mercoledì 22 novembre 2017

NATO: una pericolosa tigre di carta

I cinesi sono geniali nelle espressioni concise e poche sono più ricche di significato ed immediate come “tigre di carta”. La NATO è una tigre di carta che sopravvalutando i propri poteri può essere pericolosa.
Alcuni russi temono che oggi ci siano più truppe ostili al confine russo dal 1941. Anche se fosse vero, non ha molto senso. I tedeschi invasero l’Unione Sovietica con 150 divisioni nel 1941 e come risultò, non bastarono. Oggi la NATO ha, o afferma di avere, un gruppo di combattimento in ciascuno dei tre Paesi baltici e in Polonia; hanno un nome pomposo: Enhanced Forward Presence. Gli Stati Uniti hanno una brigata e parlano di un’altra. Una certa quantità di armi pesanti è stata inviata in Europa. Queste sono il grosso delle forze di terra al confine. In totale, con la valutazione più ottimistica e assumendo che tutto sia pronto, si tratta di una divisione. O, in realtà, l’equivalente di una divisione (cosa molto diversa) formata da 16 (!) Paesi con lingue, tattiche ed equipaggiamenti diversi e soldati che cambiano continuamente. E in guerra, i tre nei Paesi Baltici verrebbero accerchiati finendo in una nuova Dunkerque o nuova Canne. Tutto al solo scopo, ci dicono solennemente, d’inviare “il chiaro messaggio che attaccando un alleato, verrebbe raggiunto da truppe di tutta l’Alleanza“. Ma per chi è il “messaggio”? Mosca ha già una copia del trattato della NATO e sa cosa dice l’articolo V. Oltre all’EFP ci sono le forze nazionali. Ma sono residuali: “eserciti impoveriti” definiti sotto equipaggiati e sotto organico; raramente si esercitano. Il parlamentare tedesco incaricato di sovrintendere alla Bundeswehr afferma: “Ci sono troppe carenze“. Nel 2008 l’esercito francese fu descritto “in rovina”. L’esercito inglese “non riesce a trovare abbastanza soldati”. L’esercito italiano invecchia. La Polonia, una delle cheerleader del meme sulla “minaccia russa”, si ritrova con l’esercito diviso da accuse di politicizzazione. Sulla carta, questi cinque eserciti affermano di avere tredici divisioni e tredici brigate. Riassumetele ottimisticamente in una dozzina di divisioni in tutto. L’Esercito degli Stati Uniti (che ha difficoltà di reclutamento) ne aggiunge altre undici (sebbene gran parte oltreoceano coinvolte nella metastasi della “guerra al terrore”). Facciamo finta che tutti gli altri Paesi della NATO portino altre cinque divisioni. Quindi, complessivamente, riportando tutto a casa dalle guerre che la NATO combatte nel mondo, con le ipotesi più ottimistiche e partendo dal presupposto che tutto sia pronto e funzioni (meno della metà dei carri armati francesi era operativa, manici di scopa dipinti in Germania, carenze nel reclutamento inglese), incrociando le dita e sperando, la NATO potrebbe forse rappattumare due dozzine e mezza di divisioni: o un quinto di quelle che la Germania pensava avesse bisogno. Ma in realtà, quel numero è fantastico: non pronto, sotto equipaggiato, raramente addestratosi, senza coda logistica, nessuna scorta di munizioni, senza aver il tempo di creare una logistica. Gli eserciti della NATO non sono capaci di una vera guerra contro un nemico di prima classe. E non va meglio il membro principale: “solo cinque delle 15 unità da combattimento corazzate dell’esercito statunitense sono a pieno regime“. Una tigre di carta.
Questa realtà è stata svelata, a chi lo volesse vedere, dal “Dragoon Ride” del 2015, volto “ad assicurare gli alleati prossimi all’orso che siamo qui”, fu una sfilata di blindati leggeri armati di mitragliatrici pesanti. Sebbene continuamente coperta dai media statunitensi (“mostra al mondo una parte della potenza di fuoco degli Stati Uniti e dei suoi partner NATO dell’Europa orientale“), è improbabile che qualsiasi osservatore che avesse prestato servizio in un esercito del Patto di Varsavia fosse colpito da ciò che in effetti erano un paio di dozzine di BTR-50. E nemmeno l’esercito degli Stati Uniti quando ci pensa: un programma di punta è stato attuato per dotarli di un’arma più pesante. Il primo fu consegnato un anno dopo. Quindi ora l’esercito statunitense ha alcuni blindati leggeri con cannoncini, come i BTR-80 sovietici degli anni ’80. Nel frattempo, i russi hanno la torretta Bumerang-BM. Anni di calci a porte e pattugliamenti per la strade, sperando che non ci siano IED, sono una pessima preparazione a una vera guerra. Non meraviglia che la NATO preferisca bombardare obiettivi indifesi da 5000 metri. Ma anche lì, i dati sono insignificanti. Si consideri l’ultima performance “di successo” della NATO contro la Libia nel 2011. Nessuna difesa aerea, nessuna opposizione, completa libertà di movimento e scelta d’azione; e ci sono voluti 226 giorni! Il Kosovo, un’azione aerea simile contro un avversario debole, richiese 79 giorni. Nel frattempo gli anni passano in Afghanistan e Iraq. Non è insomma un’alleanza militare molto efficiente, anche quando viene attivata contro vittime più o meno indifese.
