lunedì 31 luglio 2017

Una legge elettorale a difesa della Carta

La vittoria del referendum del 4 dicembre ha bloccato solo una delle strade tentate per stravolgere la Costituzione. Altre manovre sono in corso, a partire dalla legge elettorale. il Fatto quotidiano, 27 luglio 2017, con postilla
La vittoria del No non basta ad impedire nuovi tentativi di stravolgimento della Costituzione. Abbassare la guardia sarebbe un errore, come sottovalutare la forza e la determinazione delle potenti forze che in Italia e all’estero hanno spinto Renzi a tentare di deformare la Costituzione. La proposta di Renzi – bocciata il 4 dicembre 2016 – è solo la forma che ha assunto in Italia una scelta politica e istituzionale autoritaria e accentratrice. Panebianco ha proposto che le future modifiche debbano riguardare tutta la Costituzione, principi compresi, non più solo la parte istituzionale. Del resto il tentativo di modificare il patto costituzionale uscito dalla Resistenza e dall’intesa tra le forze fondamentali dell’epoca ha radici antiche.
Né è casuale che l’Istituto Leoni rilanci la flat tax, con il conseguente stravolgimento della progressività e dell’universalità dei diritti sociali, cambiando di fatto la prima parte della Costituzione. Le dichiarazioni fatte durante la campagna referendaria che la prima parte della Costituzione non era in discussione celavano in realtà il boccone più ambito, da affrontare una volta risolto il problema dei meccanismi decisionali in senso autoritario. Del resto nel mondo ci sono tendenze autoritarie: dalla simpatia delle grandi corporation per i regimi non democratici, fino alle derive autoritarie in Turchia, in Ungheria con il bavaglio alla stampa, in Polonia con l’attacco all’autonomia della magistratura. La pressione è contro le procedure democratiche, viste come inutili pastoie che ritardano le decisioni delle corporation e dei gruppi di potere. Il pensiero stesso è semplificato e primordiale e la società che prefigura è autoritaria, anzitutto sotto il profilo culturale. È già accaduto negli Usa, la destra ha preparato gli stravolgimenti partendo dal piano culturale, con l’obiettivo di trasformare un nuovo pensiero dominante in unico, talora in un dogma di Stato. Qualcosa del genere sta accadendo anche in Italia, la destra è all’attacco di principi fondamentali, la reazione è debolissima. La responsabilità politica e culturale del gruppo dirigente a trazione renziana è di avere buttato alle ortiche i valori della sinistra, una rottamazione dei principi. Pensiamo al fisco: la progressività del prelievo è stata abbandonata e sulla casa sono state tolte le tasse ai ricchi; sono stati approvati condoni a raffica, ora in proroga, con le stesse motivazioni di Tremonti. Sinistra e destra hanno sempre avuto un confine: il no, di principio, ai condoni. Questo argine è stato fatto saltare. Dove stanno ora le differenze? Ora è in preparazione un altro stravolgimento costituzionale e questa volta l’attacco riguarderà insieme meccanismi decisionali e principi, cioè i diritti fondamentali delle persone: lavoro, diritti, sanità, stato sociale. Per respingere questo tentativo il primo appuntamento è la legge elettorale, che non a caso nel disegno renziano era tutt’uno con le modifiche costituzionali. Il prossimo parlamento avrà un ruolo importante per respingere questi tentativi. Non si può che concordare con Onida: “Rinnegare i principi non vorrebbe dire rivedere la Costituzione ma stravolgerne i principi supremi… un salto indietro di due secoli”. Un parlamento eletto con i residui di Porcellum e Italicum, composto da nominati dai capipartito e non da eletti dai cittadini sarebbe subalterno ai poteri dominanti. Un parlamento rappresentativo, che risponde agli elettori, potrebbe impedire lo stravolgimento dell’assetto costituzionale, perfino imporne l’attuazione.
La nuova legge elettorale sarà uno spartiacque. Questo è drammaticamente sottovalutato. Troppi continuano a credere che una modalità elettorale vale l’altra. Non è così. Una legge elettorale che consenta di eleggere un parlamento rappresentativo, consapevole del suo ruolo, sarà decisiva per garantire la Costituzione. Altrimenti la destra rilancerà il presidenzialismo.
Il comitato per il No ha il merito di avere dato legittimità culturale e politica al No contro la deformazione costituzionale, impedendo il monopolio della destra. Ma anche a sinistra occorre chiarezza. Il No non è una linea del passato. Il 4 dicembre non basta ad impedire nuovi tentativi e la legge elettorale ancora non c’è. Sì e No non sono sullo stesso piano. Il Sì avrebbe fornito al gruppo di potere renziano le credenziali presso le forze che vogliono il cambiamento ad ogni costo della nostra Costituzione in modo che una minoranza di elettori diventi maggioranza comunque. Il No ha bloccato questo percorso.

