lunedì 5 febbraio 2018

Inps, Corte dei conti accerta buco monstre da 6 miliardi

Alla fine il buco per l’Inps è stato certificato direttamente dalla Corte dei Conti nella Relazione sulla gestione finanziaria dell’Istituto di previdenza sociale relativo al 2017.
Il risultato economico di esercizio dell’Inps mostra un valore negativo per oltre 6 miliardi.
“Il susseguirsi di risultati economici negativi si riflette sulla progressiva erosione del patrimonio netto che si attesta a fine esercizio su un importo di poco meno di 78 milioni e che passa in territorio negativo in sede di assestamento del bilancio di previsione 2017 (…) in peggioramento la gestione finanziaria di competenza con un avanzo di 351 milioni (erano 1,434 miliardi nel 2015), determinato dalla somma algebrica del risultato di parte corrente negativo per 457 milioni (- 3,432 miliardi nel 2015) e di quello di parte capitale positivo per 808 milioni (4,865 miliardi nel 2015)”.
La ricetta per i commissari contabili è sistemare i rapporti finanziari dell’Inps con lo Stato.
“La situazione patrimoniale dell’Inps tornerà ad attestarsi su un saldo, tra poste dell’attivo e del passivo, in deciso miglioramento per effetto della disposizione contenuta nella legge di Bilancio per il 2018 che, attraverso una ‘sistemazione’ dei rapporti finanziari dell’Istituto con lo Stato, riconosce la natura di trasferimento a titolo definitivo dei debiti per anticipazioni alla gestione previdenziale per un importo di circa 59,455 miliardi e la compensazione di crediti e debiti per circa 29,423 miliardi”.
Ma è soprattutto insistendo su una riforma della governance, da attuare con la prossima legislatura che i conti possono tornare in territorio positivo.
“La riforma del sistema di governo dell’Istituto ad opera del d.l. n. 78/2010, di accentramento nella figura del presidente dei compiti prima spettanti al Consiglio di amministrazione, non si è mostrata, infatti, sufficiente a conferire all’Istituto migliore equilibrio, in particolare, nei rapporti con il Consiglio di indirizzo e vigilanza”.

giovedì 1 febbraio 2018

Siria: secondo Putin ci sono le condizioni per superare il conflitto


Il presidente della Russia, Vladimir Putin ha dichiarato che sono state create tutte le condizioni «per superare una tragica pagina nella storia della Siria». Ribadendo al contempo che è giunto il momento di aprire un dialogo «reale» tra le parti coinvolte nel conflitto.

Durante il Congresso per il Dialogo Nazionale in Siria, che si svolge a Sochi, in Russia, Putin ha affermato che l'evento fungerà anche da «appello per unire il popolo del paese arabo».

Il messaggio di Putin è stato letto ai congressisti riuniti a Sochi dal ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov.
Nella missiva viene ribadito il concetto che solo la Siria può decidere il proprio futuro come paese. 
Il presidente russo infatti evidenzia che «insieme ai nostri partner nel processo di Astana, Turchia e Iran. abbiamo cercato di rendere il più rappresentativo possibile l’evento, perché solamente il popolo siriano ha il diritto di determinare il futuro del proprio paese».

La Russia ha promosso la realizzazione di questo congresso per incentivare il dialogo in Siria, nonostante l’opposizione siriana abbia provato a boicottarlo annunciando che non avrebbe preso parte ai lavori.

