lunedì 3 settembre 2018

Telefono, verso l'addio alla linea fissa

Telefono, il graduale addio della Francia alla linea fissa

Dunque, dopo la eliminazione dalle strade delle cabine del telefono, dal prossimo 15 novembre, Orange smetterà di fare pubblicità alle linee del telefono fisse. Succederà tutto molto lentamente, saranno necessari i prossimi 4 anni per riuscire ad adeguare tutti gli impianti. Si consideri che nel paese d'Oltralpe In Francia sono circa 10 milioni di persone, soprattutto anziani o abitanti delle periferie o delle zone rurali, che usano la linea fissa.

Telefono fisso, Tim pronta a seguire l'esempio francese

Come chiarisce il Sole 24 Ore anche Tim dallo scorso anno, è impegnata a studiare questa possibilità, ed è pronta a dare il via al suo piano il prossimo autunno: gli obiettivi sono quelli di ammodernare la rete e risparmiare centinaia di milioni.
I risparmi equivarrebbero a circa 700 milioni di euro, frutto della dismissione delle centrali (ben 6.500 su 10.500) pianificata entro il 2024, che porterà risparmi in termini di energia e costi immobiliari, sia in termini di costi di manutenzione e gestione della rete.
L'abolizione della rete fissa tradizionale avrà, poi, grandissimi benefici in termini di "spazio" e di "servizi".

venerdì 31 agosto 2018

Le vite volate via dall’Italia avvelenata

In Italia abbiamo bisogno di un governo che combatta corruzione e ignoranza. Siamo d’accordo o no su questo? Senza questa lotta restiamo in un tunnel dal quale non vediamo alcun paesaggio, non riconosciamo i fatti e attorno a noi faccendieri e malavitosi travestiti continuano a fare il loro comodo che non è il bene del Paese.
E tutti noi, se silenti, finiamo non solo per accettare, ma anche per acconsentire. Il caso dello stadio della Roma e delle sue presunte corruzioni sono l’ennesimo simbolo di un Paese che non riesce a immaginare una rigenerazione al di fuori del “cerchio magico” cemento-grandi opere-corruzione.
Il caso vergognoso della nave Aquarius è il simbolo di una Italia che sragiona e che preferisce alimentare la paura razzista e ignorante piuttosto che darsi un grande progetto culturale di lavoro, accoglienza e integrazione. Da un Paese così non c’è da stupirsi se i giovani se ne vanno. Già perché mentre noi respingiamo (e ammazziamo) gente nel Mediterraneo, altre vite volano via da questo Paese dopo essersi messe in tasca una laurea. Ma di questo non diciamo nulla. Nel solo 2016, 25.000 laureati hanno lasciato il Paese anche loro respinti, ma dal puzzo di marcio (+9% rispetto al 2015, dati Istat). E a questi vanno aggiunti 56.000 diplomati. E quando se ne va un laureato, permettetemi un pizzico di cinismo, non perdiamo solo speranza, ma anche investimenti. 