venerdì 28 luglio 2017

"Caccia alle streghe" nell’Ucraina di Goebbels

Sono passate ormai alcune settimane dall’arresto di Vitalij Markiv, volontario e comandante di uno dei battaglioni punitivi che secondo la Procura di Pavia fu uno dei responsabili nell’omicidio del giornalista Andrea Rocchelli consumatosi nei pressi di Sloviansk (Ucraina Orientale) il 24 Maggio del 2014 e del suo interprete, oltre che nel grave ferimento del giornalista francese William Roguelon rimasto poi invalido. L’arresto di Markiv ha compromesso la già scarsa lucidità del governo ucraino, furioso di fronte al fatto che gli amici – o presunti amici – italiani abbiano addirittura osato mettere in stato di arresto un “eroe nazionale” come Markiv.
No, a Kiev non se lo aspettavano, e tantomeno si aspettavano che la Procura di Pavia confermasse non solo la non collaborazione sul caso Rocchelli da parte delle autorità ucraine, ma che addirittura dicesse a chiare lettere che le indagini sono state ostacolate da queste ultime, confermando quanto dichiarato dai genitori di Rocchelli nell'intervista pubblicata da L’Espresso a firma di Lucia Sgueglia. Sulla vicenda segnaliamo anche l’interrogazione parlamentare presentata da Luigi Manconi ed una ricostruzione pubblicata da Volga Newsletter.
Per completare il quadro politico con cui si trova ad dover fare i conti l’élite ucraina è importante ricordare che alcune settimane prima dell’arresto di Markiv, l’europarlamentare Eleonora Forenza – a cui abbiamo dato ampio spazio – aveva deciso di recarsi in Donbass portando la propria solidarietà agli insorti di Donetsk e Lugansk.
Alcune settimane dopo l’arresto di Markiv, invece, ancora Eleonora Forenza si è fatta promotrice di un’importante conferenza - a cui chi scrive non ha mancato di dare visibilità - che si è tenuta a Bruxelles presso gli Uffici del Parlamento Europeo durante la quale - oltre alla stessa Forenza - sono intervenuti numerosi deputati europei.
La sommatoria di questi eventi, peraltro in un lasso di tempo assai ridotto, ha scatenato il livore dell’elite golpista di Kiev, che non ha mancato di indirizzare verso l’Italia delle prevedibili risposte.
Kiev chiede l’estradizione per processare per terrorismo chiunque – soprattutto gli italiani - sia recato nei territori sui quali non esercita la propria sovranità di fatto da circa tre anni, fa coprire di minacce ed insulti deputati, solidali e giornalisti: come se già non si fosse oltrepassata la soglia del grottesco, ecco che, sul calco di copioni già visti e commentati – Kiev ripropone la pratica delle liste nere, in cui figura come “antiucraino” e “terrorista” chiunque abbia avuto il coraggio di criticare pubblicamente le responsabilità dei vertici poltiici e militari.
Non pago di Myrotvorets, banca dati dei presunti nemici dell’Ucraina a disposizione di scribacchini, diffamatori e macellai neonazisti, l’apparato ucraino sta utilizzando nuove tecniche per screditare e minacciare chiunque non si faccia intimore né dagli insulti, né dallo spettro dalle galere dove sono rinchiusi migliaia di oppositori e prigionieri politici, né dalle migliaia di morti che pesano come macigni sulle spalle dell’apparato ucraino e che ne comprovano la condotta.
La macchina del fango si rimette in moto. Dmitrij Sneghirev, ad esempio, è una voce autorevole dell’apparato ucraino: ex militante del partito neonazista Svoboda – da cui è fuoriuscito polemizzando con la linea “troppo morbida” del partito - è uno dei principali inquisitori del dissenso ucraino, diffamatore di giornalisti scomodi e – chiaramente - dei ribelli del Donbass.
Del tutto degno di quell’Andriy Parubiy recentemente ricevuto con tutti gli onori da Laura Boldrini, Dmitrij Sneghirev, oltre a ricoprire di fango chiunque abbia denunciato le responsabilità del governo ucraino, si occupa, ad esempio, di incitare l’apparato dal quale dipende ad agire contro i “mercenari italiani”. Questi ultimi vengono intenzionalmente confusi con giornalisti, musicisti, solidali e deputati, in modo da presentare come legittimo un uso della violenza indiscriminato nei loro confronti.
Lo stesso Sneghirev, in un altro autorevole scritto, con fare perentorio suggerisce alla Procura Generale Ucraina (GPU) ed ai servizi segreti (SBU) di indagare sulle presunte connivenze tra la Procura di Pavia e gli ambienti vicini alle autoproclamate Republiche Popolari di Lugansk e Donetsk, volendo far credere che l’arresto di Markiv non sia altro che una provocazione orchestrata dalla Federazione Russa con la complicità italiana. Come si tenta di delegittimare l’operato della Procura di Pavia?
Si sostiene, come fa Sneghirev, che l’operato della Procura non è volto al rintracciare le responsabilità dell’omicidio di un cittadino italiano, consistendo piuttosto in un’operazione diretta contro l’Ucraina dalla Regione Lombardia in linea con il suo ricoscimento dell’annessione della Crimea alla Federazione Russa.
Tra i numerosi personaggi della risma di Sneghirev, c’è Diana Makarova, personaggio di spicco delle bande neonaziste ucraine e delle loro maschere dal volto umano, come l’omonimo fondo di assistenza ai battaglioni punitivi di cui è responsabile. Diana Makarova si presenta come un’attivista dai canoni occidentali costantemente impegnata nell’apologia e nell’esaltazione dei macellai di Pravij Sektor.
Diana Makarova, evidentemente non soddisfatta dell’operato del camerata Sneghirev, ha ben pensato di aggiungere nuovi nomi, nuove foto e nuove calunnie contro i presunti “mercenari e sostenitori dei terroristi del Donbass”: Diana Makarova non ha fatto che aggiungere alla “velina” pubblicata da Sneghirev un’ulteriore quantità di fango prodotto manipolando alcuni dati ricavati dall’archivio di posta elettronica sottratto ad una responsabile del Ministero dell'Informazione della DNR (acronimo di Repubblica Popolare di Donetsk) da alcuni hacker ucraini.
Chi scrive, un giornalista che considerando il fervore con cui viene attaccato può dirsi assai fastidioso per la cricca di Poroshenko, si trasforma in un “mercenario” ed in un “terrorista” in combutta con un gruppo di duginiani (!) francesi e viene accostato intenzionalmente anche ai nomi di altri personaggi – non sempre illustri - sui quali, come il lettore potrà osservare, campeggia il nome di Matteo Salvini.
E’ interessante notare che sia proprio la Makarova a confidare nell’azione dell’Interpol (!) per la cattura di decine di giornalisti tra i quali il sottoscritto, e che negli ultimi giorni chi scrive stia ricevendo una mole notevole di insulti e minacce.
La pubblicazione di Diana Makarova, tutt’ora in rete, è stata velocemente ripresa prima da un blog, da Censor e da altri siti ucraini: benché, mi venga concesso un ruolo di rilievo, con tanto di foto, nella lista pubblicata dalla Makarova il mio nome compare insieme a quello di Pierpaolo Leonardi, segretario dell’Unione Sindacale di Base, musicisti come la Banda Bassotti, di semplici solidali con i ribelli del Donbass, di numerosi giornalisti - evidentemente scomodi - come Maria Elena Scandaliato, Lorenzo Giroffi, Giorgio Bianchi, Andrea Sceresini, Alfredo Bosco ed altri.
E’ ammissibile che l’Italia tolleri e permetta un atteggiamento di questo genere?

