venerdì 6 luglio 2018

Unione Europea, si grida contro i migranti e intanto si finanziano le armi

La “comunicazione” ha da tempo sostituito l’”informazione”. Detto in linguaggio più realistico, la propaganda di regime ha sostituito il giornalismo indipendente.
Denunciamo quasi ogni giorno le ignobili campagne di “distrazione di massa” messe in atto dal governo di questo paese (quelli passati come quello presente), tutte incentrate su “emergenze” che non esistono o vengono artificiosamente gonfiate per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica verso problemi utli a nascondere quel che invece sta accadendo.
In questo gioco schifoso si distingue l’Unione Europea, che ha certamente più mezzi e “competenze”, oltre che una visione strategica certo più lungimirante dell’esecutivo grillin-leghista.
Anche la Ue, infatti, ha fatto della questione migranti un colossale spot in cui si mostra litigiosa, spaccata, al limite del “ritorno agli stati nazionali” e del ripristino dei controlli alle frontiere. Basterebbe i servizi girati al Brennero in questi giorni per certificare che, sotto le urla, nulla è cambiato. Anche perché, si dice apertamente, si bloccherebbe il normale flusso delle merci, oltre che quello turistico.
Ma dobbiamo alla rivista Valori questa notizia che dà la misura reale di come, invece, procede l’integrazione autoritaria e militarista di quella che – per i gonzi – viene ancora descritta come “la comunità che ha eliminato la guerra in Europa” (dimenticando, non caso, sia l’aggressione all’ex Jugoslavia che quella al Donbass delle Repubbliche Popolari).
In sintesi la notizia è: litigiosi sull’immigrazione, ma d’accordo sugli investimenti militari, i Paesi Ue approvano una pioggia di denaro al comparto bellico. 13 miliardi in 9 anni. Ma oltre 800 scienziati si oppongono.
Non vi sembra indicativo che i primi ad alzare la bandiera dell’opposizione al riarmo siano gli scienziati? Ossia quelle persona che per formazione e mestiere sono abituati a scutare nei fatti, senza farsi distrarre dalle “voci”?

mercoledì 4 luglio 2018

I salari reali sono troppo bassi. Se lo dice anche l’Economist…

Che l’invocazione contro i salari troppo bassi appaia sulla Bibbia del liberismo come L’Economist non può che destare stupore.
Il settimanale economico prende spunto da una riunione dei rappresentanti delle banche centrali, tenutosi recentemente a Sintra, in Portogallo, per rendere pubblica la “preoccupazione” che i salari dei lavoratori in Europa siano diventati troppo bassi.
Secondo l’Economist, nella maggior parte dei Paesi ad alto reddito il salario reale (al netto degli aumenti dei prezzi) è cresciuto in media dell’1% all’anno, dal 2000 a oggi – e nella fascia dei salari più bassi l’incremento è stato ancor più contenuto. L’attuale economia globale, si interroga il settimanale, potrebbe aver “indebolito oltre misura il potere contrattuale dei lavoratori al punto che nemmeno tassi di disoccupazione particolarmente bassi riescono a infiammare le loro pretese salariali”.
Parte del problema, nota l’Economist, è che l’inflazione, la crescita dei prezzi, tende a “mangiare” la maggior parte degli aumenti del salario, e nei paesi dell’Unione Europea ancora di più che negli Stati Uniti.