mercoledì 31 gennaio 2018

Smog: Italia convocata a Bruxelles, a un passo dalla Corte Europea

Il 30 gennaio il Ministro dell’Ambiente italiano, insieme ai colleghi di altri otto stati UE, dovrà presentarsi a Bruxelles dal Commissario europeo per l’ambiente Karmenu Vella, per fornire un aggiornamento sulle misure pianificate dal nostro paese in materia di inquinamento atmosferico. Si tratta dell’ultima possibilità prima che l'Italia sia spedita direttamente davanti alla Corte di giustizia europea.
«L’Italia è tra i paesi membri ad essere sotto procedura di infrazione da parte della Commissione UE perché supera i limiti stabiliti dalla legge sia per l’inquinamento da biossido di azoto (NO2) che da particolato (PM10)» spiega Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’Aria. «In particolare, l’Italia ha già ricevuto il parere ragionato relativo alla prima procedura il 15 febbraio e quello relativo alla seconda il 27 aprile 2017. Il prossimo passaggio per entrambe le procedure sarà il deferimento dei due casi alla Corte di Giustizia Europea. Qualora gli sforamenti dovessero persistere, il nostro Paese rischia la condanna al pagamento di ingenti sanzioni pecuniarie. Questa convocazione è un motivo in più per far diventare il diritto a respirare aria pulita una priorità della campagna elettorale in corso».
A livello europeo, l’avvocato Ugo Taddei di ClientEarth, accoglie con favore l’impegno del Commissario Vella “per tutelare la salute di milioni di cittadini europei ed italiani, obbligati  ogni giorno a respirare un’aria di cattiva qualità”. "Al tempo stesso, però - continua - è ora di passare dalle parole ai fatti, portando di fronte alla Corte di giustizia europea quegli stati che, come l’Italia, non stanno affrontando l’urgente problema dello smog e delle sue conseguenze sanitarie. I livelli di inquinamento atmosferico sono fuori legge da anni e, nemmeno dopo i pareri ragionati inviati lo scorso anno dalla Commissione, ci sono stati cambiamenti seri e sostanziali”.
“L’Italia – conclude Taddei – è uno dei pochi governi ad aver ricevuto questo ultimo avvertimento e non è un caso: i livelli di inquinamento sono tra i più alti in Europa, ma le misure proposte sono tra le meno ambiziose. È tempo di cambiare marcia e affrontare con determinazione l’emergenza inquinamento, che purtroppo è diventata una costante. In gioco c’è la salute di milioni di cittadini”.
Secondo un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente dello scorso ottobre, in Europa si registrano annualmente 487.600 morti premature a causa dell’inquinamento atmosferico. In Italia l’esposizione a lungo termine al particolato, al biossido di azoto e all’ozono è direttamente legata a oltre 90 mila morti premature l’anno. Con più di 1.300 decessi per milione di abitanti, il nostro Paese resta al di sopra della media europea (circa 820 decessi per milione di abitanti). L’Agenzia Europea dell’Ambiente calcola inoltre che in Europa, ogni anno, circa 75mila morti premature sono causate dal solo biossido di azoto. All’Italia, in questa triste classifica, spetta il primato assoluto, con circa 17.300 casi di morte prematura.

martedì 30 gennaio 2018

Lavoratrici over50, eredità Fornero

Che la legge Fornero abbia sconquassato, per un verso o per un altro, i lavoratori è cosa nota ma che abbia avuto un notevole impatto di genere lo è, forse, un po’ meno. Allungando sempre di più l’età del pensionamento, le lavoratrici over 50 stanno diventando una porzione sempre più importante del mercato del lavoro italiano e sono sempre più numerose tanto che, dal 2010 a oggi, sono aumentate del 50 per cento.

Hanno un lavoro a tempo indeterminato pre jobact, full time e stabile, mediamente da ventinove anni nella stessa azienda. E sarà sicuramente per questo che, secondo quanto riporta la prima ricerca italiana sulle donne over 50 e il lavoro, Talenti senza età, condotta dal Centro Ateneo Studi e ricerche sulla famiglia dell’Università Cattolica, le donne in questione, in ambito lavorativo, si sentono più vecchie e obsolete che altrove (vedi, ambito famigliare o amicale), facendo ancora, oltretutto, i conti con il carico della conciliazione tra vita personale e professionale.

Particolarmente oberate, le donne senza partner ma con figli conviventi e quelle con un famigliare da accudire per essere, loro malgrado, la cosiddetta ‘generazione sandwich’. D’altronde, il livello di supporto organizzativo aziendale in cui lavorano è tendenzialmente insufficiente, soprattutto in quei contesti in cui sono in netta minoranza. Una discriminazione di genere, dunque, che fa il paio con quella relativa all’età che, forse, pesa ancora di più di quella legata al sesso.

Perché, dopo aver subìto il claustrofobico effetto del ‘soffitto di cristallo’, una volta diventate senior, l’avanzamento di carriera diventa pressoché impossibile. Ma tant’è: cercando di superare la doppia discriminazione con gli scambi intergenerazionali che le aiuta a sentirsi più giovani e meno discriminate per l’età.

Ma quali sono le motivazioni delle over 50 al lavoro? Premettendo che non dispongono di alternative, va da sé che quasi un terzo delle intervistate non ha obiettivi legati alla realizzazione professionale: sono donne che “avevano la testa sul lavoro” ma che ora, e nel tempo, hanno perso interesse e sono rivolte verso altro, soprattutto quelle intorno ai cinquantasette anni che si sentono “smarrite”, forti anche del fatto che hanno poche difficoltà economiche e un sostanzioso capitale sociale famigliare.