 Ma c’è una domanda ovvia: la NATO prende sul serio tutta la sua retorica sulla minaccia russa, o è solo una campagna pubblicitaria? Una campagna per avere 240 milioni di sterline dai Paesi baltici, un extra agli 80 miliardi di dollari per il complesso militare-industriale degli USA, 28 miliardi per la Polonia, i missili Patriot per la Svezia, F-35 per la Norvegia (ma senza un solo hangar per essi), aumento della spesa di Regno Unito, Germania, Francia, Canada, Repubblica Ceca e così via. Una minaccia russa fa bene agli affari: ci sono pochi soldi nelle minacce poste da IED, giubbotti antiproiettile e armi leggere. I grandi profitti richiedono grandi minacce. Come ho già scritto altrove, si pensava che la Russia abbia la dimensione giusta della minaccia, abbastanza grande, ma non troppo, ed hanno pensato che fosse un obiettivo sicuro anche, ricordate Obama nel 2015 e la sua fiducia che la Russia non fosse granché? O così pensavano allora. La cosa divertente è che la NATO inizia a preoccuparsi di ciò che ha risvegliato: “zone di diniego aereo”, esercito inglese annientato in un pomeriggio, la NATO che perde subito i Paesi Baltici, inarrestabile missile anti-portaerei, capacità di pre-allarme “subacqueo”, sottomarini “buco nero”, all’avanguardia nei carri armati, “devastante” sistema di difesa aerea, “totalmente superato”. Le azioni russe, sia diplomatiche che militari, in Siria hanno dato un assaggio alla NATO: l’esercito russo è molto più potente di quanto immaginasse, e molto meglio diretto. Il fantasma evocato per giustificare le vendite di armi e l’espansione della NATO ora ne spaventa gli artefici. Un esempio particolarmente sorprendente viene dal generale Breedlove, ex-comandante supremo della NATO, che ha fatto molto nel minacciare la Russia: ora teme che una guerra “lascerebbe l’Europa inerme, privata dei rinforzi e in balia della Federazione Russa”. Non così trascurabile come pensavano. A cosa dovremmo confrontare tale alleanza debole, incompetente ma infinitamente vanagloriosa e belluina? In passato suggerii che la NATO fosse un ubriaco che beve per curare gli effetti della cirrosi epatica. È un bambino dai capricci infiniti e che si spaventa con le storie che si racconta? Come il Patto di Varsavia, è spaventato da informazioni o opinioni contraddittorie e insiste sul fatto che sia bloccato. Certamente è un esempio di autocompiacimento compiacente: “Projecting Stability Beyond Our Borders” si vanta nei Balcani, in Iraq e Afghanistan. Gli unicorni vagano liberi nella NATO.
Non c’è motivo di preoccuparsi leggendo tutto ciò che esce dal quartier generale della NATO: è solo aria. C’è una risposta. E questa è la Libia. Quando dicono stabilità, rispondete Libia. Quando dicono terrorismo, rispondete Libia. Quando dicono pace, rispondete Libia. Quando dicono dialogo, rispondete Libia. Quando dicono valori, rispondete Libia. La NATO è pericolosa nel modo più stupido e illuso che ci sia. Ma quando il suo principale membro inizia a chiedere agli altri di “pagare la loro parte”, e il popolo di cinque membri vede Washington quale minaccia maggiore di Mosca, forse è ve verso la fine. Ma la ripetizione incessante diventa realtà ed è lì che sta il pericolo. L’isteria ha raggiunto proporzioni assurde: la “stazione di servizio mascherata da Paese” del 2014 decide chi siede alla Casa Bianca; dirige referendum in Europa; domina le menti dei popoli attraverso RT e Sputnik; domina i social media; ogni esercitazione russa crea panico. Sarebbe tutto abbastanza divertente tranne il fatto che Mosca non gradisce. Mentre le forze della NATO ai suoi confini sarebbero insignificanti al momento, possono aumentare e tutti gli eserciti devono prepararsi al peggio. La Prima Armata Corazzata della Guardia viene ricreata. Ne discuto l’importanza qui. Quando sarà pronta, e Mosca si muoverà molto più velocemente della NATO, sarà più che un confronto, offensivo o difensivo, per gli eserciti di carta della NATO. E se Mosca pensa che ne abbia bisogno di altri, arriveranno. E non ci saranno operazioni di bombardamento a costo zero da 5000 metri contro la Russia. La forza navale della NATO, ancora reale, è piuttosto irrilevante nelle operazioni contro la Russia. Eppure la tigre di carta scopre i suoi denti di carta. In altre parole, e non mi stancherò mai di citarlo, “Abbiamo firmato per proteggere una serie di Paesi anche se non ne abbiamo né le risorse né l’intenzione di farlo seriamente”. La NATO ha firmato assegni per anni. E invece di esaminare con sobrietà il conto in banca, ne firma altri tra gli applausi che gli riecheggiano nella testa. “L’orgoglio arriva prima della distruzione e lo spirito altezzoso prima di cadere“. Possiamo solo sperare che la distruzione imminente della NATO non distrugga anche noi.

