venerdì 30 giugno 2017

Banche venete e il "comitato d'affari" della borghesia sulle spalle dei lavoratori

La "ciccia" a un euro alle banche, le ossa a pagamento ai lavoratori
MEDIOBANCA: «Intesa incassa opportunisticamente il premio della reputazione nazionale, con zero rischi. Avrà enorme potere di fissazione dei prezzi in Veneto».
CODACONS: «I cittadini si ritrovano doppiamente danneggiati dalla crisi di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza: una prima volta attraverso il crollo delle azioni delle due banche, già costato 19 miliardi di euro ai risparmiatori assieme agli aumenti di capitale e alle perdite degli ultimi anni, la seconda volta attraverso le risorse pubbliche che il Governo mette a disposizione del salvataggio, 17 miliardi di euro pari a 708 euro a famiglia.»
FEDERCONSUMATORI FVG: «Cedere per un euro gli asset redditizi prefigura un aiuto di Stato, ma non alle banche venete, bensì a Intesa Sanpaolo, che in un sol colpo ha eliminato due competitor radicati in un territorio molto produttivo acquisendo quasi mille sportelli e la totale egemonia nel Nordest».
I commenti sull'operazione che ha portato al "salvataggio" delle due banche venete non si sono fatti attendere, soprattutto da coloro che o non ci hanno guadagnato, o ci hanno perso.
Mai però il governo si poteva rivelare più sfacciatamente di così quale "comitato d'affari" della borghesia, e in particolare dei settori preminenti, a servizio della concentrazione monopolistica, mettendosi sotto i piedi le loro stesse regole nazionali ed europee tanto sbandierate fino a un istante prima, facendo dei "due pesi e due misure" la regola del gioco.
La crisi delle due banche venete dura da diversi anni e i governi e gli amministratori che si sono succeduti avevano cercato di temporeggiare. Quando a inizio anno le due banche avevano fatto domanda di "ricapitalizzazione preventiva", la Banca Centrale Europea le aveva dichiarate "solvibili". Quando però è stato chiaro che la ricapitalizzazione preventiva non avrebbe trovato nessun privato disposto a mettere i 1,2 miliardi necessari – come avrebbe richiesto una vera "operazione di mercato" gravida di rischi – e il 14 giugno 2017 i legali della banca hanno dato l'avvio dell'azione di responsabilità, che presenta un conto da 2,3 miliardi a titolo di danni «nei confronti di ex amministratori e sindaci alternatisi in carica fino al 26 aprile 2014», allora la BCE ha cambiato le carte in tavola e ha dichiarato che le due banche sono in realtà "fallite o sull'orlo del fallimento". Ciò consente al governo Gentiloni di liquidarle con le regole italiane, in quanto la BCE ha comunicato che non considera le due banche abbastanza grandi da essere "sistemiche" (cioè da generare conseguenze gravi sull'intero sistema bancario in caso di fallimento) e non era necessario quindi applicare la direttiva che prevede il cosiddetto bail-in, cioè il salvataggio delle banche usando prima di tutto i soldi di investitori e risparmiatori invece dei soldi pubblici.
Ciò ha aperto la strada per un affarone da parte della principale banca italiana, Banca Intesa. La soluzione "trovata" dal governo, invece che 1,2 miliardi per la ricapitalizzazione, prevede una spesa iniziale di ben 5 miliardi di euro per salvare i risparmiatori delle due banche e una spesa potenziale di altri 12 miliardi di garanzie. Banca Intesa "acquisterà" la parte sana delle banche, mentre lo Stato si farà carico della cosiddetta "bad bank". Banca d'Italia infatti ha ribadito che dal «perimetro della cessione, sono esclusi, tra l'altro, i crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute) e ulteriori attività e passività delle Banche in liquidazione, come specificate nel contratto di cessione». Ossia tutte quelle attività che comportano un rischio sono a carico dello stato. Banca Intesa stanzierà 60 milioni per rimborsare i piccoli risparmiatori, che detengono le obbligazioni subordinate delle due popolari, che saranno rimborsati integralmente, ma questa parte sarà solo pari al 20% del totale, mentre il rimanente 80% sarà a carico del Fondo Interbancario di tutela dei depositi, ossia delle altre banche italiane, che devono quindi pagare il conto del rafforzamento della concorrente maggiore. Per il momento lo Stato dà 4,7 miliardi di euro a Intesa San Paolo, più garanzie pubbliche, per un importo pari a 1,5 miliardi di euro, volto alla sterilizzazione di rischi. Altri 12 miliardi di euro per il momento sono garanzie di vario genere emesse sempre dallo Stato. Per capire quanto costerà effettivamente l'operazione, bisognerà vedere a quanto lo Stato riuscirà a vendere gli asset delle "bad bank" e quanto bene andrà l'integrazione tra Intesa e ciò che resta delle due banche venete.
Con buona probabilità quindi non si dovrebbe rivelare vero quanto hanno dichiarato il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, e la Banca d'Italia, scesa in campo a difesa del decreto, cioè che i fondi necessari «non impattano sul deficit» e sono «già previsti in bilancio» nei fondi stanziati a Natale per le ricapitalizzazioni precauzionali, come quella del Monte Paschi. Infatti questi fondi avrebbero dovuto costituire una specie di partita di giro, di prestito ponte, che poi le banche risanate avrebbero dovuto restituire, invece quello che si potrebbe ricavare dalla bad bank, dopo che essa è stata spolpata da Intesa, potrebbe essere davvero misera cosa.
Ulteriore beffa, la Commissione europea ha detto che questa operazione si configura come aiuto di Stato, ma ha comunque deciso di approvarla per via della particolare situazione in cui si trova il Veneto e per l'impatto positivo che potrebbe avere l'intervento sull'economia locale.
Fuori dall'orizzonte di Intesa restano i crediti deteriorati e gli «oneri di integrazione e razionalizzazione», cioè i costi legati alla gestione dei circa 4mila esuberi che sarebbero prodotti dall'intervento. Per questa ragione in cantiere c'è un rifinanziamento da oltre un miliardo per il fondo esuberi. Quindi anche la pantomima che l'operazione è finalizzata a salvare posti di lavoro è falsa. Infatti, spiega Intesa, «un ulteriore contributo pubblico cash a copertura degli oneri di integrazione e razionalizzazione connessi all'acquisizione, che riguardano tra gli altri la chiusura di circa 600 filiali e l'applicazione del Fondo di Solidarietà in relazione all'uscita, su base volontaria, di circa 3.900 persone del gruppo risultante dall'acquisizione, nonché altre misure a salvaguardia dei posti di lavoro, quali il ricorso alla mobilità territoriale e iniziative di formazione per la riqualificazione delle persone».
Per avere un'idea di chi vince e di chi perde, basta dare un'occhiata alla Borsa, dove Intesa lunedì 26 alle 13 guadagna oltre il 4%.
In tutto questo, resta senza risposta, anzi viene demonizzata come "impraticabile" – al pari della vicenda Alitalia – la rivendicazione dei comunisti di nazionalizzare le due banche ed affidarle ai lavoratori, salvando i loro posti di lavoro e i risparmi dei piccoli risparmiatori. Questa soluzione, che non è il socialismo, ma non è la soluzione dei padroni, sarebbe costata meno, soprattutto se si fosse fatta per tempo, prima che i precedenti amministratori non avessero finito di dilapidare le risorse delle due banche.
Cosa dimostra questa vicenda, ancora una volta:
- L'Italia non è una colonia dell'Unione Europea, anzi occupa una posizione di primaria importanza. Quando la sua principale banca vuole fare un affare a spese dei concorrenti più piccoli, dei piccoli risparmiatori e dei lavoratori, le regole che vigevano fino a un momento prima sono stravolte e il governo ottiene a Bruxelles quello che altri non riuscirebbero a ottenere.
- La concentrazione capitalistico-monopolistica non conosce sosta ed avviene nei modi più brutali a spese dei concorrenti minori.
- Tale guerra inter-capitalistica avviene con la partecipazione attiva del governo borghese, che prende partito per il più forte dei contendenti, dirottando ingenti risorse pubbliche, e difende le sue posizioni nei conglomerati imperialistici a cui partecipa, come in questo caso UE e BCE. La stessa Banca d'Italia, si rivela anch'essa per quello che è sempre stata, un ingranaggio del meccanismo del capitalismo italiano, da sempre bancarottiere e truffaldino, con buona pace dei tanti "sovranisti" che si illudono di poter cambiare le sorti della nazione riaffidando a quest'istituzione la moneta nazionale.
- Non ci possono essere soluzioni all'interno di questo quadro economico, politico e sociale, ossia all'interno del capitalismo. L'Unione Europea non è riformabile e chi pretende di "trattare" con essa svia solo l'obiettivo del proletariato italiano e delle classi popolari, che deve essere rivolto al rovesciamento di questo sistema.
- I comunisti si battono per unire i lavoratori per imporre soluzioni che non significhino sempre profitti privati con le risorse pubbliche, ma nazionalizzazione con affidamento ai lavoratori delle aziende a cominciare da quelle più grandi e strategiche.