E, in generale, le lavoratrici che hanno superato i cinquant’anni sono una presenza attiva e generativa con alti livelli di benessere psicologico e di impegno nel lavoro, pur essendo in una fase della vita in cui sperimentano cambiamenti sostanziali che però, a differenza della condizione visibile della maternità, le loro transizioni sono invisibili e perciò sottovalutate dalle aziende. Delle due, l’una: o si mettono in atto strumenti in grado di ricostruire questi difficili equilibri o si offrono ‘scivoli’ e piani personalizzati per agevolare il passaggio di consegne.

lunedì 29 gennaio 2018

Occupazione, Italia fanalino di coda in eurozona

Il tasso d'occupazione in Italia è tra i più bassi dell'Europa e, nonostante negli ultimi anni la percentuale di persone con un lavoro stia lentamente crescendo, il gap rispetto all'area euro continua ad aumentare. Nel 2006 il tasso d'occupazione nella fascia 20-64 anni era del 68,9% nei 18 paesi dell'euro e del 62,4% in Italia; dieci anni dopo nell'eurozona si è arrivati al 69,9% mentre in Italia al 61,6%. Il gap è passato da 6,5 punti percentuali a 8,3 punti, cioè 1,8 punti in più. I dati sono contenuti nelle tabelle dell'Eurostat, ed elaborati dall'Adnkronos che ha messo a confronto gli anni 2006 e 2016.
Prima della crisi peggio dell'Italia c'era solo un paese: Malta. Il tasso d'occupazione nella piccola isola del mediterraneo si fermava al 57,9% ma, grazie a un trend in controtendenza, nell'ultimo decennio è cresciuto costantemente arrivando al 69,6%. Nel 2016 non c'è più nemmeno la magra consolazione di avere almeno un paese che ha dati peggiori e l'Italia si ritrova all'ultima posizione per tasso di occupazione nell'eurozona. Il caso Malta non è isolato, anche un altro paese è riuscito ad avere sempre il segno positivo davanti ai dati sul lavoro. E' la Germania, dove il tasso di occupazione ha continuato a salire ininterrottamente nei 10 anni, passando dal 71,1% al 78,6% (+7,5 punti).
Va osservato che, in generale, gli anni della crisi hanno condizionato il mondo del lavoro in quasi tutti i paesi. Tuttavia l'allontanamento dell'Italia dall'Europa è iniziato prima, quando cioè negli altri paesi il tasso d'occupazione cresceva ancora a livelli sostenuti e la penisola non riusciva a tenere il passo. Nel 2007 c'è stato un primo colpo, con il dato dell'Europa che è cresciuto di un punto percentuale (dal 68,9% al 69,9%), mentre in Italia si è registrato un misero +0,3 (dal 62,4% al 62,7%). Così la distanza è aumentata di 0,7 punti arrivando a 7,2 punti.
Negli anni della crisi l'Italia ha perso più terreno rispetto al resto dell'Europa, allargando ulteriormente la forbice. E' successo in particolare nel 2013, quando il tasso d'occupazione si è ridotto di 0,3 punti in Europa e di 0,8 punti in Italia, portando la distanza a 8 punti percentuali. Con la fine della crisi è tornato il segno più davanti ai numeri dell'occupazione ma, ancora una volta, nella penisola si procede meno velocemente rispetto al resto del continente. Così anche se a partire dal 2013 si è registrato un costante incremento del tasso d'occupazione, il livello di crescita è troppo lento rispetto alla media dell'eurozona. Il risultato è che negli ultimi tre anni la differenza si è ulteriormente accentuata arrivando a 8,3 punti di stacco.