martedì 21 novembre 2017

L’UE del massacro sociale si rafforza sul piano militare

Lo scorso lunedì (13 novembre) a Bruxelles è stata ratificata la decisione dei ministri degli Esteri e della Difesa di 23 paesi membri dell’Unione Europea di aderire all’accordo denominato Cooperazione Strutturata Permanente nella Difesa (PeSCo).
Nonostante sia stato giustificato con il tentativo di ottimizzare i costi e di ridurre le spese militari, l’accordo prevede la collaborazione degli stati partecipanti negli investimenti riguardanti il settore militare, nello sviluppo di nuove capacità belliche e nella partecipazione congiunta ad operazioni militari, anche se i progetti che saranno promossi dalla PeSCo non sono ancora stati definiti nel dettaglio. L’accordo entrerà in vigore a seguito dell’approvazione da parte del Consiglio Affari Esteri dell’UE, che voterà la ratifica della PeSCo il prossimo 11 dicembre; tuttavia l’esito della votazione sembra essere scontato, data l’adesione della larga maggioranza dei paesi membri dell’Unione (inoltre Portogallo e Irlanda sigleranno l’accordo a dicembre).
L’istituzione della Cooperazione Strutturata Permanente rappresenta l’attuazione degli articoli 42 (paragrafo 6) e 46 del Trattato sull’Unione Europea, che sono stati integrati al TUE dal Trattato di Lisbona del 2007, e dal protocollo n. 10 sulla cooperazione strutturata permanente. La costituzione della Cooperazione Strutturata Permanente è sancita dall’articolo 42 del TUE, il quale sancisce che[1]:
«Gli Stati membri che rispondono a criteri più elevati in termini di capacità militari e che hanno sottoscritto impegni più vincolanti in materia ai fini delle missioni più impegnative instaurano una cooperazione strutturata permanente nell’ambito dell’Unione».
Il protocollo n. 10 stabilisce infine i termini ai quali ogni stato aderente si impegna, ovvero[1]:
  • a procedere più intensamente allo sviluppo delle sue capacità di difesa, attraverso lo sviluppo dei suoi contributi nazionali e la partecipazione, se del caso, a forze multinazionali, ai principali programmi europei di equipaggiamento e all’attività dell’Agenzia nel settore dello sviluppo delle capacità di difesa, della ricerca, dell’acquisizione e degli armamenti;
  • ad essere in grado di fornire, a titolo nazionale o come componente di gruppi di forze multinazionali, unità di combattimento mirate alle missioni previste entro un termine da 5 a 30 giorni e sostenibili per un periodo iniziale di 30 giorni prorogabili fino ad almeno 120 giorni;
  • a cooperare al fine di conseguire obiettivi concordati riguardanti il livello delle spese per gli investimenti in materia di equipaggiamenti per la difesa, e a riesaminare regolarmente tali obiettivi alla luce dell’ambiente di sicurezza e delle responsabilità internazionali dell’Unione;
  • a ravvicinare, per quanto possibile, i loro strumenti di difesa, in particolare armonizzando l’identificazione dei bisogni militari, mettendo in comune e specializzando i loro mezzi e capacità di difesa, nonché promuovendo la cooperazione nei settori della formazione e della logistica;
  • a prendere misure concrete per rafforzare la disponibilità, l’interoperabilità, la flessibilità e la schierabilità delle loro forze, in particolare identificando obiettivi comuni in materia di proiezione delle forze, anche eventualmente riesaminando le loro procedure decisionali nazionali;
  • a cooperare per assicurare che essi prendano le misure necessarie per colmare, anche attraverso approcci multinazionali e senza pregiudizio degli impegni che li riguardano in seno all’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (NATO), le lacune constatate nel quadro del “meccanismo di sviluppo delle capacità”;
  • a partecipare, se del caso, allo sviluppo di programmi comuni o europei di equipaggiamenti di vasta portata nel quadro dell’Agenzia europea per la difesa.
Tra i possibili orizzonti dell’accordo vi è la progettazione di una “Schengen della Difesa“, ovvero la semplificazione degli spostamenti militari transfrontalieri.
Avrà in questo contesto un ruolo centrale il Fondo Europeo per la Difesa, che può contare su 5,5 miliardi di euro l’anno per gli investimenti comuni in armamenti nel contempo che avanzano i tagli alla spesa sociale.
I sostenitori del processo di integrazione europea vedono nell’adesione alla PeSCo il primo passo verso la costituzione di un esercito unico europeo: tra questi, uno dei più attivi sostenitori di questa ipotesi è il presidente francese Emmanuel Macron.
L’Italia è pienamente coinvolta e membro attivo degli sviluppi della PeSCo: tra le varie proposte di progetti vi sono infatti la realizzazione di un drone europeo, a cui l’Italia parteciperebbe direttamente, la trasformazione della Scuola Militare Nunziatella di Napoli in una scuola di formazione militare europea, e la realizzazione a Torino di una scuola internazionale di “peacekeeping“, in un contesto in cui l’imperialismo italiano sta guardando con sempre maggiore interesse alla situazione africana, con particolare riguardo alla Libia[2].
La Cooperazione Strutturata Permanente rientra in un contesto internazionale in cui l’UE, a seguito della Brexit, dell’elezione di Trump negli USA e dell’acuirsi delle tensioni interimperialistiche, tenta di acquisire ancora maggior peso nella competizione internazionale, pur senza troncare i propri rapporti con la NATO, e quindi con gli Stati Uniti.
È in questa fase compito fondamentale dei comunisti l’opposizione alla guerra imperialistica e al militarismo di ciascuno stato membro della piramide imperialistica, che non possono che portare a conseguenze nefaste per i popoli di tutto il mondo negli interessi esclusivi dei monopoli capitalistici in continuità con le politiche di massacro sociale di cui la stessa UE è portatrice.