Il costo pubblico per formare un laureato è di 30.000 euro l’anno (CNVSU) più 6.000 euro l’anno spesi mediamente da ogni famiglia per mantenere lo studente. Per 6 anni di studi (ma sono di più, purtroppo), significa 216.000 euro a laureato. Perderne 25.000 all’anno, significa perdere 5,4 miliardi di euro. Ma c’è di peggio. Una ricerca Ocse ci dice che per 1 euro investito per formare un laureato, l’Italia ne riceverebbe 5 in termini di benefici pubblici. Quindi i 5,4 miliardi persi valgono in realtà 27 miliardi di mancati benefici generabili da quei laureati. Di tutto ciò non si dice nulla, mentre siamo pieni di urlatori indignati perché l’Italia spende tra i 3,5 e i 4,5 miliardi l’anno per il soccorso e l’accoglienza dei migranti (in parte sono risorse dell’Ue). Quegli urlatori incolpano falsamente i migranti della mancanza di lavoro per gli italiani, perché questo è un modo ignorante per raccogliere voti ignoranti. A nessuno di quei 25.000 laureati un solo migrante ha preso il posto di lavoro.
 Sono tutte preoccupazioni montate per creare scompiglio e nascondere la nostra incapacità a progettare lavoro estirpando il cancro della corruzione e della mancanza di idee diverse dalle solite. La verità è che siamo vittime di noi stessi e di un terrorismo politico che affonda le sue urla nell’ignoranza ed è incapace di progettare il cambiamento perché, probabilmente, il cambiamento non lo vuole proprio. Alla fine si continua a fare il “nero”, a non fare lo scontrino, a preferire farsi pagare vacanze o cene in cambio di una buona parola per uno stadio, una strada o una lottizzazione. Meglio togliersi da torno i laureati perché pensano troppo. Si preferisce tacere su corruzione e atteggiamenti corruttivi e considerare ancora normale, e perfino giusto, presentare un nipote o un genero a un potente. Un paese che rimane così e respinge da Sud i migranti e spinge fuori da Nord i laureati, pensa davvero di andare lontano? Bisogna trovare il coraggio di stare per davvero dalla parte della soluzione e non del problema. Ognuno per quello che può, deve.

giovedì 30 agosto 2018

Caporalato al Sud, false cooperative al Nord: l’Italia del pomodoro divisa in due

In estate ci sono i pomodori. E nel resto dell’anno, asparagi, carciofi, finocchi e grappoli d’uva. Ma non c’è un sistema pubblico – di infrastrutture e servizi – capace di far arrivare alle 6 del mattino, su un campo distante chilometri da un centro abitato, 50 o 80 lavoratori per quei 20 o 40 giorni necessari alle esigenze di raccolta. I “centri per l’impiego” e i bus navetta si chiamano, così, caporalato al Sud e “false cooperative” al Nord e sono i due volti di un fenomeno sempre più in crescita quanto più l’Italia rinuncia a fare incontrare, legalmente in agricoltura, domanda e offerta.

