giovedì 1 giugno 2017

L’Italia a mano armata

Nel 2016 l’export militare italiano ha registrato un aumento dell’85% rispetto all’anno precedente. Numeri da capogiro, documentati dalla Relazione annuale sul commercio e sulle autorizzazioni all’esportazioni di armi
“Nei concili di governo dobbiamo stare in guardia contro le richieste non giustificate dalla realtà del complesso industriale militare . Esiste e persisterà il pericolo della sua disastrosa influenza progressiva. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione metta in pericolo la nostra democrazia. Solo il popolo allertato e informato potrà costringere ad una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare….in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme” . Queste parole non sono di un pacifista: le pronunciò nel lontano 1961 nel suo discorso di addio alla Nazione l’allora Presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower, membro del Partito Repubblicano ed ex comandante delle Forze Armate statunitensi in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale e Capo di Stato Maggiore dell’esercito.
Parole che suonano strane se ripetute da un ex militare: perfino Eisenhower, politicamente molto conservatore, aveva capito il pericolo che può rappresentare il complesso militare – industriale per le istituzioni democratiche. Tuttavia, le sue affermazioni suonano ancora vuote ai nostri giorni, visto che il giro d’affari intorno ad armi e armamenti realizza lauti profitti, ed aumenta il suo volume di anno in anno.
Il caso del nostro Paese è emblematico: nel 2016 l’ export militare italiano ha registrato un aumento dell’85% rispetto all’anno precedente. Numeri da capogiro, documentati dalla Relazione annuale sul commercio e sulle autorizzazioni all’esportazioni di armi, che il Governo ha consegnato al Parlamento lo scorso aprile.
Ma analizziamo i dati in termini assoluti. Nel 2016 il valore complessivo delle licenze di esportazioni è stato di 14,6 miliardi di euro, un vero e proprio boom se guardiamo agli anni precedenti: “solo” 7,8 miliardi nel 2015, mentre nel 2013 la cifra si attestava intorno ai 2,5 miliardi. Rispetto all’exploit degli ultimi anni, i numeri delle vendite dei primi anni 2000 appaiono irrisori (1,9 miliardi) e ancor di più lo sono quelli del lustro immediatamente successivo alla fine della Guerra Fredda, 1991 – 1995 (1 miliardo). Dati che, secondo Sergio Andreis, della campagna Sbilanciamoci! sono “sottostimati”, in quanto “ il modo di calcolo non permette la trasparenza assoluta: in molti casi si tratta di contratti legati alla sicurezza nazionale coperti dal segreto di Stato, quindi non pubblicati né pubblicabili”.
Ma a chi vengono vendute queste armi? Dalla relazione emerge che il numero di Paesi destinatari delle licenze di esportazione nel 2016 è stato di 82, in diminuzione rispetto ai 90 dell’anno precedente. Inoltre, il volume dei trasferimenti militari ai membri Ue e Nato dello scorso anno ha rappresentato il 36,9% sul totale, mentre il restante 63,1% è andato a Stati extra Ue e extra Nato. Tendenza inversa rispetto al 2015, quando questi valori sono stati pari, rispettivamente, al 62,6% e 37,4%. Ad un primo sguardo, il dato potrebbe rafforzare la tesi di chi vede l’Unione e l’Alleanza Atlantica come due organismi oramai “obsoleti”. Ma se guardiamo alla lista dei principali partner a cui forniamo materiale bellico made in Italy, è interessante notare come al primo posti spunti il Kuwait – al quale abbiamo venduto armi per un valore complessivo di 7,7 miliardi – seguito da quattro Paesi europei, Regno Unito (2,4 miliardi, mentre nel 2015 era primo con 1,3 miliardi), Germania (1 miliardo), Francia (570 milioni) e Spagna (470 milioni).
Sono proprio i rapporti commerciali tra l’Italia e la monarchia mediorientale la causa principale di questo aumento vertiginoso dell’export militare: lo scorso l’anno il nostro Paese ha effettuato una commessa record al Kuwait di 28 Eurofighter Typhoon della Leonardo, per un valore di 7,3 miliardi di euro. Il progetto, sviluppato da un consorzio di 400 aziende italiane, inglesi, tedesche e spagnole, ha come capofila l’italiana Finmeccanica, impresa leader del settore della difesa partecipata dal Governo italiano (al 30,2%): proprio all’azienda di Via Monte Grappa, secondo gli analisti, andrà circa il 50% dell’intera somma. “Si tratta del traguardo commerciale più grande mai raggiunto” sosteneva un anno fa un entusiasta Mauro Moretti, amministratore delegato della società, durante la solenne firma del contratto a Kuwait City, alla quale erano presenti anche il ministro della Difesa Roberta Pinotti ed il suo omologo Khaled Al Jarrah Al Sabah. Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), tra il 2013 e il 2014 Finmeccanica ha occupato il nono posto nella classifica mondiale delle aziende fornitrici di materiali bellico, con un volume di vendite in armi pari, rispettivamente, a 10.540 e 10.560 milioni di dollari. Tra le altre società che occupano i primi otto posti, sette sono di origine statunitensi, mentre una, il Gruppo Airbus – al settimo posto – è un consorzio transeuropeo.
Ad oggi, il numero complessivo di Eurofighter venduti raggiunge quota 599 unità in otto Paesi diversi: secondo le stime, il giro d’affari che ruota intorno a quello che è considerato dal consorzio «il più avanzato aereo da combattimento multiruolo attualmente disponibile sul mercato mondiale» assicura in Europa oltre 100 mila posti di lavoro; tra i 20 e i 30 mila si trovano in Italia. Per il periodo 2017 – 2021 si prevede un aumento della redditività dell’azienda stimato tra il 3% e il 5% dopo la battuta d’arresto degli ultimi anni, possibilità non più remota grazie al complessivo aumento delle spese militari in tutto il mondo.
Ma non c’è solo il Kuwait. Tra gli acquirenti del nostro Paese figurano petro-monarchie come l’Arabia Saudita (427 milioni, al quinto posto), e subito dopo gli Stati Uniti il Qatar (341 milioni). La Turchia, invece, in decima posizione (133 milioni). Tutti Paesi che dei diritti umani se ne infischiano allegramente, e che ricorrono sistematicamente a pratiche illegali secondo il diritto internazionale, quali repressione della libertà di espressione, tortura e sfruttamento dei lavoratori migranti.
