avviare rapidamente la ricostruzione e dare una soluzione reale alle famiglie sfollate.
Ancora assenti le proposte del Governo sulle nuove regole per le concessioni autostradali
Quello di cui invece non c’è decisamente traccia nei provvedimenti e nel confronto politico riguarda le proposte del governo sulle nuove regole per le concessioni autostradali, in cui riequilibrare il rapporto distorto tra interesse pubblico e interesse privato, come è emerso in modo chiaro dopo il disastro di Genova, quando sono stati resi finalmente noti gli atti convenzionali di tutte le concessionarie autostradali, a fine agosto.
Ma su  tutto questo per ora il governo tace, nonostante le pesanti accuse del vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio al sistema delle concessioni autostradali ed ai governi precedenti di destra e di sinistra per aver assicurato un sistema sbilanciato verso i profitti privati a scapito dell’interesse pubblico, degli investimenti e della manutenzione della rete. Questo silenzio non sorprende perché è nota la distanza tra il movimento Cinquestelle ed il partito della Lega, assai contiguo nelle regioni del Nord al sistema delle concessioni autostradali.
Anche dal fronte della procedura di revoca avviata dal governo e dal Mit con la contestazione della concessione ad ASPI per le inadempienza, non ci sono novità: ASPI ha consegnato le sue controdeduzioni e ora sono in corso le valutazioni da parte del governo e del Mit. Anche in questo caso c’è da immaginare che i tempi di decisione non saranno brevi.
In corso è anche la verifica sulle grandi opere come Terzo Valico e Gronda autostradale di Genova. Ma serve una idea di città del futuro.
Nella nota di aggiornamento del documento di economia e finanza 2018 (NADEF), presentato dal governo a fine settembre e condiviso dal Parlamento, viene descritta l’importanza degli investimenti pubblici su cui “invertire la tendenza negativa in atto da molti anni e precipitata ulteriormente dall’inizio della crisi”, con l’obiettivo di raggiungere almeno il 3% di investimenti in rapporto al PIL. Quindi, la solita invocazione degli investimenti come volano dell’economia e dell’occupazione a cui ci hanno abituato da sempre governi di destra e di sinistra degli ultimi 30 anni.
Ma questa invocazione viene mitigata nello stesso documento NADEF quando il governo in modo opportuno “ribadisce la sua intenzione di portare a compimento gli investimenti strategici seguendo standard rigorosi di efficienza e, a questo scopo, intende sottoporre ad una analisi costi-benefici e ad un attento monitoraggio le grandi opere in corso (i.e. la Gronda autostradale di Genova, la Pedemontana Lombarda, il Terzo Valico, il collegamento tra Brescia e Padova e la tratta Torino-Lione). Una verifica che sta svolgendo la Struttura Tecnica di Missione del Mit e che nei prossimi mesi darà conto dei primi risultati di questa verifica, incluse le due opere legate a Genova ed al suo territorio. Vedremo i risultati e quali saranno le decisioni che verranno assunte di conseguenza.
Il tema delle grandi opere è però estremamente divisivo nel governo, come dimostrano le polemiche costanti su ogni investimento. Il vice presidente Matteo Salvini ha già dichiarato più volte che la Lega era e resta favorevole alle grandi opere come la Gronda di Genova, e che le verifiche vanno bene purché si concludano con il via libera ai lavori. Anche in questo caso dunque lo scontro con il movimento Cinquestelle è solo rimandato.
Se da un alto la verifica sulle grandi opere in corsa è opportuna, dall’altro serve anche un’idea diversa di città, di mobilità sostenibile, di riqualificazione territoriale, di resilienza ai fenomeni estremi, di capacità di contrastare il dissesto idrogeologico, di cui Genova, come tutte le grandi città, ha un forte bisogno.
Sul tavolo è già arrivata la proposta dell’architetto Renzo Piano secondo cui l’area della Val Polcevera coinvolta nel crollo del Ponte Morandi, “è di grandissima importanza”, anche se “sostanzialmente periferica”. “Ho lavorato sempre sul tema delle periferie – ha aggiunto – un’area di trasformazione, industriale e ferroviaria, un’area di straordinaria importanza per la città, Genova non può pensare di crescere né verso mare né verso monte, quindi l’area dove passava il ponte ha un grande valore urbanistico”. L’obiettivo deve essere come trasformare le vecchie aree industriali in ‘città’, “urbanizzarle”.
Ecco un’idea di città su cui coinvolgere le forze vitali della cittadinanza attiva per guardare al futuro resiliente e sostenibile dell’area metropolitana di Genova.