“Nemmeno una ripresa della produttività garantirebbe tempi favorevoli per i lavoratori. Negli ultimi decenni la quota del Pil destinata al lavoro, piuttosto che al capitale, è diminuita perché la paga reale è aumentata più lentamente della produttività. Nelle economie avanzate la quota salari è scesa da quasi il 55% a circa il 51% tra il 1970 e il e 2015, secondo i ricercatori del Fondo monetario internazionale. (…) Invertire la caduta della quota del lavoro nel reddito nazionale richiederebbe che i salari reali crescessero più rapidamente della produttività, andando a erodere i margini di profitto delle imprese”, sottolinea l’Economist.
Ma nell’articolo c’è uno spazio dedicato anche alla situazione italiana. “Alcuni paesi, come l’Italia, continuano a soffrire di tassi di disoccupazione molto più alti di quanto non fossero prima della crisi finanziaria. Eppure sui salari si potrebbe concedere qualcosa visto che ora i beni vengono prodotti nelle filiere internazionali e venduti sui mercati globali”.
Ma è proprio questo accanirsi nel deprimere il mercato interno (di cui i salari come i consumi sono il motore, ndr) che comincia a suscitare interrogativi nell’establishment. L’Economist cita un recente documento di lavoro di Kristin Forbes, del Massachusetts Institute of Technology, arrivata alla conclusione che l’influenza sull’inflazione dei prezzi alimentari e delle materie prime globali è cresciuta nell’ultimo decennio, mentre le condizioni economiche locali sono diventate meno importanti.
Simpatica ma emblematica la battuta  di Philip Lowe, il governatore della banca centrale australiana, riportata da l’Economist,  il quale ha detto al pubblico dei suoi colleghi riuniti a Sintra che, quando chiede alle imprese che hanno difficoltà a trovare lavoratori: “Perché non li pagate di più? Queste mi guardano come se fossi completamente matto”.
Volete una piccola verifica empirica? A giugno, secondo i dati del ministero dei Trasporti, le immatricolazioni sono state pari a 174.702 unità, con un calo del 7,3% rispetto allo stesso periodo del 2017. Si tratta del quarto mese negativo da inizio anno. Pe la Fiat, in particolare, il calo è da incubo: lo scorso mese sono stati 43.642 i veicoli registrati, il 19,16% in meno rispetto allo stesso periodo del 2017. Vanno bene soltanto le Jeep, che costano di più e sono quindi acquistate dai ceti medio-alti. Crollano le vendite sui modelli per “poveracci”, che sono diventati evidentemente così poveracci da non potersi più permettere di cambiare l’auto.