giovedì 29 giugno 2017

La crisi in Qatar: ancora un altro goffo tentativo dei Tre Stati Canaglia di indebolire l’Iran

Probabilmente non scopriremo mai cosa sia stato veramente discusso fra Trump, i Sauditi e gli Israeliani, ma ci sono pochi dubbi che la recente mossa saudita contro il Qatar sia il risultato diretto di questi negoziati. Come lo so? Perché Trump stesso lo ha detto! [in inglese] Come ho già raccontato in un articolo recente, la catastrofica sottomissione di Trump ai neoconservatori [in italiano] e alle loro politiche lo ha lasciato in balìa dell’Arabia Saudita e di Israele [in italiano], altri due stati canaglia, la cui potenza e, ad essere franchi, la cui salute mentale stanno venendo meno ad ogni minuto.
Nonostante l’Arabia Saudita e il Qatar abbiano già avuto in passato le loro divergenze e i loro problemi, questa volta la magnitudo di questa crisi supera di gran lunga tutte quelle passate. Questo è un primo tentativo, necessariamente grossolano, di fare una lista di chi sostiene chi:

A sostegno dell'Arabia Saudita (secondo Wikipedia) A sostegno del Qatar (secondo me)
Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Egitto, Maldive, Yemen (intendono il miserabile regime pro-Sauditi in esilio), Mauritania, Comore, Libia (il governo di Tobruk), Giordania, Ciad, Gibuti, Senegal, Stati Uniti, Gabon. Turchia, Germania, Iran
I numeri sono dalla parte dei Sauditi, ma la qualità?
Domande, tante domande
La situazione è molto fluida e tutto potrebbe cambiare presto, ma non notate qualcosa di strano nella lista qua sopra? Turchia e Germania sostengono il Qatar nonostante gli USA sostengano l’Arabia Saudita. Cioè, due importanti stati della NATO prendono posizione contro gli USA.
Inoltre, date un’occhiata alla lista dei sostenitori dei Sauditi: eccetto che per gli USA e per l’Egitto, sono tutti irrilevanti dal punto di vista militare (e gli Egiziani non saranno in ogni modo coinvolti militarmente). Non è così per coloro che si oppongono ai Sauditi, in special modo Iran e Turchia. Dunque se i soldi sono dalla parte dei Sauditi, la potenza di fuoco in questa situazione è dalla parte del Qatar.
Poi, il Gabon? Il Senegal? Da quando in qua questi stati sono coinvolti nelle politiche del Golfo Persico? Perché partecipano ad un conflitto così lontano? Anche una rapida occhiata alle 10 condizioni che il Qatar deve soddisfare secondo i Sauditi [in inglese] non ci aiuta a capire il perché del loro coinvolgimento:
Interruzione immediata delle relazioni diplomatiche con l’Iran,
Espulsione di tutti i membri del movimento di resistenza Palestinese Hamas dal Qatar,
Congelamento di tutti i conti correnti bancari di membri di Hamas e cancellazione di tutti gli accordi,
Espulsione di tutti i membri della Fratellanza Musulmana dal Qatar,
Espulsione degli elementi contrari al (P)GCC [Consiglio di Cooperazione del Golfo (Persico)],
Fine del sostegno alle ‘organizzazioni terroriste’,
Fine dell’interferenza negli affari Egiziani,
Cessare le trasmissioni dei notiziari di Al Jazeera,
Scusarsi con tutti i governi del Golfo (Persico) per gli ‘abusi’ di Al Jazeera,
Impegnarsi affinché il Qatar non conduca alcuna azione che contraddica le politiche del (P)GCC e l’adesione al suo statuto.
I Sauditi hanno consegnato anche una lista di persone e organizzazioni che vogliono proibire (si veda qui) [in inglese].
Da un’occhiata a queste condizioni è abbastanza chiaro che l’Iran e i Palestinesi (Hamas in special modo) sono in alto nella lista delle richieste. Ma perché ciò dovrebbe interessare al Gabon o al Senegal?
Ancora più interessante è la domanda, perché ISRAELE non è nella lista dei paesi che sostengono l’Arabia Saudita?
Come sempre, gli stessi Israeliani sono molto più onesti riguardo al proprio ruolo in tutto ciò. Sebbene magari non affermino chiaramente “siamo stati noi”, scrivono articoli come questo “Cinque motivi per cui Israele dovrebbe occuparsi della crisi Qatariana” [in inglese] , che elenca tutte le ragioni per cui gli Israeliani ne sono felici:
Danneggia Hamas
Ravvicina Israele all’Arabia Saudita, all’Egitto e ai Paesi del Golfo
Dimostra nuovamente l’influenza degli USA nella regione
Delegittima il terrorismo
Sostiene Israele in generale e il suo governo in particolare
Questo genere di onestà è abbastanza ristoratrice, anche se è solo ad uso e consumo interno israeliano. Rapido controllo da fonte palestinese [in inglese]– sì, gli Israeliani sostengono l’Arabia Saudita. Ciò non sorprende affatto, non importa con quanta attenzione le corporation mediatiche occidentali facciano finta di non accorgersene.
E gli USA? Trarranno veramente beneficio da questa crisi?
Gli USA hanno quella che forse è la più grande base USAF del mondo in Qatar, la Base Aerea di Al Udeid [in inglese]. Inoltre, il quartier generale avanzato dello United States CENTCOM [in inglese] si trova in Qatar. Dire che queste sono infrastrutture cruciali per gli Stati Uniti, significa sottovalutarle – si può dire che queste sono le più importanti strutture militari americane del mondo al di fuori degli Stati Uniti. Pertanto si concluderebbe logicamente che l’ultima cosa che gli Stati Uniti vogliono è un qualunque genere di crisi o perfino di tensione in prossimità di queste strutture vitali; eppure è piuttosto chiaro che Sauditi ed Americani si muovano in sincrono contro il Qatar. Tutto ciò non ha senso, vero? Corretto. Ma adesso che gli Stati Uniti si sono imbarcati in una vana politica di escalation militare in Siria [in italiano] non dovrebbe sorprendere affatto che due importanti alleati nella regione facciano la stessa cosa.
