martedì 30 ottobre 2018

Ora legale: ora anche l’Europa vuole disfarsene

Questa notte è tornato in vigore l’orario invernale, una prassi quella di spostare la lancetta di un’ora avanti nel periodo estivo e una indietro nel periodo invernale, che viene adottata dai primi del Novecento. Durante la Prima Guerra Mondiale infatti si cercò un sistema per il risparmio energetico, essendoci l’esigenza di ottimizzare al massimo delle risorse. Essenzialmente un’idea del mondo anglofono, fu il Regno Unito il primo ad adottarlo, gli altri paesi seguirono Londra per imitazione.
Nel corso del XX secolo la diffusione dell’ora legale è stata ampia, soprattutto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. Lo spostamento delle lancette è stato adottato da Russia, Cina, Argentina, India e naturalmente i paesi dell’Europa e del Nord America. In Europa da quando l’Unione comunitaria ha compiuto la sua costituzione con i suoi diversi trattati l’ora legale viene stabilita di comune accordo con tutti i paesi membri, che la adottano nello stesso periodo e alla stessa ora (si rispettano i diversi fusi orari).
Tuttavia il Daylight Saving Time è stato negli ultimi anni messi in discussione: discorsi di natura psicologica dovuti ai cicli del sonno e al posticipo troppo tardo dell’orario dell’alba, e di natura scientifica, legati a un reale valore di risparmio energetico della misura, hanno fatto dubitare della reale utilità dell’ora legale nel mondo contemporaneo, soprattutto a partire dal XXI secolo. La Russia vi ha rinunciato 7 anni fa, la Cina ha smesso di adottarla già a partire dal 1991, l’Argentina ha smesso dal 2009, solo per fare alcuni esempi
Se per ora il fenomeno è da ascrivere al mondo extraeuropeo ed extra Nord America, cioè mezzo mondo, anche nell’Unione Europea nell’ultimo anno è nato un dibattito sull’ora legale: il Presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker ha annunciato qualche giorno fa che l’ora legale potrebbe essere abolita in futuro. In realtà le richieste sarebbero arrivate soprattutto dai paesi del Nord che d’estate sono sottoposti ad una durata del moto apparente solare molto lunga, accentuando certi fenomeni depressivi tipici nei paesi scandinavi. Per ora però il Parlamento Europeo avrebbe bocciato la richiesta, ma se ne parlerà in futuro ha garantito Juncker.
Se nel prossimo futuro l’Unione Europea dovesse rinunciare definitivamente all’ora legale resterebbe soltanto il continente nord americano ad adottare completamente il DST, ovvero circa un sesto della popolazione. Al di fuori del continente scoperto da Colombo resterebbero soltanto Libano, Israele-Palestina, Iran, Cile. Paesi come Brasile, Nuova Zelanda, Australia invece adottano il DST soltanto in alcuni territori.

lunedì 29 ottobre 2018

Dietro la disputa tra Bruxelles e Roma. Come può la UE rifiutare una manovra che rispetta i parametri di Maastricht?

La resa dei conti tra Roma e Bruxelles occupa da settimane i media europei e gli investitori. Il nuovo governo italiano, composto da partiti politici particolarmente ribelli, ha proposto un deficit di bilancio pari al 2,4 percento del PIL per il prossimo anno. Martedì la Commissione Europea ha dichiarato che questa cifra è troppo elevata e ha dato all’Italia tre settimane di tempo per proporre una revisione della bozza di bilancio. Tuttavia, il 2,4 percento è ben sotto il limite del 3 per cento stabilito dal Trattato di Maastricht. Perché Bruxelles impone a Roma un limite così stretto?

La risposta è che i burocrati dell’Unione Europea hanno cambiato il modo in cui valutano i bilanci degli stati membri, e la nuova formula è fortemente fuorviante.

La crisi dei debiti sovrani iniziata nel 2010 ha spinto Bruxelles a rivedere i criteri di Maastricht, in base all’idea che un limite fisso di deficit al 3 per cento e di debito al 60 per cento possa permettere un eccessivo margine di manovra durante i boom economici e uno troppo esiguo durante le recessioni. Dal 2011 la Commissione ha considerato invece il budget di bilancio “strutturale”, che esclude le voci “uniche” come le politiche per reagire ai disastri naturali e le cosiddette componenti cicliche del bilancio pubblico – questo include sia la tendenza all’aumento della spesa sociale durante le recessioni che gli aumenti del gettito fiscale durante i boom.