martedì 3 luglio 2018

Lavoro e sviluppo: le cose serie

Il governo italiano sta inondando l’opinione pubblica di tweet e annunci Facebook sugli argomenti più svariati riguardanti riforme di vario tipo, ordine, grado: reddito di cittadinanza, flax tax, decreto dignità, ecc. ecc.
Soprattutto all’ordine del giorno il tema dei migranti elevato a questione epocale, anche per occultare temporaneamente la “mirabolanza münchhausiana” delle promesse avanzate in campagna elettorale.
E’ il caso però di ricordare che incombono sull’economia italiana e sulla vita di tutti i giorni questioni molto serie, vitali per il rapporto  tutto da ricostruire nel nostro paese tra lavoro e sviluppo .
Rapporto tra lavoro e sviluppo messo in un canto, è bene ricordarlo, da tutti i governi precedenti: centro – sinistra; centro – destra; tecnici; solidarietà nazionale, e via discorrendo, da Berlusconi a Monti, da Letta a Renzi per non risalire a Prodi.
Romano Prodi che ricordiamlo sempre fu ministro dell’industria nel governo Andreotti e commissario all’IRI allorquando, anni ’80 – ’90 del XX secolo, si procedette allo smantellamento dell’Istituto per la ricostruzione industriale e a una serie di “mortali” privatizzazioni.
Proviamo allora ad affrontare un punto, di estrema attualità e importanza: lunedì mattina, 2 luglio, davanti ai portoni del Ministero dell’Industria in via Veneto ci saranno, infatti, i lavoratori dell’ILVA di Taranto che si sono autoconvocati dopo lo slittamento dei termini per la vendita della loro azienda al colosso Arcelor – Mittal, amministratore delegato indiano, sede in Lussemburgo, produzione annua di 97,03 milioni di tonnellate di acciaio.
La produzione dei più grandi gruppi italiani è ferma a 4,73 milioni di tonnellate l’ILVA e a 3,19 Arvedi.
Da ricordare come l’Italia sia importatrice di materiale. Nel primo semestre del 2017 l’import italiano ha raggiunto queste cifre: tubi (322.522 tonnellate), seguiti dalle materie prime (3,12 milioni di tonnellate), dai piani (5,36 milioni di tonnellate) e dai lunghi ( 1,21 milioni di tonnellate).  Acquisti di semilavorati a 1,69 milioni di tonnellate.
Per ciò che concerne la tipologia di acciai importati:  acciai al carbonio (6,49 milioni di tonnellate) e di acciai inox (669.660 tonnellate), gli acciai speciali ( 1,05 milioni di tonnellate).
Perché il tema è proprio quello dell’acciaio e dei suoi comparti limitrofi.
L’acciaio rimane il prodotto fondamentale per lo sviluppo industriale di un paese. Sarà il caso ricordare che serve per le strutture che reggono le case, per gli aerei, le automobili, i grandi impianti industriali e dell’energia.
Quello dell’acciaio è il settore al centro dello scontro sulla guerra globale dei dazi innestata dalla presidenza Trump.
In Italia il settore vale diverse decine di migliaia di posti di lavoro in una situazione complessiva nella quale sono presenti le più importanti emergenze ambientali, si verificano quotidianamente incidenti sul lavoro (che richiamo alla necessità della modernizzazione degli impianti e quindi all’esigenza di investimenti, coem del resto il rapporto con l’ambiente), mentre i lavoratori in molte situazioni stanno con il fiato sospeso per via del declino degli ammortizzatori sociali.
Lavoratori che ci auguriamo qualcuno non pensi di spedire a casa per poi disporre di una massa di assistiti costretti alla riconoscenza verso le elemosine della politica e quindi votanti obbligati per conservare la sopravvivenza: altro che clientelismo DC!
Il governo Lega – M5S dovrà quindi decidere se onorare l’accordo siglato dal precedente governo PD sull’Ilva di Taranto, oppure se dar seguito agli intenti elettoralistici di indefinita riconversione se non addirittura di chiusura.
E’ il caso di ricordare che da quella dello Stabilimento di Taranto dipenda anche la produzione di Genova e Novi .
Intanto sale la preoccupazione a Piombino perché sta procedendo a rilento la definizione dell’accordo di programma tra gli indiani di Jindal e il governo italiano: sono già stati rinviati diversi incontri.
Egualmente in fase di stallo la situazione dell’ex-Alcoa di Portovesme: il nuovo proprietario svizzero Sider Alloys dovrebbe far ripartire la fabbrica nell’aprile prossimo, ma a dicembre scadono gli ammortizzatori sociali e tutto appare quanto mai incerto, tanto più che il carrozzone Invitalia (quello della piò o meno fantomatica area di crisi industriale complessa a Savona) appare defilato.
Crisi anche per la Kme, settore rame proprietà tedesca, stabilimenti in Toscana con 150 esuberi su 1.000 dipendenti.
Ancora Terni, il gioiello degli acciai speciali che la Thyssen ha messo in vendita (si annuncia, tra l’altro, che Krupp si fonde con l’indiana Tata e lascia l’acciaio per l’hi – tech), ma gli acquirenti latitano e corrono voci addirittura di smembramento della fabbrica.
Sorgono, infine, problemi nel rapporto ambiente – lavoro anche a Trieste al riguardo della Ferriera di Servola (gruppo Arvedi) per la quale la Regione annuncia l’apertura di un dossier.
Siamo di fronte, in settori decisivi della prospettiva di sviluppo, a una vera e propria latitanza di iniziativa strategica (nelle nebbie anche la famosa industria 4.0 propugnata dall’ex ministro Calenda) anche da parte della stessa iniziativa sindacale che appare costantemente sulla difensiva.
In questo senso appaiono come centrali e assolutamente prioritarie le drammatiche vicende legate al progressivo processo di ulteriore de-industrializzazione in atto nel nostro Paese che chiamano a una riflessione attorno alla possibilità di avanzamento di una proposta di politica economica tale da rappresentare un’alternativa, aggregare soggetti, fornire respiro a un’iniziativa “di periodo”.
Il concetto di fondo che dovrebbe essere raccolto e rilanciato è, ancora una volta, quello della gestione e della programmazione economica pubblica, combattendo a fondo l’idea che si tratti di uno strumento superato, buono soltanto – al massimo – a coordinare sfere private fondamentalmente irriducibili.
Però siamo bombardati dai messaggi pubblicitari e propagandistici sui temi più diversi che si pensa possano rendere voti, e non pare proprio che ci si accorga di questo drammatico stato di cose .
Uno stato di cose che non vale, è il caso di ripeterlo ancora una volta, soltanto per la sorte (importantissima) di decine di migliaia di posti di lavoro ma per il futuro stesso di un Paese di 60 milioni abitanti all’interno di un quadro internazionale in piena evoluzione.
Non ci possiamo permettere di abdicare totalmente dall’industria, nei suoi settori portanti e strategici e ridurci sotto questo aspetto alla totale marginalità come, invece, si sta progressivamente verificando ormai da tanto tempo.
Per quel che riguarda il Governo, non credo propria possa essere possibile aver richiesto la titolarità del Ministero del Lavoro e dello Sviluppo Economico assieme, soltanto per varare il fantomatico reddito di cittadinanza. Se fosse così non sarebbe soltanto illusorio, ma colpevole: un atto di vera e propria funesta disonestà intellettuale.