lunedì 20 novembre 2017

La verità fa male al governo

L’operazione verità si sta rivelando decisamente una questione rognosa per il governo Gentiloni.  Lo si era capito dalla stretta imposta ai mass media (e dall’atteggiamento della polizia) contro lo sciopero generale del 10 e la manifestazione dell’11 novembre, convocati proprio all’insegna della verità da far conoscere al paese sul piano della disoccupazione reale, della aspettativa di vita taroccata sulle pensioni, della destrutturazione del lavoro che ha visto il boom solo di quello precario e a bassi salari, dello smantellamento del welfare che sta minando alla base la salute e la scuola pubblica.
Ma adesso a incalzare il governo sul piano della verità – e a far saltare i nervi ai ministri – ci si è messa anche la Commissione Europea. Con motivazioni e posizionamento ovviamente opposti a quelli dell’Usb o della Piattaforma Eurostop.
Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha bollato come “intollerabili” le parole del vice presidente della Commissione europea, Jyrki Katainen, il quale ha esortato il Governo a dire la verità agli italiani sullo stato dei conti pubblici. “Non mi è piaciuta l’esortazione al Governo italiano – ha detto – a non mentire ai cittadini, questo è intollerabile. Il Governo dice le cose come stanno”.
Una sorta di excusatio non petita del ministro dell’Economia, che mostra tutti i nervi scoperti di un esecutivo che ha fatto della cortina fumogena sulla ripresa economica e sulla luce in fondo al tunnel una velina di regime. I fatti, come noto, dicono tutt’altro, confermando ancora una volta quella contraddizione tra il demone della “crescita” e la realtà dello sviluppo di un paese, una contraddizione classica nei sistemi liberisti (neo o ordo che siano).
Come abbiamo scritto nei giorni scorsi sul nostro giornale, la Commissione Europea ha già fatto sapere che la Legge di Stabilità approntata dal governo per affrontare la campagna elettorale, si porta dentro un buco di alcuni miliardi (almeno 3,5) che andranno recuperati al più presto con una manovra aggiuntiva. Come? O con nuove tasse o con nuovi tagli alla spesa sociale, come al solito.

venerdì 17 novembre 2017

Aumentano ancora i super-ricchi: è cominciata la ripresa ma per chi?

Nel dibattito pubblico nazionale odierno economisti, analisti di mercato e politici stanno sottolineando l’importanza degli ultimi dati statistici pubblicati inerenti l’andamento dell’economia: nazionale, europea e mondiale. Lo studio più rilavante è il Global Wealth Report pubblicato dal Credit Suisse Research Institute, l’istituto di ricerca economico della banca Credit Suisse. E nelle stanze dei bottoni del capitalismo mondiale c’è senza dubbio percezione ben più chiara dello stato del nostro sistema economico all’uscita della crisi.
La relazione annuale di quest’anno è infatti estremamente rilevante poiché cade a 10 anni dall’inizio della crisi economica mondiale del 2007, causata dalla bolla del mercato immobiliare americano. Per questo motivo lo studio riesce a delineare delle prime analisi, sostenute da corposi dati economici, sulle conseguenze della crisi nella produzione e distribuzione della ricchezza mondiale, in rapporto agli anni ad essa precedenti. L’ultima parte del lavoro si sofferma infine sulla situazione delle nuove generazioni, i cosiddetti “millenials”, soffermandosi sulle prospettive di tale generazione e sul divario di possibilità di accumulo di ricchezza rispetto le generazioni precedenti.
Negli ultimi 12 mesi la ricchezza complessiva globale è cresciuta del 6.4 per cento, portando l’economia mondiale ad un valore complessivo di 280 mila miliardi di dollari, un nuovo record assoluto. I paesi occidentali hanno tutti registrato una crescita sia economica che del numero di super-ricchi, l’Italia è tra i dieci paesi che hanno registrato il maggior incremento di questi ultimi; 138 mila in più rispetto al 2016, portando il gruppo ad un totale di 1 milione e 288 mila milionari nel 2017. I paesi asiatici hanno anch’essi raggiunto importanti percentuali ponendosi, come nel caso della Cina, al pari di nazioni come gli U.S.A, elemento questo non nuovo e che sta suscitando tante paure oltreoceano (vedasi l’ultima tornata politica presidenziale americana). I dati che però riescono appieno a rappresentare una cartina di tornasole dell’ingiustizia economica mondiale sono quelli relativi alla distribuzione della ricchezza. L’1% della popolazione più facoltosa (capitale maggiore di 770mila dollari) detiene il 50.1% della ricchezza totale delle famiglie a livello globale. Prima della crisi del 2007 la quota si attestava al 45.5%. Allargando lo sguardo di analisi l’8.6%, ovvero la popolazione con reddito uguale o maggiore a 100mila dollari, detiene l’86% della ricchezza. Inoltre, nel 2017 il numero di milionari è salito a 36 milioni, 2.3 in più rispetto al 2016. In totale la ricchezza mondiale complessiva è cresciuta del 27% rispetto all’inizio della crisi finanziaria.
E tutti gli altri? Ovvero, il 91.4% della popolazione globale adulta (4.4 miliardi di persone)? Si suddividono in una fascia più alta, corrispondente alla parte medio-alta della società - ossia il 21.3% - possedente l’11.6%, e una più bassa consistente nel 70.1%, che detiene il 2.7% della ricchezza. Credit Suiss ci tiene subito a precisare che la quota di capitale di quest’ultima fascia è in aumento rispetto al 2016, quando era 2.4%.
A noi sorgono subito spontanee diverse domande, anche alla luce degli ultimi dati Istat, trionfalmente ripresi dal governo, che annunciano una crescita del Pil nazionale del +1.8%. Chi sta guadagnando dalla ripresa economica che si sta verificando? Come si sta producendo la ricchezza mondiale? Dove sono le ricadute per le fasce maggioritarie, ovvero quelle povere, della popolazione mondiale? La ripresa di cui si parla in cosa consiste?
La crisi economica del 2007 , e i suoi successivi sviluppi, sono emblematici dei meccanismi di funzionamento del sistema capitalista globalizzato, che si è definitivamente imposto a livello mondiale, capillarizzandosi a livelli fino ad ora mai conosciuti nelle vite di tutte e tutti noi. Marx nella sua lucida analisi lo aveva detto chiaramente, il capitale vive di cicli di crisi e di crescita  della produzione, poiché sistema economico fondato sul consumo continuo di merce, nel quale il capitalista persegue il plusvalore in un’ottica di crescita dei profitti esponenziale.
Gli ultimi anni hanno dimostrato l’estrema capacità del capitalismo di fare di queste crisi un trampolino di lancio di una radicale ristrutturazione, mantenente, come è ovvio, la sua Struttura invariata, e andando invece a modificare tutti gli ostacoli culturali, politici, storici che si frappongono alla possibilità di ulteriore incremento del margine di guadagno. Le diseguaglianze sono aumentate non perché si sono fatte scelte o riforme politiche sbagliate ma perché è nella natura stessa del sistema garantire guadagni enormi a pochi a scapito di una maggioranza, sfruttata in termini lavorativi e cognitivi. In questo quadro i lavoratori dei “paesi emergenti” vivono forme di sfruttamento “vecchie”, come nel caso, ad esempio delle economie emergenti asiatiche, che però hanno delle loro specificità rispetto lo sviluppo industriale occidentale del secolo scorso; in occidente invece assistiamo a nuove forme di sfruttamento, come quelle legate alla smart-economy, all’auto-imprenditorialità e più in generale del mondo legato al terzo settore ed in particolare allo sviluppo di internet. Se la suddivisione non è netta, la tendenza generale è chiaramente comune: utilizzare la crisi come mezzo di governo in modo da aumentare il livello di “tolleranza” rispetto lo sfruttamento lavorativo mescolando nel mercato del lavoro forme vecchie e nuove.
Fatta questa premessa, veniamo dunque ai nodi prima aperti. La ripresa che si sta verificando è la conseguenza del ritorno all’aumento della produzione mondiale, dopo una contrazione fortissima dei consumi. Questo, però, non porta profitti a chi non ha subito sulle proprie spalle la crisi e le politiche ad essa conseguenti, ma invece a quei paperoni che ritrovatisi difronte ad un mercato sconquassato hanno visto la grande possibilità di rilancio dello sfruttamento capitalistico, che si trovava aperte innumerevoli possibilità conseguenti la sua globalizzazione. Le ricadute economiche positive, ed è un dato di fatto, sono solo dei ricchi. Questi, difronte ai dati sulla distribuzione della ricchezza, ci dicono di fatto di accontentarci delle briciole e che più a vanti ci saranno delle fantomatiche ricadute “a cascata”. Non scordiamolo, quando si parla di ripresa economia ciò di cui si parla è il rilancio dei profitti dei capitalisti. Quindi la ripresa è anche la ripresa in forme sempre nuove, dello sfruttamento delle persone. È la ripresa, in modi sempre più profondi, dello sfruttamento dell’ambiente e dei territori. E’ la ripresa generale di un’economia che utilizzando il sistema democratico liberale mistifica quella che è la realtà dei fatti, cioè che esistono due macro-gruppi nella società contemporanea: chi è sfruttato e chi sfrutta. Quest’ultimi, un gruppuscolo, determinano e decidono le vite di miliardi di persone per continuare ad accumulare sempre di più.