Il caso più grave è sicuramente quello dell’Arabia Saudita: un Paese che, oltre a reprimere duramente e sistematicamente i diritti delle donne e delle minoranze religiose, sta conducendo una guerra con il vicino Stato dello Yemen da circa due anni. Più che un conflitto si tratta di un vero e proprio massacro – che ha lasciato sul terreno, per l’Onu, oltre 10 mila morti e 40 mila feriti – per il quale Riyad è stata a più riprese condannata dalle Nazioni Unite e da altre Ong, come Amnesty. La causa principale delle stragi sistematiche, secondo l’Alto Commissario dell’Onu, sono i bombardamenti che la coalizione a guida saudita continua a perpetrare nei confronti dello Stato adiacente. Tra il 2014 e il 2015 la Relazione annuale del Governo italiano segnalava un aumento del 58% dell’export militare italiano verso il Paese degli Sceicchi, da 163 milioni a 257 milioni, prima di quadruplicare nel 2016. Un exploit riconducibile soprattutto alle bombe prodotte dallo stabilimento sardo della Rwm Italia Spa di Domusnovas, in provincia di Cagliari – ma con sede a Ghedi (Brescia). É la relazione a parlare: tra il 2014 e il 2015 abbiamo consegnato a Riyad 600 bombe Paveway (per 8,1 milioni di euro), 564 bombe Mk82 (3,6 milioni), 50 bombe Blu109 (3,6 milioni) e cento chili di esplosivo da carica Pbxn-109 (50mila euro). Recentemente il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione che prevede il divieto di vendere armi ai Paesi coinvolti nel conflitto nello Yemen, ossia Arabia Saudita, Qatar ed Emirati. Risoluzione che l’Italia continua a violare. Come continua a infischiarsene, oltre che dell’articolo 11 della nostra Costituzione, anche della legge 185 del 1990 “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento” approvata dal Parlamento sotto il Governo Andreotti sulla spinta dei movimenti pacifisti. Nello specifico, il provvedimento vieta l’esportazione e il transito dei materiali d’armamento verso Paesi in stato di conflitto armato, responsabili di violazioni accertate dei diritti umani e verso quelli in cui è in vigore un embargo da parte dell’Onu. In poche parole, Stati come l’Arabia Saudita, il Qatar e la Turchia: Paesi che oltretutto “hanno avuto influenze dirette nel fomentare organizzazioni radicali legate al terrorismo internazionale” sostiene Antonio Mazzeo, giornalista impegnato nei temi della pace. “Se da un lato dichiariamo di voler combattere il terrorismo internazionale” conclude Mazzeo, “dall’altro lo fomentiamo esportando armi, aumentando le spese militari o la proiezione italiana all’estero”.
Nonostante la palese violazione, perché nel dibattito pubblico quasi nessuno contesta all’Italia di non applicare la 185 né di rispettare le leggi? “Perché non c’è nessuno che le fa rispettare”, dice Sergio Andreis, “né che porta il Governo in Tribunale su queste inadempienze. Quindi tutti gli attori dell’esportazione di armi si muovono in questo quadro.” La soluzione, secondo Andreis è che “le organizzazioni schierate per la pace e i parlamentari a cui sta a cuore il tema dovrebbero intraprendere azioni giuridiche per portare il nostro Paese e gli altri che violano le risoluzioni di fronte ai tribunali nazionali e internazionali affinché queste violazioni abbiano fine”.
Ci sono poi i dati del Sipri, che fotografa attentamente la situazione a livello mondiale. Secondo il think tank svedese, il 2016 ha visto un aumento complessivo della spesa militare dello 0,4% (+1686 miliardi di dollari); con il suo +11% la pole position dell’aumento delle spese in Europa occidentale spetta proprio all’Italia. Anche le superpotenze hanno aumentato considerevolmente il proprio budget bellico: al primo posto gli Stati Uniti registrano un aumento dell’1,6%; seguono poi Cina (+5,4%), Russia (+ 5,9%), Arabia Saudita (che passa dal terzo al quarto posto rispetto al 2015) e India +8,5%.
Oltre a questo ci sono altre questioni aperte. In primo luogo i progetti di ammodernamento delle bombe nucleari in corso, che oltre ai Paesi minori coinvolgono soprattutto le grandi potenze, in primis gli Usa, che secondo Mazzeo “prevedono di spendere da qui a 20 anni circa 300 miliardi di dollari per rinnovare il proprio arsenale atomico”. Nel dicembre del 2016, l’Assemblea Generale dell’Onu ha adottato a larga maggioranza una risoluzione per l’inizio di negoziati che diano vita ad un Trattato che vieti le armi nucleari. Tra i Paesi, 123 hanno votato a favore, 16 si sono astenuti, mentre 38 erano contrari – e tra questi vi era anche l’Italia. La strada è in salita, ma nel 2017 sono previsti ulteriori sforzi per intensificare la cooperazione sul disarmo atomico. C’è poi il terrorismo, che secondo l’attivista diventa “la narrazione con la quale giustificare l’aumento delle spese militari e il coinvolgimento dei Paesi occidentali in nuove missioni internazionali”. Last but not least c’è il problema del dual use , le tecnologie che possono essere usate sia per scopi pacifici che per quelli militari. “L’Italia si era data una legge su questo” dice Sergio Andreis, “che fu poi abrogata dal Governo Berlusconi”. “C’è la necessità di normare queste tecnologie, e il Parlamento europeo sta finalmente discutendo una normativa Ue” continua Andreis, che poi conclude “sarebbe bene che anche il legislatore italiano adotti provvedimenti per regolare questo settore”.
C’è poi stato l’ultimo G7 di Taormina. La scelta della location del summit non è stata casuale: andando oltre l’apparente discordia tra i leader mondiali e la retorica trumpiana – e ora anche tedesca – della Nato come obsoleta, la Sicilia rimane uno dei principali hub militari del Mediterraneo, sia per gli Usa che per l’Alleanza atlantica. Soprattutto per la presenza della base Nato di Sigonella, che nei prossimi mesi, sostiene Antonio Mazzeo “sarà ulteriormente potenziata con un sistema di controllo di droni militari e potenziata sia rispetto agli scenari di guerra mediorientali, che a quelli dell’Est Europa, in quanto”, puntualizza il giornalista “in Ucraina e Crimea sono attivi droni che sono installati, di base a Sigonella”.
Insomma, l’Italia si muove in sintonia con le dinamiche di riarmo e ripresa delle tensioni e dei conflitti a livello internazionale, quando sarebbe invece urgente che Governo e Parlamento – nel rispetto dell’articolo 11 della Costituzione – facciano pressione sulle istituzioni europee affinché l’Unione diventi soggetto promotore in sede Onu di un dialogo globale sul tema del disarmo. Altrimenti possiamo solo sperare che si comincino a costruire nuove bombe intelligenti: come recita un famoso detto, “così intelligentida non scoppiare più.