lunedì 2 luglio 2018

Anche per la Germania è finito il Novecento

L’evoluzione della crisi accelera a velocità crescente. Non solo o non tanto sul piano economico – la “botta” del 2008 non è mai stata riassorbita del tutto, o comunque non per tutte le aree principali – quanto su quello politico e dunque anche geopolitico.
L’effetto di gran lunga dominante, infatti, è stata la rottura della “coesione sociale” all’interno dei paesi di più antica industrializzazione, accompagnata – soprattutto in Europa – dalla centralizzazione delle politiche di bilancio dei singoli Stati. Mentre la gestione della crisi, ordoliberista (nella Ue) o neoliberista (nei paesi anglosassoni), moltiplicava le disuguaglianze, gli Stati nazionali venivano privati degli strumenti con cui da 60 anni si provvedeva a “calmierare” gli effetti sociali di una crisi.
Questa tagliola di spaventosa potenza ha bruciato, in appena dieci anni, “corpi intermedi” costruiti in due secoli. Partiti e sindacati storici sono stati svuotati, fatti implodere, annichiliti, paralizzati, resi complici stolidi e stupidi. Una tabula rasa più evidente “a sinistra”, dove i legami storici tra blocco sociale, forme organizzative e vaghi ideali riformisti erano un senso comune consolidato, mentre a destra sono state assai più rapide le riscritture delle “narrazioni” necessarie a supportare qualche straccio di “rappresentanza politica”. Sulla base, non per caso, di nazionalismo, razzismo, imprenditoria della paura, autoritarismo.
Da un punto di vista marxiano, il salario è diventato una “variabile eventuale”, compresso dunque per la prima volta da un secolo al di sotto dei livelli della riproduzione. Non è difficile rendersene conto. Basta guardare la condizione dei lavoratori under 40 per scoprire che trenta anni di “riforme del mercato del lavoro” per “favorire l’occupazione giovanile” hanno creato una condizione lavorativa in cui il salario realmente percepito dai “ggiovani” non consente di formare coppie stabili, fare figli, programmare la propria vita. Il meccanismo della riproduzione sociale è stato così pesantemente intaccato che è facile stilare proiezioni catastrofiche sul calo demografico delle popolazioni “autoctone”, aggravate dalla ripresa di fortissimi flussi migratori dai paesi della periferia a quelli del centro del capitalismo avanzato (Germania, Gran Bretagna, Olanda, ecc). Solo in Italia, ormai dovrebbe essere scolpito sui muri degli uffici pubblici, l’emigrazione ha superato l’immigrazione. Senza che il salario salisse di un euro, anzi… A dimostrazione che non sono “glimmigrati” la causa del suo infame livello.