Ieri, a Foggia, dopo il grave incidente in cui lunedì hanno perso la vita 12 braccianti, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha ricordato che «vanno rafforzati i controlli e la prevenzione contro il caporalato». Mentre il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha affermato che «la legge sul caporalato va aggiornata». Ma il problema è strutturale.
La fotografia del Sud
Meno meccanizzazione e più disponibilità di manodopera a basso costo. Il fenomeno dei braccianti immigrati irregolari assume al Sud forme più evidenti. Il 60% dei lavoratori a nero in agricoltura è utilizzato da aziende agricole del Sud. Il 20% in Puglia, la regione più vocata alla coltivazione del pomodoro, soprattutto a quello destinato all’industria della trasformazione. Sono circa 400mila gli immigrati sottopagati e impegnati in questi giorni nelle campagne italiane: dati che i sindacati Cgil, Cisl e Uil hanno presentato ieri in conferenza stampa a Foggia per annunciare la grande manifestazioni di oggi contro il caporalato e i voucher in agricoltura.
Uno studio della Fai Cisl Puglia sugli elenchi di iscrizione dei lavoratori (Inps) ha evidenziato poi che il 40% degli iscritti nelle liste regionali (ufficialmente) non supera i 51 giorni di lavoro annui. In altre parole non raggiunge il tetto minimo per ricevere contributi e welfare. Paolo Frascella, segretario della Fai Cisl Puglia precisa: «All’area del lavoro totalmente irregolare si aggiunge quella del lavoro dichiarato ma solo in piccola parte».
I luoghi di incontro sono noti, lì i braccianti aspettano all’alba, passa il “caporale” e li carica. Agli immigrati si uniscono anche gli italiani che in molti casi ritornano a offrirsi per il lavoro in campagna a qualsiasi prezzo. Più o meno 20 euro per almeno undici ore di lavoro al giorno. «C’è chi – dice Raffaele Tancredi della Fai Cisl Campania – vicino alla pensione accetta di lavorare gratis al solo scopo di ricevere i contributi che gli mancano».
Fenomeno crescente al Nord
Al Nord le cooperative che svolgono in outsourcing servizi per il comparto agro-alimentare sono una realtà in crescita. «L’azienda agricola che ha maggiore bisogno di manodopera e per pochi giorni – spiega Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative e di Conserve Italia – si affida a queste cooperative per averla in poco tempo. A differenza dal caporalato diffuso al Sud, questi soggetti hanno una parvenza di azienda. Ma, in molti casi, sono strumenti giuridici che vivono meno di un anno, applicano contratti di lavoro firmati da sigle sindacali minori e spesso non versano nè tasse nè contributi previdenziali ai lavoratori. Con stipendi più bassi e zero versamenti, un lavoratore può costare meno della metà di un’assunzione regolare». Con queste “false” cooperative – che tradiscono, nel nome, il senso della loro identità – si pagano meno tasse e si possono smontare i contratti nazionali di lavoro.
I produttori
«La raccolta meccanica del pomodoro – fa presente il presidente di Anicav (l’associazione dei produttori di conserve alimentari) Luigi Ferraioli – ha raggiunto il 100% al nord e il 90% nel bacino del centro-sud, il quale ha però una superficie coltivata molto estesa e quindi quel 10% di attività manuale attira molte migliaia di lavoratori».
«L’utilizzo di manodopera irregolare in agricoltura – aggiunge il direttore generale di Anicav, Giovanni De Angelis – rappresenta un danno anche per l’industria di trasformazione che vede continuamente messi sotto accusa i propri prodotti». Dopo gli incidenti mortali dei giorni scorsi, la grande distribuzione estera si è precipitata a chiedere chiarimenti ad Anicav. «È utile ricordare – conclude De Angelis – che il prezzo che le aziende italiane di trasformazione, in particolare al Centro Sud, pagano agli agricoltori per il pomodoro è il più alto al mondo, naturalmente anche per il più elevato livello qualitativo».
Mutti opera prevalentemente nel Nord Italia (a Parma) ma ha anche uno stabilimento a Salerno. «Al Nord la raccolta meccanica del pomodoro è partita a fine anni ’80. La nostra scelta – spiega l’amministratore delegato dell’omonima azienda, Francesco Mutti – è stata di richiedere dai fornitori, sia al nord che al sud, il 100% di raccolta meccanica, proprio per uscire dalla problematica del caporalato e dello sfruttamento». Però non basta. «Abbiamo dei nostri agronomi – spiega Mutti – che svolgono controlli di qualità. Ma è lo Stato che deve attuare controlli rigorosi e continui, 300 giorni l’anno e deve farlo alle 5 di mattina sulle strade che portano ai campi, perchè poi verificare la regolarità delle assunzioni sui terreni è difficile. E poi vanno offerti servizi a questi lavoratori. In Gran Bretagna – conclude Mutti – gli immigrati reclutati dai caporali nei campi di fragole sono stati riuniti in vere cooperative, gestite dai lavoratori. Questa può essere una strada».

mercoledì 29 agosto 2018

Ocse: "L'Italia rallenta

L'Italia è l'unico Paese del G7 che nel secondo trimestre dell'anno ha registrato un rallentamento della crescita. E' quanto scrive l'Ocse in un comunicato, rendendo note le ultime rilevazioni sull'andamento del pil. Nel secondo trimestre dell'anno - riferisce l'organizzazione internazionale con sede a Parigi - il pil nell'area dell'Ocse è cresciuto dello 0,6%, in lieve miglioramento rispetto al +0,5% registrato nel trimestre precedente, mentre rispetto al secondo trimestre del 2017 ha rallentato a +2,5% (contro +2,6% nel trimestre precedente).
In particolare, nei paesi del G7 la crescita del pil ha fortemente accelerato negli Usa a +1% (contro +0,5% nel primo trimestre) e in Giappone +0,5% dopo -0,2% nei primi tre mesi del 2018. In Germania il pil ha registrato una crescita dello 0,5% (+0,4% nel primo trimestre), nel Regno Unito dello 0,4% (+0,2% nel primo). In Francia la crescita è rimasta stabile allo 0,2% mentre in Italia ha rallentato a +0,2% contro +0,3% nei primi tre mesi dell'anno.