giovedì 16 novembre 2017

L’assalto alle “fake news” è un attacco ai media alternativi

Gli storici dicono che il termine “fake news” risale all’epoca della “stampa scandalistica” del tardo 19° secolo, ma il termine è decollato nel 2016, poco più di un anno fa, durante la corsa presidenziale di Donald Trump. Il termine è stato usato per descrivere cose differenti, dai media “privi di fatti” pro-Trump a storie sensazionalistiche e in gran parte false, il cui unico obiettivo era catturare attenzione e soldi. Durante la stagione delle primarie, lo stesso Trump ha iniziato a etichettare tutte le storie dei media mainstream su di lui come “notizie false”. Anche se l’idea che ci potrebbero essere diverse verità risale almeno all’amministrazione del presidente George W. Bush, quando il consigliere Karl Rove affermò che l’amministrazione “crea la propria” realtà, ha guadagnato terreno quando il consigliere di Trump Kellyanne Conway, beccata a inventarsi cose in un’intervista televisiva, ha affermato di affidarsi a “fatti alternativi”.

Un espediente che sarebbe andato bene, di per sé. La maggior parte delle persone è spinta a credere che i politici mentano – qualunque sia il partito o la convinzione che rappresentano – per cui i loro tentativi di negarlo quando vengono accusati di essere dei maestri dell’invenzione tendono ad essere riconosciuti come tali.

I media istituzionali – The New York Times, The Washington Post, i programmi di notizie sulla rete e persino la Radio Pubblica Nazionale (NPR) – hanno tutti risposto all’accusa di essere bugiardi e fabbricanti di “notizie false” promuovendosi come “la comunità fondata sulla realtà” (NPR), o sostenendo che stanno combattendo una giusta lotta contro l’ignoranza, come dimostrato dal nuovo slogan della testata del Post, “La democrazia muore nell’oscurità”. Il Times è rimasto al suo slogan “Tutte le notizie che vale la pena di stampare”, ma ha aggiunto una peculiarità nella terza pagina quotidiana, che elenca “i fatti notevoli del giornale di oggi” e ha preso a chiamare “bugie” le bufale dell’amministrazione Trump.

Lo scorso dicembre il Congresso ha approvato una nuova legge, prontamente firmata dall’allora presidente Barack Obama, che ha reso esecutivo un emendamento orwelliano alla Legge sulla Autorizzazione alla Difesa del 2017. Chiamata Legge sul Contrasto alla Disinformazione e alla Propaganda, questa misura assegna al Dipartimento di Stato, in concerto con il Dipartimento della Difesa, il direttore dell’intelligence nazionale e un’oscura organizzazione governativa sulla propaganda chiamata Broadcasting Board of Governors, il compito di creare un “centro per l’analisi dell’informazione e la risposta”. Il compito di questo nuovo centro, finanziato da un budget di 160 milioni di dollari su due anni, sarebbe quello di raccogliere informazioni sulla “propaganda straniera e i tentativi di disinformazione” e “migliorare proattivamente le narrazioni basate sui fatti che supportano gli alleati e gli interessi degli Stati Uniti”.