Inoltre, c’è mai stata una volta in cui le politiche dell’Amministrazione Trump in Medio Oriente abbiano avuto un qualche senso logico? Durante la campagna elettorale erano, diciamo 50/50 (eccellenti sull’ISIS, assolutamente stupide sull’Iran). Ma sin dal colpo di mano contro Flynn a gennaio e la resa di Trump ai Neoconservatori, tutto quello che abbiamo visto è stata una ininterrotta sequenza di atti di delirante stupidità.
Obiettivamente, la crisi in Qatar, non è affatto un bene per gli USA. Ma ciò non significa che un’Amministrazione che è stata sequestrata da ideologi duri e puri intenda accettare questa realtà oggettiva. Quello che vediamo è un’Amministrazione molto debole, al governo di un paese sempre più debole che tenta di dimostrare che ha ancora tanto peso da giocarsi. E se è effettivamente così, il piano è pessimo e destinato a fallire, o a generare tante conseguenze indesiderate.
Ritorno al mondo reale
Tutto questo è solo uno specchietto per le allodole, e quello che sta accadendo in realtà è di nuovo un altro maldestro tentativo da parte dei Tre Stati Canaglia (USA, Arabia Saudita e Israele) di indebolire l’Iran.
Naturalmente, ci sono altri fattori che contribuiscono, ma la questione grossa, il nucleo del problema è quello che io definirei come la veloce crescita dell’” attrazione gravitazionale dell’Iran” e il corrispondente “decadimento orbitale” dell’intera regione sempre più vicino all’Iran. E, a peggiorare il tutto, i Tre Stati Canaglia stanno visibilmente e inesorabilmente perdendo la propria influenza sulla regione: gli USA in Iraq e in Siria, Israele in Libano, e l’Arabia Saudita in Yemen – tutti e tre si sono imbarcati in operazioni militari che hanno finito per dimostrarsi errori madornali e che, invece di dimostrare quanto questi paesi siano forti, ha svelato quanto in realtà siano deboli. Ancora peggiore è il fatto che i Sauditi stanno affrontando una grave crisi economica la cui fine non è in vista, mentre il Qatar è diventato lo stato più ricco del pianeta, principalmente grazie all’immenso giacimento di gas che condivide con l’Iran.
Dopotutto, potrebbe sembrare che il Qatar non sia questa grossa minaccia per l’Arabia Saudita, essendo – diversamente dall’Iran – un altro stato salafita, ma in realtà questo è parte del problema: negli ultimi vent’anni, i Qatariani hanno percepito come le nuove ricchezze abbiano procurato loro mezzi completamente sproporzionati alle loro dimensioni fisiche: non solo hanno creato il più influente impero mediatico del Medio oriente, Al-Jazeera, ma si sono addirittura imbarcati in una politica estera che ha reso il loro ruolo importante nelle crisi di Libia, Egitto e Siria. E sì, il Qatar è diventato uno dei principali sostenitori del terrorismo, ma lo stesso vale per Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele, quindi questo è soltanto un vuoto pretesto. Il vero ‘crimine’ del Qatar è stato quello di rifiutare, sulla base di ragioni puramente pragmatiche, di prendere parte alla massiccia campagna anti-iraniana imposta alla regione da Arabia Saudita e Israele. Diversamente dalla lunga lista di stati che hanno dovuto esprimere il loro sostegno alla posizione saudita, i Qatariani potevano avere i mezzi per dire semplicemente “no” e tracciare la propria rotta.
Ciò in cui sperano adesso i Sauditi è che il Qatar si arrenda alle minacce, e che la coalizione a guida Saudita prevalga senza che ci sia una guerra “calda” contro il Qatar. Tutti si chiedono quale sia la probabilità che riescano ad ottenere questo risultato, ma io sono piuttosto dubbioso al riguardo (ne riparleremo più avanti).
E la Russia in tutto questo?
In tante occasioni Russi e Qatariani si sono presi a testate, specialmente su Siria e Libia, paesi in cui il Qatar ha avuto un ruolo estremamente tossico, essendo il primo finanziatore di vari gruppi di terroristi takfiri. Inoltre, il Qatar è il concorrente numero uno della Russia per il gas naturale in molti mercati. Ci sono state anche altre crisi tra i due stati, compresa quella che sembra essere un assassinio da parte russa del leader terrorista ceceno Zelimkhan Yandarbiyev [in inglese], e la seguente tortura e processo di due impiegati dell’ambasciata russa accusati di essere coinvolti nell’assassinio (erano stati condannati alla prigione a vita e infine rimandati in Russia). Eppure, i Russi e i Qatariani sono gente molto pragmatica, e i due paesi hanno mantenuto relazioni fondamentalmente cordiali, anche se caute, giungendo anche a delle cooperazioni economiche.
È estremamente improbabile che la Russia intervenga direttamente in questa crisi, a meno che naturalmente non sia attaccato direttamente l’Iran. La buona notizia è che quest’attacco diretto all’Iran è improbabile, dato che nessuno dei Tre Stati Canaglia ha davvero gli attributi per prendersela con l’Iran (ed Hezbollah). Quello che farà la Russia è usare il proprio soft power, politico ed economico, [entrambi in inglese] per tentare di attirare lentamente il Qatar nell’orbita Russa, secondo la strategia semi-ufficiale del Ministro degli Esteri Russo, che consiste nel “trasformare i nemici in neutrali, i neutrali in amici, gli amici in alleati”. Proprio come con la Turchia, i Russi forniranno volentieri il proprio aiuto, specialmente perché sanno che quest’aiuto guadagnerà loro un’influenza molto preziosa nella regione.
L’Iran, il vero bersaglio di tutto questo