martedì 28 agosto 2018

Oltre 1,5 milioni di lavoratori in nero, sottratti allo stato 20 miliardi di euro

I lavoratori irregolari in Italia sul totale delle aziende attive “nel 2017 sono un milione 538 mila“, anche se in calo – si spiega – “negli ultimi due anni (2016 e 2015), di circa 200.000 unità”.
Lo scorso anno “sono state 160.347″ le aziende verificate dall’Ispettorato, e quelle che presentavano forme di irregolarità riguardanti almeno un occupato “sono state 103.498″, ossia “il 64,54%” del totale di quelle controllate.
Le irregolarità, ricordano i consulenti nel dossier, possono riguardare “forme di elusione previdenziale, assicurativa e fiscale (come il mancato assoggettamento a Inps, Inail e Irpef di parte della retribuzione corrisposta), il lavoro parzialmente ‘sommerso’ (ad esempio, il rapporti in part-time che, invece, risultano a tempo pieno)” ed il lavoro completamente in ‘nero’.
Secondo i consulenti del lavoro il dato è tendenzialmente in riduzione di circa 200.000 unità grazie anche agli interventi mirati della vigilanza dell’Ispettorato, che ha potuto applicare il nuovo regime sanzionatorio sul caporalato. Il fenomeno, tuttavia, rimane ancora rilevante poiché ogni tre aziende ispezionate si riscontra un lavoratore ‘in nero’ (il tasso è 2,9).
I consulenti quindi stimano una retribuzione annua corrisposta ai lavoratori sommersi e non assoggetta a oneri pari a 31,8 miliardi di euro. E con questi un mancato gettito previdenziale di 11,1 miliardi di euro, un mancato gettito fiscale (Irpef + add. Reg. e com.) pari a 8,1 miliardi e un mancato gettito Inail di 0,86 miliardi, arrivando appunto a circa 20 miliardi ‘evasi’.