giovedì 27 luglio 2017

Tra piattaforme e algoritmi: nuove parole, vecchio sfruttamento

Nei meandri della gig e della sharing economy tutto deve essere cool. Ma oltre alla nuova frontiera del lavoro a chiamata e del ritorno del cottimo, da tempo ha fatto la sua comparsa anche il lavoro gratuito
Negli Stati Uniti hanno fatto notizia i numerosi processi intentati contro Uber, con l’obiettivo di far luce sulle condizioni di lavoro degli autisti, per stabilire se si tratti di lavoratori autonomi o no. Nell’estate 2016 a Londra hanno scioperato i lavoratori di Deliveroo e UberEats, per contrastare il tentativo delle aziende di passare da una retribuzione oraria al cottimo.
Le stesse ragioni sono state alla base delle proteste dei lavoratori di Foodora Italia, che inizialmente hanno avviato un contenzioso sulle biciclette, a loro carico come smartphone e costi telefonici. Successivamente il contenzioso è stato esteso alla retribuzione oraria, passata da 5,40 euro all’ora al cottimo (2,70 euro per consegna), che l’azienda ha introdotto per tutti i neo assunti, fino a estenderla progressivamente all’intera forza lavoro.
Non a caso c’è chi rivendica, e in taluni casi definisce per legge (come in Gran Bretagna), uno status apposito per i lavoratori della gig economy (lavoratori on demand), con ferie pagate, paghe minime e più poteri in sede di dibattimento. In particolare, si supera la dicotomia tra “lavoro dipendente” e “autonomo” verso la figura del “dependent contractor”, “dipendente a contratto” o “autonomo-dipendente”, ossia chi è idoneo a ricevere le tutele dei lavoratori pur non essendo dipendente.
Tuttavia nella maggior parte dei casi le norme non si sono ancora adeguate e le aziende ne approfittano, giocando anche su un linguaggio ambiguo e oscuro.
Ecco dunque che il fattorino diventa un rider. Già, perché gig economy e “retorica del lavoretto” vanno a braccetto con un vocabolario tanto “smart” quanto mistificatorio.
Tutto deve essere “cool”, come le pettorine fuksia. Perché se la busta paga deve assomigliare a una fattura, allora anche il turno diventa una “disponibilità”, essere assunti è “salire a bordo”, lavorare “per” si trasforma in lavorare “con”.
Ma la scomposizione del lavoro, dei suoi diritti e delle parole per nominarli sembra essere senza confini.
Oltre alla nuova frontiera del lavoro a chiamata (“on demand”) e del ritorno del cottimo, da tempo ha fatto la sua comparsa un altro incubo: il lavoro gratuito.
È stato Marco Bascetta ad aprire il dibattito su questo fenomeno, usando l’espressione folgorante di “economia politica della promessa”.
Come ricorda Francesca Coin in Salari Rubati, “il riferimento esplicito era all’accordo sindacale che ha consentito a Expo 2015 di sostituire il rapporto di lavoro contrattualizzato con una prestazione lavorativa non remunerata”.
Come per i fattorini di Foodora, “per i volontari di Expo c’era un immaginario linguistico che trasformava la grande esposizione in un’occasione di net-working, un modo per acquisire competenze e visibilità. La promessa è il miraggio di un futuro migliore, che legittima l’erogazione di lavoro gratuito come strumento di occupabilità in posizioni qualificate”.
È questa la logica che induce al lavoro gratuito tirocinanti e freelance, artisti ed editori, autori e curatori o banalmente tutti coloro che scrivono gratuitamente progetti e grant, nell’illusione che tutto ciò porti a una posizione remunerata.
Insomma, prima ti convincono che è normale fare “lavoretti”, che se non vuoi essere “choosy” devi accontentarti, poi arrivano gli stage, i tirocini, il lavoro gratuito e infine paghi per lavorare. Sì, si è visto anche questo, per esempio due anni fa con l’annuncio di una casa di produzione cinematografica che proponeva di partecipare all’”avventura” della realizzazione di un film in qualità di assistente alla regia, fotografo, scenografo, truccatore, per 500 euro.
Credo sia innegabile che, non esistendo forme di reddito minimo di autonomia per disoccupati, inoccupati, precariamente occupati e sottoccupati, questa escalation sia stata ancora più inarrestabile.
Un dato su tutti: in Italia il numero dei Neet è sempre stato del 60-70 per cento superiore alla media Ue, intorno a un livello del 20% rispetto alla forza lavoro complessiva. La media europea è dell’11%. Si tratta soprattutto di giovani che hanno bisogno di lavorare perché hanno bisogno di reddito. Non sono quindi disoccupati volontari, ma non rientrano nemmeno tra i disoccupati. I Neet sono il bacino degli scoraggiati, oltre che del lavoro nero e grigio.
L’Italia, di fronte a questi fenomeni, è davvero maglia nera in Europa, uno stato carogna (“rogue state”), insieme alla Grecia l’unico a non avere un sistema minimo di tutela garantito dal reddito universale, come la UE non ha mancato di ricordare più volte.
Eppure, come hanno sostenuto Stefano Rodotà e Luigi Ferrajoli, le ragioni del reddito e del salario minimo sono affermate negli articoli 36 e 38 della Costituzione e non contraddicono l’articolo 1 sulla “repubblica fondata sul lavoro”.
Non solo: a gennaio di quest’anno il Parlamento europeo si è espresso con un’importantissima Risoluzione sul “pilastro europeo dei diritti sociali”, in cui emergono in particolare proprio i due temi della predisposizione di tutele e garanzie anche per il nuovo “lavoro digitale” sulle piattaforme e la centralità del reddito minimo garantito nel rilancio del “modello sociale europeo”.
Perché questa riflessione?
In occasione delle giornate del G7 su impresa, lavoro e scienza a Torino (24 settembre-1 ottobre), stiamo organizzando “ProXima”, un festival di quattro giorni con dibattiti, spettacoli, ospiti nazionali e internazionali.
Per quattro giorni parleremo di società, cultura, politica, di presente e di futuro con persone che nel loro Paese hanno cambiato o stanno cambiando il corso delle cose, e con chi ha studiato e ragionato su ciò che oggi, nel nostro mondo, sono diventati l’economia e il lavoro, che cosa ne muove le trasformazioni, a vantaggio di chi, con quali effetti sulla società (in queste ore stiamo mandando le lettere di invito a Jeremy Corbyn, Jean-Luc Mélenchon, Pablo Iglesias, Ada Colau, Yanis Varoufakis, Thomas Piketty, Joseph Stiglitz e altri). Per quattro giorni ci troveremo in un luogo simbolo della città, da troppo tempo spento: i Murazzi. Uno spazio aperto, popolare, dove tutti e tutte possono riunirsi senza limiti e senza barriere.