Gli Iraniani dicono apertamente che i recenti attacchi terroristici a Tehran sarebbero stati ordinati dall’Arabia Saudita [in inglese]. Tecnicamente, ciò vorrebbe dire che adesso l’Iran è in guerra [in inglese]. In realtà, naturalmente, essendo l’Iran la vera superpotenza locale, sta agendo con calma e moderazione [in inglese]: gli Iraniani comprendono perfettamente che questi ultimi attacchi terroristi sono un segno di debolezza, e che la migliore reazione è comportarsi allo stesso modo dei Russi dopo le bombe di San Pietroburgo: restare concentrati, calmi e determinati. Proprio come i Russi, gli Iraniani hanno offerto di mandare cibo al Qatar, ma è difficile che intervengano militarmente, a meno che i Sauditi non impazziscano davvero. Inoltre, con le forze armate turche presto schierate in Qatar [in inglese], gli Iraniani non hanno davvero la necessità di dimostrare alcuna potenza militare. Direi che il semplice fatto che né gli USA, né Israele abbiano osato attaccare direttamente l’Iran sin dal 1988 (dall’abbattimento da parte della Marina USA dell’Airbus, volo 655 dell’Iran Air [in inglese]) sia la migliore prova della reale potenza militare iraniana.
Quindi a cosa andiamo incontro?
È davvero impossibile prevederlo, anche solo perché le azioni dei Tre Stati Canaglia difficilmente possono essere descritte come “razionali”. Eppure, supponendo che nessuno impazzisca, la mia personale sensazione è che a prevalere sarà il Qatar, e che quest’ultimo tentativo saudita di provare quanto sia potente il regno, fallirà di nuovo, proprio come tutti gli altri (in Bahrain nel 2011, in Siria nel 2012 o in Yemen nel 2015). Il tempo inoltre non gioca a favore dei Sauditi. I Qatariani hanno indicato chiaramente di non avere intenzione di arrendersi [in inglese] e che combatteranno [in inglese]. I Sauditi hanno già preso la scandalosa decisione di imporre un embargo ad un altro paese musulmano durante il mese sacro del Ramadan. Continueranno con l’escalation commettendo un atto di aggressione contro un altro paese musulmano durante questo mese? Potrebbero farlo, ma è difficile credere che possano ignorare a tal punto l’opinione pubblica musulmana. Ma se non lo fanno, la loro operazione perderà gran parte dello slancio, mentre ai Qatariani verrà lasciato il tempo di prepararsi politicamente, economicamente, socialmente e militarmente. Il Qatar sarà piccolo, e la sua popolazione poco numerosa, ma le loro immense tasche consentono loro di schierare rapidamente un enorme quantitativo di fornitori e di contractors lieti di aiutarli. Questo è un caso in cui le famose “forze dei mercati” agiranno in vantaggio del Qatar.
Il Ministro degli Esteri del Qatar è atteso a Mosca sabato [in inglese], ed è piuttosto ovvio di cosa si parlerà nel corso degli incontri: anche se la Russia non metterà tutto il proprio peso politico a sostegno dei Qatariani, il Cremlino potrebbe accettare un ruolo da mediatore tra Arabia Saudita e Qatar. Se succedesse questo, sarebbe l’ironia finale: il risultato principale dell’operazione saudita-israeliano-statunitense sarà l’assegnazione di un ruolo di influenza ancora maggiore nella regione alla Russia. Per quanto riguarda lo stesso Qatar, il risultato di questa crisi si declinerà secondo il famoso detto nicciano: “Quello che non ci uccide, ci rafforza.”
Conclusione
Questa crisi la vedo come un altro disperato tentativo da parte dei Tre Stati Canaglia di dimostrare che loro sono ancora il più grosso e il più cattivo del quartiere, ed esattamente come i precedenti, penso che fallirà. Per esempio, io non ce li vedo i Qatariani a chiudere Al-Jazeera, una delle loro “armi” più potenti. Né ce li vedo a rompere tutti i loro rapporti diplomatici con l’Iran, visto quanto i due stati sono [come gemelli siamesi] uniti all’anca per mezzo dell’immenso giacimento di gas liquido di South Pars [in inglese]. La sconfinata ricchezza dei Qatariani significa inoltre che loro avranno sostenitori molto potenti in tutto il mondo che proprio adesso, nel momento in cui io scrivo queste righe, probabilmente sono al telefono a chiamare gente molto influente per spiegare loro in termini assolutamente chiari, come non sia il caso di fare pasticci col Qatar.
Se non altro, questa crisi servirò soltanto a spingere il Qatar nel caldo abbraccio di altri paesi, tra cui Russia e Iran, e indebolirà ulteriormente i Sauditi.
I Tre Stati Canaglia hanno lo stesso problema: la loro capacità militare di minacciare, tiranneggiare o punire si sta rapidamente erodendo e sempre meno paesi lì fuori li temono. Il loro sbaglio più grosso è che invece di cercare di adattare le proprie politiche a questa nuova realtà, scelgono sempre di raddoppiare, ancora e ancora, nonostante falliscano ogni volta, facendoli apparire perfino più deboli e peggiorando ulteriormente la loro situazione rispetto a quella iniziale. Questa è una pericolosissima spirale verso il basso, e ancora i Tre Stati Canaglia non sembrano in grado di immaginare una qualunque altra politica.
Terminerò quest’articolo confrontando cosa i Presidenti Putin e Trump faranno in questi giorni, dato che trovo questo confronto altamente simbolico della nuova era in cui viviamo:
Trump, dopo aver bombardato qualche “tecnica” (camioncini 4×4 con una mitragliatrice) e qualche camion in Siria, si è messo a twittare che Comey è un bugiardo e un delatore.
Quanto a Putin, ha partecipato all’ultimo meeting della Shanghai Cooperation Organization (SCO) che ha salutato l’ingresso di Pakistan e India come membri a pieno titolo. La SCO adesso rappresenta oltre metà della popolazione che abita il nostro pianeta, e un quarto del PIL mondiale. La si può pensare come “l’altro G8”, oppure come “il G8 che conta”.