Bruxelles può allora stabilire obiettivi specifici per i singoli paesi e imporre piani che i governi nazionali sono tenuti a seguire. Per l’Italia, quest’anno la Commissione ha chiesto una riduzione della parte di deficit strutturale pari allo 0,6 percento del PIL. Il bilancio consegnato dal governo italiano riporta invece un aumento (anziché una riduzione) del deficit strutturale pari allo 0,8 percento del PIL. Questa differenza – “una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento”, come viene definita nel gergo degli eurocrati – è la fonte dell’attuale controversia.

Quello che la Commissione non vuole ammettere è che l’intero metodo poggia su congetture. Per calcolare il deficit “strutturale”, si deve prima definire quanta parte del deficit dipende da fattori ciclici. E per capire in che punto del ciclo economico si trovi un paese, nella pratica, è necessario stimare l’“output gap”, cioè la differenza tra il PIL effettivo e quello potenziale. Quest’ultimo è una stima del prodotto che un’economia potrebbe raggiungere in condizioni di piena occupazione, di pieno utilizzo dei capitali, ma senza provocare pressioni inflazionistiche. L’entità dell’output gap è una stima piuttosto importante nel momento in cui la Commissione stabilisce degli obiettivi fiscali.

La stima di questo output gap è la vera fonte della divergenza tra Roma e Bruxelles, e sono le stime di Bruxelles ad avere poco senso. La previsione fatta dalla Commissione prevede un output gap positivo dello 0,5 percento per il 2019. In altre parole, Bruxelles ritiene che l’Italia il prossimo anno avrà una produzione dello 0,5 percento più elevata rispetto a quanto possibile in una condizione di piena occupazione e pieno utilizzo dei capitali [ma senza pressioni inflazionistiche, NdT]. Pertanto, la Commissione ritiene che Roma oggi debba ridurre il deficit.

Tutto questo è ottimistico, per usare un eufemismo. Bruxelles ritiene che l’Italia produrrà al di sopra del suo potenziale, nonostante il suo tasso di disoccupazione sia a doppia cifra da anni. La stima fatta dalla Commissione su un output gap positivo dell’Italia il prossimo anno è quasi pari alla stessa stima fatta per la Germania (0,6 percento), ma la Germania sta avendo un tasso di crescita economica annuale attorno al 2 per cento e un tasso di disoccupazione inferiore al 4 per cento.

Roma ritiene che il PIL del prossimo anno sarà invece dell’1,2 percento inferiore (anziché superiore) alla sua produzione potenziale. Altri economisti ritengono che l’output gap sia addirittura più vicino a un valore negativo del 4 o 5 per cento.

Il problema sta nel metodo che la Commissione usa per stimare variabili cruciali per il calcolo dell’output gap, come la produttività e, soprattutto, il “tasso di disoccupazione a salari stabili” [“non accelerating wage rate of unemployment”], o NAWRU. Questo è il presunto tasso di disoccupazione di equilibrio, tale da non generare pressioni al rialzo sui salari. Maggiore è il divario tra il tasso di disoccupazione effettivo e il NAWRU, maggiore sarà l’output gap.

Bruxelles sta stimando una crescita economica potenziale quasi certamente troppo bassa, quando stima il suo NAWRU. La stima del NAWRU per l’Italia nel 2018 è di una disoccupazione al 9,9 percento, ovvero neanche l’1 per cento inferiore al tasso di disoccupazione effettivo – il che suggerirebbe che l’Italia non abbia alcuna speranza di ridurre il tasso di disoccupazione al di sotto di quel livello (comunque elevato) senza andare incontro a un significativo aumento di inflazione.

Roma usa stime diverse per calcolare l’output gap, più in linea con le caratteristiche particolari del mercato del lavoro italiano. Sebbene non abbia divulgato pubblicamente la sua stima del NAWRU, essa è probabilmente attorno all’8,5 percento. Bruxelles in passato ha ammesso che le stime fatte dall’Italia sul proprio output gap potrebbero essere più precise, il che sarebbe un buon argomento per concedere a Roma una maggiore flessibilità fiscale, anche sotto le regole di bilancio della stessa Commissione Europea.