martedì 30 maggio 2017

Ue vuole rendere obbligatoria adesione all’euro

La Commissione europea starebbe pensando di esercitare pressioni affinché la Danimarca entri nell’euro, moneta verso la quale al momento la corona nazionale è ancorata tramite un peg. È quanto riferisce la Frankfurter Allgemeine Zeitung riportando quanto sarebbe trapelato da una riunione avvenuta la scorsa settimana a Strasburgo.
Non è tutto, nelle intenzioni della Commissione vi sarebbe l’introduzione dell’obbligo ad adottare l’euro per tutti i 27 membri Ue entro il 2025.
Le rivelazioni del giornale tedesco, tuttavia, sono state smentite dal Commissario europeo per l’Euro e il Dialogo Sociale Valdis Dombrovskis, il quale ha affermato che “è stata fatta confusione. Quello che abbiamo discusso per il prossimo documento di riflessione è il completamento dell’unione economica e monetaria. Questo non significa che gli Stati membri dell’Ue debbano adottare l’euro. Non c’è alcuna scadenza di tempo specifica, ma naturalmente abbiamo incoraggiato tutti gli Stati membri a fare i preparativi necessari”.
La smentita è comparsa sulla pagina svedese della Commissione europea, a indicare che la notizia, probabilmente, non era stata vista di buon occhio dal Paese scandinavo, anch’esso ancora dotato di una moneta nazionale.
Fra i progetti in cantiere della Commissione europea, l’organo esecutivo dell’Ue, ci sarebbe anche l’istituzione di un bilancio in euro in grado di incorporare il pagamento di una tassa fissa da parte di tutti gli Stati membri, il cui utilizzo sarebbe redistribuito sotto forma di investimenti in tutta l’Eurozona.

lunedì 29 maggio 2017

La dittatura ‘democratica’ dei potenti

Una realtà molto complessa, resa ancor più confusa dall’informazione trash con cui ci sommergono i media che contano, rende i processi in corso spesso incomprensibili. Si tratta di un tratto caratteristico delle tormente generate dalle crisi sistemiche. La nitidezza dello sguardo sarebbe invece essenziale per chi non ha assicurazioni sulla vita. Quando Marx scrive il Manifesto, il rapporto tra los de abajo e los de arriba era di nove a uno. Non c’erano pensioni per gli anziani e l’università era riservata alle sole élite. Il 90 per cento della gente aveva interesse ad abbattere il sistema. Oggi stiamo forse sfiorando una “dominazione perfetta”, con le società divise in parti quasi uguali, tra chi ha bisogno di far saltare il banco e chi teme ogni possibile cambiamento. Al di sopra di esse, sta l’uno per cento della popolazione che controlla il potere dello Stato, gli altri poteri e delle democrazie elettorali che hanno senso per la metà de arriba ma sono una prigione per los de abajo. Essi non possono aver fiducia in un sistema politico che funziona come una ‘dittatura democratica’. Quelli che vivono nella “zona del non-essere”, per dirla con Fanon, resistono e costruiscono altri mondi per poter sopravvivere, ma sono bombardati con l’illusione di poter cambiare il proprio destino senza rompere il sistema.
Ci mancano le idee. La mente non pensa con l’informazione bensì con le idee, come precisa Fritjof Capra in La rete della vita. Nella tremenda transizione/tormenta in cui viviamo, abbiamo bisogno di lucidità e di organizzazione per capire quello che succede e per costruire le vie d’uscita. Quando la realtà si fa più complessa e la percezione si intorbidisce, una caratteristica delle tormente sistemiche, rendere nitido lo sguardo è un passo ineludibile e vitale.
Per questo ci riempiono di informazione spazzatura, perché contribuisce a potenziare la confusione. È in questo senso che i media giocano un ruolo sistemico che consiste nel deviare l’attenzione, far sì che le cose importanti e decisive abbiano un rilievo identico a quelle più superficiali (un incidente stradale ha maggior copertura che il caos climatico) e trattano i temi seri come se fossero una partita di calcio.
Como sappiamo, ci sono quelli che pensano che non sono in corso maggiori cambiamenti, che la tormenta sistemica è una crisi passeggera, dopo la quale tutto riprenderà il suo corso normale. Però noi, los e abajo, dobbiamo acuire i sensi, rilevare i suoni e i movimenti impercettibili, perché le nostre vite sono a rischio e qualsiasi distrazione può avere conseguenze disastrose. Noi non abbiamo assicurazioni sulla vita né guardie private come los de arriba.
Lo storico francese Emmanuel Todd riflette sulle elezioni nel suo paese, con analisi davvero interessanti. La prima, è che da diversi decenni esistono settori di forze sociali stabili, che permettono di garantire che la società sia divisa in due metà e che questa divisione permanga quasi inalterata.
In secondo luogo, si chiede perché nello scorso quarto di secolo, il rifiuto verso il modello neoliberale non è cresciuto (in Europa), malgrado l’aumento della disoccupazione e il fallimento dell’euro. Todd fa un’analisi della popolazione, un dato strutturale che gli analisti tendono a minimizzare. In Francia, dal 1992, la popolazione è invecchiata fino a sei anni e, di fatto, gli anziani “hanno perso il diritto di voto”, perché un’uscita dall’euro abbatterebbe le loro pensioni.
La seconda questione che Todd considera è la stratificazione educativa. Ne conclude che “le persone con studi superiori hanno prodotto una oligarchia di massa” e che questa élite è passata dal 12 per cento della popolazione nel 1992 al 25 per cento di oggi, cioè in soli 25 anni. La conclusione fa sussultare: una popolazione invecchiata aggiunta a una maggior “massa oligarchica” sfocia in un crescente conformismo della metà della popolazione, mentre l’altra metà, quella de abajo, si è considerevolmente deteriorata dal trattato di Maastricht del 1992.
Quando Marx scrive il Manifesto comunista, il rapporto tra los de abajo e los de arriba era di nove a uno. Non c’erano pensioni per gli anziani e l’università era riservata alle élite. Era un sistema instabile, che il 90 per cento della gente aveva interesse ad abbattere.
I due cambiamenti menzionati da Todd (demografia ed educazione superiore) rappresentano mutamenti profondi per noi che aspiriamo a trasformare il mondo. Tuttavia nel 1960 abbondavano gli universitari come il Che, disposti a usare le proprie conoscenze assieme agli oppressi. Il sistema ha saputo capire che tra i giovani universitari c’era un punto debole e ha preso provvedimenti.
Adesso i docenti di quel livello guadagnano fortune: in diversi paesi fino a 30 volte il salario minimo (nazionale, ndr). Gli studenti beneficiano di borse di studio che consentono loro di allungare gli studi di post-laurea fino a sfiorare i 40 anni e poi aspirano a fare il loro ingresso nella élite universitaria. Nell’immaginario collettivo, la scalata sociale passa dagli studi superiori ai quali si dedica buona parte della vita.
Tre decenni fa (in Marx e il sottosviluppo), Immanuel Wallerstein sosteneva che sotto il capitalismo la classe alta era passata dall’1 al 20 per cento della popolazione mondiale. Per l’”oligarchia di massa”, che presume Todd, la cifra può adesso avvicinarsi al 25 per cento. In América Latina le cifre vanno attenuate, però stiamo andando in quella direzione.
Può essere che stiamo rasentando la “dominazione perfetta”: società divise in parti quasi uguali, tra quelli che hanno bisogno di far saltare il banco e quelli che temono qualsiasi cambiamento. Una metà conformista e l’altra metà sopraffatta dalla Quarta guerra mondiale (secondo la definizione della tormenta cara agli zapatisti, ndr). Al di sopra di entrambe, sta l’1 per cento che controlla il potere statale, quello materiale e le democrazie elettorali.
“Man mano che si espandono le dimensioni del gruppo che sta in cima, via via che rendiamo sempre più uguali tra loro nei loro diritti politici i membri del gruppo che sta in cima, diventa possibile estrarre sempre di più da los de abajo”, scrive Wallerstein in Dopo il liberalismo. E aggiunge che “un paese per metà libero e per metà
Le conseguenze di questi cambiamenti dovrebbero portarci a trarre alcune conclusioni “strategiche”.
Uno, la democrazia si consolida in quel settore che non vuole destabilizzare il sistema, mentre l’altra metà non si sente rappresentata. La democrazia elettorale ha senso per la metà de arriba, ma è una prigione per los de abajo.
Due, per la metà diseredata della popolazione, l’attuale disegno del capitalismo è una realtà oppressiva, poiché le politiche sociali mirate tendono a neutralizzare e a dividere quelli che avrebbero bisogno di sollevarsi contro il sistema.
I partiti di centro-sinistra raccolgono le aspirazioni, e le paure, di quella metà della popolazione che vuole solamente cambiamenti cosmetici e il cui esclusivo esercizio politico è votare ogni cinque o sei anni e assistere ai meeting per applaudire i suoi caudillos.
La metà de abajo non può aver fiducia in un sistema politico che funziona come una “dittatura democratica”. Wallerstein continua così: “Un struttura politica con libertà totale per la metà de arriba può essere la forma più oppressiva che si possa immaginare per la metà de abajo”.
Quelli che vivono nella zona del non-essere, nelle parole di Fanon, sono quelli che resistono e costruiscono altri mondi, per mera necessità di sopravvivere. Ma sono bombardati dalla fantasia secondo la quale possono cambiare il proprio destino senza rompere il sistema.