mercoledì 28 giugno 2017

Strategia NATO della tensione

Che cosa avverrebbe se l’aereo del segretario Usa alla Difesa Jim Mattis, in volo dalla California all’Alaska lungo un corridoio aereo sul Pacifico, venisse intercettato da un caccia russo dell’aeronautica cubana? La notizia occuperebbe le prime pagine, suscitando un’ondata di preoccupate reazioni politiche.
Non si è invece mossa foglia quando il 21 giugno l’aereo del ministro russo della Difesa Sergei Shoigu, in volo da Mosca all’enclave russa di Kaliningrad lungo l’apposito corridoio sul Mar Baltico, è stato intercettato da un caccia F-16 statunitense dell’aeronautica polacca che, dopo essersi minacciosamente avvicinato, si è dovuto allontanare per l’intervento di un caccia Sukhoi SU-27 russo. Una provocazione programmata, che rientra nella strategia Nato mirante ad accrescere in Europa, ogni giorno di più, la tensione con la Russia.
Dall’1 al 16 giugno si è svolta nel Mar Baltico, a ridosso del territorio russo ma con la motivazione ufficiale di difendere la regione dalla «minaccia russa», l’esercitazione Nato Baltops con la partecipazione di oltre 50 navi e 50 aerei da guerra di Stati uniti, Francia, Germania, Gran Bretagna, Polonia e altri paesi tra cui Svezia e Finlandia, non membri ma partner della Alleanza.
Contemporaneamente, dal 12 al 23 giugno, si è svolta in Lituania l’esercitazione Iron Wolf che ha visti impegnati, per la prima volta insieme, due gruppi di battaglia Nato «a presenza avanzata potenziata»: quello in Lituania sotto comando tedesco, comprendente truppe belghe, olandesi e norvegesi e, dal 2018, anche francesi, croate e ceche; quello in Polonia sotto comando Usa, comprendente truppe britanniche e rumene.
Carrarmati Abrams della
3a Brigata corazzata Usa, trasferita in Polonia lo scorso gennaio, sono entrati in Lituania attraverso il Suwalki Gap, un tratto di terreno piatto lungo un centinaio di chilometri tra Kaliningrad e Bielorussia, unendosi ai carrarmati Leopard del battaglione tedesco 122 di fanteria meccanizzata. Il Suwalki Gap, avverte la Nato riesumando l’armamentario propagandistico della vecchia guerra fredda, «sarebbe un varco perfetto attraverso cui i carrarmati russi potrebbero invadere l’Europa».
In piena attività anche gli altri due gruppi di battaglia Nato: quello in Lettonia sotto comando canadese, comprendente truppe italiane, spagnole, polacche, slovene e albanesi; quello in Estonia sotto comando britannico, comprendente truppe francesi e dal 2018 anche danesi.
«Le nostre forze sono pronte e posizionate nel caso ce ne fosse bisogno per contrastare l’aggressione russa», assicura il generale Curtis Scaparrotti, capo del Comando europeo degli Stati uniti e allo stesso tempo Comandante supremo alleato in Europa.
Ad essere mobilitati non sono solo i gruppi di battaglia Nato «a presenza avanzata potenziata». Dal 12 al 29 giugno si svolge al Centro Nato di addestramento delle forze congiunte, in Polonia, l’esercitazione Coalition Warrior il cui scopo è sperimentare le più avanzate tecnologie per dare alla Nato la massima prontezza e interoperabilità, in particolare nel confronto con la Russia. Vi partecipano oltre 1000 scienziati e ingegneri di 26 paesi, tra cui quelli del Centro Nato per la ricerca marittima e la sperimentazione con sede a La Spezia.
Mosca, ovviamente, non sta con le mani in mano. Dopo che il presidente Trump sarà stato in visita in Polonia il 6 luglio, la Russia terrà nel Mar Baltico una grande esercitazione navale congiunta con la Cina. Chissà se a Washington conoscono l’antico proverbio «Chi semina vento, raccoglie tempesta».