La grande questione è che nessuno di questi modelli tiene adeguatamente conto della carenza di investimenti, dei ritardi nella produttività, e di un insieme di altri fattori che influenzano la salute economica complessiva dell’Italia, salute economica che a sua volta determina il gettito e il bilancio fiscale. Non è chiaro se il nuovo governo italiano abbia dei piani efficaci per migliorare tutti questi fattori, e se aumentare la spesa in recessione sarà davvero di aiuto. Ma è sicuro che la lotta che si prepara sul deficit di bilancio si riduce alla fine a una spettacolare disputa su modelli econometrici di dubbia esattezza.

venerdì 26 ottobre 2018

L’Istat sballa i dati statistici

Da un’editoriale dell’economista renziano Marco Fortis, apparso ieri su Il Sole 24 Ore, forse per celebrare gli anni del furbetto di Rignano, scopriamo che a settembre l’Istat ha rivisto al rialzo i dati della produzione manifatturiera italiana: +1% nel 2014, + 1,3% nel 2015, + 1,5% nel 2016 e + 1,8 nel 2017. In tutto fa un + 5,6% di produzione manifatturiera aggiuntiva rispetto alle stime iniziali, che porta la produzione in questo quadriennio a +10%.
Quindi la perdita della produzione manifatturiera italiana non è del 22% ma del 10%, contando la crescita di quest’anno. In più, la redditività operativa (+8,6%) è tornata ai livelli pre-crisi e le imprese hanno una patrimonializzazione fortemente aumentata, visto che in dieci anni l’incidenza del capitale proprio sul passivo è passata dal 29 al 40%.
Ricordiamo che Federmeccanica e Confidustria, durante le sessioni di rinnovi contrattuali delle varie categorie, tra cui quella dei metalmeccanici, avvertivano che la diminuzione della produzione rispetto ai livelli precrirsi era pari al 25%.
Era falso, come visto dalla revisione Istat. Ma nel frattempo sono state elargite miserie contrattuali. Il capitale italiano ha ripreso vigore solo ed unicamente grazie alla deflazione salariale a danno del mercato interno. Contano sulla domanda estera, ma fino a quando gli andrà bene?
In ogni caso sarebbe ora che chi contratta i rinnovi legga le carte ufficiali e non si faccia più abbindolare.

giovedì 25 ottobre 2018

Il narcotraffico, l'inquinamento criminale della nostra economia e di quella dell'UE