Eppure quest’ultima categoria è stata facilmente trasformata nel capro espiatorio del crollo dei salari e dell’impoverimento generale.
Com’è stato possibile? Una chiave analitica importante arriva da Guido Salerno Aletta, editorialista di Milano Finanza, che nel suo Angela e demoni, che qui sotto vi riproponiamo, coglie una dinamica universale in quanto sta avvenendo in questi anni in Germania.
“Si è creata una saldatura tra l’ostilità dei Lander ex-orientali, i più poveri, e l’insofferenza della ricca Baviera. Emergono le contraddizioni delle politiche di deflazione salariale adottate con le riforme Hartz, volute alla fine degli anni Novanta dal Cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder: da allora, la Germania è diventata sempre più ricca, ma i tedeschi paradossalmente sempre più poveri. Da quando è caduto il Muro, la quota dei salari sul reddito è scesa continuamente: non c’è più alcun bisogno di tenersi buoni i lavoratori. Ed i milioni di tedeschi che sbarcano il lunario con i minijob, i lavoretti precari a tempo parziale che fanno crollare la percentuale dei disoccupati, rappresentano l’altra faccia dell’aristocrazia operaia al servizio di una industria automobilistica scintillante che macina un record di esportazione dopo l’altro.
Il malessere sociale, che per oltre un secolo aveva avuto nei socialisti e nei comunisti un orizzonte politico, organizzativo, associativo, viene insomma raccolto e convertito in forza politica reazionaria da quelli che hanno enormi responsabilità per la crescita esponenziali dei fattori che creano il malessere sociale.
Un fenomeno che ai “teorici” della costruzione dell’Unione Europea, come gabbia d’acciaio in cui imporre l’interesse dominante del capitale multinazionale, non era neanche balenato per la testa. Convinti com’erano, e forse sono ancora, che la forza dei “mercati” avrebbe alla lunga “insegnato ai popoli come votare”.
Sorprende, ma fino ad un certo punto, vederselo dire da un giornale finanziario:
La traiettoria europea verso la costruzione di un’Unione politica si è interrotta bruscamente, per via di una gestione decennale della crisi basata sull’accrescimento delle disparità tra i diversi Paesi ed all’interno di ognuno. La tendenza al sovranismo, che altro non è se non la rinazionalizzazione delle politiche, ha trovato esca nella retorica dei “compiti a casa”, nell’ossequio alla indiscutibilità dei mercati, nella severa condizionalità posta alla concessione degli aiuti.
Eccoci improvvisamente fuori dal dibattito iper-ideologico che è stato imposto dai “riformisti di Bruxelles” e fatto proprio – spesso inconsapevolmente – anche da molta “sinistra radicale”. Se un sistema di trattati mai diventato Stato o comunità solidale (con trasferimenti interni tra aree avanzate e arretrate) non funziona più, è inevitabile che si imponga la necessità di fare una cosa diversa. Se questa necessità non viene riconosciuta, o addirittura viene osteggiata, ecco che le soluzioni arrivano solo da destra, con tutto lo strascico di merda che ciò comporta, a cominciare dalla “sinistra” socialmente riconosciuta come complice dei cravattari della Troika.
Ma l’analisi di Salerno Aletta, concentrata su Berlino, offre una visione globale che inquadra anche la Germania come un soggetto alle prese con la crisi del proprio modello, nonostante l’avesse disegnato in modo ottimale per trasferire i propri problemi sui partner mentre raccoglieva da questi i frutti migliori (imprese, attività, cervelli già molto ben formati, ecc).
Il conflitto politico più aspro si giocherà d’ora in avanti all’interno della Germania, e soprattutto tra questa e gli Usa: riguarderà da una parte il mantenimento del modello ordoliberista, che formalmente si oppone a qualsiasi intervento di stimolo alla domanda, vuoi attraverso la politica fiscale vuoi attraverso quella monetaria da parte della Bce, e dall’altra il modello di sviluppo export-led che finora ha assicurato alla Germania crescita ed occupazione.
La tenaglia che ha tranciato di netto le capacità di sviluppo di quasi tutti i partner-competitori-contoterzisti sta insomma trasformandosi in macchina infernale da auto-mutilazione. Se la guerra dei dazi si svilupperà alla velocità e nelle dimensioni che ogni guerra non voluta, prima o poi, produce, il risultato finale sarà niente affatto confortevole:
Una riforma strutturale dell’economia tedesca, che dovesse contare solo sulla domanda interna per riassorbire un saldo attivo strutturale pari all’8% del pil in un sistema produttivo in cui la quota asservita all’export si avvicina al 46%, richiederebbe sacrifici paragonabili a quelli imposti alla Grecia, tenendo conto che sono localizzate in Baviera e ad ovest del Reno gran parte delle fabbriche automobilistiche tedesche.
Il modello ordoliberista-mercantilista sta diventando autofago.
Ordoliberismo ed export-led economy si sono tenuti per mano. E non si può rinunciare a quest’ultima, se non abbandonando il primo. E’ stato reso perfetto un modello sbagliato, perché fondato sullo squilibrio internazionale perpetuo. […] La Storia ora ci presenta il conto. Tornare indietro sarà davvero difficile.
Mi raccomando, continuate a parlare di Unione Europea in termini di “sovranisti” ed “europeisti”… Rischiate il tso senza nemmeno accorgervene.