martedì 27 giugno 2017

Sanzioni, l’Italia perde colpi nel mercato russo

L’Unione Europea estende nuovamente di altri sei mesi le sanzioni contro la Russia e la politica autolesionista europea continua. Fra la Russia e l’Italia sono numerosi i settori strategici di cooperazione, fra cui quello energetico, ma con le sanzioni l’Italia perde colpi nel mercato russo.
Il premier italiano Gentiloni in visita a Sochi ha definito eccellenti i rapporti fra l'Italia e la Russia, effettivamente la cooperazione fra i due Paesi nei più svariati settori dalla moda all'agroalimentare e all'energia ha raggiunto in passato ottimi livelli. Dal 2014 però l'Unione Europa impone sanzioni economiche alla Russia, una guerra commerciale pagata anche con le tasche italiane.
Nonostante Roma e Mosca siglino diversi importanti accordi, fra cui anche un contratto miliardario tra l'Eni e Rosneft, per gli imprenditori italiani condurre affari con la Russia è diventato sempre più complicato. A causa delle sanzioni l'Italia perde la grande occasione offerta dal mercato russo. Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione l'ingegnere Manfredi Mazziotti, proprietario di diverse aziende italiane del settore petrolifero.
— Ingegnere Mazziotti, in quale stato si trova oggi il settore petrolifero in Italia?
— Il settore petrolifero in Italia è indicato formalmente come un settore che dovrebbe essere abbandonato. L'Eni fa moltissimo ovviamente, ma tutto quello che si fa nel settore in generale è visto come un'attività non dico criminale, però pericolosa. Lavorare nel settore petrolifero significa essere considerati dei paria, anche se in realtà non è vero.
— Lei collabora con delle aziende russe?
— Ho collaborazioni importanti con l'azienda bielorussa Naftan, che in realtà è in mano ai russi. La Naftan è una raffineria enorme ed è una delle più importanti di tutta l'ex Unione Sovietica. Lavorando con la Naftan sembra come se io facessi qualcosa che alle banche non sta bene.
— Cioè? Quali sono le difficoltà in cui si è imbattuto?
— Si tratta di un buyer's credit che è concesso dal Monte dei Paschi di Siena su garanzia della SACE, il quale viene continuamente interrotto e bloccato. È un lavoro che va avanti dal 2011, procede tutto pianissimo, perché si ferma in continuazione la procedura.
— Secondo lei a che cosa sono dovuti questi ostacoli?
— Il problema è dovuto alla difficoltà di tutte le aziende italiane con il sistema bancario, che di fatto è come un nemico delle aziende. Questo sistema non collabora quando i clienti sono in difficoltà. Nel caso della Russia e della Bielorussia io non ho più supporto bancario. Ho firmato un accordo anche con una compagnia russa, ma non sono riuscito a farmi garantire nulla, perché le banche mi hanno negato il credito e mi hanno impedito di procedere, perciò il contratto è perso. Questo sta avvenendo con tutte le aziende del mondo russo.
— In che cosa consiste esattamente il problema?
— Le aziende russe chiedono garanzie a favore delle aziende italiane.
Quando si consegnano dei materiali o delle forniture, prima di pagarle i russi vogliono che vengano garantiti. È una cosa diventata ovvia per i russi, perché hanno preso talmente tante fregature dall'Italia, che quando ora si consegnano dei materiali, la parte russa vuole che siano garantiti. Ecco, queste garanzie le banche italiane non le danno.
— Qual è l'importanza del mercato russo per le imprese italiane?
“Perdere il mercato russo è stato come essere cacciati dal Paradiso per la UE”
— Il valore è enorme, le richieste del mercato russo nei confronti delle aziende italiane, aziende ottime in questo settore, sono numerosissime. Ci sono possibilità senza limiti, perché in Russia si fabbrica poco di quello che è necessario e da parte delle aziende italiane ci sarebbe la possibilità di fare molto lavoro, ma in questo momento ci sono difficoltà con le sanzioni, che solo formalmente non riguardano il settore del petrolio e del gas. Quando si parla di approcci con la Russia la mentalità del mondo italiano vede le sanzioni come un elemento negativo.
È un peccato che un settore grandissimo per la Russia e per l'Italia sia trattato in questo modo.
— In questo settore si potrebbe incrementare ancora di più la cooperazione fra Italia e Russia?
— Sono proprietario di un'azienda che lavora nell'ingegneria, nella progettazione e nella fornitura e quando devo affrontare un rapporto con la Russia mi scontro con dei problemi, mentre invece questo dovrebbe essere il Paese guida. La richiesta di forniture da parte della Russia è grandissima e l'Italia avrebbe un mare di lavoro e enormi possibilità. Noi sappiamo fare quello che i russi vogliono e mi sembra che con i russi ci sia un ottimo modo di lavorare. Con i russi ci si trova benissimo, l'approccio da parte dell'Italia e del governo italiano invece è che sarebbe meglio stare alla larga dai russi. La Russia viene considerata un pericolo.
In Europa noi siamo il maggiore fornitore petrolifero, i concorrenti sarebbero le aziende tedesche, le quali fanno in modo che passi il messaggio di non collaborare con la Russia. In realtà il vero problema è che le banche sono sotto il controllo della Germania. Il rapporto con la Russia sarebbe gigantesco e sarebbe molto gradito alle aziende italiane, perché conosciamo benissimo come lavorano i russi, ci abbiamo lavorato in passato, ma ci vengono create grandi difficoltà, soprattutto dal sistema bancario.
— Qual è il suo auspicio? Come vede in futuro la cooperazione fra Italia e Russia nel settore petrolifero?
— Il mio auspicio è che l'Italia esca dall'Unione Europea, perché l'Unione è controllata di fatto dalla Germania e questo Paese, come sappiamo, ha sempre avuto un rapporto delicatissimo con la Russia. Un partner come l'Italia che vuole aprirsi con la Russia, ecco, i tedeschi lo vedono come fumo negli occhi.