Dunque, “buone notizie” dalla “borsa del narcotraffico” per l’economia e il Pil del nostro Paese, stando a come vanno gli “affari” nel 2018. Se è vero – nessun motivo per dubitarne – come ha scritto la Commissione parlamentare Antimafia della passata legislatura nella sua relazione conclusiva (febbraio 2018) che “mediamente nel periodo 2005-2008 all’economia criminale è stato attribuito un valore pari al 10,9% del Pil, in ascesa nel 2008 al 12,6%” ed almeno un punto percentuale è da attribuire al commercio di stupefacenti, alla prostituzione e al contrabbando di tabacchi lavorati, alla fine di quest’anno il contributo alla ricchezza nazionale dovrebbe essere ancora maggiore rispetto all’arco temporale sopra indicato soprattutto grazie al narcotraffico che va a gonfie vele.
L’Istat, infatti, proprio in questi ultimissimi giorni ha valutato in circa lo 0,8% il valore aggiunto al Pil generato dalle attività criminali suddette (pari a circa 18 miliardi di euro, una stima prudente), ma i dati sono riferiti al 2016 e se si tiene nella dovuta considerazione i sequestri di stupefacenti da parte delle forze di polizia e delle dogane nel 2017, oltre 114tonnellate, il secondo record assoluto nei sequestri dopo quello del 2014 con oltre 154 ton, si deve ritenere un volume generale di affari e di ricchezza (mafiosa) ancor più notevoli. Un giro di affari che in ambito UE, tenuto conto dei prezzi degli stupefacenti rilevati nel 2017 in alcune piazze (Madrid, Parigi, Lisbona, Berlino, Londra, Amsterdan), oscillerebbe tra i 35 e i 38 miliardi di euro (anche in questo caso una stima prudente) ricavati dai quantitativi dei sequestri effettuati nei vari Paesi (cfr. Rapporto EMCDDA, Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, del giugno 2018). Cifre che aumentano considerando i sequestri di altre sostanze illecite tra cui Lsd (dietillamide dell’acido lisergico), Ghb (gammaidrossibutirrato), Gbl (gammabutirrolattone), ketamina, khat, catinoni e e cannabinoidi sintetici, nuove benzodiazepine. Un mercato illecito straordinariamente effervescente, dunque, con le grandi organizzazioni criminali, italiane ma anche gruppi strutturati stranieri, che lo regolano fin nei minimi dettagli lavorando strenuamente per far aumentare la domanda, con una fitta rete di spacciatori, organizzati in piccoli gruppi o singole persone, a volte insospettabili, che commerciano la merce in casa, nelle strade o recapitandola a domicilio. Merce che, a giudicare dagli ultimi dati statistici elaborati (12 ottobre scorso) con meticolosità dagli operatori interforze della DCSA, continua ad essere sempre particolarmente “voluminosa”.
Così, i circa 70mila chilogrammi di stupefacenti intercettati dall’inizio dell’anno al 30 settembre scorso (di cui oltre 41ton di hashish e 24 ton di marijuana) fanno ritenere che anche nel 2018 si supererà il tetto delle 100 tonnellate. Preoccupano (dovrebbero) non poco anche le voci circolanti in questi ultimi giorni di una possibile legalizzazione della cannabis (ipotesi che viene fatta di tanto in tanto, supportata, talvolta, anche da alcuni autorevoli magistrati) che significherebbe, con la tassazione che ne deriverebbe, un introito considerevole per le esangui casse dello Stato alla perenne ricerca di denaro per soddisfare le tante promesse fatte in campagna elettorale. La tutela della salute umana, per quei politici che pensano così di far cassa e mantenere il potere politico, passa in secondo piano. Inutile parlare di mercato parallelo a quello legale che si creerebbe inevitabilmente e che sarebbe sempre gestito dalla criminalità.
Altro denaro si ricaverebbe dalla legalizzazione del sesso a pagamento (fatturato annuo stimato dall’Istat in circa 400 milioni d euro) e anche su questo punto ci auguriamo che la classe politica dirigente faccia una profonda riflessione e non ceda ulteriormente alla suggestione di avere in ordine i conti nazionali legalizzando fenomeni criminali che vanno affrontati con leggi severe, un’ adeguata prevenzione (mai fatta seriamente, spesso rimasta sulla carta) e forze di polizia messe in condizioni di fronteggiare questi fenomeni.

mercoledì 24 ottobre 2018

LA BOCCIATURA DELLA MANOVRA

La Commissione europea ha formalizzato all’Italia la bocciatura del progetto di Bilancio sul 2019, alla luce del fatto che quello attuale “non rispetta né le raccomandazioni del Consiglio europeo, né gli stessi impegni presi dall’Italia”. Ha consentito tre settimane di tempo per rimetterla in discussione e ripresentarla a Bruxelles, ancora prima che al Parlamento italiano.
“Il Governo italiano – ha dichiarato il “kommissar” Dombrovskis – sta apertamente e coscientemente andando contro gli impegni presi verso se stesso e verso gli altri Stati membri”. A maggio scorso, la Commissione Ue aveva concluso di non aprire la procedura per debito “soprattutto perché l’Italia era sostanzialmente in linea con le regole”, ma “i piani attuali sono un cambiamento materiale che potrebbe richiedere una rivalutazione” di tutto. “La palla è ora nel campo del Governo italiano, abbiamo tre settimane per un dialogo intenso che affrontiamo in modo costruttivo”. Ma il rinvio di tre settimane del redde rationem tra governo e Commissione europea non deve trarre in inganno. Il kommissar Dombrovskis ha infatti aggiunto che: “Violare le regole può sembrare una tentazione a primo sguardo, può dare l’illusione di sfuggirvi senza conseguenze” così come può tentare “curare il debito con più debito”, ma “a un certo punto il debito si avvicina al punto in cui diventa troppo pesante e si finisce per non avere più libertà del tutto. Ci è stato affidato il compito da tutti gli stati membri di mantenere gli impegni comuni”, è “nostro dovere”, perché “la fiducia è cruciale”.
Sul contenzioso tra Italia e Commissione europea è intervenuto anche il commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici, prima lisciando il pelo al ministro dell’economia Giovanni definito come  “un interlocutore credibile e legittimo”, ma subito dopo affidandogli lo spiacevole compito di riportare in riga il governo:  “Speriamo  – ha detto Moscovici – che sia capace di convincere il governo italiano della necessità” che la manovra italiana sia “compatibile” con le regole Ue e “gli impegni comuni presi”.   Inutile dire che il famigerato spread tra Btp e Bund è tornato sopra quota 300, fino a 320 per poi riscendere a  311, dopo la notizia della bocciatura da parte della Commissione europea alla manovra di bilancio dell’Italia.
Il governo “a tre” si trova adesso di fronte agli stessi problemi con cui ha dovuto fare i conti il governo di Tsipras in Grecia. E come esso dovrà scegliere se chinare la testa, cercare un compromesso al ribasso o tenere duro. Si accettano scommesse.