venerdì 26 maggio 2017

DIETRO ALLA POLITICA NEOLIBERALE DELL’APPARTENENZA

Il sito Counterpunch denuncia la deriva del Partito Democratico americano, la stessa che è avvenuta da noi. Invece di occuparsi dei conflitti di classe cercando di risolverli, i democratici li negano, così approfondendoli. Il loro ragionare in termini di gender, preferenze sessuali o religiose e simili non fa che aiutare i capitalisti, dividendo la classe lavoratrice in innumerevoli fazioni.

di Paul Street, 24 maggio 2017
L’anno scorso, Daniel Denvir descrisse acutamente la strategia politica di Hillary Clinton come “l’apice del neoliberalismo, in cui una versione distorta della politica dell’appartenenza viene usata per difendere un’oligarchia e uno stato nazionale di sicurezza, celebrando le diversità per gestire lo sfruttamento e il conflitto sociale” (il corsivo è mio).
Questo “apice” della politica neoliberale dell’appartenenza (NIP) è un’arma potente nelle mani dei pochi capitalisti privilegiati e del loro impero globale di omicidi di massa. È stata al centro del fenomeno Barack Obama e della sua presidenza. Ed è tuttora viva e vegeta e presente al vertice del Partito Democratico e dei suoi numerosi alleati tra i media, anche sei mesi dopo l’umiliante sconfitta di Hillary Clinton.
Funziona così. Non sei riuscito a sopportare di votare il “male minore” ossia la candidata bugiarda neoliberale e guerrafondaia Hillary Clinton, malvagio strumento e alleata di una dittatura non eletta e intrecciata di denaro, impero e supremazia bianca?
Be’, dice la NIP, questo dimostra che sei sessista. Hai un problema di genere. Evidentemente non sopporti che una donna ricopra una posizione di autorità.
Lo stesso vale se hai avuto l’ardire di notare il grottesco imperialismo di Madeleine Albright, buona amica anti-russa di Hillary ed ex Segretario di Stato di Bill Clinton. La Albright è la rivoltante funzionaria imperialista che ha dichiarato alla CBS che l’assassinio di mezzo milione di bambini iracheni (bambine incluse) ad opera delle sanzioni economiche imposte dagli USA è stato “un prezzo che valeva la pena pagare” per i progressi nel raggiungimento degli obiettivi di politica estera statunitensi (la Albright ha dichiarato anche che c’è “un posto all’inferno” per le ragazze che non hanno votato per la Clinton l’anno scorso).
Lo stesso vale se non se non esulti di gioia per la partecipazione delle donne-pilota al bombardamento statunitense dei villaggi afgani.
Che importa delle donne e ragazze tra gli innumerevoli cittadini USA e del mondo feriti e minacciati dall’agenda neoliberale e imperialista che la Clinton ha portato avanti con lo stesso fervore e malignità del suo leggendario marito molestatore di donne?
Che importa se molte femministe e donne progressiste non hanno potuto digerire il corporativismo e il militarismo di Hillary Clinton e hanno appoggiato Bernie Sanders (insieme a uomini che sono stati assurdamente scherniti come “Berniebros” – “fratelli di Bernie” NdVdE – dalla campagna di Hillary) alle primarie presidenziali democratiche? O se hai votato per una donna (Jill Stein) come presidente?
No, dice la NIP. Hai odiato Hillary perché non credi nei diritti delle donne.
Hai criticato il primo presidente nero degli USA perché era prigioniero e servo della già menzionata dittatura di non eletti e hai rifiutato di salire sul carro del suo falso progressismo di speranza-cambiamento? Hai denunciato la dedizione senza risparmio di Obama ai ricchi e ai potenti? Non hai sostenuto Obama quando bombardava con i droni donne e bambini musulmani attraverso un programma di assassinii non-molto-mirati che Noam Chomsky ha giustamente definito “la più estrema campagna di terrorismo dell’era moderna?”
Be’, dice la NIP; questo dimostra soltanto quanto tu sia razzista. Devi avere un problema con gli uomini neri in posizioni di autorità.
Che importa dei molti milioni, se non miliardi, di persone di colore che sono state colpite o minacciate dall’agenda neoliberale e imperialista che Obama ha portato avanti con lo stesso fervore e malignità dei Clinton? A chi importa dei tuoi avvertimenti e osservazioni riguardo il totale disastro del fenomeno Obama e della sua presidenza rispetto alla causa dell’uguaglianza nera? O del fatto che molti neri americani non fossero d’accordo con il concetto malato che mettere una faccia tecnicamente nera nel posto simbolicamente più alto fosse una soluzione alla perdurante esistenza del razzismo nel cuore della vita americana?
Sei preoccupato delle pressioni al ribasso che gli immigranti africani e messicani possono esercitare sui salari e sul potere negoziale dei sindacati sul tuo mercato del lavoro locale?
Be’, sostiene la NIP, questo dimostra che razza di egoista, nazionalista-bianco-che-guarda-solo-FOX-News sei.
Dimentichiamoci il gioioso sfruttamento da parte dei datori di lavoro locali del lavoro degli immigranti come alternativa a basso costo e strumento per dividere la classe lavoratrice – e dimentichiamoci i tuoi stessi sforzi per vedere riconosciuti i diritti agli immigrati e l’inclusione degli immigrati nelle lotte per ottenere condizioni di lavoro e di vita migliori.
Sei preoccupato che l’influsso di ricchi studenti provenienti dalla Cina stia contribuendo a gonfiare i prezzi del tutoraggio al college e all’università, provocando l’esclusione dei figli della classe lavoratrice americana dall’istruzione superiore negli USA? Trovi sgradevoli i notevoli sprechi e l’esclusivo orientamento al business di molti di questi studenti cinesi?
Per la NIP ciò dimostra solo quanto tu sia un razzista che desidera segretamente riportare in vita la Legge di Esclusione della Cina del 1882.
Non importa quanto hai scritto, detto e/o fatto per criticare il rozzo, neo-Dickensiano sfruttamento del proletariato cinese – la vera fonte di ricchezza che rende possibile per le famiglie cinesi ricche mandare i propri figli unici nelle università americane.