lunedì 26 giugno 2017

SPESA PUBBLICA: Opere incompiute ed opere inutili!

Se dovessi scegliere qual è il danno maggiore che normalmente e con sistematicità viene provocato alle “casse pubbliche” dalle “opere incompiute” ovvero dalle “opere inutili”, riconosco che mi troverei in difficoltà.
Le opere incompiute, almeno all’origine della loro progettazione sicuramente avevano un senso, una utilità, una finalità condivisa e attesa dalla popolazione e dal territorio cui erano allocate. Nel tempo a venire, magari in presenza di nuovi finanziamenti, nuove risorse, si nutre la speranza di vederla realizzata secondo le originarie aspettative.
Le opere inutili invece, da subito, rappresentano un danno per la collettività, sia sotto il profilo economico che sotto quello paesaggistico ed estetico delle nostre comunità.
Il comune denominatore caratterizzante ambedue queste scorciatoie della spesa pubblica a prescindere, è che nessuno paga pegno, sono orfane nel senso che non hanno mai una paternità ben individuabile, non ci sono responsabilità evidenti e circoscritte e bene farebbe la Corte dei Conti od anche l’Autorità giudiziaria ad accendere un faro anche su impulso di una stampa generalmente poco attenta.
In questa seconda fascia si annida a mio avviso ed in misura maggiore la cattiva politica che, nel tentativo di dimostrare la sua efficienza, la presenza costante sul territorio, rivendica con orgoglio di aver realizzato questo o quello, indicando molto spesso anche l’ingente onere sostenuto sempre a spese di “Pantalone”.
Conclusa l’inaugurazione della struttura – centri per anziani, asili nido, lotti autostradali etc. – sulla reale destinazione ed effettivo utilizzo dei beni da parte della popolazione o utenza in genere, non interessa a nessuno, potendo ragionevolmente concludere con il detto sempre attuale del grande Principe della risata Antonio De CURTIS, in arte Totò: “Ed io pago, ed io pago!”.
In epoca recente, parlando con un politico di lungo corso, nel lamentare le tante spese sostenute per la realizzazione di “opere inutili”, nel senso che a distanza di anni, pur essendo pronte e compiutamente arredate finanche di suppellettili, non risultano essere mai state utilizzate, la risposta è stata a dir poco sconcertante: “Trattavasi di soldi messi a disposizione dalla Regione attraverso i fondi europei che, se non spesi, andavano persi”.
Così funziona la Pubblica amministrazione, così funziona la “spesa pubblica”: un autentico colapasta!

venerdì 23 giugno 2017

G8 Genova, Strasburgo: "Alla Diaz fu tortura"

Nel raid alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del luglio 2001, la polizia italiana compì degli atti di tortura contro gli occupanti. E' quanto ha stabilito la Corte europea dei Diritti dell'Uomo, replicando il giudizio del 2015, pronunciato dopo il ricorso di Arnaldo Cestaro. Stavolta a ricorrere al giudizio della Corte sono stati 42 manifestanti, che la notte del blitz furono sia vittime che testimoni dell'uso "eccessivo, indiscriminato e chiaramente sproporzionato della forza" da parte degli agenti del VII Nucleo Antisommossa. Anche in questo caso la Corte ha riscontrato una violazione dell'Articolo 3 della Convenzione europea dei Diritti Umani, riguardante la proibizione della tortura e di trattamenti inumani o degradanti.
Quella maledetta notte alla Diaz
La Corte di Strasburgo ha inoltre stabilito che l'Italia dovrà risarcire somme che vanno dai 45mila ai 55mila euro ciascuno a 29 vittime del pestaggio. Nonostante non opposero alcuna resistenza alla polizia, gli occupanti della scuola, la notte del 21 luglio del 2001 furono "sistematicamente pestati" dagli agenti, compresi coloro che erano sdraiati a terra o seduti con le mani alzate.
La Corte ha anche affermato che i procedimenti legali condotti in Italia contro i poliziotti coinvolti nell'episodio sono stati inadeguati, stigmatizzando l'inadeguatezza del sistema legislativo italiano riguardo le sanzioni contro gli atti di tortura.