mercoledì 26 luglio 2017

Via d'Amelio oltre i depistaggi, cercate i mandanti esterni

Silenzi” e “depistaggi di Stato” sono stati al centro del dibattito nelle commemorazioni della strage di via d’Amelio, che quest’anno ha compiuto un quarto di secolo. Venticinque anni dopo il delitto in cui persero la vita Paolo Borsellino ed i cinque agenti di scorta (Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Claudio Traina) lo scorso 20 aprile, la Corte d’Assise di Caltanissetta, al processo Borsellino quater, oltre ad aver condannato all'ergastolo i boss Salvo Madonia e Vittorio Tutino (imputati della strage) ha sancito per la prima volta l’esistenza di un depistaggio nella strage di via d’Amelio, condannando a 10 anni i "falsi pentiti" Francesco Andriotta e Calogero Pulci, accusati di calunnia. Con il dispositivo ha anche dichiarato il “non doversi procedere per pervenuta prescrizione in ordine al reato di calunnia pluriaggravata” nei confronti di Vincenzo Scarantino, il “picciotto della Guadagna” le cui dichiarazioni sono state sconfessate da quelle di Gaspare Spatuzza in tempi successivi. Scarantino, dicono i giudici, avrebbe quindi effettuato la calunnia solo perché "determinato a commettere il reato" dagli apparati di Polizia, che l’hanno “imboccato”, inducendolo a raccontare false verità. Inoltre la Corte ha disposto la trasmissione ai pm dei verbali d’udienza dibattimentale “per eventuali determinazioni di sua competenza”.
Sicuramente un atto di giustizia nei confronti dei familiari delle vittime, che da anni aspettano ancora di sapere la verità su quanto avvenuto, e nei confronti di chi è stato condannato ingiustamente per il delitto. Le riflessioni sul depistaggio (da chi è stato ordito? chi l’ha permesso? perché?), però, non devono distogliere l’attenzione sul quesito madre: chi sono i mandanti esterni della strage Borsellino?
Rispondere a questa domanda, forse, può anche aiutare a far capire i motivi che si nascondono dietro al depistaggio stesso.
I mandanti esterni che ci sono
Della presenza di mandanti esterni dietro le stragi ha parlato più volte il Procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato e nei giorni scorsi gli stessi pm nisseni, ascoltati in Commissione antimafia, hanno affrontato l’argomento. Nella Procura nissena, tra i primi magistrati ad indagare sui mandanti esterni a Cosa nostra nelle stragi sono stati Luca Tescaroli e Nino Di Matteo, con quest’ultimo che è recentemente tornato chiedere la riapertura del fascicolo. Di Matteo, oggi pm del processo trattativa Stato-mafia, ha seguito parte del “Borsellino bis” (anche se quell’indagine lo ha visto tra i protagonisti solo a partire dall'ottobre-novembre del 1994) ed ha istruito interamente, insieme al pm Anna Maria Palma, il Borsellino ter che, diversamente dai primi due processi sulla strage di via d’Amelio, non è stato messo in discussione. Proprio in questo dibattimento emersero diversi elementi sui coinvolgimenti esterni alla mafia per le stragi. Un processo che ha portato alla definitiva condanna di boss del calibro di Giuseppe Calò, Raffaele Ganci, Michelangelo La Barbera, Cristoforo Cannella, Filippo Graviano, Domenico Ganci, Salvatore Biondo (classe '55) e Salvatore Biondo (classe '56). Nella sentenza di primo grado la corte scriveva: “Risulta quanto meno provato che la morte di Paolo Borsellino non era stata voluta solo per finalità di vendetta e di cautela preventiva, bensì anche per esercitare” una “forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafia più intensa che in passato ed indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica”. Ricostruzioni basate sui pentiti Pulvirenti, Malvagna, Avola e, non da ultimo, Cancemi, il quale, si legge nella sentenza di primo grado, ha dichiarato come “Riina era solito ripetere che con quelle azioni criminose avrebbero messo in ginocchio lo Stato e mostrato la loro maggiore forza. E proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi come Borsellino avrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo di approccio con Cosa nostra e di arretramento nell’attività di contrasto alla mafia”. Cancemi disse anche che Riina era stato “accompagnato per la manina” nell’organizzazione di quelle stragi.
Ciò che viene accertato anche nelle sentenze definitive è che c’è stata un’accelerazione anomala dell’esecuzione della strage di via d’Amelio