Hai osato notare che l’afflusso di massa delle donne nel mondo del lavoro statunitense durante e dopo gli anni 70 ha permesso alla classe imprenditrice di schiacciare le paghe orarie e ha contribuito alla crisi della vita familiare della classe lavoratrice?
La NIP sostiene che questo dimostra che maschio sciovinista sei: ovviamente tu ritieni che “il posto di una donna è a casa”. Devi essere un sessista che vuole riportare l’orologio indietro, quando non c’erano i diritti delle donne.
Non importa se da tempo sostieni la parità di genere sul posto di lavoro e oltre.
Sei preoccupato per il fatto che i dati recenti dimostrano che i maschi della classe lavoratrice bianca degli USA stanno attraversando un periodo di declino precipitoso in termini di aspettativa di vita, a causa del collasso del mercato del lavoro per gli uomini della classe lavoratrice nell’era neoliberista?
Per la NIP questa è la dimostrazione che sei un sessista bianco che si interessa solo dei bianchi.
A chi interessa la tua lunga opposizione al sessismo, razzismo e ad altri mali?
Trovi molto poco sorprendente che molti bianche della classe lavoratrice e rurale reagiscano male alla frase “Le vite dei neri contano”, dato che negli ultimi 40 anni è stato loro insegnato dal capitalismo neoliberista che le LORO vite non contano?
Questo prova che sei un razzista che non capisce la speciale oppressione subita dalle persone di colore.
Non interessa la tua lunga denuncia e opposizione al razzismo e la tua difesa della frase “Le vite dei neri contano”.
Non sopporti il pericoloso piano imperialista USA per umiliare la Russia?
Questo dimostra che adori i grandi e forti nazionalisti bianchi, come Vladimir Putin. Vorresti segretamente tornare ai bei giorni della supremazia indiscussa degli uomini bianchi.
Non interessa la tua costante e indefessa critica dell’oligarchia neliberista di Putin, oltre che del suo razzismo e sessismo.
Non riesci a sopportare i professori di storia e sociologia (o di altre “scienze sociali”) che si concentrano sulla razza/etnicità e/o il gender e/o gli orientamenti sessuali e/o la religione e/o la nazionalità e/o l’età e/o l’ecologia, con l’assurda esclusione delle classi sociali nel raccontare la storia degli avvenimenti presenti?
Questo dimostra che sei un razzista e/o omofobo e/o bigotto e/o anti-ecologico.
Non importa la centralità della disuguaglianza tra classi nello sviluppo dei fenomeni di razzismo, oppressione etnica, sessismo, omofobia e via dicendo.
Non importa che la crisi ambientale venga pilotata al di sopra di qualsiasi problema dalla follia estremista della classe dominante capitalista.
Esiste un nome per tutta questa follia di politica dell’appartenenza nella quale si identificano così tanti liberali borghesi finti progressisti: la regola di dominio di classe divide et impera.
Non sono uno di quei social-democratici ed economisti che riducono tutto ai conflitti di classe e che dicono che tutta quanta la politica dell’appartenenza dovrebbe essere messa da parte. Nessun uomo di sinistra degno di questo nome dovrebbe negare o ignorare le esperienze specifiche di oppressione delle donne, dei neri, dei nativi americani, sudamericani, gay, transgender, musulmani, arabi, africani e così via. Sottovalutare la particolarità dell’oppressione e della vita delle persone legata a identità razziali, di genere, sessuali, etniche e di nazionalità non porta da nessuna parte, né moralmente né politicamente.
Quello che è da rigettare è l’identitarismo borghese paralizzante e reazionario al quale è profondamente legato il pessimo, affarista e neoliberista Partito Democratico. Come ha fatto notare Conor Lynch a Salon lo scorso autunno, “la campagna della Clinton ha tentato di incentrare le elezioni del 2016 sull’odiosità di Trump (“Amiamo l’odio per Trump”) e la sua “truppa di miserabili”, senza intanto offrire una reale visione di cambiamento progressivo e populista… quando qualcuno a sinistra ha sollevato legittime preoccupazioni riguardo al messaggio perdente della Clinton o al suo bagaglio politico durante e dopo le primarie, è stato ridicolmente etichettato come “fratello” sessista o razzista da figure apicali del partito (anche se alcuni dei più duri critici progressisti della Clinton erano di fatto donne e persone di colore).
La sinistra nei suoi momenti migliori ha percepito la politica dell’appartenenza in modo opposto sia al “dividi e comanda” della classe dirigente, sia al riduzionismo di classe. Come ha detto Luis Proyect lo scorso dicembre:
“Mentre l’idea di riunire i lavoratori in base ai loro interessi di classe e alla loro provenienza etnica, il loro gender, e altre differenze ha un enorme seguito a prima vista, non esiste un modo facile per dare concretezza a un approccio simile, data la tendenza innata del sistema capitalistico a creare divisioni tra la classe lavoratrice per mantenere il vantaggio sulla classe intera… ancora nel 1960… i leader trozkisti… percepivano la rivoluzione americana come una sorta di fronte unito di diverse battaglie che si sono riunite sulla base di comuni interessi di classe. Se questa è una concessione alla ‘politica dell’appartenenza’, temo che un movimento socialista che si basi su richieste particolari dei neri e altri di altri settori della popolazione che agiscono nel loro proprio interesse sulla base del sesso, delle preferenze sessuali ecc sarà inevitabilmente mancante della universalità necessaria a trionfare contro una classe capitalista coesa. Per dirla in termini dialettici, negare l’esistenza di contraddizioni e rifiutarsi di risolverle non potrà che portare a contraddizioni più profonde”.
E questo è davvero corretto. Si riferisce all’identità come un mezzo che serve a costruire solidarietà tra la classe lavoratrice in opposizione al capitale, mentre la NIP cerca di dividere la classe lavoratrice per servire