venerdì 26 gennaio 2018

Ue: "Italia migliori conti o scatterà procedura

La lettera inviata il 22 novembre da Valdis Dombrovskis e da Pierre Moscovici al ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan "riflette in modo fedele ed accurato le conclusioni del dibattito tenuto dal collegio la settimana scorsa, sottolineando le preoccupazioni che riguardano la situazione di bilancio dell'Italia e l'annuncio di una nuova fase nel maggio 2018". Il vicepresidente Valdis Dombrovskis "ha spiegato che, se la situazione non migliorerà, la Commissione potrebbe adottare un rapporto, a norma dell'articolo 126 (3) del Tfeu, in maggio ed aprire una procedura per deficit eccessivo". Lo riporta il verbale della riunione della Commissione Europea tenutasi lo scorso 22 novembre a Bruxelles.
La possibilità di aprire una procedura per deficit eccessivo, implicita, non era esplicitata nella lettera inviata al Tesoro, in cui si sottolineava, tra l'altro, "l'importanza di non fare marcia indietro sulle importanti riforme strutturali, in particolare per quanto riguarda le pensioni, che sono alla base della sostenibilità a lungo termine del debito".
"Italia caso più complesso" - Per la Commissione Europea, l'Italia è "il caso più complesso" tra i cinque Paesi che hanno presentato documenti programmatici di bilancio per il 2018 a rischio di 'non compliance' con il patto di stabilità.
La Commissione ha chiesto all'Italia, all'Austria, al Belgio, al Portogallo e alla Slovenia di prendere "tutte le misure necessarie" ad assicurare che i bilanci 2018 siano in linea con il patto, ha ricordato Dombrovskis ai colleghi.
"Per quanto riguarda l'Italia - si legge - che era il caso più complesso, il commissario agli Affari Economici e Finanziari Pierre Moscovici e il vicepresidente Dombrovskis hanno preparato una lettera per il ministro delle Finanze, esprimendo le loro preoccupazioni, chiedendo chiarimenti ed annunciando l'intenzione della Commissione, nella primavera del 2018, di rivalutare se il debito italiano sia in linea con il patto di stabilità".
Dombrovskis, riferisce ancora la Commissione, "ha fatto brevemente riferimento al livello del debito pubblico italiano, ad un livello molto elevato dal 2015. La procedura per deficit eccessivo non è stata aperta perché i fattori rilevanti non la giustificavano nel 2016, in particolare in considerazione del fatto che il documento programmatico di bilancio era stato considerato largamente in linea e del fatto che l'Italia aveva beneficiato di tutte le clausole di flessibilità previste dalle regole attuali".
Il documento programmatico di bilancio 2018, ha continuato Dombrovskis, "era a rischio di non-compliance, anche tenendo conto del margine di discrezionalità e della riduzione dello sforzo strutturale richiesto, dallo 0,6% allo 0,3%".
Per questo, ha concluso, "la Commissione ha richiesto all'Italia di adottare tutte le misure necessarie ad assicurare, secondo la propria procedura interna di redazione del bilancio, che il bilancio 2018 sia in linea con il patto di stabilità".