martedì 25 luglio 2017

Manca l’acqua? In Italia le fonti fossili ne bevono 160 milioni di metri cubi l’anno

In Italia dove (fortunatamente) non ci sono centrali nucleari – di gran lunga risulta le più assetate per la produzione di energia –, ci pensano quelle alimentate da fonti fossili a consumare ingenti quantità d’acqua per poter funzionare: ogni anno ne bevono 160 milioni di metri cubi di acqua, ovvero (considerando in media un consumo procapite di circa 200 litri al giorno per persona) il fabbisogno annuale d’acqua di circa 2,2 milioni di persone.
D’altronde, però, l’energia è fondamentale al funzionamento della nostra società. Come rimediare? Passando alle fonti rinnovabili: «L’emergenza acqua che sta colpendo molte Regioni italiane – spiegano oggi dall’Anev, l’Associazione nazionale energia del vento – è dovuta in primis ai mutamenti climatici che sostengono una tra le più severe siccità mai registrate, ma anche alla scarsa attenzione verso un’oculata gestione delle risorse ambientali e delle materie prime. Questi fattori messi insieme stanno portando ad una vera è propria crisi ecologica e al rischio di calamità naturale. Oltre agli adeguamenti strutturali e ad una gestione più razionale, è necessario avviare una pianificazione organica di lungo termine anche nel campo dell’approvvigionamento energetico. Uno studio dell’Eea, Agenzia europea dell’ambiente, ha infatti quantificato in circa il 44% dell’acqua usata direttamente ed indirettamente in Europa la quota utilizzata negli impianti termici e nucleari, più di quanto consumato dalla somma del settore industriale e agricolo; quota equivalente al consumo annuale di circa 80 milioni di persone».
Il contesto italiano – come si evince dai dati Istat sul consumo di acqua – è diverso, con l’agricoltura che spicca come il settore in assoluto più assetato: «I prelievi di acqua effettuati nel 2012 (dove ad oggi si fermano i dati Istat, ndr) sono stati destinati per il 46,8% all’irrigazione delle coltivazioni, per il 27,8% a usi civili, per il 17,8% a usi industriali, per il 4,7% alla produzione di energia termoelettrica e per il restante 2,9% alla zootecnia».
Ciò non toglie che una maggiore diffusione delle fonti di energia rinnovabili permetterebbe da una parte di combattere efficacemente i cambiamenti climatici, dall’altra di ridurre il comunque abbondante consumo d’acqua imputabile alle fonti fossili: «Negli ultimi dieci anni, grazie all’apporto della fonte eolica nella produzione di energia elettrica nel nostro Paese – aggiungono infatti dall’Anev – si sono risparmiati circa 110 milioni di metri cubi d’acqua, equivalenti al consumo annuale di circa 1,5 milioni di persone».