martedì 23 ottobre 2018

L’Italia rompe gli indugi sulla Cina

Per molti anni l’approccio politico dell’Italia verso la Cina è stato aperto, ma scettico, spesso ambiguo. Oggi sta cambiando radicalmente. Permettetemi di riassumere i punti principali di questa possibile transizione. L’Italia non ha riconosciuto lo status di economia di mercato alla Cina nel 2016 ed è stata in prima linea nelle crescenti critiche dell’UE legate agli investimenti esteri cinesi, sostenendo la necessità di definire un regolamento per il loro controllo. Ciononostante, l’Italia ha sempre riconosciuto l’importanza dello sviluppo cinese e ha mostrato un enorme interesse per la Belt and Road Initiative (BRI).
Negli ultimi anni, l’Italia è diventata una delle principali destinazioni degli investimenti cinesi in Europa. Ad esempio, Cassa Depositi e Prestiti (CDP), la banca italiana di sviluppo, ha già costituito sinergie di successo con la Cina. Nel 2014, la State Grid of China ha acquistato il 35% di CDP RETI, che controlla le principali società italiane (Terna e Snam) nel settore della trasmissione di energia. Nello stesso anno, Shanghai Electric Corporation e Ansaldo Energia hanno firmato due accordi di joint venture. Nel 2017, in occasione della visita di una delegazione governativa italiana a Pechino, CDP e China Development Bank hanno concordato di creare un nuovo strumento da € 100 milioni che investirà nel capitale delle piccole e medie imprese italiane e cinesi. Questi sono solo alcuni esempi importanti del dinamismo degli investimenti cinesi negli ultimi anni. Non tutti gli accordi sono stati considerati economicamente sostenibili, ma nel complesso l’Italia ha guadagnato da questi flussi di capitali.
Il problema è che fino a pochi mesi fa il paese non ha elaborato un piano o una strategia coerente. Questo è il motivo principale per cui Michele Geraci, il nuovo sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico con vasta conoscenza sulla Cina e sull’economia internazionale, ha recentemente affermato: “siamo molto diversi dal precedente governo sulla Cina, e stiamo cercando di non ignorare la Cina come è stato fatto in passato”. Il punto fondamentale risiede nella mancanza di una strategia nazionale, a lungo termine, per la Cina. Non è possibile trarre il massimo vantaggio da questa relazione se non c’è un lavoro istituzionale costante per affrontare il potenziale della BRI, oppure per negoziare accordi di investimento e commerciali, senza definire priorità nazionali e così via. Ad esempio, l’attuale governo sarà più cauto nei confronti dei tentativi dell’UE di controllare gli investimenti dalla Cina (o altri paesi extra-Ue), dopo anni di critiche verso importanti acquisizioni cinesi di asset europei. Il governo ritiene che potremmo ottenere maggiori benefici da un approccio sistemico verso la Cina e i suoi progetti internazionali. Le nostre esportazioni verso la Cina stanno crescendo, anche perché le importazioni cinesi sono in un trend positivo che durerà a lungo. Dovremmo firmare accordi per penetrare ulteriormente i mercati di consumo cinesi, che sono in forte espansione.
Francia, Germania e Regno Unito sono progredite bene negli ultimi 20 anni, ma l’Italia è rimasta indietro. Potremmo fare molto meglio. In effetti, il nuovo governo si sta muovendo velocemente. In poche settimane, abbiamo avuto molte visite ufficiali di alto livello e i leader del nuovo governo italiano sono entrambi sulla stessa pagina per ciò che concerne l’interesse strategico nazionale verso la Cina. L’Italia ha il diritto e il potenziale per sfruttare meglio la sua posizione geografica nella BRI e offrire molti canali di cooperazione.
Per questi motivi, il Ministero dello Sviluppo Economico italiano ha istituito una task force sulla Cina con rappresentanti delle comunità nazionali economiche, culturali, finanziarie e politiche di entrambi i paesi. L’obiettivo è quello di indagare su ciascun settore economico e su ciascuna questione di cooperazione bilaterale al fine di fare sistema. La task force considera i molteplici benefici che deriverebbero dal rafforzamento delle relazioni Cina-Italia: investimenti, commercio, finanza pubblica, occupazione, avanzamento tecnologico, cooperazione ecologica, sviluppo internazionale ecc. Riassumendo i principali obiettivi, il governo italiano si concentrerà su sei punti chiave: 1) promuovere l’ingresso di capitale strategico e investimenti diretti greenfield in Italia; 2) favorire gli investimenti cinesi in titoli di stato e società private; 3) promuovere l’export italiano in Cina e del turismo cinese in Italia; 4) assistere le imprese italiane nel settore agro-alimentare; 5) facilitare l’espansione dell’economia verde in Cina e in Italia; 5) aiutare le aziende italiane a connettersi con i programmi di investimento cinesi finanziati dall’iniziativa Belt and Road; 6) potenziare i meccanismi di collaborazione scientifica e ricerca e sviluppo.
Non è un caso che durante le ultime visite, l’Italia abbia confermato l’intenzione di cooperare con la Cina nei paesi terzi, come quelli del continente africano. A tale riguardo, un protocollo d’intesa firmato durante l’ultima visita è già un risultato importante. Inoltre, alla fine dell’anno verrà firmato un altro MoU per coinvolgere pienamente l’Italia nella BRI, in modo che possa diventare il principale partner della Cina in Europa. Dobbiamo adattarci al mondo che cambia in modo costruttivo.