giovedì 25 gennaio 2018

A Davos sulla globalizzazione i grandi del mondo si sfidano all’arma bianca

Ieri a Davos è iniziato il 48esimo appuntamento annuale del World Economic Forum. Ben cinquemila sono stati i soldati dispiegati dalle autorità svizzere per prevenire eventuali manifestazioni non autorizzate. Il Papa ha mandato una lettera ai grandi che parteciperanno al vertice, invitandoli a “riportare l’uomo al centro dell’economia”. Davos 2018 inizia infatti con una notizia certamente nota ma sempre più grave: l’1% della popolazione mondiale controlla il grosso delle ricchezze. Proprio su questo tema si gioca il futuro della globalizzazione, ed il modo in cui viene vista dai vari attori internazionali.
Secondo il Fondo Monetario Internazionale la crescita globale è ormai da tempo in costante aumento, ma tutta la ricchezza che in questi anni è stata prodotta è stata poi ripartita in un modo ancora più iniquo che in precedenza. Anche per i prossimi due anni la crescita mondiale è stimata intorno ad un buon 3,9%. Positive anche le stime riguardanti per l’Eurozona: nel 2018 e 2019 crescerà infatti rispettivamente del 2,2 e 2%.
All’Italia il segretario generale dell’OCSE, Angel Gurrìa, ha rivolto la raccomandazione di non fare un solo passo indietro nel cammino delle riforme. Il suo è stato un intervento coincidente con una vera e propria dichiarazione di voto: “Il jobs act, approvato con la fiducia, fu una scommessa azzeccata che ha creato quasi un milione di posti di lavoro e che nessuno, da Berlusconi in poi, aveva avuto i voti per approvare”, e “L’Italia è sempre stata una democrazia vibrante, tradizionalmente il voto è stata una questione di personalità, ma ora c’è una scelta netta fra chi propone di andare avanti sulle riforme e chi dice no a tutto senza fare vere proposte (…). Le opzioni sono abbastanza chiare e sarà un voto dalle conseguenze importanti. Vi auguro il meglio, gli italiani hanno saggezza e sono sicuro che faranno la scelta migliore”. Insomma, all’aristocrazia finanziaria che si riunisce annualmente nel salotto di Davos piace il governo uscente, e l’auspicio è quello di una sua netta riconferma.
A Davos s’è parlato anche di altri argomenti, per esempio le criptovalute come il Bitcoin, su cui sempre Gurrìa ha dichiarato: “Siamo ancora agli inizi sulle criptovalute, non diamogli tutta questa importanza (…). Che siano speculative o no, usate bene o no, per fare transazioni occulte o meno, è certo un problema e dobbiamo assicuraci che valute come Bitcoin siano usate per scopi legittimi”.
Nel frattempo, sul fronte internazionale, s’inasprisce lo scontro fra Donald Trump e il premier indiano Narendra Modi, come dicevamo all’inizio proprio sul tema della globalizzazione. Venerdì Trump arriverà a Davos per spiegare il senso economico del suo slogan “America First”, ovvero ridisegnare il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e ridurne le responsabilità verso gli altri paesi. Non a caso in questo suo primo anno alla Casa Bianca Trump ha fatto saltare ogni negoziato commerciale multilaterale, preferendo stabilire con le varie economie del mondo dei rapporti bilaterali. Sono così saltati il TTIP, che avrebbe dovuto unire in un solo mercato Stati Uniti ed Unione Europea, e la Transpacific Partnership avviato da Obama per unire in un unico mercato Washington e dodici paesi dell’Asia e del Pacifico, col chiaro intento di escludere la Cina. Non solo, ma Trump ha denunciato anche l’attuale struttura del NAFTA, il mercato comune fra Stati Uniti, Messico e Canada, dichiarando di volerlo rinegoziare nel profondo.
Nel frattempo gli Stati Uniti di Trump hanno aumentato la tensione anche con la Cina di Xi Jinping, anche perché adesso si avvicinano le scadenze entro cui Washington potrebbe aumentare le tariffe sull’acciaio cinese, mentre anche la contesa sul “furto di proprietà” potrebbe portare a nuove limitazioni contro i prodotti elettronici provenienti da Pechino. Non a caso, con Davos appena inaugurata, Trump ha introdotto nuovi dazi su prodotti provenienti dalla Cina e anche dalla Corea del Sud, come i pannelli solari e le lavatrici.
Così, se lo scetticismo e il timore che i leader europei orfani di Obama nutrono verso Trump ha indotto quest’ultimi, l’anno scorso, ad accogliere in pompa magna Xi Jinping come campione della globalizzazione, quest’anno tale onore è invece riservato al collega indiano Narendra Modi. Stavolta è toccato a lui parlare, e l’ha fatto fin da subito con uno stile molto elegante e solenne, citando addirittura Gandhi. “Non voglio che i muri e le finestre della mia casa siano chiusi da tutte le direzioni, ma che il vento di tutti i Paesi entri con calma. Ma non accetterò che i miei piedi siano sradicati da questi venti”. Ha comunque criticato la globalizzazione, spiegando che “ha perso smalto” e che “è assediata da forze che vorrebbero invertirne il flusso”.
Così, ha proseguito Modi, “vediamo nuovi tipi di barriere tariffarie e non” mentre “i negoziati bilaterali e multilaterali sono ad uno stallo”. Il riferimento riguarda il fallimento del vertice del WTO di dicembre col crescente aumento di tensione economico-commerciale fra India e Stati Uniti. Se la globalizzazione oggi è in difficoltà, ha chiosato il premier indiano, probabilmente la colpa è delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali che, con la loro evidente inadeguatezza, non riflettono più “le aspirazioni e i sogni dell’umanità e della realtà di oggi. La soluzione non è però l’isolamento, ma formulare politiche flessibili in linea col mutamento dei tempi”, e anche in questo caso il pistolotto diretto a Trump e agli Stati Uniti è risultato fin troppo evidente.
Ma non mancano critiche, talvolta neppur troppo velate, anche all’Europa. Già lo scorso anno Xi Jinping aveva tirato le orecchie ai suoi omologhi del resto del mondo, e Narendra Modi ha ribadito la lezione. L’Eurozona dal 2010 sottrae domanda ai mercati mondiali, accumulando surplus e dunque crediti sempre più alti negli scambi di ogni tipo con il resto del mondo. L’avanzo esterno complessivo di tutta l’Eurozona, a più di 400 miliardi di dollari, è ormai quasi il quadruplo di quello cinese e continua sempre a salire, in tempi di ripresa come di recessione. L’Olanda da sola sfiora i volumi di surplus di Pechino. Mentre l’Eurozona sfrutta la domanda del resto del mondo, tiene depressa la propria. Se non fosse per gli acquisti compiuti annualmente dagli Stati Uniti del “protezionista” Trump, coi suoi deficit esterni da 450 miliardi di dollari l’Eurozona ripiomberebbe nuovamente in recessione. C’è da chiedersi, però, se i leader europei, ormai sempre più galvanizzati dalla nuova crescita conosciuta dall’Unione Europea, avranno il coraggio di ammettere ciò dinanzi all’esclusiva platea di Davos.