venerdì 29 giugno 2018

Istat: “In Italia cinque milioni di poveri assoluti”

La povertà in Italia non scende. Anzi per le famiglie con tre e più figli aumenta in maniera drammatica. La fotografia dell’Istat, in attesa che decollino concretamente le nuove iniziative del governo (il nuovo Sia, il Sostegno di inclusione attiva andrà a regime solo dopo l’estate), è desolante. Nel 2016, infatti, si stima siano ancora 1 milione e 619 mila le famiglie residenti in condizione di povertà assoluta, nelle quali vivono 4 milioni e 742 mila individui. Rispetto al 2015 si rileva una sostanziale stabilità della povertà assoluta in termini sia di famiglie sia di individui, segno che la situazione economica del paese stenta a migliorare. Tant’è che l’incidenza di povertà assoluta sul totale delle famiglie è pari al 6,3%, praticamente in linea con i valori stimati negli ultimi quattro anni. Per gli individui, l’incidenza di povertà assoluta si porta al 7,9% rispetto al 7,6% del 2015, una variazione che però l’Istat definisce “statisticamente non significativa”.
 
Tra le famiglie con tre o più figli minori l’incidenza della povertà assoluta aumenta quasi del 50% passando dal 18,3 al 26,8%. Ad essere coinvolte sono così 137.711 famiglie ovvero 814.402 individui. Aumenta anche l’incidenza fra i minori che sale dal 10,9% al 12,5% e nel complesso interessa 1 milione e 292 mila soggetti. L’incidenza della povertà assoluta, specifica l’Istat nel suo ultimo rapporto, aumenta al Centro in termini sia di famiglie (5,9% da 4,2% del 2015) sia di individui (7,3% da 5,6%), a causa soprattutto del peggioramento registrato nei comuni fino a 50mila abitanti al di fuori delle aree metropolitane (6,4% da 3,3% dell’anno precedente).