giovedì 25 maggio 2017

Trump in Terra Santa: “L’America è con Israele”

“Il legame che non può essere spezzato tra Stati Uniti e Israele”, “una cooperazione sempre maggiore nella lotta al terrorismo e alla sua ideologia malvagia” e “l’Iran deve smettere di addestrare e finanziare i gruppi terroristici e le milizie”. Tre frasi che sintetizzano in maniera forse brutale ma chiara la linea politica e strategica espressa dal presidente statunitense Donald Trump in Israele, nel corso della visita a cui hanno lavorato Jared Kushner e Jason Greenblatt, rispettivamente genero e avvocato immobiliarista di fiducia del tycoon.
Teheran torna ad essere il nemico numero uno ed il bersaglio di pesanti accuse. “Usa e Israele possono dichiarare ad una voce che all’Iran non sarà mai, mai, mai concesso di avere un arma nucleare. L’Iran deve smettere di addestrare e finanziare i gruppi terroristici e le milizie”, ha detto il presidente degli Stati Uniti durante l’incontro con il presidente israeliano Reuven Rivlin.
Il successore di Obama ha parlato di un “profondo consenso nel mondo” per la lotta al terrorismo, inanellando due dichiarazioni a dir poco discutibili in rapida successione: “Re Salman pensa in modo intenso e, posso dirvelo, gli piacerebbe molto vedere la pace tra israeliani e palestinesi” e soprattutto “molti leader musulmani hanno espresso la loro determinazione nella volontà di aiutare a mettere fine al terrorismo e alla diffusione della radicalizzazione. C’è una crescente consapevolezza tra i vostri vicini arabi di avere una causa comune con voi su questa minaccia posta dall’Iran”.
Nel mondo capovolto del magnate newyorkese, l’Iran diventa sostenitore del terrorismo mentre l’Arabia Saudita è faro di pace e di fratellanza. Quando la realtà supera gli incubi e le allucinazioni.
Da Teheran è subito arrivata la replica. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Bahram Qasemi, riferendosi al contratto da 110 miliardi di dollari per la fornitura di armi all’Arabia Saudita, ha chiesto agli Stati Uniti di “smettere di fornire armi ai principali sponsor del terrorismo”.
“Sfortunatamente, ha continuato Qasemi, con le politiche ostili e aggressive degli americani, stiamo assistendo a un rinnovato rafforzamento dei gruppi terroristici nella regione e a una cattiva analisi in merito alle dittature che sostengono questi gruppi”.
Trump, accompagnato dalla moglie Melania, dalla figlia Ivanka e dal genero Jared Kushner, ha visitato la Basilica del Santo sepolcro e il Muro del pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo, diventando il primo presidente degli Stati Uniti a farlo. Finora i rappresentanti Usa e Ue avevano evitato questo itinerario per il preciso significato politico che ha, dal momento che si trova a Gerusalemme Est, occupata da Israele nella Guerra dei sei giorni del 1967, annessa nel 1980 con la condanna dell’Onu e che i palestinesi rivendicano come capitale del loro futuro Stato.Durante le dichiarazioni congiunte al termine dell’incontro con il presidente Reuven Rivlin a Gerusalemme, il presidente statunitense ha aggiunto: “Ho grande fiducia nel fatto che possiamo ottenere grande successo e raggiungere tutti i nostri obiettivi insieme”. E ancora: “I giovani israeliani e palestinesi meritano di crescere al sicuro e di seguire i loro sogni liberi dalla violenza che ha distrutto così tante vite”.
Alle parole di Trump ha fatto eco il premier israeliano Benjamin Netanyahu: “Israele condivide il suo impegno per la pace e tende la mano ai palestinesi”, ha detto, definendo quella del presidente Usa “una visita storica perché nessun presidente ha mai visitato Israele nel suo primo viaggio all’estero”.
Netanyahu ha poi espresso l’auspicio che “un giorno un premier israeliano possa volare da Tel Aviv a Riad in un viaggio di pace”.
“Credo che la notevole alleanza con gli Usa diventerà ancora più grande e ancora più forte”, ha concluso il capo del governo dello Stato ebraico