lunedì 24 luglio 2017

A Falcone fu impedito di indagare su Gladio

Una pista non ancora esplorata sulla strage di Capaci è quella che porta ai legami tra gli omicidi eccellenti di Cosa Nostra e la Gladio, la struttura paramilitare segreta creata per contrastare l’avanzata delle sinistre in Italia. Giovanni Falcone avrebbe voluto indagare su questo fronte prima di lasciare la Procura di Palermo per assumere l’incarico di direttore generale degli Affari penali del ministero di Grazia e Giustizia, ma gli fu impedito. Ne accenna in questo articolo-intervista il procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, che è stato uno dei più stretti collaboratori del giudice assassinato il 23 maggio di vent’anni fa.
Palermo, 23 maggio 2012
I primi a registrare l’esplosione sono i sismografi dell’istituto di geofisica di Monte Cammarata, nell’Agrigentino. Siamo nel 1992. Nel pomeriggio del 23 maggio Giovanni Falcone e la moglie, Francesca Morvillo, dopo essere atterrati a Punta Raisi, sono saliti su un’auto blindata e stanno viaggiando in autostrada verso Palermo, scortati da due macchine della polizia. Alle 17,56 e 48 secondi, quando il piccolo convoglio è in prossimità di Capaci, le apparecchiature di Monte Cammarata segnalano una scossa. In realtà è una deflagrazione terrificante. Cinquecento chili di esplosivo infilato in un cunicolo sotto l’asfalto hanno fatto una strage: hanno aperto un cratere profondo tre metri e mezzo, facendo schizzare le auto come birilli. Solo da una sono usciti illesi tre uomini. S’è anche salvato l’autista di Falcone. Ma per gli altri non c’è stato niente da fare. Con il giudice e la sua consorte sono morti gli agenti Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani. Nove i feriti, di cui cinque cittadini comuni. Per avere ideato l’eccidio saranno riconosciuti colpevoli dalla Corte d’Assise di Caltanissetta Totò Riina e Bernardo Provenzano, i capi corleonesi della mafia. E con sentenza d’appello, nell’aprile 2000, fioccheranno gli ergastoli contro gli esecutori materiali della strage. Ma chi erano i mandanti a volto coperto di Capaci? «È solo mafia questa? Non ha anche il marchio atroce e inumano del terrorismo? Chi ci può essere dietro questo atto di guerra?», dirà a Montecitorio il presidente della Camera, Oscar Luigi Scalfaro, che il 25 maggio 1992 sarà eletto capo dello Stato sbarrando la strada al principale aspirante al Quirinale, Giulio Andreotti.
L’ipotesi che i mandanti fossero esterni a Cosa nostra, ancorché priva di riscontri processuali, continua ad essere oggetto di accertamenti dopo le rivelazioni degli ultimi collaboratori di giustizia. Spiega il Procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, che lavorò con Falcone alla Procura di Palermo fino a che questi non si trasferì a Roma come direttore degli Affari penali del ministero della Giustizia: «I fatti sono più complessi e rientrano in quello che Falcone chiamava “il gioco grande”, espressione con la quale alludeva al gioco grande del potere di cui il sistema mafioso è stato coprotagonista fin dall’unità d’Italia. L’idea che da una parte vi siano i buoni, i rappresentanti dell’antimafia, e dall’altra i soliti noti, brutti e cattivi, cioè i Riina e i Provenzano, è una semplificazione nella quale chi, come me, ha vissuto quelle vicende non si riconosce. La storia di Giovanni Falcone, di Paolo Borsellino e di coloro che li hanno preceduti è uno spinoso affare di famiglia interno alla classe dirigente». Una storia che ha alle spalle una scia di sangue e che comincia nei primi anni 80 con gli omicidi del procuratore capo di Palermo Gaetano Costa e del consigliere istruttore Rocco Chinnici. Sono entrambi delle avanguardie che fanno da rompighiaccio all’interno di un palazzo di giustizia dove opera una magistratura ripiegata su una tranquilla routine burocratica e talora in consonanza culturale con la mafia. Chinnici racconta nei suoi diari delle pressioni subite, dentro e fuori del palazzo di giustizia, per fare in modo che Falcone, che lavorava con lui all’ufficio istruzione, fosse distolto dalle indagini sui colletti bianchi. Collaboratori come Giovanni Brusca, il quale azionò il radiocomando che fece esplodere il tritolo di Capaci, «hanno raccontato che l’ordine di uccidere Chinnici era venuto dal mondo superiore dei colletti bianchi e cioè dai cugini Salvo», aggiunge Scarpinato.