Rispetto al 2015 la povertà relativa risulta stabile: nel 2016 riguarda il 10,6% delle famiglie residenti (10,4% nel 2015), per un totale di 2 milioni 734mila, e 8 milioni 465mila individui, il 14,0% dei residenti (13,7% l’anno precedente). Anche questa condizione è più diffusa tra le famiglie con 4 componenti (17,1%) o 5 componenti e più (30,9%) e colpisce di più i nuclei giovani: raggiunge infatti il 14,6% se la persona di riferimento è un under 35 mentre scende al 7,9% nel caso di un ultra sessantaquattrenne. Ultimo dato: l’incidenza di povertà relativa si mantiene elevata per gli operai e assimilati (18,7%) e per le famiglie con persona di riferimento in cerca di occupazione (31,0%).

giovedì 28 giugno 2018

75 milioni di poveri nella UE

Sulla crescita della povertà tutto ciò che che oggi prevale è mistificazione.

Innanzitutto i numeri sono inferiori alla realtà o sono costruiti in modo da far apparire meno grave la situazione.

Dal 2005 l'Istat suddivide i poveri in assoluti e relativi con due diverse classificazioni di reddito. Così oggi ci sono 5 milioni di poveri assoluti e tanti altri milioni di poveri relativi. Ma è una distinzione che serve solo ad attenuare l'impatto della catastrofe sociale che ha colpito il nostro paese. Tra l'altro i mass media hanno tutti diffuso la notizia che i 5 milioni di poveri assoluti sarebbero il numero più alto dal 2005, come se prima fossero stati di più. No naturalmente, il 2005 è solo l'anno di avvio della classificazione e allora i più poveri dei poveri erano solo 1,5 milioni. In tredici anni sono triplicati.

Eurostat, l'istituto europeo di statistica, usa piuttosto dei criteri sociali per contare i poveri, partendo da ciò di essenziale a cui essi debbono rinunciare. Sono considerati poveri i cittadini che, tra l'altro, hanno difficoltà a fare un pasto proteico ogni due giorni, a sostenere spese impreviste, a riscaldare a sufficienza la casa, a pagare in tempo l’affitto e a comprarsi un paio di scarpe per stagione e abiti decorosi.

Sulla base di questi e altri criteri nel 2017 l'Italia risulta il paese europeo con più poveri. Sono 10,5 milioni, su un totale a livello Ue di 75 milioni. Un numero enorme, quasi pari agli abitanti di tutta la Germania. Ma i vertici europei si fanno sulla finta emergenza migranti, che permette a tutti i governi di fare i feroci contro le decine di migliaia di poveri che vorrebbero venire sul continente, mentre nulla si fa per le decine di milioni che nella UE già ci stanno.

I poveri si contano e poi vengono cancellati dall'agenda politica. Essi sono lavoratori, pensionati, precari e disoccupati, donne e giovani. Sono la parte più sfruttata ed oppressa del mondo del lavoro, sono le prime vittime della lotta di classe dall'alto dei ricchi, che più i poveri aumentano, più vedono accrescere i propri patrimoni.


I 14 italiani più ricchi, Ferrero Del Vecchio, Berlusconi, Armani e gli altri, possiedono beni per un ammontare di 107 miliardi di dollari, come ciò che riescono a mettere assieme milioni di poveri. Il 5% più ricco del paese detiene il 40% della ricchezza nazionale, cioè 4000 miliardi.

I poveri aumentano perché i ricchi sono sempre più ricchi, perché la ricchezza si concentra sempre di più in alto e viene espropriata e rapinata in basso. La diseguaglianza sociale che dilaga senza freni nel nome del libero
mercato è la causa dell'enorme incremento della povertà in Italia e in tutta Europa.

Le misure di austerità e di rigore di bilancio, le privatizzazioni, la flessibilità e la precarietà del lavoro, le politiche fiscali di agevolazioni alle imprese e di riduzione delle tasse ai ricchi, i Jobsact e le flat tax che dilagano in tutta Europa, impoveriscono sempre più persone ed arricchiscono sempre di più una piccola minoranza.