mercoledì 24 maggio 2017

L’Eurogruppo lascia la Grecia in mezzo alle rapide

La Grecia può tranquillamente affondare. Dopo la conclusione dell’Eurogruppo – convocato proprio per sciogliere le incertezze sul destino da scrivere per Atene – bisogna prendere atto che “i creditori” sono profondamente divisi e che le loro divisioni portano a non decidere nulla. Tranne che la Grecia deve pagare secondo le scadenze previste, anche se non ha soldi per farlo.
Se vi sembra contorto… avete ragione. La colpa è ovviamente degli accordi bizantini presi sulla testa dei greci e a loro imposti a bruttissimo muso. Per capirci: Atene deve restituire a luglio 7 miliardi di prestiti, soprattutto nei confronti della Bce, ma non li ha. Il meccanismo disegnato a suo tempo prevede che siano gli stessi creditori a forniglieli sotto forma di una nuova tranche di “aiuti”.
Ma non si sono messi d’accordo fra loro, anche per l’opposizione convergente di Germania e Fondo Monetario Internazionale, su posizioni opposte. Il Fmi, quasi a dispetto della sua fama, vorrebbe che il debito greco fosse “ristrutturato” (ossia tagliato, ridotto) fino a diventare sostenibile, in modo da rendere credibili i piani di rientro. Per la stessa ragione, vorrebbe che ad Atene fosse imposto un avanzo primario più basso di quello previsto oggi (3,5% rispetto al Pil), dando un filo di fiato in più alla derelitta economia ellenica. Altrimenti non prevede di partecipre a nuovi piani di “aiuto” che richiedono prestiti impossibili da restituire.
Sul fronte opposto il cerbero numero uno, il ministro delle finanze di Berlino, Wolfgang Schaeuble, che ha il problema tutto politico di non concedere un euro di prestito prima delle elezioni di fine settembre (lui stesso è la fonte della bufala che circola in Germania sui “laboriosi tedeschi” costretti a regalare soldi alle “cicale mediterranee”). Ragion per cui sostiene che si deve aspettare la chiusura del terzo pacchetto nell’estate 2018, «e poi vedremo quali altre misure siano necessarie».
In mezzo è rimasto il giovane ma spietato presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, secondo cui Atene obbedisce quanto basta (“molto lavoro è stato fatto”, soprattutto per quanto riguarda “azioni prioritarie” come taglio ulteriore di sanità, pensioni e ultime privatizzazioni). Questo era dunque sembrato un via libera per il pagamento della tranche di aiuti già prevista per il 15 giugno. Tanto più che sia il nuovo governo francese che il commissario europeo per gli affari economici (l’altrettanto francese Pierre Moscovici) si erano già pronunciati a favore sia della “promozione” di Atene nella “seconda revisione”, sia della (piccola) ristrutturazione del debito greco.
Nulla di fatto, invece. Le necessità elettorali della Cdu tedesca vengono prima di tutto il resto. A conferma che l’Unione Europea è un meccanismo impersonale architettato per favorire il capitale finanziario multinazionale, ma “rispettoso” di un solo interesse nazionale.

martedì 23 maggio 2017

EHOC: LO SMANTELLAMENTO DELL’EURO E LA LEZIONE DELLA FINE DELL’AREA DEL RUBLO

Nel 1994, Linda Goldberg, Barry Ickes e Randi Ryterman conclusero il loro articolo sulla rottura dell’area del rublo (rublozona, RZ) cogliendo quello che hanno definito un “paradossale” contrasto con il contemporaneo progredire dell’unione monetaria in Europa.
“Nella Comunità europea, la partecipazione all’Exchange Rate Mechanism (ERM, meccanismo del tasso di cambio, ndt) è stata in parte collegata al desiderio dei paesi di importare la disciplina monetaria imposta da un centro forte, la Germania. Questo abbraccio della disciplina monetaria in Europa non minaccia la sovranità e l’indipendenza dei paesi membri. Al contrario, la decisione dei paesi di rimanere nell’area del rublo restringe in modo chiaro il ritmo e la direzione delle loro riforme economiche. L’abbandono della zona del rublo è un rigetto del controllo da parte della Russia sia sulla politica monetaria che sulla strategia di riforme.”(1)