Cosa sono le “fake news”? Il bersaglio continua a muoversi


Tutto questo potrebbe sembrare ridicolo, ma come giornalista che ha lavorato in questo campo per 45 anni, sia nei giornali mainstream che nella televisione e nei media alternativi, e come pubblicista di lunga data che ha scritto per pubblicazioni diverse come Business Week, The Nation, The Village Voice e un sito di notizie gestito collettivamente, chiamato ThisCantBeHappening.net, ho osservato come questa ossessione per le “notizie false” si sia trasformata in un attacco alle notizie alternative e alle organizzazioni che le riportano.

Il 24 novembre scorso, il Washington Post ha pubblicato un articolo da prima pagina in stile maccartista dichiarando che circa 200 siti di notizie sul web erano in realtà “fornitori di propaganda pro-russa” consapevoli o involontari. L’articolo, scritto dall’inviato sulla sicurezza nazionale del Post Craig Timberg, si basava sul lavoro di un gruppo ambiguo, chiamato PropOrNot, i cui proprietari-organizzatori erano stati tenuti anonimi da Timberg e le cui fonti di finanziamento non erano dichiarate. PropOrNot, ha scritto Timberg, aveva elaborato un elenco di siti che secondo il gruppo stava facendo circolare “propaganda pro-Russia”.

Per uno dei siti dell’elenco, il noto giornale di sinistra Counterpunch, fondato decenni fa dall’ex editorialista di The Village Voice e The Nation Alexander Cockburn, PropOrNot ha portato due articoli a giustificazione della sua nomina. Uno di questi articoli era mio. Era un pezzo che avevo scritto per ThisCantBeHappening, e che era stato ripubblicato a mio nome da Counterpunch. Il recensore, l’ufficiale in pensione dell’intelligence militare Joel Harding (che ho scoperto essere legato a Fort Belvoir, vicino Washington, che è sede del Comando dell’Esercito USA per le Operazioni sulle Informazioni, o INSCOM), ha etichettato il mio articolo come “assurda propaganda pro-russa”.

In realtà, l’articolo era una semplice relazione delle conclusioni del 29 settembre 2016 da parte dall’indagine congiunta olandese-australiana sull’abbattimento sopra l’Ucraina di un jumbo jet passeggeri malese nel luglio 2014; l’indagine aveva concluso che la Russia era colpevole. Nell’articolo notavo che questa indagine non era legittima perché si sapeva che due nazioni – Russia e Ucraina – possedevano i missili e i lanciatori Buk che avevano abbattuto l’aereo, ma solo ad una di esse, l’Ucraina, era stato permesso di portare prove. Le prove offerte dalla Russia in questo caso erano state ripetutamente respinte. Il rapporto evitava anche di menzionare che il governo ucraino aveva ottenuto il potere di veto su tutte le conclusioni raggiunte dagli investigatori.


Il resoconto era una “fake news” o propaganda? Niente affatto.


In questo caso le notizie false sono state quelle scritte e trasmesse su quella terribile tragedia da quasi tutti i media americani, tra cui il Times, il Post e tutte le principali reti. Tutti questi media continuano a dichiarare come se fosse un fatto accertato che un missile Buk russo ha abbattuto quell’aeroplano, anche se non è stata condotta nessuna indagine onesta. (Tecnicamente è vero che i missili Buk sono tutti “russi”, in quanto sono stati fabbricati tutti in Russia. Il non detto è che i militari ucraini avevano lanciatori Buk perché la loro nazione faceva parte dell’Unione Sovietica e loro avevano continuato ad acquistarli dopo l’indipendenza).

La forma più sciatta di critica ai media


“Etichettare le notizie che non ti piacciono come “notizie false” è la forma più sciatta di critica ai media”, afferma Jim Naureckas, redattore di Fairness and Accuracy In Reporting, una rivista di giornalismo di New York. “È come mettersi le dita nelle orecchie e canticchiare ‘la la la’ a voce alta. Sia il governo che i media istituzionali hanno delle ragioni per non volere che il pubblico conosca dei punti di vista che sono una minaccia al loro potere”.

Mentre Kellyanne Conway ha affermato il suo diritto di offrire “fatti alternativi” come un modo per giustificare l’essere stata sorpresa a mentire, esistono anche fatti alternativi reali, ma che non sono riportati dai media istituzionali. Un esempio classico è stato all’inizio dell’invasione statunitense dell’Iraq, quando tutti i media istituzionali hanno riferito che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa e stava tentando di sviluppare una bomba nucleare.

C’erano molte organizzazioni di notizie alternative che hanno citato gli ispettori delle Nazioni Unite, che sostenevano che niente di tutto ciò era vero e che non c’erano armi di distruzione di massa né programmi per la loro creazione in Iraq, ma sono stati semplicemente oscurati dai media istituzionali come il Times, il Post e le principali reti di notizie .

In questi giorni un’altra storia dubbia è che i russi “hackerarono” il server del Comitato Nazionale Democratico (DNC). Forse è andata in questo modo, ma in realtà il vasto sistema di intelligence che gli USA hanno costruito per monitorare tutte le telecomunicazioni nazionali ed estere non ha offerto alcuna prova reale di un simile tipo di attacco. L’avvocato per la sicurezza nazionale William Binney e l’analista in pensione della CIA, Ray McGovern, hanno suggerito che alcune prove indicano che deve essere stato coinvolto un membro del DNC.