È su questa scia di sangue che Falcone e Borsellino proseguono le loro inchieste dopo gli omicidi Costa e Chinnici. Continua Scarpinato: «Essi si insinuano in una storia difficile, in cui alcuni cadono perché hanno osato alzare il livello delle indagini. Se espungiamo questa parte del racconto, restano sul campo solo i Riina e i Provenzano». Falcone e Borsellino riscuotono consenso fintantoché nel mirino del pool c’è solo la mafia militare, che con il maxiprocesso subisce condanne esemplari. Il loro isolamento scatta quando cominciano a indagare sui piani alti del potere. Con l’arresto dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, il 3 novembre 1984, e con quelli di Antonino e Ignazio Salvo, imprenditori legati alla Dc, detentori del monopolio delle esattorie, «quel consenso – dice ancora Scarpinato – viene progressivamente ritirato e comincia una campagna mediatica di delegittimazione tendente a rappresentare Falcone e Borsellino come soggetti nei quali non ci si poteva identificare o perché pedine del Partito Comunista o perché ammalati di protagonismo. Ci sono i diari ai quali Falcone affidò tutta la sua amarezza per essere stato emarginato all’interno della Procura e c’è l’agenda rossa, mai ritrovata dopo la strage di Via D’Amelio, in cui Borsellino annotava l’indicibile».
Falcone non doveva occuparsi d’altro che di mafia militare e lasciar perdere le indagini sui colletti bianchi: questo era il messaggio che veniva dall’alto. E quando cercò di capire le eventuali connessioni tra gli omicidi eccellenti e la Gladio (la struttura paramilitare segreta, creata per contrastare l’avanzata della sinistra) gli fu impedito di farlo. Nella sua agenda elettronica c’è un appunto su una richiesta di incontro ai magistrati romani che seguivano quella pista. Prosegue Scarpinato: «Falcone aveva preso degli appuntamenti in seguito a un esposto della parte civile del processo La Torre (il segretario regionale del Pci assassinato da Cosa nostra, ndr) da cui emergevano possibili collegamenti tra Gladio e questo omicidio. Ma l’allora procuratore capo di Palermo, Pietro Giammanco, li disdisse».
Subisce la stessa emarginazione Borsellino. Commenta Scarpinato: «Ricordo che gli era stato inibito di occuparsi di certi processi e ricordo il braccio di ferro in Procura per impedirgli di parlare con Gaspare Mutolo dopo la morte di Falcone. Quando gli viene data la possibilità di ascoltarlo, Mutolo gli anticipa che intende parlare di Bruno Contrada. Ma da lì a poco Borsellino viene eliminato».
Diversi fatti avvalorano la tesi dei mandanti occulti dietro Capaci e Via D’Amelio. Due giorni prima del 23 maggio una piccola agenzia di stampa vicina ai servizi (Repubblica) dà l’annuncio di un grande “botto”. Poco prima dell’omicidio Lima, il neofascista Elio Ciolini, coinvolto nelle indagini sulla strage di Bologna, parla dell’inizio di una stagione stragista. E non meno inquietante è il suicidio in carcere per impiccagione di Antonino Gioè, che contribuì a collocare l’esplosivo nel cunicolo sotto l’autostrada. Come riferirono alcuni collaboratori, Gioè annunciò che dopo Capaci sarebbero avvenuti altri fatti gravi. Dice Scarpinato: «Era certamente a conoscenza di altre parti mancanti del gioco grande. Nella sua cella fu trovato un biglietto in cui faceva allusioni a strani suoi rapporti con i servizi». E conclude con una metafora: «Riina e Provenzano sono come i bravi dei Promessi Sposi. Non si può raccontare la storia dei Promessi sposi tagliando fuori don Rodrigo. Riina e Provenzano sono figli di don Rodrigo. E finché questo Paese vedrà calcare la scena di tanti don Rodrigo dovremo convivere con i loro bravi. I quali a volte si montano la testa e possono mandare il mondo sotto sopra. Quella della mafia, tranne la parentesi corleonese, è la storia di una componente della classe dirigente che ha sempre avuto un rapporto irrisolto con la violenza e con la legalità».