Se non si combatte la concentrazione della ricchezza non si può ridurre la povertà, ma tutti i governi europei, tecnocratici o populisti che siano, di fronte alla sola ipotesi di contrastare la diseguaglianza redistribuendo ricchezza si fermano atterriti. Anche chi ha preso i voti nel nome della lotta contro le élites, alla fine fa proprio l'imbroglio liberista secondo il quale per redistribuire ricchezza prima bisogna produrla. Cioè per dare soldi ai poveri, prima bisogna darne ai ricchi.

Per questo vertici europei per la lotta alla povertà non se ne sono mai fatti, mentre i governanti UE si riuniscono e si accapigliano sul modo migliore di fermare i barconi dei migranti. Contro i ricchi nulla si può, nulla si deve fare, questo è il primo articolo della costituzione reale della UE, perciò oggi una delle figure più rappresentative dell'europeismo è Matteo Salvini.

mercoledì 27 giugno 2018

Sicurezza sul lavoro: dal 1° luglio sanzioni più care

Le ammende previste con riferimento alle contravvenzioni in materia di igiene, salute e sicurezza sul lavoro e le sanzioni amministrative pecuniarie previste dal d.lgs. n. 81/2000 nonché da atti aventi forza di legge, saranno rivalutate, a decorrere dal 1° luglio 2018, nella misura dell'1,9%.

Lo ha stabilito il decreto direttoriale n. 12 del 6 giugno 2018 (qui sotto allegato) del Capo dell'Ispettorato Nazionale del Lavoro e riguardante, per l'appunto, la "Rivalutazione sanzioni concernenti violazioni in materia di salute e sicurezza".

Dal prossimo mese, dunque, vi saranno sanzioni più aspre in presenza di inadempimenti in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Si tratta del secondo aumento quinquennale stante la previsioni del menzionato decreto n. 81/2008, come modificato dal d.l. n. 76/2013 (il c.d. pacchetto lavoro) che ha previsto la novità.

Sicurezza sul lavoro: sanzioni rivalutate ogni 5 anni

In pratica, a seguito delle modifiche introdotte da tale decreto legge, convertito dalla legge n. 99/2013, il comma 4-bis dell'art. 306 del T.U. sulla sicurezza stabilisce che "le ammende previste con riferimento alle contravvenzioni in materia di igiene salute e sicurezza sul lavoro e le sanzioni amministrative pecuniarie previste dal presente decreto nonché da atti aventi forza di legge sono rivalutate ogni cinque anni con decreto del direttore generale della direzione generale per l'attività ispettiva del ministero del lavoro e delle politiche sociali, in misura pari all'indice Istat dei prezzi al consumo previo arrotondamento delle cifre al decimale superiore".
La stessa norma aveva aggiunto che, in sede di prima applicazione, la rivalutazione sarebbe avvenuta, a decorrere dal 1° luglio 2013, nella misura del 9,6%, mentre delle successive rivalutazioni quinquennali si sarebbe occupato un decreto direttoriale.

Sicurezza sul lavoro: dal 1° luglio sanzioni più severe per i trasgressori

È stato il Ministero del Lavoro, in una nota dello scorso 19 aprile, a individuare nell'Ispettorato nazionale del lavoro l'organo che si sarebbe occupato di tali rivalutazioni. Da qui origina dunque il provvedimento in esame che, dal 1° luglio di quest'anno, prevede una rivalutazione pari all'1,9%.

Per effetto di tale modifica, considerando a titolo esemplificativo le violazioni punite con più aspre pene pecuniarie, il datore di lavoro che dimentica di compiere la valutazione dei rischi oppure omette di nominare il responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP) potrà incorrere in un'ammenda da 2.792,06 a 7.147,67 euro in luogo della forbice attuale (fino al 30 giugno 2018) che va da 2.740 a 7.014,40.

I rivalutati importi delle sanzioni si applicheranno alle violazioni commesse esclusivamente dal 1° luglio 2018 fino al 30 giugno 2023 e non riguarderanno gli accertamenti commessi in precedenza, posto che la rivalutazione si avrà "automaticamente" tenendo a riferimento il momento di commissione della violazione e senza applicazione di alcun arrotondamento.