Ci sono certamente notizie false in tutto il mondo, e cospirazionismi infondati dilagano incontrollati sia a sinistra che a destra. Ma troppo spesso articoli come il mio citato da PropOrNot (un vero fornitore di notizie false!) sono stati etichettati come propaganda – in quello che Naureckas afferma semplicemente essere “l’uso dell’ironia come meccanismo di difesa” – da parte di organizzazioni di notizie effettivamente colpevoli di pubblicare davvero notizie false, come ha fatto il Post con lo “scoop” della sua lista nera di PropOrNot.

“Quello che il governo e i media istituzionali stanno cercando di fare, con l’aiuto delle grandi società internet”, sostiene Mickey Huff, direttore dell’organizzazione Project Censored in California “fondamentalmente è chiudere i siti di notizie alternative che mettono in discussione la posizione comune dei media sui temi”.

Un’ampia minaccia per i media online


Questa è una minaccia per qualsiasi organizzazione online di news, inclusa questa, che dipende dall’uguaglianza di accesso a Internet e dalle alte velocità di download. Secondo le accuse di Huff, ci sono già resoconti secondo cui Facebook sta rallentando alcuni siti che hanno collegamenti alla sua piattaforma, in una risposta sbagliata alle accuse di aver venduto spazio pubblicitario alle organizzazioni legate al governo russo accusate di aver tentato di influenzare le elezioni presidenziali dello scorso novembre.

La fine della neutralità di Internet, ovvero l’uguale accesso ad alta velocità a Internet per la navigazione e il download che è stato garantito a tutti gli utenti – ma che è ora attaccata dall’amministrazione di Trump, dalla sua Commissione Federale delle Comunicazioni e da un Congresso a guida repubblicana – renderebbe molto più facile il verificarsi di questa chiusura dei media alternativi.

La vera risposta, naturalmente, è che i lettori e gli spettatori di tutti i media, mainstream o alternativi, diventino consumatori critici di notizie. Ciò significa non solo leggere gli articoli criticamente, incluso questo, ma cercare molteplici fonti di informazione sulle questioni importanti. Basarsi solo sul Times o il Post, o su Fox News o NPR, ti lascerà denutrito a livello informativo – non solo non informato, ma disinformato. Anche se dovessi leggere entrambi i giornali e guardare entrambe le reti, spesso saresti lasciato con una versione incompleta della verità.

Per arrivare alla verità, dobbiamo anche controllare le fonti alternative di informazione, sia di sinistra, di destra o di centro – e dobbiamo mantenere la distinzione critica tra punti di vista impopolari o non ortodossi e bugie sfacciate o propaganda. Senza una simile distinzione, e la libertà di prendere tali decisioni per noi stessi, mantenere la democrazia sarà impossibile.

mercoledì 15 novembre 2017

Entro il 2017 avremo respirato 41 gigatonnellate di C02 in un anno

La stima è contenuta nel rapporto 2017 compilato dal Global Carbon Project, un'iniziativa che coinvolge 76 scienziati di 57 diverse istituzioni in tutto il mondo: entro la fine del 2017 ci si attende che le emissioni globali di anidride carbonica risultino in aumento del 2% rispetto allo scorso anno, con un margine di incertezza compreso tra lo 0,8 e il 3%. E questo dopo tre anni di sostanziale stallo, dal 2014 al 2016, nella crescita di anidride carbonica.
Le emissioni globali di CO2 derivanti dall'uso di combustibili fossili e dal loro impiego nelle attività industriali raggiungeranno i 37 miliardi di tonnellate nell’anno in corso. Se si aggiunge l'anidride carbonica derivante dalla combustione di porzioni di foresta pluviale, la CO2 emessa arriverà a 41 gigatonnellate entro fine anno.
La ricerca pubblicata sulle riviste Nature Climate Change e Environmental Research Letters, arriva nei giorni della Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (COP23), che si tiene a Bonn in Germania.
Per Corinne Le Quéré, climatologa dell'Università dell'East Anglia (Inghilterra) che ha guidato lo studio, il dato è «molto preoccupante», e con queste emissioni, «la finestra di tempo per provare a tenere il riscaldamento globale sotto i + 2°C dall'era pre-industriale si sta esaurendo, per non parlare dei +1,5 °C». Potremmo insomma esserci avviati sulla strada dei  +3°C, con conseguenze potenzialmente catastrofiche, che peraltro si possono già vedere.
Intanto emerge che i centri urbani del pianeta sono responsabili del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili: il dato viene reso noto nel
Report elaborato dal Global Covenant of Mayors for Climate & Energy, studio dedicato a tutti i progetti smart city del mondo che consentiranno di ridurre sensibilmente le emissioni di gas serra (greenhouse gas) e di altri inquinanti. Il documento è stato presentato durante i lavori della Cop23. 
A livello ancora teorico, i promotori del documento hanno calcolato che se tutte le 7.500 amministrazioni cittadine aderenti al patto mondiale dei sindaci per il clima e l’energia, rappresentative di 680 milioni di abitanti, iniziassero a rendere operative le misure di decarbonizzazione fin qui stabilite, si avrebbe un taglio di 1,3 miliardi di emissioni di CO2 l’anno a partire dal 2030.
Ne deriva che i centri urbani del pianeta sono responsabili, appunto, del 70% delle emissioni di CO2 derivanti dall’utilizzo di combustibili fossili (principalmente petrolio e gas) nel settore energetico e dei trasporti.
Nelle città italiane, secondo il Politecnico di Milano, il 64% delle emissioni di CO2 deriva proprio dagli impianti di riscaldamento, contro il 10% derivante dal traffico veicolare e il 26% derivante da attività industriali.
Sempre in Italia, su dati dell’Osservatorio Autopromotec relativi a 5 città italiane (Milano, Genova, Firenze, Parma e Perugia), si è riscontrato che gli impianti termici per il riscaldamento degli edifici hanno un’incidenza sul totale delle emissioni di CO2 in ambito urbano che è fino a 6 volte superiore rispetto all’incidenza del traffico veicolare.