venerdì 21 luglio 2017

Trump ordina alla CIA di fermare tutti gli aiuti finanziari e militari ai "ribelli" in Siria

Dopo sei anni di guerra in Siria, l'amministrazione statunitense ha infine deciso di rinunciare al suo sostegno ai gruppi ribelli che combattono contro le truppe siriane.
Secondo i funzionari statunitensi, Donald Trump ha deciso di porre fine al programma segreto della CIA per armare e formare i "ribelli" in Siria. Questo programma di armamento è stato messo in atto dall'amministrazione Obama nel 2013 per cercare di abbattere il governo di Bashar Al-Assad.
Dopo i colloqui con la Russia, la Casa Bianca ora blocca il programma segreto, una mossa che probabilmente avrà gravi implicazioni per l'esercito siriano libero (FSA), appoggiato dagli Stati Uniti, che si trova nella Siria meridionale attorno al confine di Al-Tanf.

Anche se la CIA ha rifiutato di commentare, i funzionari statunitensi hanno detto al 'The Washington Post' che Trump ha deciso di interrompere il programma della CIA quasi un mese prima di una riunione del 7 luglio scorso con il presidente russo Vladimir Putin. "Questa è una decisione importante ... Putin ha vinto in Siria", ha dichiarato un funzionario nordamericano, che ha parlato in condizione di anonimato.
Il piano non coinvolge le forze democratiche siriane (SDF), una forza che sta combattendo per conquistare Raqqa e che ha ricevuto armi pesanti e veicoli corazzati in numero sempre crescente dagli USA negli ultimi mesi.