lunedì 22 ottobre 2018

Fine del dollaro, fine delle guerre

Il Venezuela ha annunciato che eliminerà l’uso del dollaro nel sistema bancario ufficiale, privilegiando euro, yuan e altre monete convertibili. E’ stata, ha spiegato il governo di Caracas, “una conseguenza delle recenti e illegali sanzioni Usa che bloccano la possibilità di continuare a usare dollari”.
Di necessità virtù, infine. Pianeta dedollarizzato, pianeta mezzo salvato.  Perché?
Un articolo pubblicato nel 2005, ancora sull’onda dell’indignazione per la guerra di Bush in Iraq, esordiva così: “Se la possibilità da parte degli Stati uniti di intraprendere guerre e conquiste imperiali dipende dalla loro supremazia militare, questa a sua volta si basa sull’uso del dollaro come moneta di riserva mondiale. Il privilegio che il mondo ha concesso al dollaro sostiene il dominio finanziario degli Usa e il loro illimitato potere di spesa, il quale permette loro di mantenere centinaia di migliaia di uomini e basi in tutto il mondo. Distruggi l’egemonia del dollaro Usa e l’impero si scioglierà”. Che pace!  
Nel 1973 nascono i petrodollari con un patto «segreto», vero matrimonio di convenienza fra Stati uniti e Arabia saudita, i monarchi wahabiti si impegnano a vendere in dollari il petrolio e a riciclare i petrodollari nell’economia del Grande fratello d’oltreoceano, ottenendo in cambio da quest’ultimo la protezione manu militari, con esagerate vendite di armi e se occorre spietati interventi con i bombardieri dal cielo. Nel 1975 tutte le nazioni Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio) decidono di denominare in dollari le vendite del cosiddetto «oro nero».
Da allora, l’ingiusto e nefasto privilegio del dollaro è ancora lì. Il biglietto verde è ancora centrale negli affari; e perfino nelle teste – gli stessi attivisti vanno alle conferenze antimperialiste usando i dollari quando non è affatto necessario.
Certo, il tentativo di bypassare il dollaro è costato caro a chi lo ha tentato individualmente, come Saddam Hussein in Iraq (con la scelta di farsi pagare il petrolio in euro) e Muammar Gheddafi in Libia (con il progetto del dinaro d’oro in l’Africa). La dittatura del dollaro è stata mantenuta a suon di bombe. Non ci si può dissociare in solitaria da questa egemonia dittatoriale e bellicista.
Ma un’uscita corale dal dollaro è possibile (non possono bombardare tutti) e recherebbe pace al mondo.  Qualcosa si sta muovendo da alcuni anni, in vista di una nuova architettura finanziaria con monete di scambi e di riserva alternative
Magari da parte di paesi soggetti a sanzioni. Come il Venezuela.