giovedì 22 giugno 2017

Carne e sangue della nostra gente. La chiamano spending review

Cosa ci racconta la relazione sulla Spending Review? Non lasciatevi ancora ingannare dal fascino rassicurante delle parole in inglese, armatevi di curiosità e seguiteci nella decostruzione di questa narrazione tossica dai risultati dolorosi.
Secondo la Banca d’Italia, al 31 dicembre del 2016 il debito pubblico italiano era pari a 2.217,7 miliardi. Lo certifica il Supplemento “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”, in cui si evidenzia un aumento di 45 miliardi rispetto a fine 2015, quando il debito ammontava a 2.172,7 miliardi (132,3 per cento del Pil).
Nel 2014 il debito pubblico era di 2.134 miliardi (il 133,8% del Pil). In due anni è cresciuto di 83 miliardi (con relativo aumento degli interessi da pagarci sopra a vantaggio di banche, assicurazioni, fondi di investimento italiani e stranieri possessori dei titoli di debito) ma è aumentato anche il Pil consentendo una riduzione percentuale ma non quantitativa. Quando “tutto il male” (per mutuare i bellissimi romanzi di Stig Larsson) è cominciato, ossia nel 1992, il debito pubblico era “solo” il 105,2% del Pil. Ma da allora è entrato in vigore il Trattato di Maastricht e sono cominciati i governi delle misure “lacrime e sangue” (Amato, Ciampi, Prodi, Berlusconi) che dichiaravano come obiettivo strategico proprio la riduzione del debito pubblico. I risultati ci dicono che in venticinque anni di lacrime e sangue su pensioni, salari, salute, privatizzazioni che hanno impoverito il paese, il debito è aumentato del 27,5% sul Pil.
Ieri è stata diffusa la relazione sulla Spending Review, cioè i tagli della spesa pubblica affidati dopo aver cambiato mano tre volte, al consigliere economico di Renzi, l’israeliano Yoram Gutgeld.
La relazione ci dice che tra il 2014 e il 2016 la spesa pubblica è stata tagliata per 3,6 miliardi nel 2014, 18 miliardi nel 2015, 25 miliardi nel 2016 e si punta a 29,9 miliardi per il 2017. Tagli importanti dunque ma, paradossalmente, non sul piano della spesa controllata attraverso il”metodo Consip” oggi finito sotto processo per lo scandalo sull’assegnazione degli appalti. Qui infatti la spesa è aumentata del 27% (ne riferisce il Sole 24 Ore di oggi a pag.5).
Ma dove sono stati inferti i tagli? Qui viene fuori tutto il carattere di classe della spending review.
Leggiamo infatti dalla relazione che a farne le spese sono state soprattutto le amministrazioni locali e i lavoratori pubblici, diminuiti tra il 2013 e 2016 di ben 84mila unità. E anche in prospettiva, quando si parla di tagli alla spesa si punta come “spesa aggredibile” al personale (il 50% della spesa pubblica aggredibile pari a 164 miliardi) e solo dopo ci sono i 135,4 miliardi (41%) degli acquisti per beni e servizi pubblici (esattamente lì dove ha fallito il “metodo Consip”). Insomma si è tagliato dolorosamente nella carne e nel sangue della gente per poter avere a disposizione un tesoretto da spendere per salvare le banche e finanziare l’aumento delle spese militari.
Ricapitolando. Sono venticinque anni che ci massacrano su ogni aspetto del lavoro e del welfare in nome della riduzione del debito pubblico, ma questo invece di diminuire è aumentato. Il paese da decenni è in avanzo primario (cioè spende meno di quanto incassa) ma va in deficit a causa degli interessi da pagare sul debito (ben 66,3 miliardi solo nel 2016). Scomparso già dagli anni Novanta, il “Bot people”, questi interessi vanno ormai a rimborsare solo banche, fondi di investimento italiani e stranieri, società finanziarie e assicurazioni, cioè interessi meramente ed esclusivamente privati.
Lo Stato e le istituzioni locali (Regioni, Comuni etc.) si sono sempre più de-responsabilizzate dalla gestione dei servizi pubblici esternalizzando e privatizzando a man bassa, lasciando così degradare complesivamente le città e il paese, alimentando il razzismo e la guerra tra poveri per poter condurre più tranquillamente e duramente la “guerra contro i poveri”.
Risultati? Boom della disuguaglianza sociale, della disoccupazione, dell’impoverimento di massa, dello stato di polizia, dell’analfabetismo funzionale e crollo delle aspettative generali del paese (con una emigrazione di italiani all’estero che ormai ha quasi raggiunto quella dell’immigrazione di stranieri in Italia). Per fare cosa? Per compiere quale “destino” (quello di cui ha parlato la Merkel) se non quello di essere un paese subalterno alle oligarchie finanziarie e alle multinazionali che costruito l’Unione Europea, la gabbia dell’euro e spingono sulla militarizzazione e la guerra? Un destino comune agli paesi Pigs che stà perà producendo asimmetrie dolorose e visibili all’interno stesso del nostro paese tra il nucleo integrato con l’Unione Europea (Lombardia, Emilia, parte del Nordest dove c’è quel 20% di imprese che rappresenta l’80% dell’export e del valore aggiunto in Italia) e il resto del paese che sta andando alla malora.
E’ questo il meccanismo da spezzare per rimettere in modo un processo di cambiamento politico e sociale di segno almeno progressista prima ancora che comunista.
Per questo il 1 luglio ci si vede a Roma, per provare con Eurostop a rimettere in campo questo processo, lasciando andare alla deriva la “sinistra” esistente, residuale, ormai inservibile a tale scopo.