lunedì 27 agosto 2018

1,5 mln di lavoratori in nero in Italia

Rielaborando i precedenti dati ispettivi forniti dall’Ispettorato Nazionale, nel 2017 il numero di aziende con qualche forma di irregolarità, spiegano i consulenti, dovrebbe attestarsi attorno a circa 3,7 milioni. Circoscrivendo l’analisi al lavoro sommerso, le ispezioni svolte hanno fatto emergere nel 2017 48.073 lavoratori in nero a fronte di 160.347 aziende ispezionate, ossia un lavoratore in nero per ogni tre aziende ispezionate.
A questo dato è stato applicato, spiegano i professionisti, un correttivo prudenziale riferito ad uno stock di aziende nelle quali per le loro caratteristiche e settore di appartenenza è ridotto (se non addirittura eliminato) il rischio di utilizzo del lavoro sommerso. Sulla base di queste informazioni, è possibile presuntivamente stimare che i lavoratori 'in nero' in Italia sul totale delle aziende attive, nel 2017 è di 1 milione e 538 mila unità.
Secondo i consulenti del lavoro il dato è tendenzialmente in riduzione di circa 200.000 unità grazie anche agli interventi mirati della vigilanza dell’Ispettorato, che ha potuto applicare il nuovo regime sanzionatorio sul caporalato. Il fenomeno, tuttavia, rimane ancora rilevante poiché ogni tre aziende ispezionate si riscontra un lavoratore 'in nero' (il tasso è 2,9). L’evasione fiscale e previdenziale per il lavoro sommerso, stima la Fondazione Studi, è ancora consistente e si attesta ogni anno, infatti, attorno a 20 miliardi di euro.
I consulenti del lavoro spiegano, infatti, che "in media, ogni anno un dipendente lavora mediamente per 245 giornate di lavoro retribuite (fonte: Inps banche dati statistiche, www.inps.it anno 2016 dato più recente) e la retribuzione media giornaliera stimata è pari a 84,53 euro al netto di trattamenti retributivi variabili (fonte: Fondazione Studi Consulenti del Lavoro su dati Inps 2016)".
I consulenti quindi stimano una retribuzione annua corrisposta ai lavoratori sommersi e non assoggetta a oneri pari a 31,8 miliardi di euro. E con questi un mancato gettito previdenziale di 11,1 miliardi di euro, un mancato gettito fiscale (Irpef + add. Reg. e com.) pari a 8,1 miliardi e un mancato gettito Inail di 0,86 miliardi, arrivando appunto a circa 20 miliardi 'evasi'.
I consulenti del lavoro ricordano che "nel corso 2017 delle 160.347 aziende ispezionate dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro, quelle risultate con qualche forma di irregolarità per almeno un rapporto di lavoro sono state 103.498, vale a dire il 64,54% delle aziende ispezionate. Il dato è in aumento di 1,53 punti percentuali rispetto all’anno 2016. Dunque, nel 2017 aumenta il rapporto delle aziende irregolari rispetto a quelle ispezionate. L’aumento della probabilità di individuazione di almeno un rapporto di lavoro irregolare è dovuta al miglioramento delle tecniche ispettive e della conoscenza del territorio da parte dei servizi ispettivi, anche supportati da una programmazione oculata delle mappe di rischio adottate dalla Vigilanza".
"Le irregolarità -ricordano i consulenti del lavoro- possono riguardare sostanzialmente 3 fattori: forme di elusione previdenziale, assicurativa e fiscale (esempio, mancato assoggettamento a Inps, Inail e Irpef di parte della retribuzione corrisposta); lavoro parzialmente sommerso (rapporti avvianti in part-time che invece risultano a tempo pieno); lavoro completamente sommerso (lavoro nero)".
Secondo i professionisti "molto interessanti risultano i risultati ottenuti dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro applicando l’appesantito quadro sanzionatorio penale in materia di caporalato. Nello specifico, nel 2017 si registrano il deferimento di n. 94 persone all’Autorità Giudiziaria, delle quali n. 31 in stato di arresto, e l’individuazione di n. 387 lavoratori vittime di sfruttamento. E il 2018 -aggiungono i consulenti del lavoro- si presenta con dati relativi ancor più incoraggianti. Per quanto riguarda infatti il primo semestre dell’anno in corso , si registrano il deferimento di n. 60 persone all’Autorità Giudiziaria, delle quali n. 1 in stato di arresto e 47 in stato di libertà, e l’individuazione di n. 396 lavoratori coinvolti. Sono, inoltre, stati adottati n. 9 provvedimenti di sequestro".
Insomma, aggiungono i consulenti del lavoro, "una serie di interventi realmente pesanti e deterrenti, che indicano la corretta via da seguire per combattere tutte la fattispecie di sfruttamento del lavoro".
Per i consulenti del lavoro "le cifre stimate dalla Fondazione Studi riportano l’attenzione sull’importanza strategica di un’incisiva azione di contrasto al lavoro nero che, non di rado, sfocia in fenomeni di caporalato diffuso – non solo in agricoltura - di cui i recenti fatti di Foggia sono solo quelli più eclatanti. E il prossimo incontro interministeriale, fissato dal Ministro Di Maio per lunedì 3 settembre proprio nel capoluogo foggiano, è un forte segnale di attenzione"

venerdì 24 agosto 2018

Grecia: l’austerità non è finita

Dopo circa 8 anni, la Troika lascia ufficialmente la Grecia con un ultimo accordo: le scadenze su 96 miliardi di euro di prestiti (che ammontano al 40% del totale) vengono estesi di 10 anni, fino al 2032.
Non si tratta della fine dell’austerità per il popolo greco. Come si legge sul Financial Times, in cambio Atene dovrà perseguire una media di avanzi primari di bilancio del 2,2% del Pil fino al 2060 (e 3,5% fino al 2022).
Il Fondo Monetario Internazionale è scettico sui nuovi target di bilancio e chiede ai governi dell’eurozona di ridurli all’1,5% del Pil (…)