martedì 14 novembre 2017

Italia sconfitta: non solo calcio, è il paese a non vincere più

Campane a morto per l’Italia: «Personalmente vedo l’uscita dal girone finale dei mondiali di calcio come la Nemesi, la giusta punizione per un paese cantato da Dante quale regno dell’ignavia». Mai definizione fu più azzeccata, per Mitt Dolcino, che ricorda: nel 1996 la sconfitta con la Corea fermò l’invasione dei calciatori stranieri in Italia, concentrandosi sugli italiani e portando in dote il mondiale 15 anni dopo. Che farà l’Italia, ora che anche i giovani italiani scappano? Dettaglio: queste note profetiche, Dolcino le ha scritte (su “Scenari Economici”) prima di conoscere l’esito del catastrofico match di San Siro, conclusosi a reti inviolate tra le lacrime dell’eroe nazionale Buffon. Calcio a parte: un segnale sinistro, simbolico e inquietante, per un’Italia che non riesce più a vincere. Fuor di metafora: «C’è una regola abbastanza affidabile: vittorie ricorrenti nello sport arrivano quando un paese funziona, nel caso del calcio quando l’economia “tira” almeno in certi settori in cui il paese rappresentato eccelle». Questo vale certamente per l’Italia, assicura Dolcino: i 4 mondiali di calcio vinti dalla nazionale azzurra «sono arrivati a seguito di grandi miglioramenti differenziali a livello economico». Anche il mitico “mundial” spagnolo del 1982, quello di Bearzot (con Pertini al seguito) arrivò dopo l’aggancio della ripresa Usa spinta da Reagan.
Stesso discorso per i mondiali pre-bellici, continua Dolcino, in cui «la crescita innescata dalle conquiste fasciste – prima di fare la follia di seguire Hitler – aveva dato nuova linfa alla speranza italica». La stessa “ratio” vale anche per il mondiale del 2006, quando l’Italia «era il darling europeo degli anglosassoni, con la proficua guerra in Iraq, mentre Germania e Francia arrancavano nel Vecchio Continente, incazzate con gli italiani troppo filo-Usa». Tutto sommato «anche per Italia ’90 si poteva vincere», visto che «l’economia italiana pre-Tangentopoli tirava alla grande». Dolcino ricorda anche «i trionfi sportivi del venerato Moro di Venezia figlio di Montedison, azienda poi svenduta ai francesi per via di una tangente pagata alla magistratura milanese». Agli sfortunati mondiali Usa 2000 «si poteva vincere sulle ali dell’illusione speranzosa – mal riposta – della scellerata entrata nell’euro». Oggi, invece, «l’Italia è letteralmente annichilita dallo schema che la Germania ha imposto attraverso l’euro, un piano per affossare il più grande alleato Usa non-anglosassone in Europa».
Peggio: «L’Italia è prossima al fallimento economico». Nei piani franco-tedeschi «il prossimo anno arriverà la Troika per disporre degli asset nazionali più preziosi, in presenza di una classe politica nazionale non-eletta che, da 4 governi, fa gli interessi stranieri e non quelli italiani». Non poteva conoscere il risultato di Italia-Svezia, Dolcino, quando scriveva: «Pensate davvero che possa vincere i mondiali un paese al collasso, prossimo al fallimento, con l’Inps che deve attingere per oltre 100 miliardi di euro annui ai bilanci statali per non fallire?». Pensate davvero che possa farcela, un paese «con crescita del Pil nulla o quasi, con centinaia di migliaia di disperati che arrivano sulle coste», quelli che per la sinistra «saranno il futuro»? Questo è un paese «con le tasse più alte d’Europa per le imprese». In altre parole: così, non si va da nessuna parte (nemmeno ai mondiali di calcio, infatti). Il parallelo con il pallone è suggestivo e impietoso: «Il Milan del Cavaliere vinceva perchè l’economia tirava, perchè il Cavaliere fu un grande condottiero sportivo, perchè c’erano delle nicchie con enorme valore associato che permettevano al calcio italiano di eccellere».
Oggi c’è qualcosa o qualcuno che eccelle in Italia? Voi direte, la Ferrari o qualcosa del genere. Vero, ma allora dovreste tifare Olanda, visto che la sede è là». Colpa delle delocalizzazioni? Certo, «imposte da tasse altissime, come conseguenza del rigore euro-imposto». La fuga delle aziende ormai ha lasciato «il deserto economico (e sociale)», vale a dire «un paese con bassi stipendi, dormitorio di vecchi, a forte emigrazione di italiani capaci e formati, serbatoio di manodopera a basso costo, con masse consumanti ma non risparmianti in quanto il valore aggiunto deve rimanere per forza oltre Gottardo. E tutto questo per preciso volere euro-tedesco». Come non far giungere il nostro sentito grazie agli ultimi quattro premier, tutti rigorosamente non-eletti? Monti e Letta, Renzi e Gentiloni: grazie, «per non aver difeso il paese». Scriveva Dolcino, alla vigilia di Italia-Svezia: «Sappiate che non gioirò per l’eventuale mancata qualifica, spero anzi che l’Italia possa farcela. Ad ogni modo non tutto il male vien per nuocere: se la mancata qualifica potesse essere utile a farvi capire che l’Italia è davvero nella cacca fino al collo – al contrario di quello che i media cooptati al potere europeo vogliono farvi credere, per tenervi tranquilli – beh, questo sarebbe davvero un ottimo risultato. Meglio di una vittoria sportiva».