Questi autori non hanno colto il vero paradosso. La storia della RZ è iniziata con l’autorizzazione alle ex-Repubbliche Sovietiche (FSR) a condividere la moneta della Russia senza avere virtualmente nessun vincolo sulla propria sovranità – nel senso di essere forzati ad attenersi a determinate regole su come condurre le proprie politiche monetarie, fiscali e finanziarie. In particolare, per un certo periodo le banche centrali delle FSR sono state in grado di emettere rubli per i pagamenti non in contanti a proprio piacimento. In questo modo la RZ ha avuto due effetti: ha permesso alle FSR di non fare le riforme necessarie; e ha minato le stesse riforme russe, che miravano alla stabilizzazione macroeconomica (o, per metterla in modo più preciso, la RZ completò il cattivo lavoro che la banca centrale russa (BCR) stava facendo per proprio conto nel combattere l’inflazione in patria). Fu solo nel 1993, quando la Russia – come forma di autodifesa economica – iniziò a imporre politiche stringenti e condizioni di convergenza alle FSR, che queste ultime decisero di uscire da questa unione monetaria e introdurre le proprie monete nazionali. Nel 1994, la RZ era finita nel cestino della storia.
Questo illuminante precedente per l’eurozona (EZ) ha spinto un inviato di Bloomberg a commentare, nel giugno 2012: “Col senno di poi, è sorprendente che gli architetti dell’euro non abbiano riflettuto maggiormente sul fallimento della rublozona mentre costruivano la loro grande architettura” (2). In effetti, i cosiddetti architetti non pensarono molto alla RZ. A pochi giorni dalla firma dei Trattati di Maastricht nel dicembre 1991, l’Unione Sovietica collassò e fu stabilita la RZ, che comprendeva le FSR adesso sovrane. Nel preciso momento in cui l’Europa aveva concordato di lanciare un’unione monetaria tra stati sovrani, l’ultima cosa che volevano i funzionari europei era l’imbarazzante spettacolo del fallimento di una unione monetaria formata in modo simile, alle porte dell’Europa.
Di conseguenza, gli “architetti dell’euro” dettero un forte supporto politico alla RZ. Così come la creazione dell’euro era stata basata su un razionale economico discutibile che aveva a che fare con le aree valutarie ottimali, allo stesso modo gli architetti dell’euro determinarono una tesi economica per l’esistenza della RZ: era un mezzo per preservare i profondi legami commerciali tra le FSR. Entravano in gioco delle considerazioni politiche – che andavano dai timori della destabilizzazione di una potenza nucleare come effetto di un eccessivo disordine economico, alla preoccupazione più spicciola che aggiustamenti economici radicali nella ex-URSS – sebbene necessari e in ultima analisi benefici – potessero portare a maggiori richieste di sostegno alla bilancia dei pagamenti da parte dei paesi occidentali (i quali, sia bilateralmente che attraverso le istituzioni finanziarie internazionali, avevano rifiutato di garantire alla Russia la stessa riduzione del debito della quale avevano beneficiato altre economie post-comuniste in transizione, come la Polonia).
Comunque sia, le argomentazioni economiche sulle relazioni commerciali all’interno della ex-Unione Sovietica (FSU) erano viziate. Quelle relazioni erano l’eredità della pianificazione centrale; e una volta collassata l’Unione Sovietica, il razionale economico per mantenere questi legami era insufficiente. I prezzi del commercio intra-regionale, prima della liberalizzazione degli stessi, erano mal calcolati e definiti per la maggior parte sulla base del baratto, portando all’accumulazione, al mercato nero e alla carenza di scorte (3). La gran parte del commercio sovietico era basato su prodotti per i quali non c’era domanda. Operando sotto “vincoli di bilancio flessibili”, liberi dalla disciplina di un mercato competitivo, le imprese statali delle FSR fornivano beni alle altre repubbliche, senza curarsi delle loro necessità e della loro capacità di pagare – e assumendo invece che i crediti della BCR sarebbero stati sufficienti per regolare tutte le transazioni (4). Gaddy e Ickes affermarono in sintesi che le imprese industriali post-sovietiche erano sopravvissute “nonostante i loro risultati, invece che grazie ad essi” (5). Anche se c’era un’argomentazione di tipo gravitazionale, basata sulla vicinanza tra le FSR, una volta che furono introdotte le monete nazionali e liberalizzati i prezzi, la quota parte del commercio intra-FSR sul totale scese dal 57% del 1992 al 33% del 1997 (6).
In aggiunta ai razionali economici dubbi, le origini della RZ e dell’EZ condividono un’altra caratteristica comune: il volontarismo politico. Così come, nel caso dell’EZ, la classe al governo in Francia vedeva l’unione monetaria come un modo per accrescere il potere francese impedendo che la Bundesbank fosse di proprietà esclusiva della Germania (in corso di riunificazione), gran parte dell’élite russa era similmente ansiosa di mettere in salvo quanto più possibile dell’Unione Sovietica, che era stata uno strumento del potere russo. Bordo e Jonung hanno concluso che le unione monetarie sono sempre motivate politicamente – guidate (come sostenuto da Mark Mazower, riportato nello stesso articolo di Bloomberg citato sopra) da “una visione ideologica dell’elite”. (7,8)
Nel caso delle FSR, la motivazione politica era molto differente. Da poco dotate di sovranità, le FSR avevano ben poca volontà di lavorare per una RZ cooperativa, poiché la moneta comune era diventata il simbolo dell’ “ultima istituzione sovietica” (9). Allo stesso tempo, le FSR non gettarono immediatamente nella spazzatura la RZ, come invece fecero con altre iniziative russe tese a stabilire alcune istituzioni sovra-nazionali, come le forze armate. Al contrario, e in un modo che presagiva le relazioni odierne tra la BCE e le autorità fiscali dell’eurozona, le FSR erano incentivate a creare deficit quanto più grandi possibili emettendo crediti in rubli che “incrementavano gli acquisti reali del governo nazionale, facendone ricadere i i costi sui detentori di attività nominali in tutta l’area valutaria” (10,11).
Questa agenda delle FSR era supportata in Russia dagli interessi economici della potente lobby dell’industria, che voleva che i crediti della banca centrale continuassero a coprire le usuali transazioni con fornitori e compratori – molti dei quali erano nelle varie FSR. Questi interessi avevano un potente alleato nel governatore della BCR Viktor Gerashchenko (nominato il 17 luglio 1992), di mentalità sovietica, che sino alla fine del 1992 fornì abbondante liquidità e prestiti senza interessi per un totale rispettivamente del 3.1% e del 10% del PIL russo (12). Poiché nel dicembre 1991 la Russia aveva perso l’accesso al credito internazionale dopo il fallimento nel credito commerciale a breve termine della Vneshekonombank, questi oneri parafiscali erano finanziati attraverso la BCR quasi esclusivamente con la creazione di moneta, portando ad una inflazione molto alta e volatile (13).
Questa dinamica cambiò quando Boris Fyodorov fu nominato Ministro delle Finanze, nel gennaio 1993. La lotta all’inflazione divenne una delle maggiori priorità e i crediti alle FSR uno dei maggiori obiettivi. L’incentivo a limitare i costi della RZ venne dalle negoziazioni con il FMI su una nuova linea di credito progettata in particolare per la Russia (Sistemic Transformation Facility, STF). Ormai il FMI – che prima si era unito alla UE nel supportare la RZ – aveva riconosciuto la necessità per ogni FSR di introdurre la propria moneta nazionale (Pomfret, 2002) (questa dinamica FMI-UE assomiglia alla storia della preannunciata Grexit).
Nell’aprile 1993 i crediti furono tecnicamente aboliti e tutti i crediti alle FSR precedentemente accumulati nel 1992-1993 furono trasformati in debito statale (denominato in dollari USA e con un tasso d’interesse collegato al Libor), trasferiti sul bilancio pubblico e quindi sotto il controllo del Ministero delle Finanze. Questo limitò la generosità del presidente della BCR verso le FSR. Con la stretta creditizia verso le FSR, la loro domanda di liquidità aumentò drasticamente e divenne la principale minaccia. La Russia agì il 24 luglio 1993 introducendo una riforma monetaria con cui le banconote dell’era sovietica (raffiguranti Lenin) in circolazione nelle FSR cessavano di avere corso legale in Russia. Le FSR furono costrette a scegliere tra: introdurre le proprie monete; o negoziare con la Russia per criteri simili a quelli di Maastricht. Preferirono andare per la propria strada valutaria (14).
Così, per tornare alla citazione dello studio di Goldberg, Ickes e Ryterman dal quale siamo partiti, la lezione “paradossale” della RZ per l’Europa è che quando l’ERM si è trasformato nell’EZ i paesi periferici dell’EZ hanno sperimentato precisamente quell’erosione della loro sovranità e indipendenza che la Russia finì col richiedere alle FSR come condizione per continuare a condividere il rublo. Applicata all’EZ, l’analogia col collasso della RZ suggerisce due scenari: o i corrispettivi delle FSR – ad esempio, i paesi meno competitivi della Germania – alla fine si sottraggono ai vincoli dell’odierna unione di trasferimento e decidono di uscire; o, in alternativa, la Germania arriva a considerare gli accordi esistenti, secondo i quali la BCE (e l’ESM) in effetti finanziano i deficit di bilancio così come la BCR finanziava le FSR, come un intollerabile onere fiscale – e/o un onere potenzialmente inflazionistico – sui propri contribuenti. A quel punto, la Germani stessa potrebbe decidere di lasciare, o insistere su regole più stringenti (o almeno, su un’applicazione più stringente delle regole attuali) col risultato che altri paesi più deboli usciranno.